Anna Ciufo
Da “Il nettare e la musa”

Ciufo
Anna Ciufo , dall’antologia “Il nettare e la musa” AA.VV. perVersi editore

EXUVIA

Divenimmo presto schiavi
quando una foglia fu eletta argine d’impudicizia.
Avvertimmo la pelle limite frustrante, guaina di ferro,
e in essa un corpo da comprimere.
Mutare, allora, fu salvezza: gonfiarsi dimenarsi,
spaccare il velo, abbandonarlo infine.

 

1)
Verso di me che verso scagli, velenifera musa,
con quale verve ti avventi a vellicare
gli spazi vertebrali, con verginale tocco,
toto corde. Totem del mio tempo sei tu, dolceamara,
e non so se temere la tua ombra o tutta indossarla
toccando il fondo.

 

2)
Sapevo che saresti tornata, violenta e amorevole,
nauseante, ammiccante, piena da far paura
-ventre teso nell’esplosione della vita-.
Saresti corsa sulle labbra arrancando
e, prima ancora,
fra un respiro e un sospiro,
rotolandomi sulla lingua la saliva,
veleno euforizzante, fertilizzante,
una scorza di voce che alita all’orecchio
il bianco, il bianco,
è troppo bianco il bianco, non ha scampo,
e su quel bianco sapevo che la mano avresti spinto
stringendone le dita, intimidita e forte,
sfacciata, innamorata,
saldata a me come la pelle.
Ecco ora i frutti, l’inchiostro e la parola,
quella spiazzante, sprezzante,
quella che non consola.

 

3)
Insinuante, non ancora domata, la parola,
infeltrita, trasformata per innesto,
manomessa, sconciata,
sghemba e impastata,
rattoppata.
Sostanza, la parola, carne e sangue,
mano che accorda lo strumento
che incanta e pure stecca,
e carezza, e violenta,
segna sul diagramma del fiato
un passo sincopato.
Necessita, la parola, di uno stretto rigore
forgiato sullo spiedo del giorno,
rinfocola pentagrammi fossili,
acconti di una sonorità graffiata.
Soccorre, la parola, e mai ci dice
dove vorremmo essere domani.

 

4)
Reciprocamente ci abitiamo
trafitti in luoghi già noti,
cuciti con parole inconciliabili
al più vicino eterno,
esposti alla stessa luce,
sulla stessa porta.
Stanotte la salvezza è un sudario leggero,
la voce sguaiata che dal fango
si tramuta in canto,
boccone d’inferno fuso.
Se non fosse così tardi!
Attenderemmo un lampo salvifico,
un incendio,
fino a vedere ogni strazio farsi albume.
Qui, rinunciando ad ogni terraferma,
sostiamo dimenandoci,
pesci al rezzaglio.

 

5)
Se s’irrubina il mare
e muove dal nostro sguardo
una goccia salata alla volta del vento,
se con l’inquietudine dialoga la voce dell’onda
che assalta il granchio,
come non chiamare miracolo l’attesa
che sempre si rinnova
e sempre ci deride trapassando la notte,
quasi che il tocco dell’ombra
ci segnasse una croce sulla fronte.
Anche tu, emerso dal sonno,
l’hai vista quell’alba che si addensa e smotta,
preme una fitta allo sterno, densa di nomi.
Anche tu l’hai temuta, fredda su un giorno freddo,
carezzando gli angeli del tuo deserto,
manichini d’aria.
La luce ha uno slancio concavo, un indizio,
il carniccio sgranato delle comparse umane,
e lì un’accusa: altre possibilità d’uso
ha la nostra esistenza.

 

6)
Di fissità sfatta
fradicio sguardo dalla foto, fossa
d’inciampo che sfida, infosca,
effusione celata,
affiorata per afforcarsi al cuore,
lenza di fuoco che s’affretta a aggelare,
allungare distanze.
Abile sguardo aggrondato,
calamita o calappio, uccello cantaiolo
che si ammuta nell’ombra. Ambra
brandita e imbrigliata,
bruscolo e roccia.
Occhi di fuoco spento, fuoco
acceso negli occhi.

