Lucio Mayoor Tosi
Due poesie senza titolo

calice

 

*

Dolore di pioggia nel sole, sentenzia il chirurgo scendendo dalla bicicletta. Sono tempi difficili questi, sai quelle vaschette di plastica nere dove puoi spezzettare con grazia l’hamburger di maiale, oppure quei due rapanelli made in Italy al pepe Muntok? Ecco, son quelli che ti stanno fregando. Non sembra ma è così. Togliti dal televisivo novecentesco, dal modaiolo européen! Smetterà di piovere e potrai sdraiarti dentro di te come facevano migliaia di anni fa i tuoi giovani antenati.  E bada che anche questa poesia non si stia mettendo in posa: io e te, medico e paziente nell’anno 2014 di fianco alla bicicletta, tu che piangi e io che ti consolo parlandoti apertamente del cancro fascista della nuova sinistra.  Dentro le case c’è solitudine, è dolore di pioggia, sale alle tempie e non sai che pensare, proprio adesso che rischi di  morire per scadenza, povero, come quando finisce un concertino cretino (una domenica fuori dallo stadium, l’aeroporto di là dai tetti e giusto una nuvola). Sbadatamente. 

 

 

 

*

La fidanzata giace nelle mie occhiaie simile ad un edema e io non so se digestire il trauma di una sfiorita come farebbe un giardiniere di qui, con saggezza e santa pazienza, oppure se farmi giapponese mettendo in buon ordine i fiori secchi, separando i belli dai brutti sul corpo esanime dell’avvenimento quasi compiuto. E’ il quasi che non va, che ferisce l’esistenza intera, come se il pianeta avesse il volto di un bambino risentito per quanto prosegua nella sua corsa col sole d’aprile. L’amore sta nella juta di una borsa contadina, se lo respiri ti verranno gli occhi celesti e diverrai quello buono come il pane. Qui però son tutti sposati, si sono messi al sicuro.

 

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40 commenti

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40 risposte a “Lucio Mayoor Tosi
Due poesie senza titolo

  1. Troppo brusco passare da Pasternak all’oggi, ma a qualcuno deve pur toccare il compito di ricordarci in che casino siamo!
    E Lucio ha le carte in regola per farlo…

  2. emilia banfi

    La tristezza della vita all’hamburger di maiale e la gioia che intravedi in questo pianeta che come un bambino continua a correre nell’aprile. La speranza della forza che solo noi stessi possiamo darci resta come sempre la più grande forza, L’amore…beh sai come la penso, l’amore è il sole, per quanto riguarda le occhiaie basta mettersi un paio di occhiali scuri e toglierseli quando il sole per un po’ va via. Sei grande Lucio! Un grande abbraccio. emy

  3. Annamaria Locatelli

    …un bambino continua a correre nell’aprile…, mi chiedo: é perchè si ostina a non voler guardare in faccia la realtà oppure perchè ha il coraggio di continuare a sperare nonostante?…Davvero, caro Mayoor, il dubbio mi resta tale..
    D’altra parte una via sarebbe ” sdraiarti dentro di te come facevano migliaia di anni fa i tuoi giovani antenati”…l’idea mi piace, come ritornare semi nella terra…
    Però penso che anche Pasternak abbia qualcosa da dirci quando parla di come sopravvivere all’abbraccio mortale dell’inverno russo:
    “Come bianca donna di gesso
    cade a terra supino l’inverno”
    svegliarsi in piena notte e mettere tutto in versi tramuta il gelo in nuova vita…

  4. Giuseppina Di Leo

    Il messaggio che ho colto dai due testi proposti è una sorta di coazione a scegliere, perché davvero tra i due estremi, il disastro ecologico come prodotto diretto del “televisivo novecentesco” da una parte e ” il cancro fascista della nuova sinistra” c’è poco da tentennare. Scelta intesa come capacità di poter riappropriarsi della propria vita, cosa che presuppone per la sua realizzazione la rinuncia.
    Credo che Lucio abbia centrato il segno, se ho ben afferrato il concetto, di una vita possibile, umanamente intesa.
    Il dialogo con il medico pende su un significato moralistico, ma probabilmente un discorso in questi termini non può non essere frainteso in tal senso, disabituati come siamo stati a prendere di tutto di più, non abbiamo pensato che potessimo abdicare in favore delle rinunce. Il fatto è che per oltre un cinquantennio abbiamo confuso il concetto di benessere materiale con quello di felicità. Con i risultati che vediamo.
    Nel secondo testo, quello sull’amore, sembra esserci un non sense, che non direi casuale. Vi trovo un desiderio di riassaporare il tempo al di là delle mode – la ragazza o la moglie sono visti come due aspetti antitetici di vivere il rapporto – quello cioè di non confondere l’amore in modo deterministico.
    L’idea della libertà di innamorarsi di una borsa di juta contadina è dolce e mi ha fatto sorridere, ma qui c’è tutta la concezione di vita di Lucio.

