Ennio Abate
Ultimo dialogo tra il vecchio scriba e il giovane giardiniere (2002)

1978 IN RICORDO DI BABEL 1978 circa

Tabea Nineo 1978: IN RICORDO DI BABEL

Vecchio scriba – I particolari del nostro incontro sui banchi di scuola o in fredde sagrestie del sud contano poco ora. E pure le ragioni del distacco. Il tempo che spendesti in mezzo a noi fu però di buona semina. Ti prendemmo sul serio. Ti demmo pensieri e sensi ordinati non solo divieti. Poi trasgredisti, ci odiasti e dovemmo precluderti i nostri cenacoli. Nulla nel loro corporeo conflitto con la Parola risolvono le rivolte affascinate dal disordine dell’infida parte di tutti noi che per sempre o a lungo resterà oscura. Da solo o con altri tu pure ne hai saggiato il grumo viscido. Esploralo quanto vuoi, se insoddisfatto dalle marmoree distanze delle nostre grammatiche e retoriche, ma non trascurare l’umano, cui in forma semplice mirò la nostra scrittura. Anche dopo il nostro naufragio non dimenticare i forzieri conservati nei nostri inabissati vascelli. Altri mondi sconvolti ti hanno attraversato e invaderanno. Ma scrivi sulle orme del nostro antico e logico disegno. Evidenziale, anneriscile, se hai solo il nero. Preziose sono anche le residue ombre.

1979 Fortini Da CONGEDO P.144 ridotta 1979

Tabea Nineo 1979: Fortini Da CONGEDO P.144

Giovane giardiniere – Il mondo-presepe contadino si sconnetteva e carbonizzava in simboli oscuri già mentre m’allontanavo dal vostro giardino di parole. Del mondo moderno, dai vostri seminari non previsto o temuto, spiavo in pochi libri forme, sintassi e ritmi irregolari. Parevano più vicini ai moti del mio corpo, al mio respiro affannato dalle corse. Ne divenni ladro studioso e ingordo. Fatti adulto! Fatti artista! Fatti politico! Fatti pratico! – ingiunsero poi voci autorevoli da accademie, partiti e università al giovane magro e silenzioso in fuga, che solerte tutte le ascoltava e teneva a bada pensieri di bimbo ingabbiato, reliquie di preti e professori di liceo, languori e pene di periferia. Accumulai appunti di parole d’amore e livore, grafismi di fiabe e carnevali pezzenti. Ma se scrivo di te, di voi miei lontani o vicini maestri, intendo subito ora addentro alla carne delle vostre parole le punte di complicità col discorso d’ignoti nemici. Non sbagliai perciò ribellione quando ne addentai con sarcasmo certi suoni soavi e interrogai diffidente quelle sincopi improvvise, quei crescendo crepitanti di Valori. Quell’umano ideale e il vigore ambiguo della vostra stretta autorevole discendevano da materiali e potenti domìni, da timori quanto e più dei miei arcaici di fronte ai Velati della Parola cortigiana e solo in apparenza clemente; e non dalle celesti Figure che predicavate. Sbagliai, invece, ad implorare ancora da voi e con ghigni da escluso la restituzione del tempo che pensai catturato e custodito nelle vostre sacrestie e biblioteche, nelle preghiere, nelle formule metriche apprese e che oggi vagamente ricordo. No, voi avevate giudicato trascurabile lo scarto tra il vostro educandato e le mie ansie predatorie, nessun ascolto deste alle memorie del dialetto o all’odio per la servitù subìta in nome dell’angelicata Fraternità che plasmaste. Il vero d’infanzia e gioventù lo ritrovai, assieme alle catene, negli anni della rivolta e poi della solitudine. Deperito ora lo shock del moderno, resisto senza la vostra antica Parola al mondo dell’Istante replicato in orride serie. Una più subdola e mondiale impostura viene impressa a sbalzo su noi tutti e ridimensiona pure il vostro potere di declassati signori di una volta. Sulle vostre orme e ombre ho scritto e a volte riapro i telematici forzieri dove seppelliscono, antiquaria mercanzia, la Parola e l’Uomo. Ma so che esse non sfamano i profughi e i migranti, che nella mente clandestina ho accolto. Né i pani e i pesci del vostro privilegiato convivio si moltiplicheranno per i molti reietti che incalzano. Altri immigratori ci attendono. Non comunità dialoganti. Dietro il simulacro dell’Uomo da voi indagato ben più ampio del prevedibile è l’orrore da pensare e scalzare.

(1992 circa/2002)

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3 commenti

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3 risposte a “Ennio Abate
Ultimo dialogo tra il vecchio scriba e il giovane giardiniere (2002)

  1. emilia banfi

    Un grido di dolore infuocato . Ennio qui , raggiunge un grande livello poetico. Insomma il passato il presente il futuro mirabilmente descritti nello specchio di una vita dolorosamente ribelle ma anche piena di incisioni del passato che spesso impediscono lo scorrere delle giornate alle quali vorremmo dare il vero senso di noi stessi. Mi fa pensare e meditare su quanto la vita degli altri sia così tiranna e invasiva al punto di farci cambiare strade, pensieri, parole e soprattutto sentimenti. Ma Ennio qui riesce a spiegarlo quasi miracolosamente emozionando fino alla fine,

    • Annamaria Locatelli

      …lo scriba, nel suo palazzo dorato, custodisce la cultura letteraria del passato che contiene anche tesori ma non riesce a dialogare con il presente. Il giovane, che pur lì si é formato, finisce con il sentirsi prigioniero tra strette mura, all’aperto ci sono i giardini vivi e bisognosi di cure e nuove frontiere da esplorare di conoscenza e di apertura agli altri. Si fa migrante tra i migranti. Lotta per questi valori, va incontro a delusioni e sconfitte
      la vita lo porta sempre più in là, ricerca altri percorsi per ribadire la vita…

      • Annamaria Locatelli

        …i nostri abbandoni, i loro tradimenti…i loro tradimenti, i nostri abbandoni.
        Si ricomporranno mai? A me é capitato di vedermi trasformata da Giovane giardiniere in Vecchio scriba…

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