 

7)
Il bello del tempo è l’inappartenenza di confine,
il sovrapporsi di copioni in magma stratiforme,
viluppo cheratinico, crosta sul fondo della tazza
che attende paziente
acquabollente diluente
di inefficienza sofferente
affogata in lattecaffè notturni.
Il bello del tempo è la disobbedienza alla logica,
il fiume che tracima,
l’impeto che le regole viola, la sfida.
Il limite affrontato,
sfidato,
sfilacciato. Sfacciato tempo
che irrompe nelle pause,
nella certezza del dopo, nel banale dei giorni,
nelle vizze domande che gracchiano ancora.

 

8)
Pania è il compromesso, accrescitivo della colpa.
Il baratto dei sensi
si annota in diagrammi di flusso
intoppato fra camole che ingannano.
I tempi dilatati dell’oltre sono paravento,
briglia alla disobbedienza.
Ecco la soluzione: forare il diaframma
che dal cielo ci separa.

 

9)
Il musico apre i solchi,
li allinea graduandone il suono.
Su righi di vento l’archetto graffia
il ritmo delle lune.
I primi accordi sciolgono nodi d’acqua,
ristorano le labbra delle messi;
lì anche il cotogno s’abbevera, e la rosa,
e il profilo annodato dell’olivo accanto al croco,
mentre geme la radice del pioppo
protesa alla vena del fiume
che sanguina ansimando.
Ecco, nell’entità dissimile dei fusti,
le umane distanze
eluse dal canto di Proserpina
per tutti modulato e per ognuno.
Vibrano i solchi al plettro del libeccio.
Decolla il polifonico coro in icarico volo
sul sacro palco della terra
dove ogni uomo si esercita a morire.

 

10)
Il coprifuoco è nel ventre,
cava di pietra e liquido materno.
Non udire, non seguire ombre irrisolte.
A giorno dissepolto
la memoria ti sorprende inerme.
Zona franca il distacco, la dimenticanza.

 

11)
Voglio fiori bianchi alla finestra
-grappoli di gigli e fresie
e farina sul nero dei basoli,
e che sia latte la pioggia
che tracima i fiumi,
di sale il monte che mi sovrasta.
Voglio gesso ai muri
acquerellati dall’ombra,
di zucchero le labbra e le parole.
Voglio percorsi chiari,
neve alle grida,
fogli immacolati alla penna
e madreperla al cuore.

 

12)
Càpita che nell’ora sottomessa al respiro
sfugga un fremito senza appartenenza,
un imperfetto vigile e fastidioso
che germoglia e si allunga in vastità sconnesse.
L’atto del procedere su tornanti
sperde e disarma.
Càpita di tracciare angoli retti
per donarsi una regola,
una vaga sapienza.

 

13)
Tu che zufoli bestemmie e allumi il limite
dove si incastra il piede
e attendi che ti sia grata la vita che non vivi,
afferra il rampino,
accatasta ciocchi smagriti per far falò del fato
che ti infligge la fine.
Zufola adesso, si, la tiritera
che ti impasti la gola,
sali sul filo del tuo equilibrio allargando le braccia
-compasso del tuo limite infranto-.
Sii piuma, adesso, e tutta un’ala.

 

14)
Perdòno l’alba se pietra focaia m’accende i sensi
e volta agli arti scopro il movimento.
Sciamano le erosioni dei dubbi,
spaurano come onda alta
che sfinisce la riva.

 

15)
Assolta, sebbene priva di cordiglio,
riammessa a questa vita,
anima mondata, rosicchiata,
ridotta al torsolo.
Speranza inattesa nell’occhio che oscilla,
scorteccia, spiccona,
insaliva bianchi panni per lustrare i vetri,
guardare al di là.

 

16)
La grande massa dei lieviti
riposti nel dimenticatoio,
ciondolante come le vocali dei deboli,
enorme zavorra destinata a incollarsi
fra le dita che la strizzano.
Eccellente umore quello che la rinnega,
-la mente non è solo ricordo-.
Numerosi, banali, pilastrini sepolcrali
i gesti quotidiani aiutano:
in essi ci sorride
la triste euforia delle distanze.