  5. Giuseppina Di Leo

    …abituati come siamo stati (ho scritto ‘disabituati’) – correggo.
    La differenza con le poesie di Pasternak, Ennio, la vedrei più come due punti di vista, nemmeno poi tanto differenti, di guardare la realtà (cultura e epoche permettendo).

  6. ro

    Ciao Lucio. Ho appena letto l’ultimo post di Paolo ( Paolo Barnard: http://paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=825) e subito dopo te. Due gastronomie letterarie sicuramente diverse, ma lo sguardo è rivolto agli stessi (s)oggetti della stessa realtà. Poco cambia fra una piadina e un hamburger, ormai trovi di tutto con l’autogrill di lusso marchiato Oscar Farinetti. La tua cucina rispetto a quella di Paolo è solo più ampia e lirica vuoi perché sei pittore-poeta, vuoi perché nel tuo scritto fotografi “la flessibilità” richiesta —per sua stessa onnipresenza e grado d’invasione e pervasione (meta-televisivamente parlando)— dall’inizio della vita /non vita alla sua fine con o senza la dignità della morte stessa (vedi concertino cretino e perdona soprattutto tu, in ragione del tuo approccio filosofico orientale, se insisto sempre sul fatto che non può esserci vita se la si appalta alle recite, comprese quelle niueggiare, fin dalla sua morte).

    Sei per me, come essere e poi come poeta ( non ho la tecnica e la conoscenza per fornirti supporti accademici-critici), qualcosa che mi riporta sempre al tema del doppio, da intendersi nel caso fornito dalle letture /ascolto di te, a volte provo repulsione altre attrazione, come il continuo e repentino passaggio fra superficie e abisso che offrono i tuoi versi. Fra “sicurezza” di un avere almeno un piede poggiato a terra e precarietà del volo o del tuffo. Fra linguaggio postcontemporaneo con pieghe di espressioni riflessioni niueggiare (new age) e richiami classici a trame e profumo di juta…

    se tu fossi una favola, la pelle dei tuoi versi risuonerebbe di carcassa d’asino….

    • si … m’était conté, poesie come queste, forse anch’io penserei alle fiabe. D’altra parte come si fa se ti ritrovi, anche non volendo, fuori da ogni schieramento, o per dirla con Paolo Bernard, fuori dal massmediatico ed anche fuori dalla cultura “antagonista” dell’antisistema? Non ti restano che le fiabe, o comunque tali sembrerebbero. Ma già lo sapevo che riducendo quelle che sembrano modalità suicide di intere popolazioni a “vaschette di plastica nera… o al pepe Muntok” non avrei reso un gran servizio a chi di solito parla, con modalità da sinistra, alla sinistra (chiaramente quella non fascista a cui faccio cenno nella poesia), quell’area alla quale mi picco di appartenere malgrado i rigetti che ho notato nei miei confronti, dal mio rientro dal futuro, avvenuto una dozzina d’anni fa, in quell’area bigotta e manierata che vien detta di sinistra (per non parlare di quell’altra, detta new age, satiddìo!), perché non sarei abbastanza partigiano? Certe volte anziché scrivere imbraccerei un bastone.
      Dici bene rò, che mi prendo il lusso di stare nel postcontemporaneo, come provenissi indietreggiando dal futuro: come dice Ennio, pur se diversamente da lui, qualcuno deve pur tentare di farlo; o di starci almeno con la poesia, che per me, nel suo farsi, non va cercando consensi né da una parte né dall’altra. La storia è piena di… pazzi, non sto a fare l’elenco, che mi fanno sentire in buona compagnia. Nel mio piccolo s’intende.

