Ennio Abate
Sul femminismo “amorevole”

we_can_do_it___remastered_by_thedrifterwithin-d56rqh1Questa lettera aperta a margine dei commenti sulla conferenza di Lea Melandri(qui) non è una semplice provocazione o dotta elucubrazione, ma un invito a non farla facile su amore e violenza. [E.A.]

 

Care amiche,
sarò franco e diretto. Ma cos’è – alla nostra età – tutta questa recita: amiamoci! amiamoci! Come se fossimo nel fiore della giovinezza e in una corte del Rinascimento. Mi spiace guastare la festa, ma voi sottovalutate e dimenticate com’è il mondo e i rapporti conflittuali  e i mille condizionamenti in cui siamo costretti a vivere e miracolosamente ad amare (quando si riesce). Bastasse il desiderio! Freud che se ne intendeva mi pare che paragonasse uomo e donna a due ricci che a fatica riuscivano a trovare la posizione giusta per non ferirsi con i loro aculei. Spero che questa non sia una discussione per sole donne e non continui su questa falsariga. E perciò qui di seguito dico quello che penso sulla questione.Mi pare arduo che il discorso della Melandri possa essere fatto da un uomo (come auspica Emilia [Banfi]). Non è possibile. Non è possibile questa conciliazione o pacificazione paradisiaca, che sta al fondo delle sue parole. Non per cattiveria degli uomini. O per un loro risentimento, ora che si stanno accorgendo a loro spese di essere stati spodestati (in parte, ma sempre con maggiore frequenza in  varie società del pianeta) da posizioni prima indiscusse di potere e da quel “sogno d’amore”, che da secoli ha velato differenze e gerarchie e ha trovato nelle stesse donne assenso e complicità. (E qui la poesia, fatta soprattutto dagli uni ma anche dalle altre – la più idealistica, non quella più materialistica e realistica che non ha mai scordato la tensione persistente tra i sessi – ha le sue “responsabilità”, al pari di quelle attribuibili alla religione, alla filosofia, ecc.). Ma più semplicemente perché il femminismo – anche quello intelligente alla Lea Melandri – ha sì contestato e in parte distrutto quel “sogno d’amore”, e svelato «di che lagrime gronda e di che sangue», e promosso  leggi più favorevoli alle donne, e imposto nell’opinione pubblica  modi politically correct (in verità solo a livello simbolico e di linguaggio; e perciò un po’ ipocriti e parziali, anche quando fossero sinceri), ma non ha saputo o non ha potuto indicare una nuova «visione» non distorta o meno distorta dell’amore, una sorta di spiaggia dove approdare uscendo dal mare tempestoso in cui s’agitano – facendosi molto male a vicenda – entrambi i sessi.
Qualche anno fa, in «Donne seni petrosi»  (qui dei commenti), ho spiegato – dal mio punto di vista  – il perché di questo risultato della lotta politica degli anni Settanta. Che può essere  giudicato, a seconda dei punti di vista, un mezzo fallimento o un mezzo passo avanti. Riassumendo la mia tesi era questa: il femminismo, ramo cresciuto sul tronco del movimento socialista e comunista che ha attraversato il Novecento, s’è rinsecchito e ha cominciato a marcire perché s’è rinsecchito ed è marcito quel tronco. (Nella sua conferenza la Melandri sorvola su questo punto cruciale. Eppure a me pare che senza quell’humus politico tendenzialmente democratico, anche se patriarcale, il femminismo storico come movimento di massa non sarebbe mai venuto fuori). Ma dobbiamo essere ancora più precisi sui suoi sviluppi successivi, che non sono affatto in continuità con  il femminismo degli anni Settanta. Le generazioni femministe successive – le nipotine – hanno solo in minima parte proseguito sulla strada delle mamme o zie, che ancora agivano in una logica vagamente anticapitalistica. Hanno invece mutato pelle, poggiandosi su un pensiero pragmatico/psicanalitico fortemente americanizzato; e dunque diverso da quello otto-novecentesco dei Nietzsche, dei Freud a cui si appellavano le sorelle maggiori come la Muraro. E hanno puntato contro il “miserabilismo di sinistra” (così scrivevano) con  grinta  a carriere elitarie. In concorrenza/complicità con gli uomini di potere. E diventando, pur esse, donne di potere. In modi sconcertanti non solo per le madri storiche come la Melandri, ma anche per chi col femminismo simpatizzò. Hanno cioè seguito una strada di trasformazione/trasformismo non dissimile da quella che ha disastrosamente portato il PCI a trasformarsi in DS e poi in PD.