 

17)
Come potrei, stasera,
disarmare ogni ferita, ogni spavento,
sistemando l’imprecisa sintassi degli eventi,
chiedere dove spinge l’ora,
verso che barricata o cielo
e quale dono avrà il largo gesto della semina.
Come potrei, stasera, tracciare ponti o garze
sui quotidiani riti, bluffare con la vita
-slargo fra l’infinito sonno
e il sogno atteso-.

 

18)
La notte non aggiunge nulla
al nostro buio,
è solo un giorno che collassa
sul mostro perentorio della fine.

 

19)
I passi saggiano consistenza di vuoto,
insistono sulla compostezza del percorso imposto,
sulla sua imperturbabilità.
Nulla cede, nulla si oppone.
Resta nelle corde ingrommate
il dolce suono, e sapido, del timbro plantare,
il suo precario umore
-lamina che presto si assorbe
a refoli taglienti agli infissi-.
Un piccolo percorso da muro a muro,
up and down,
nei dieci metri quadri della stanza.
E’ così che si innesta la guerra
al fusto dell’essere,
il grido nell’assalto, il cecchino che spia.

 

20)
Placata ai vetri come sfinge lunare
l’ampia tenda di pioggia nutre l’aria ingessata,
la pozza che gloglotta al taglio del muro.
Vale un gesto il silenzio
-la mano che disappanna,
l’alito che ancòra annebbia-.
Il mondo è sempre all’esterno a rinnovare
ammuffite domande
ma in quel mondo è tutto già accaduto
mentre randagio fiuti la traccia degli antidoti
ad ogni fallimento.

 

21)
Nodi a dozzine s’attorcono ai lati neri del petto,
risalgono la linfa che non mente
e traccia fiumi asciutti in drupe di carne smessa,
rinnegata al grido opulento delle messi.
La notte-placebo fora acquitrini melmosi
ma non li asciuga,
annega il senso del reale,
imprime e opprime,
slega la disumana fatica degli umani,
le dà un nome.

 

22)
La luce irrompe, urlo nel sonno,
sovverte il senso del mistero,
inchioda il vero.
Mano che raspa, scava,
allenta le maglie degli istanti
che punteggiano il tempo,
-lingua di gatto o vento-.
S’ingorga il lutto delle insensate assenze
mai così estranee, mai così poco lontane.
Basta un’inezia ad impigliare
il logico percorso degli eventi:
in uno sfrigolìo d’attesa
s’infilza la trafila del passato.

 

23)
Le zanzare offrono voli ubriachi
alle rese della veglia:
è una gavotta sbavata, slegata da ogni suono
mentre senti la fronte affamata di caldo
e indugi, stupido nocchiero
di una vita incompleta
sulla panchina vuota della notte.
Ciò che resta è l’odore nudo, pepe puro,
annacqua gli occhi –solido,
impasta le dita -secco-.
I sensi inverditi, invertebrati.
Resisterò al richiamo del gatto
che riporta alla terra,
al silenzioso grido d’ogni insetto.

 

24)
C’è sempre un qualcosa che precede,
privo di radici o espansioni,
un qualcosa senza proprietà ma inviolabile,
un’estraneità in bilico, una tensione.
C’è sempre un bagliore che alletta con carità di tuono
e arranca sulle creste mobili dell’ ambizione.
Cancellare le impronte, allora,
perdere la rotta,
tagliare l’ombra
come viandante perso nei cerchi imprecisi del cuore.

 

25)
Dove si aggruma il sole è il colore,
in quella estatica processione di riverberi
che si intrecciano alla trama
di uno sguardo sbeccato, assente all’ascolto.
E’ lì il colore,
nella filigrana perfetta
del languido meriggio che s’abbruma.

26)
Anime azzime e sbandate,
lapilli di coscienza,
l’interferenza di abiti, calzari,
amari labari dell’apparenza,
oggetti accumulati con soverchia indulgenza.
Salpata l’ancora
ci avviamo al naufragio
privi di paramenti sacri. I simulacri del vuoto
sono patelle sul petto, nei palmi.
Ci recitiamo come salmi, stanchi
dei nostri occhi ciechi,
ubriachi.