  7. Rita Simonitto

    Non ci può essere titolo per queste due poesie, perché un titolo rischierebbe di collocarle ‘pacificamente’ in un luogo già codificato, predefinito di senso (rabbia, ribellione, ecc.), ed esonererebbe il lettore dall’affrontare in diretta l’ indigestibile sottosopra dentro il quale il poeta strattona a forza immagini che potrebbero essere dolci e serene anche nella loro ambiguità – come il *dolore di pioggia nel sole* o *il volto di un bambino risentito per quanto prosegua nella sua corsa col sole d’aprile* – rovesciandone così ogni aspettativa lirica.

    Siamo dunque buttati senza cappello in questo sistema di segni rovesciati, (alla Orwell), di appartenenze ormai decadute, dove a non andare non è soltanto *il quasi che non va*, ma quello *sbadatamente* che è un urlo che ferisce senza remissione.

    Se da un lato ringrazio Lucio e mi complimento con lui, dall’altro mi ammutolisce la sua capacità di rappresentare in poche pennellate un sistema in disfacimento, incancrenito.

    R.S.

    p.s. interessante l’accostamento di rò alla favola.
    La favola,una specie di racconto del tragico fatto ai bambini.
    Per gli adulti invece si può andare, visto che appunto rò cita l’asino, alle drammatiche vicissitudini e trasformazioni narrate dallo stupendo personaggio di Lucio, alter ego di Apuleio (prenome Lucio), e di cui si racconta in quella specie di romanzo di formazione che è l ‘Asino d’oro’.

  8. ro

    Cara Rita, caro “Lucio” e cari tutte/i,
    parto da un es-perire del tutto personale per arrivare al testo di Lucio e il profondo intervallo a crepa/frattura delle sue avventure fra ciò che denuncia come avvenimenti esterni e ciò che gli sù..cede all’interno

    lo smarrimento più tragico m’avviene quando in questa tragica favola che divenuta la realtà —di chi produce, distribuisce e/ o si nutre dei diversi hamburger (per il corpo o per lo spirito)— coloro che ” destabilizzano” le chiavi di lettura della realtà stessa (le quali chiavi sono in buona sostanza come te la carichi addosso e riesci a morirnei in ogni incubo che ti “produce”) non sono coloro che l’hanno in primis destabilizzata a tal punto da mandarla in frantumi in miliardi di pezzi, ma in piena regola del rovescio del mondo e di ogni piccolo e grande delirio e proiezione, ti condannano assurdamente ad essere tu , colei o colui che lo destabilizza ( il mondo, la situazione, la relazione concreta che lì per lì ne è espressione etc tc)… personalmente solo il richiamo, nella mia mente e nella mia memoria, ad un mo(n)do raccontato tramite il labirinto dei miti e delle favole, riesce ad aiutarmi dal carico gigantesco di cui sopra per un essero umano terra terra come me, riesce a darmi un soffio di fiato. Non hai scelta. Non puoi schiacciare un bottone, come un drone, e bombardare tutto per uscirne. Sei costretta a rimanere in questo dedalo che ti sembra così lontano lontano da quell’antico. Ma poi avviene che ti leggi anche queste di Lucio e un piccolo “dumping” dentro te avviene e ben diverso da quello con cui stanno distruggendo tutto e tutti…è molto piccolo e l’unica “speranza” è ri(s)posta nel vecchio adagio che ti ricorda “Lucio” a sue parole e versi dopo mille e una notte e più: prova, prova se ci riesci, nonostante tutto questo, a man-tenere almeno loro, l’anima e l’animo, nonostante tutto questo…nonostante tuto questo ( ergo, terra terra, “trasforma” vaschette e hamburgherificio appresso, in arte, almeno quella di vivere e morire )

    • Annamaria Locatelli

      Cara Rò, trovo spesso anch’io nelle fiabe una scappatoia da quel dedalo intricato da cui uscire sembra impossibile, se non vagheggiando possibilità delle possibilità, come ritorni dal futuro o ritorni al passato…nulla se non smarrimento di mondi che si aprono e si chiudono, aprendoti lo sguardo su nuove rappresentazioni…questa di Lucio é sbriciolata, ma con bagliori di luce…