Alla luce di questi cenni storici si dovrebbero valutare con più rigore certi concetti usati dal femminismo storico e da quello nuovo; e ripresi – acriticamente a mio parere – anche nei vostri commenti.
«La libertà femminile» non è che «viene vista come una minaccia dall’uomo». Non è che, come scrive Annamaria [Locatelli], «l’uomo oggi fatica ad allontanarsi dal ruolo a lui riservato dal sistema patriarcale perché crede di perdere dei “privilegi”, si sente in una posizione perdente». Deve essere chiara una cosa. «La libertà femminile» è pensata al femminile, e cioè staccata  da quella che prima era intesa come libertà socialista o comunista che avrebbe dovuto realizzarsi per tutti/tutte (per il «genere umano»). E’ stata “partigiana” in partenza. O, come hanno sostenuto alcune femministe storiche (la Muraro, ad es.), essendo sostanza autosufficiente (capace cioè di alimentare di per sé un altro tipo di civiltà, cancellando il carattere patriarcale di quella perpetuatosi fino ad oggi), è libertà che sostituirebbe il Principio femminile al Principio maschile.   Non contempla più la libertà dell’altra parte, quella maschile. Al massimo fagocita in sé la dimensione maschile o la respinge nel pozzo nero del patriarcato oscurantista di cui sbarazzarsi. (Non discuto qui se questo pensiero al femminile sia  fondato o poco fondato).
Sia pur teoricamente, come uomini (o maschi) siamo – dobbiamo dircelo – posti di fronte al classico «mors tua, vita mea». Perciò si può  anche sostenere che «la libertà della donna è una vera conquista». Ma per le donne ( anzi –  preciserò poi – per alcuni settori di donne);  ma è troppo facile dire che tale conquista non costituisca un «limite per l’altro (il compagno, inteso nell’accezione più ampia)», come scrive Giuseppina [Di Leo].

Sul piano storico dobbiamo sapere che ogni “conquista” implica dei vincitori e dei vinti. Per fare degli esempi: se nelle società è prevalsa l’industrializzazione, a farne le spese è stato il mondo contadino (come prima quello dei pastori e dei nomadi, quando sono sorte le civiltà stanziali). Non si può negarlo o addolcire la pillola. Se nei secoli, in quasi tutte le società, ha prevalso il patriarcato, a farne le spese sono state le donne. Anche questo non si può negarlo. E allora, in teoria, se dovesse prevalere il matriarcato (o, chiamiamolo così, il “donnato”), a farne le spese saranno gli uomini. Il motto di Hannah Arendt riportato da Giuseppina [Di Leo] (“ogni castrazione del potere è un aperto invito alla violenza”) ha un senso preciso. Ma varrebbe anche nel caso di un predominio femminile, che per forza di cosa, per affermarsi come potere, dovrà “castrare” quello maschile. Questa è la prospettiva principale  del femminismo radicale.  Che ha buoni fondamenti storici. Anche le donne – come tutti i soggetti che si  sono ribellati – si troveranno di fronte all’aut aut manzoniano:«far torto o patirlo». E se vogliono vincere, conquistare pienamente la loro «libertà femminile», dovranno far torto agli uomini, a questi uomini costruitisi storicamente su principi patriarcali.

Di fronte al nocciolo duro del conflitto frontale le proposte di «movimenti come quello omosessuale e di gruppi come “Plurale maschile”, che non si identificano con il modello maschile patriarcale, anzi pensano di essere stati troppo a lungo defraudati di quegli aspetti femminili che sono tutt’altro che estranei all’uomo» (Annamaria [Locatelli]) mi paiono diversivi o soluzioni intermedie (o “di compromesso”). Delineano soluzioni ambigue. Da valutare comunque con attenzione. Ma, a mio parere, rischiano di eludere il problema della violenza nei rapporti umani, che non è riconducibile solo a quella che la Melandri definisce l'”infamia originaria” (il patriarcato). Inoltre non è che nei rapporti omosessuali l’elemento di violenza scompaia miracolosamente. Né credo che la crisi (indubbia) del «modello maschile patriarcale» (almeno nelle società industrializzate e modernizzate) si risolva con il recupero «di quegli aspetti femminili che sono tutt’altro che estranei all’uomo». (Verrebbe da chiedere: A quale uomo? A quello storico o a quello ideale? E quali aspetti femminili si possono innestare in un uomo storico, se uomo dovrebbe restare in qualche modo?).

