Alessandro De Santis
Poesie da “Metro C”

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Graniti
Ore 09,20. Un lupo mannaro o forse Kappler

Tutto il giorno aveva camminato sul ciglio
[della strada
contava i passi e li classificava
e poi passava agli organi, alle carni
la lingua lastricata e le sue selci
intrise del sudore del non dire
Aveva infilato le mani chiuse a pugno nelle tasche
ed era risalito sin dentro alla campagna
Fatto inventario dei pali dei filari
piantati come croci, sporcato la punta
delle scarpe nello stabbio
Ore ed ore si era soffermato,
intere ere geologiche e crisi di governo
prima di vedere quella farfalla posarsi
sulla rete metallica del suicida
Senza dote di stelle lo raggiunse brusca la notte
gli aprì la bocca come a prender fiato.
Vide l’esatto diametro del cuore umano
e pensò che fosse proprio una bella
giornata per ricominciare, per un attacco aereo
negli occhi ancora il rapinoso schianto di quando
quel ponte se n’era sparito ghiotto.

 

Fontana Candida
Ore 11,45. Torno subito. Finalmente parte il fax

Gli occhi di Rachid sono
neri come il bitume
brulicano intenzioni
Vorrebbe piantarti un coltello nell’orecchio
o solo chiederti se ti serve qualcosa
offrirti della sambuca che ti bruci la gola
Ma tu vuoi una postazione internet
un occhio miotico sul mondo
Pigi i tasti nero fondente in progressione
e senti i canti del Ramadam salire su da youtube
come l’acqua per la pasta quando bolle.

 

Grotta Celoni
Ore 23,55. La pioggia scoraggia. Vuoti

Il rumeno è biondo e ha
le ossa grosse, lo si sa
questo però è magro, smunto,
il viso pigiato sulle cosce
La postura è quella di una tagliola
i jeans puliti, azzurro chiaro
con punti di varechina sugli stinchi
le sue mani scarnite sembrano una carta
fisica colore di pianura,
solcata da vene nette come fiumi
La sua assenza stringe il cuore:
è qui e altrove,
senza requie
In strada, che vada in strada,
sangue d’un cane.

 

Giardinetti
Ore 16,30. Al sole tra polvere e zanzare

Su una panchina
nel parco a pochi passi
c’è la signora Ida
seduta, ferma immobile
Lenta come un pavone
muove l’unghia pittata ad indicare
com’è che vuole il taglio
allegra la rumena
le apparecchia intorno al collo
le guance un po’ arrossate
La gita fuori porta è cominciata
la tavola imbandita, anche stirata
Si gioca a fare i ricchi, pomeriggio
ché appena cala il sole
il gioco finisce
le donne vanno a casa
in ritirata,
attente a attraversare sulle strisce.

 

Torre Maura
Ore 10,35. Sguardi ottimisti. Un insolito vento

L’uomo senza braccia
non cerca appigli
l’uomo senza braccia
ha sporte che gli pendono dai lembi
muove il mento
come a voler dire qualcosa
il volto smunto
povero di peli
un tipo biondo lo fissa
segue con lo sguardo
la sua ellittica geometria
un uomo – si sa – esige dei legami
non ha motivo d’essere
quell’albero potato,
senza rami.

 

Torre Spaccata
Ore 19,25. Verso l’Auditorium. Sudore controllato

Irto sullo scalino del capolinea
il matto parla
dice, sputacchia, impreca ad alta voce
uno, quello alto, ride
l’altro col borsello nero
ha un ghigno da impiegato
mentre la signora giovanile
finge riserbo con gli occhi
Non c’è proprio niente da ridere, stronzi
Il matto parla
dice, sputacchia, impreca ad alta voce
lui, spesso dice la verità.

 

Alessandrino
Ore 23,48. Sbeffeggiare Jonkind lo sciocco.

Profumi sofferti
La lingua lastricata di stazioni di carne
muta e da brodo
salate le lacrime, avvolte nello spago
spesso, vinto nel nodo
nell’abbaglio del fitto
che assale una rinvenuta
frontiera di punte di spillo e mosche.

 

Oslavia
Ore 09,55. Nel chiostro.

Libri che nessuno comprerà
No, non sarà già un terremoto
quello che ci spazzerà via,
né una risata buona e giusta
quella che ci seppellirà
Un cancro ad un polmone invece dirà fine
È stanco di parole, Fabio
un nome come tanti
impugna la sua penna e inizia
a disegnare la ninfea
nascosta dentro al suo
polmone, e gli sbatte la palpebra,
come un pipistrello in pieno giorno.

 

Auditorium
Ore 15,35. Cucinare con gusto.

E scoprire Giacometti
Le dà un bacio sulla bocca, Paolo
Poi chiude la finestra,
prima un’anta, e poi l’altra,
nel riflesso delle sue pupille
la schiuma dei giorni, una bava
luminosa che si fa
d’un tratto resina, costringe sulla
pagina la gioia di un respiro,
prima che il (un) punto e
virgola le dica di controllare
il fiato per le contrazioni.

 

* Le poesie qui pubblicate sono tratte da “Metro C”, Manni editore, Lecce 2013

*Alessandro De Santis

È nato a Roma nel 1976 e vive a Lanuvio.
Ha pubblicato la raccolta poetica Il cielo interrato (Joker 2006) e racconti per le antologie Una palla di racconto (Fandango 2006) e Il primo bacio fa schifo (Coniglio 2006). Dirige il blog letterario Luminol e cura l’omonima collana di narrativa italiana breve per le Edizioni Socrates. Suoi testi poetici sono stati scelti per il XII Quaderno Italiano di Poesia Contemporanea Marcos y Marcos che uscirà a gennaio 2015.

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2 commenti

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2 risposte a “Alessandro De Santis
Poesie da “Metro C”

  1. Annamaria Locatelli

    …con il linguaggio forte della quotidianità, il poeta parla di quelle persone e realtà, a cui di solito volgiamo lo sguardo perchè ci fanno paura, orrore oppure indifferenza.
    Legge molto bene nella mimica e nei gesti delle persone per raccontarci i loro drammi, per scuoterci dalla nostra indifferenza e ci riesce.
    Nella poesia “Grotta Celoni” mi colpisce quel fare, in un primo momento,
    una lunga e dettagliata descrizione fisica di un romeno “invisibile” per il suo essere un nessuno, assolutamente insignificante,, ma dove il poeta scopre e ci fa scoprire il dramma dell’immigrato disadattato “La sua assenza stringe il cuore/ é qui e altrove…”, fino ad esplodere in una imprecazione…non sopporta l’abisso del vuoto e ci contagia…Comunque il poeta interagisce sempre e anche le sue reazioni e la sua mimica sono molto forti

    • Aldesantis

      Molte grazie a Ennio Abate per lo spazio concesso alle mie poesie.
      E un ringraziamento anche ad Annamaria per aver letto con cura…

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