  9. emilia banfi

    Lucio va sempre oltre e questo che rende importante i suoi scritti. Lui fa della vita di tutti i giorni bella o brutta che sia qualcosa di intensamente fantastico pur non lasciando mai andare il reale , la nostra posizione su questo pianeta ,offeso ma che continua a” correre nell’aprile, come un bambino” (mi piace tanto)-

  10. e così, scrivendo scrivendo, il poeta povero giunse nei pressi del regno della filosofia. Subito pensò a come evitarlo perché lo zen, l’arte sua che è dell’accadimento, non considera con favore la separazione tra il pensiero e le cose, ma si rese conto che la poesia ha bisogno di una casa: forse perché i pensieri sono mattoni, si disse. Poi se sono arrivato qui, invece di andarmene al mare (con la comitiva), una ragione ci sarà. Così raccolse i suoi pensieri e si mise al lavoro per costruirsi una casetta su misura.
    Lavorando di buona lena, così cantò:
    “…
    “Non importa se qualcuno sul cammino della vita
    sarà preda dei fantasmi del passato
    Il denaro ed il potere sono trappole mortali
    che per tanto e tanto tempo han funzionato
    Noi non vogliamo cadere
    non possiamo cadere più giù
    Ma non vedete nel cielo
    quelle macchie di azzurro e di blu
    È la pioggia che va, e ritorna il sereno
    È la pioggia che va, e ritorna il sereno”
    (1967, Mogol).

    Più tardi tornerò a ringraziare per i preziosi commenti.
    Ciao, buona giornata.

  11. Non comprendo, non capisco, non intendo. Ma dov’è la poesia?

  12. ro

    Ringrazio la “mia” attenta lettrice Giuseppina, e ancora e ancora l’artista-poesta Lucio ( questa mattina da prenome Apuleio a cognome Battisti con Mogol) con un altro tocco musicale, che spero possa aprire una delle mille notti anche un suono nome assonante, come Luciano.

    Io non so nulla di tecnica poetica, ma credo che non ci si debba far confondere dai famosi a capo, in queste caso mancanti, ergo apparentemente o meno assenti.

    Ci sono poesie tutte d’un fiato, o al massimo come il ritmo cardiaco, divise in due sezioni, in andata e ritorno, continuo senza nemmeno biosgno di titolo, nobiliare o meno, per riconoscergli la vita e la non vita, la morte e la non morte etc etc

    • Giuseppina Di Leo

      Splendido inserimento Rò!
      I ringraziamenti di lettura però, ad onor del vero, vanno a Rita, che ha saputo evidenziare il particolare fiabesco insito in Lucio, da te riscontrato.
      Per quanto riguarda il problema posto da Luciano Nota, su quanta poesia ci sia nella poesia di Lucio, beh, trovo invece che per far emergere in due componimenti brevi tutta una serie di problematiche legate ai “tempi difficili” che affliggono noi e il mondo, Lucio abbia messo al centro la propria poetica del suo (ma anche nostro) essere al mondo. E non mi sembra poco, in quanto a contenuti.
      Se si tratta invece di un problema di stile, personalmente trovo che la prosa poetica non sia da meno da una poesia scritta con i suoi a capo o secondo i “canoni”…
      Sarei però curiosa di sentire il punto di vista ‘discordante’ di Luciano.

      • ro

        No Giuseppina :-), cioè si anche tu sei mia attenta lettrice ma Lucio e Rita e tutte/i li avevo già ringraziati stamane, mentre oggi pomeriggio volendo scrivere Annamaria, non so perché sbagliando ho scritto il tuo nome anziché il suo 🙂

        grazie di aver gustato il contributo musicale alla dimensione “favola”

        anch’io attendo curiosa le argomentazioni di Luciano, anche perché la scelta o il modo adottato nel suo epsrimersi “Non comprendo, non capisco, non intendo. Ma dov’è la poesia?” mi è sembrato ben tanto distante da chi vorrebbe recl/amare o denunciare presenza o assenza di “poesia”
        ….

      • Cara Giuseppina, quando lessi la prima volta a 11 anni la fiaba di Andersen “La piccola fiammiferaia” piansi. Piango tutt’ora, è meravigliosa, eppure né allora la consideravo poesia né ora.