 

27)
Raggiunta la meta
più chiaro appare il viaggio
nelle strade morse a ritmi zoppi, troppi
i passi come vanghe,
il cuore lapidato ad ogni quadrivio.
Passione mai sopita,
il labirinto chiama dagli inferi
senza uscita, alita un domani non ultimo,
non disperato,
emulsiona l’errore. Attore dietro le quinte sono,
clonato, plagiato,
trasfigurato in guitto,
deriso, inviso.

 

28)
Cantami come vento,
bambino che inanelli alle mie le tue dita,
cantami come acqua alla fonte
se il tuo sguardo è il mio di un giorno perso
che alla voce d’oggi
sbiadisce e curva verso il fondo.
Lontano,
impreciso, batte sui palmi,
insuda -seduta sono
assorta,
estorta alla luce che abbuia,
scuce una smorfia,
al nulla riduce, riconduce alla culla.
Cantami come latte, bambino,
nel tremito di ciglia ti sia data la soglia del campo
dove il grano germoglia,
a te, tenera foglia, sia spezzato il pianto
come pane leggero sull’altare.
Cantami come canto silenzioso di clessidra
perché nel canto
io non sia sola.

 

 

*Anna Ciufo

Nata a Formia (LT) ma residente a Pellezzano (SA), Anna Ciufo ha incominciato ad appassionarsi piuttosto precocemente alla poesia: le sue prime letture e i suoi primi componimenti risalgono al ’68, quando aveva appena tredici anni, incoraggiata dal Prof. Renato Filippelli, poeta, autore di numerose antologie della Letteratura Italiana.
Specializzata in Fisiopatologia dello sviluppo infantile ed in Analisi transazionale, attualmente svolge attività didattica nel cui ambito si distingue per aver promosso e attuato progetti volti alla conoscenza della poesia e dell’arte. Le sue poesie sono state tradotte in inglese e diffuse in America e in Germania. Molte delle sue liriche sono inserite in Antologie di poesia contemporanea fra cui: ”Nuovi poeti per le scuole medie” (Ediz. Spada-Roma), “Poesia degli anni Novanta” (Ediz. Pòiesis-Roma), “Parole in volo” (Ediz. Spada-Roma) “Poeti & poesie” (Ediz. Pagine-Roma), “Poesia dal Sud” (Ediz. Cilento Nuovo- Agropoli). Scrive per la rivista online “Lapilli” (www.lapilli.eu). E’ promotrice culturale, in particolar modo nell’ambito di attività ed eventi culturali organizzati da Cypraea, associazione culturale di cui fa parte.    Si occupa di critica letteraria e d’arte: ha curato la prefazione di raccolte poetiche ed i suoi articoli sono stati pubblicati su note riviste specializzate. Ha pubblicato tre volumi di liriche: “Di questi giorni parlati” e “Il timore accigliato delle pause” (ed. Ripostes Roma-Salerno) “Katana”, (ed. Spring- Caserta); ad essi, alle numerose liriche inedite ed anche ai suoi racconti sono stati assegnati
molti primi premi in importanti concorsi letterari. Di lei hanno parlato i critici letterari: Francesco D’Episcopo, Alberto Granese, Luigi Reina, Pasquale Maffeo, Ennio Abate, Mariella Bettarini, Maria Lenti, Marcella Corsi, Renato Filippelli, Maria Olmina D’Arienzo, Antonio Uliano, Miranda Clementoni, Catello Nastro,
Emanuele Occhipinti, Flavia Lepre, Arnaldo Di Matteo, Marisa Romano Losi, Luigi Pumpo, Anna Maria De Vito Scheible, Gerardo Zampella, Mario Mastrangelo, Nunzia De Falco, Luigi Crescibene. La sua attività poetica e artistica è stata recensita su riviste letterarie quali: Lunario nuovo, Il monte analogo, Il convivio, Silarus,  Il castello, Verso il 2000, ArteCulrturaScienza, Il grappolo, Miscellanea, La croce del sud, Areopago Cirals.