Insomma, il problema della libertà andrebbe indagato più a fondo. La “coperta della libertà”  davvero non è pensabile più per tutti/e, come ha fatto finora la tradizione religiosa, illuministica, idealistica e poi socialista e comunista?   E’ diventata troppo stretta (come la crisi dimostrerebbe)? L’affermazione della mia libertà comporta per forza di cose la limitazione di quella altrui, come ha sempre sostenuto il pensiero liberale? E’ impossibile praticare una libertà che non escluda o emargini l’ ”altro”?

Nel caso di cui stiamo parlando, i rapporti diseguali e gerarchici tra uomini e donne  sono di estrema complessità. La “coperta della libertà”  copre certe donne (non tutte!)  e copre certi uomini (non tutti!). Certi settori del mondo femminile (estremamente differenziato al suo interno quanto lo è il mondo maschile!) oggi sembrano nella posizione più favorevole per tirare la coperta della libertà più dalla loro parte (e parlano, appunto, di «libertà femminile»), ma sorvolano che, così tirando, lasciano scoperti – diciamocelo – certi settori sia maschili che femminili della società. E sarebbe ipocrisia o finzione dire che non è così. Perciò, non è che «le donne “che si propongono”, vengono viste come una minaccia, sono cioè sentite “più forti”». Se per l’evoluzione delle società (capitalistiche!) certe donne (come lobby o gruppi organizzati abbastanza ampi) riescono a fare cose che le loro nonne o madri neppure si sognavano di fare, è perché questi gruppi di donne sono più forti o si sono convinte di essere più forti. (Anche perché spalleggiate da certi settori di  uomini più o meno potenti e in vista nei campi dell’economia, della politica e  della cultura). Ma a me pare indubbio che la loro forza viene sottratta sia ad una parte degli uomini sia ad una parte delle donne. E qui andrebbe aperto tutto un discorso perché il potere, sia tra gli uomini sia tra le donne, non è qualcosa di compatto ma molto differenziato.

Invece che l’ideologia delle donne come “sesso debole” s’imporrà l’ideologia delle donne come “sesso forte” (e toccherà agli uomini diventare quello debole)? Può darsi. Si vedrà. La posta in gioco (ideologica però, il che non è irrilevante, ma neppure decisivo per parlare di vera “rivoluzione”) è questa.
Soluzioni prestabilite o inevitabili, secondo me, non ce ne sono. Non so se basteranno le cose che (idealmente) accomunano uomini e donne ad evitare la prospettiva di uno scontro “finale” o “mortale” tra i sessi (come pensano alcune femministe radicali). Non so se si imporranno soluzioni intermedie, di compromesso, più o meno “sostenibili” (come pensano altre). Nulla è inevitabile. Abbiamo visto che fine ha fatto – per ora, a voler essere prudenti e a non pregiudicare il futuro – il comunismo, da molti pensato come necessario, iscritto nelle cose o addirittura nella natura. E notevoli e insospettabili sono state anche le trasformazioni del capitalismo, che alcuni ritenevano destinato al crollo o “naturale”. Molte cose accadranno che noi non vedremo. La storia riserva sempre sorprese. Ma le sorprese non sono a senso unico (in direzione del “progresso” o della “democrazia”). Per ora quello che mi pare di vedere è un sistema capitalistico normalmente o perennemente “in crisi”, ma capace sia di continue trasformazioni sia di usare a suo vantaggio, nel campo dei rapporti tra uomini e donne, sia le spinte unitarie o erotiche tra uomini e donne sia «quelle che ci dividono». La «libertà femminile» è, d’altra parte, pienamente iscritta in questo sistema. E non più contro di esso, come pareva negli anni Settanta.
Neppure mi convince Emilia [Banfi] quando dice «l’uomo che esercita violenza sulla donna è un uomo molto debole che si è innamorato di una donna su misura per lui». Se l’uomo debole è capace di violenza, non è che la donna debole non sia capace di esercitare violenza in altri modi più nascosti, meno fisici, ma psicologici e forse persino più efficaci. (Come  scrive Annamaria [Locatelli]: « la violenza ha un volto più subdolo, può ammantarsi di tenerezza, di comprensione, di trasferimento delle ambizioni sui figli »). E, dunque, il ricorso alla violenza nelle sue molteplici forme è un tentazione o un mezzo normale di affermazione. Di esso possono disporre sia gli uomini che le donne. Non è che ci sono violenti da una parte e santarelline dall’altra. Né succede che la donna, a differenza degli uomini, s’innamori di uomini reali e non idealizzati. I fantasmi occupano sia le menti maschili che femminili. Certo – va riconosciuto – uccidono più spesso gli uomini che le donne. E questo è segno che il contesto storico (una volta le leggi stesse e il sentire comune) alimenta ancora fortemente le passioni violente degli uomini (cos’è la guerra come istituzione?), mentre le donne, per esprimere le loro passioni violente, devono ricorrere ancora a mascheramenti più sottili.