  13. Chiariamo l’equivoco: il riferimento alla fiaba nasce dal commento di rò, e credo sia dovuto al giudizio che lei dà a certe mie interpretazioni del sociale, o all’accavallarsi delle numerose immagini, che poi sarebbero solo caratteristiche del mio modo di scrivere. Io l’ho condiviso per gioco, e la fiaba che ho scritto, dove ho inserito il testo di Mogol “è la pioggia che va”, deriva unicamente dalla contentezza per i commenti. Ma è una interpretazione fuorviante, successiva anche alla lettura: sono dell’interpretazione critica di rò. Le due poesie che ho scritto non sono fiabe, che scherziamo?

    • Aggiungo che il fiabesco ci può stare in poesia ( non la fiaba), ma scambiare per fiabesco quanto ci può essere di positivo in un contesto tanto drammatico, a me dice della sfiducia e del pessimismo diffuso, purtroppo, in molti di noi ( e qui il noi ce lo metto).

      • Per commentare “La mia sposa feriale” di Ennio Abate, ho scritto che “Fa pensare agli innamorati di Peynet”. Il mio voleva essere un commento affettuoso, ma grazie al cielo non è stato preso in considerazione.

  14. Giuseppina Di Leo

    I fraintendimenti sono spesso frequenti, specie quando si trattano problemi caldi come questi; è successo molte volte, come da ultimo anche sul tema amore-violenza; ma nessuno qui Lucio ha confuso le tue poesie con le favole, credo che ciò si capisca dai commenti, incluso quello di Rò.

    • Sì sì, Giuseppina, tentavo solo di raddrizzare la piega di un discorso. Il tuo commento poi, l’ho apprezzato tantissimo per come hai individuato certi aspetti, come la scelta della rinuncia e altro, compreso il “significato moralistico” che sapevo esserci per il fatto di aver scelto la forma dialogante del tu. Inoltre sono molte le concessioni prosastiche che mi sono dato in queste due poesie, ma se è vero che prosa poetica è come il vino allungato con l’acqua ( però già nell’Odissea si narra che piaceva tantissimo), importante resta la qualità del vino. Poi secondo me dopo il moderno può essere salutare un fare costruttivo (purché non sia nostalgicamente ri-costruttivo) che abbia caratteristiche de condizionanti. Ma qui lascio fare volentieri alla buona critica.

  15. ro

    1
    credo che una/un lettore attenta/o , peraltro mediamente attento (perché non è richiesto uno sforzo o fatica particolare) , sia in un nuovo media come è un blog, sia prima dell’avvento di infernet, non potrà mai cadere nell’errore di saltare a piè pari la cronologia/ storia delle successioni razionali e irrazionali dei singoli interventi/elementi che vanno a formare un flusso di “coscienza” , in questo caso su un testo, oppure un tema, etc etc
    Se ciò viene rimosso, negato, strumentalizzato, manipolatoetc etc è problema di chi ha avuto bisogno di affermare se stesso negando l’altro, peraltro senza fornire argomentazioni.
    Nel nostro caso, di questa pagina, è tutto molto scritto e chi ha interrotto il flusso, ergo Luciano, deve assumersi le responsabilità di averlo fatto, senza fornire almeno fino a questo momento, argmentazioni minime sufficienti per essere compreso e rendersi credibile. Di conseguenza il suo problema sollevato sulla dimensione favola, è del ttutto fuori luogo, fuori tema, fuori critica, fuori contesto…

    2
    detto questo mi stupisco però di Lucio, perché era chiarissimo a noi tutti perché a un certo punto del mio intervento del 4 aprile mattina, avessi richiamato la dimensione di Shéhérazade come possibilità contenuta (“nonostante tutto” l’orrore descritto poeticamente) dalle due di Lucio in quello scatto poetico su aprile per rinviare la condanna a morte dentro una vaschetta o un hamburger……

    • Rò, ti ringrazio tantissimo. Si tratta evidentemente di un malinteso dovuto alle ragioni che hai scritto or ora.