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4 commenti

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4 risposte a “Anna Ciufo
Da “Il nettare e la musa”

  1. Annamaria Locatelli

    Ringrazio molto Ennio Abate per averci offerto la lettura di queste poesie di Anna Ciufo, sia per la loro grande bellezza “Se s’irrubina il mare…”, sia perchè, con la sensibilità di chi é poetessa scienziata, l’autrice ci parla del travaglio della scrittura…La musa “dolceamara” é fonte di inquietudine, presenta un viaggio faticoso e pieno di ostacoli e di insidie tutte interiori. Inizialmente é una lotta contro abitudini radicate, la necessità di liberarsi da una guaina stretta, come l’insetto, dimenandosi, si libera dall’exuria, l’involucro che lo trattiene così occorre tasformarsi…inizia il viaggio allora, ma disarmare le paure, il senso del limite, i veti antichi comporta un tormento quotidiano, di giorno di notte…si può anche sbagliare rotta, essere arenati da attese infruttuose, ma poi il viaggio prosegue, la parola diventa materiale da modellare e finalmente un giorno “il musico apre i solchi” e il canto di Proserpina elude “umane distanze” sino a immaginare ogni cosa bianca, su cui scrivere…Sino al canto finale, l’invocazione al bambino, musa ispiratrice, che “inanelli alle mie le tue dita”…

  2. APPUNTI TROPPO VELOCI

    Il linguaggio poetico di Anna Ciufo è alto, ispirato. Il contenuto della sua poesia: una vitalità che s’impone contro le costrizioni che “impongono il velo” (ai corpi, alle cose, alla verità o a una verità più alta): «gonfiarsi dimenarsi, / spaccare il velo, abbandonarlo infine».
    L’immagine scultorea, rappresa in una sorta di scatto potente e doloroso, che ho trovato sul Web, mi è parsa adatta a questa tensione lirica.
    La poesia stessa per Anna Ciufo non è pura bellezza o valore assoluto: viene invocata come «velenifera musa» e persino denunciata come «totem del mio tempo». Una nemica che incalza dunque: « il bianco, il bianco,/è troppo bianco il bianco, non ha scampo». E, per farle fronte, il linguaggio poetico si carica fin troppo di aggettivi, baroccamente o dannunzianamente accumulati: « Insinuante, non ancora domata, la parola,/infeltrita, trasformata per innesto,/manomessa, sconciata,/sghemba e impastata,/rattoppata».
    L’accento è posto sulla parola più che sul discorso poetico o sulla sintassi. E qui l’ascendenza è quella ermetica e un po’ troppo ( per me) sacerdotale: «Necessita, la parola, di uno stretto rigore/ forgiato sullo spiedo del giorno,/rinfocola pentagrammi fossili,/acconti di una sonorità graffiata».
    È attraverso la parola che s’intravvede un oscuro dramma («Se non fosse così tardi!»). È in quella che corporeamente (e femminilmente? o animalescamente?) ci si dimena: «sostiamo dimenandoci,/ pesci al rezzaglio».
    Il rischio di questa poesia, secondo me, è quello di cifrare drammi umani concreti (quotidiani e storici per me) e di farli recitare – e la teatralità ha un surplus estetico ma anche mistificante – da immagini che s’impongono, affascinano pure, ma restano indefinite e sfuggenti. Dove stanno quel mare che «s’irrubina», quella voce dell’onda che «con l’inquietudine dialoga» e che «assalta il granchio»? Chi è quel tu che è alle prese con «quell’alba che si addensa e smotta», ecc.?……

    P.s.
    Ripubblico qui la mia prima recensione, nel 2007/8, ad un libretto di Anna Ciufo. Mi pare che alcuni tratti della sua poesia (un senso tragico, arginato ora da una volontà di conoscenza metafisica; corporeità vigorosa delle immagini, da una sensualità di sguardo e di tatto e da un uso massiccio dei verbi d’azione) si siano mantenuti e arricchiti. ( Ci vorrebbe però un’analisi più attenta che ora non ho tempo di fare e me ne scuso).