      • ro

        Di nulla , non mi devi ringraziare di nulla Lucio :-)…mettendomi nei tuoi panni,è naturale l’avvenuto; è naturale da parte tua, vista la violenta interruzione del flusso, aver dovuto parare un qualcosa di non ben identificato azionato da pare di Luciano, anzi di più: successivamente e malamente assegnato a un elemento favolistico, tanto per continuare ad appigliarsi a qualcosa come a un pretesto. Per giunta senza aver adottato istintivamente o meno, perlomeno finora, quel comportamento pre-poetico necessario nei confronti del mondo (in senso lato) che ci guarda e legge come noi guardiamo lui, qui o altrove e in ogni ogni stuazione.

        Poter dirsi di essere poeta, oppure dire a un altro se crea o meno poesia, è a mia opinione del tutto personale un enorme problema, il codice binario vero o falso, è segnato dall’accompagnamento o meno di fattivi comportamenti (il come e i modi) pre-poetici. Il narcisismo rivendicato da alcune/i , anche del tutto in buona fede, come molla artistica ( di poesia o teatro, musica o altro) al loro “creato”, non mi è mdi ai parsa una buona spiegazione, ma un alibi.

        ciao
        🙂

        ps
        mando in onda qualcosa di natura più “leggera”, che in musica , come il tuo richiamo a Mogol, ricorda le tue poesie dalle mucche a pois a certe vaschette…

  16. Luca Chiarei

    mi unisco ai vari apprezzamenti per le tue poesie per cui non ripeto cose dette da altri. Solo su un punto vorrei un chiarimento: se parli “del cancro fascista della nuova sinistra” che come affermazioone non è certo banale ne priva di responsabilità, mi piacerebbe che si facessero anche i nomi e cognomi. E’ vero, è una poesia, non un saggio ne cronaca per cui non sei tenuto a farlo, però…che magari scopro di dover cominciare la chemio…

  17. Nella prima stesura avevo scritto un verso che anticipava questa affermazione, poi l’ho tolto preferendo lasciare il nero delle vaschette di quel cibo che non so definire, ma ho lasciato il maiale in omaggio a Grotz . Comunque il nome è quello di Renzi, uno che non è stato eletto per fare quel che sta facendo. Si è creato un regime scopertamente totalitario. Sulle ragioni non sto a dire, ma il morbo ha radici berlusconiane, protagonismo senza contenuti affinché tutto vada come è stato stabilito dai gestori dei dané.

    • Sostanzialmente il clima è per molti versi simile al ventennio fascista, anche allora la gente seguiva il pifferaio, di destra o sinistra che sia. Pensare che ci sia spazio per la poesia è da matti, non ne avremmo il tempo, qui bisogna correre senza sapere dove si va. Tanto lo san loro, fidati.

  18. Casa mentale
    Chi libererà il messaggio non avrà più identità. Smetterà di essere un oppressore.
    Per te che mi avvicini: è quando non ci si riconosce che si esiste. Ricòrdalo.
    Il presente-passato, il presente-futuro. Niente prima e niente dopo: solo i doni dell’immaginazione.
    Casa mentale. Dobbiamo occupare tute le stanze, le sane come le malate, e quelle ariose, con la conoscenza prismatica delle differenze.
    Bisogna smettere di parlare alle macerie.
    Una scrittura incagliata. Quella a cui oggi mi oppongo. Paesaggio che si ripete in cima alla notte, paesaggio da cui si alza un chiarore.
    Gli amanti sono inventivi nell’alata ineguaglianza che li accoglie al mattino.
    Oh il nuovo soffio di chi vide una scintilla solitaria penetrare l’incavo del giorno! Bisogna reimparare a battere la selce all’alba, e opporsi così al flusso delle parole. Solo le parole che amano, le parole di materia e
    di vendetta, solo quelle, ritornate selce. La loro vibrazione, inchiodata alle finestre delle case.
    Noi inventiamo forze di cui tocchiamo gli estremi, non il cuore.
    A ciascuno la sua clessidra, per farla finita con la clessidra. Continuare a scorrere nell’accecamento.
    René Char, da: Aromates chasseurs

  19. ro

    @Luca Chiarei
    Leggo il suo curriculum su poliscritture pertanto non mi stupisco del suo domandare all’autore Tosi, addirittura nomi e cognomi delle “nuove” tipologie cancerogene della sinistra “fascista”…visto che la propaganda del nuovo è ciclica , di nuovo sul fronte occidentale c’è ben poco…ovviamente oggi basta una spallata data dalla propaganda sui “giovani” ( dalla disoccupazione ma anche al governo) per far finta di dare un passaggio da un ciclo a un altro…credo, mi perdoni, sia peregrino da parte sua limitarsi a una richiesta sui nomi; credo parimenti ( mi rivoglo a Lucio) che il problema del “berlusconismo” sia e sia stato un alibi di ferro per la psuedo-sinistra, che aveva iniziato a vendere ( e vendergli gli strumenti per il potenziamento del circo horrormediatico) la sua stessa parte ben prima del 92 o del crollo di certi muri….peraltro da un punto di vista sindacale, ma anche ambientale (vedi i vari che da legambiente sono passati al pd per firmare le peggio leggi sull’innalzamento dei parametri d’inquinamento..visto che vuole i nomi, vedi la storia di Realacci), la sinistra ha agito in pieno neofeudalismo atlantico/liberticida, in piena autonomia, o scelta politica senza dover nascondersi dietro un alibi quale berlusconi e i suoi.

    Siamo ( o meglio sono dei loro) i vari Treu , e prima ancora i vari Napolitano, ad aver “riformato” il nostro paese da uno stato semi-dipendente a totalmente dipendente dalle scelte della casa madre/impero che ci aveva pseudo-liberato, ma le recite sull’antifascismo sono sempre state comode rispetto alla sua reale pratica anche solo per onorare chi ci è morto.

    Normalmente in una singola biografia, la prima cosa che t’insegnano, è quella di non andare a vedere i cadaveri degli armadi altrui, ma i nomi dentro il tuo. Di conseguenza se così avesse fatto il singolo, nei confronti della sua stessa parte o plurale politico a cui sentiva e sente di appartenere , prima di andare a vedere i cadaveri della parte opposta , avrebbe scavato nelle fosse della storia almeno dal dopoguerra ad oggi, per elencare uno ad uno tutti coloro che lo avevano venduto e tradito dalla sua stessa parte, peraltro senza dover arrivare ad accorgersene con il “nuovo” sigillo finale ( finale per ora) di un ennesimo tras(ri)formista nel “vecchio” Renzi fedele a una linea ciclica del “giovane” , di cui la penultima a nome dei giovani Veltroni o D’Alema. Stesso discorso può valere per la “nuovissima” lista Tsipras, basta pensare alla compagna di merende (Spinelli) del magico de’ sinistra Padoa Schioppa, padre della famosa frase sui bamboccioni e non solo. Il truman show della “sinistra radicale” è perlomeno pari a quello del mitico “centro sinistra”. Neanche “il poeta” Gelli aveva sperato a tanto e disegnato una “rinascita” di tale cancro a partito unico delle menzogne.

    saluti.

    ps per Lucio
    molto molto interessante il pezzo che hai mandato in onda sulla casa mentale, quasi quasi te lo rubo 🙂

    • Sapevo che ti avrebbe interessata, fin dal verso “Chi libererà il messaggio non avrà più identità. Smetterà di essere un oppressore”, cose che spesso stanno al centro dei tuoi discorsi 🙂