    Su «Katana e altre poesie» di Anna Ciufo
    di Ennio Abate

    Queste cinquanta pagine, pubblicate nel 2007 presso Spring Edizioni, non sono un’autobiografia in versi. Ciufo allude alla sua vita nei modi obliqui della poesia e anche gli altri, labili comparse chiamate per attimi come testimoni, svaniscono in una «città frolla, sfaldata» e in attività poco indagate.
    Ad attrarre la poetessa è quanto accade nella «camera picta» (p. 50). Il riferimento è alla famosa Camera degli sposi, cubica e angusta, dipinta da Mantegna nel Quattrocento, dove – dicono le guide – realtà e finzione si mescolano. Qui lei colloca il rapporto fra una donna e un uomo. E sottile è il legame tra ciò che passa tra i due e quello che passa nella poesia o nell’arte in genere. Infatti, «manca una mattonella, una sola, / nella camera picta che affascina e addolora» e «il mondo vi si inserisce perfetto / in tutta la sua oscena imperfezione» (p. 53), rendendo così tutto possibile e ambiguo, sia nell’amore sia nell’arte.
    Ciufo s’alimenta proprio di un caparbio e sincero rifiuto della «oscena imperfezione» del mondo. E di continuo è tentata dal silenzio, che vive come dono erotico («Colmami piuttosto di silenzi /chiudendomi la bocca,/ tu sai come», p. 40). Da esso non vorrebbe staccarsi mai del tutto, perché, apparentato com’è a quello degli animali più enigmatici, aggressivi o distanti (la gatta, l’aquila), presiede alla faticosa gestazione della parola che può nascere per lei solo dalla sofferenza («Le parole che dico mi escoriano»). E solo il silenzio, conservandosi, permette di accedere a sentimenti di umana pietà.
    Prevale in questa adirata poesia un senso tragico, arginato ora da una volontà di conoscenza metafisica, ora da un puntare i piedi nel presente, ora da qualche zona di acquietamento (tutto L’ultimo canto, dedicato alla Madre, che così conclude: «È tempo di riconciliare il tuo corpo perduto / col lievito del fiato, viatico che adesso ti consegno / come se fosse vita», p. 47). Ma, sul piano formale, anche dalla corporeità vigorosa delle immagini, da una sensualità di sguardo e di tatto e da un uso massiccio dei verbi d’azione.
    Ciufo oscilla tra un ritorno all’origine e un’invocazione d’aiuto quasi svagata: «Ora per cortesia, solo per cortesia/ respirando bocca a bocca questa attesa,/ qualcuno mi regali, senza risparmio, / il fiato che mi manca / e che mi annega» (p.19). È una segnalazione preziosa. Dice che la katana brandita da Anna Ciufo potrebbe anche non essere (e la polisemia della poesia lo ammette) quella terribile che una donna strappa dalle mani di antichi guerrieri giapponesi. Non un giocattolo, però. Ma «la spada di legno» (p. 48), che la poetessa, pur chiusa in una «cotta ferrigna», rotea come una «piccola Don Chisciotte» per «sfidare il tempo e la rabbia», «per ricordare i morti» (p. 48). Ancora in umana attesa.

    • Annamaria Locatelli

      …secondo me, Anna Ciufo si rapporta alla sua Musa (della poesia, dell’amore, della vita…) più che con foga sacedotale, come se fosse un’ossessione, perchè ne traccia una topografia molto umana, fatta di cadute, smarrimenti, dove le spinte contrarie sono fortissime, ma seguono fiumi che tracimano, confini
      superati, un canto che proviene dagli inferi e dalla terra a nutrire
      e a conciliare le forme più diverse…”il bianco é bianco é troppo bianco”é l’assenza della Musa che tormenta, tutte le cose si vorrebbero bianche per poterle riscrivere…un’ossessione creativa, che lascia senza respiro…resta, solo come forte aspirazione, il canto semplice del bambino…

  3. emilia banfi

    Aggettivi di grande forza, ricercati, raffinati , nobili. Troppi? Direi di sì . Poesie che coinvolgono quasi innalzano la poetessa che pare godere della sua ricerca. Nulla da eccepire , ma non è la poesia che entra nelle mie corde.

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