    • Luca Chiarei

      Non condivido queste reiterate analisi apocalittiche della realtà che considerano la politica italiana e la sinistra in particolare come un universo irremediabilmente corrotto, contraddittorio, degradato dopo mitiche età dell’oro nelle quali la sinistra era “vera”, pura e dura, per semplificare un po’… Quando sarebbero state poi queste età, nel 45, nel 68, nel 77….? Non perchè non vi sia una parte di verità ma per il loro porsi come unico punto di vista possibile non riesco proprio a farle mie. Come non riesco a fare miei i ragionamenti incentrati su misteriose entità organizzate che nell’oscurità complottano e tengono le fila di tutto quello che accade nella politica italiana, con i cavalli di troia di questo grande complotto interpretati ora da questo ora da quel politico della sinistra venduta e corrotta…. Anche in questo caso idem come sopra, non è che siano sbagliate in toto: affermare che questo paese non sia intessuto di trame oscure sarebbe ingenuo, ma neanche che queste ci possono sempre spiegare tutto.
      Detta questa che è solo la mia opinione, il punto per me è che quando si parla di sinistra io mi sento chiamato in causa: sento di farne parte nel bene e nel male, di averne vissuto un pezzetto di storia, di condividerne una tradizione politica, una prospettiva per la quale ci metto la faccia ed il nome e cognome senza anonimato informatico. E pertanto quando sento parlare di metastasi fascista della sinistra mi sento chiamato in causa e mi domando, non per fare elenchi, questi si peregrini, dei buoni e dei cattivi, quali sono prima di tutto le mie responsabilità – anche in termini di scelte politiche – nella diffusione di una patologia che dal singolo organo assorbe tutto il corpo. Domanda legittima non tanto perchè la “provocazione” viene da una persona che stimo, ma perchè è collocata all’interno di un quadro, di una versificazione che riassume in maniera pregnante la nostra condizione esistenziale. E se posso condividere che i vari Renzi, dell’ultima come della prima ora hanno innescato una deriva che ha portato ad indebolire, se non quasi ad azzerare diritti e condizioni materiali dei cittadini e dei lavoratori di questo paese, allo stesso tempo la sinistra lagnosa e incompresa un po’ mi ha stancato. Per questo mi domando cosa ho o non ho fatto io/noi per contenere o battere questa deriva che ci ha condotti fino a Renzi, che cosa abbiamo fatto per avere un consenso maggiore e che cosa è possibile, se è possibile, fare nella quotidianeità per non peggiorare ulteriormente? perchè anche “noi” siamo parte del problema, siamo metastasi, e non solamente coloro che denunciandolo pensano per questo di avere le mani pulite. E’ dunque una domanda peregrina cercare di chiarire i problemi? Porre il problema che il male non è sempre e solo fuori di noi?
      Mi piacerebbe leggere delle poesie che affrontino il problema anche in questo senso…tra queste ho sempre pensato che quanto scrisse Fortini in occasione della guerra del Golfo nel pieno dell’onda pacifista che univa, vi ricordate, milioni di europei in nome dello stop alla guerra, senza riuscirvi tra l’altro, continui ad essere tra le migliori:

      Lontano lontano si fanno la guerra.
      Il sangue degli altri si sparge per terra.

      Io questa mattina mi sono ferito
      a un gambo di rosa, pungendomi un dito.

      Succhiando quel dito, pensavo alla guerra.
      Oh povera gente, che triste è la terra!

      Non posso giovare, non posso parlare,
      non posso partire per cielo o per mare.

      E se anche potessi, o genti indifese,
      ho l’arabo nullo! Ho scarso l’inglese!

      Potrei sotto il capo dei corpi riversi
      posare un mio fitto volume di versi?

      Non credo. Cessiamo la mesta ironia.
      Mettiamo una maglia, che il sole va via

      • Caro Luca, ti ringrazio per aver colto l’intento di quel mio verso: la sua funzione si esaurisce nella provocazione, e queste tue osservazioni mi danno conferma della sua riuscita. Personalmente non ho alcuna nostalgia per il passato della sinistra, provo gratitudine per quel che è stato e quel che il passato m’insegna, questo sì, ma nient’altro. Il verso a cui ti riferisci dice sì della politica, ma la politica/partitica è solo uno dei tanti aspetti di cui si può ancora parlare. Quando scrivo mi accorgo di essere ogni volta sconveniente, e non credo sia un problema mio personale: è che dove guardo, dovunque mi trovi, mi si accappona la pelle.

  20. Giuseppina Di Leo

    A Rò e a Lucio

    *Bisogna reimparare a battere la selce all’alba, e opporsi così al flusso delle parole. Solo le parole che amano, le parole di materia e
    di vendetta, solo quelle, ritornate selce. La loro vibrazione, inchiodata alle finestre delle case.*

    Beh, mi pare che ci siamo con i poeti trogloditi e selvaggi ai quali mi sento vicina, come ho detto nel tuo blog Rò; ribattere la selce significa non nascondersi dietro le parole, o nascondere le parole dietro i paludamenti…

    Tra i miei preferiti, in tema con tutto il resto, posto il link su De Andrè, vivo perché ancora non ammazzato dai guardiani del manicomio:

  21. ro

    Rngrazio ancora Lucio , ma tanto tanto e così Giuseppina. Con le vostre “parole” come la casa mentale di René Char, è tutto un altro respiro, appunto selvaggio, senza nemmeno il bisogno di stare a discettare sul mito del buono o del cattivo.

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