Concludendo. Se vogliamo stare alla storia e ai suoi conflitti, a me pare che la «libertà femminile» sia un’ideologia di copertura. Come tutte le ideologie copre interessi di parte. E proclama come universale una libertà che non lo è e non lo può essere – come ho detto – date le premesse teoriche del femminismo. Se, invece,– scusate l’ironia, ma questo è il mio pensiero – vogliamo svolazzare o sperderci nei cieli dell’ideale, allora là tutto è possibile; e tutti/e s’innamoreranno «sempre» senza che ciò « venga vissuto come una “minaccia” da chi riceve» (Giuseppina [Di Leo].
Chi guarda alla realtà (vita quotidiana, storia, sentimenti profondi), capisce presto che i rapporti storici (tra uomini e uomini, tra uomini e donne, tra uomini e natura) non si pongono mai e poi mai in forme idilliache. Innamorarsi sempre» o è uno stato d’animo che si esprime in forme infantili o “poetiche” o platoniche. Oppure, se è pratica reale di vita che s’appoggia su filosofie edonistiche o sulla morale dell’ «ei piace ei lice», sconvolge la vita propria o altrui (cioè di chi si viene a trovare nella scomoda posizione dell’abbandonato/a o del respinto/a). Non prendiamoci in giro. Nessuno ha imparato finora l’arte di rompere un vaso e allo stesso tempo di mantenerlo integro o quasi. L’amore, anche se non lo vogliamo considerare una malattia, è stato sempre in tutte le società elemento “di disturbo”. Produce conflitti, non pace o puro piacere. Può essere anche una malattia “piacevole” e affascinante. Possiamo pure dire che non tutti i mali (o le malattie come questa) vengono solo per nuocere. O portano inevitabilmente alla morte, secondo lo schema romantico della indissolubilità di amore e morte. Possono sia distruggere che costruire. Ma per favore non presentate l’amore come una passeggiata al tramonto su una spiaggia solitaria come negli spot pubblicitari.

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94 commenti

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94 risposte a “Ennio Abate
Sul femminismo “amorevole”

  1. Giuseppina Di Leo

    Molto ma molto brevemente su ciò che mi riguarda. La mia visione, apparentemente utopica, del rapporto con l’altro nasce da una dimensione vissuta e pienamente consapevole. Trovo perciò riduttiva la versione datane da Ennio, nella quale non ritrovo il mio pensiero. Spero di poter dire qualcosa in più in proposito quanto prima, contingenze permettendo.

  2. emilia banfi

    Mi dispiace caro Ennio che tu ti senta così vecchio da non riuscire ad accettare che l’amore fra i due sessi (o stesso sesso) non sia solo per i giovani. Il mio amiamoci per favore! era soprattutto scaturito dopo aver letto la bella poesia di Lucio Mayoor Tosi.
    Facciamo finta di essere giovani e dimmi Ennio scriveresti ciò che hai scritto in questo post?
    Innamorarsi è spesso inevitabile e molto bello, amarsi nel tempo può risultare a volte difficile come è difficile vivere senza aver amato mai. La violenza nel rapporto non ha niente a che vedere con l’amore ma con il desiderio di annullamento dell’altro perché non si riesce da soli a distruggere se stessi. Pensaci io ci ho pensato , ho dovuto fare un ripasso che non poco mi è costato ma che spero non si ripeta mai più. Ciao , per me resti sempre un grande ragazzo!

  3. Ennio Abate

    @ Giuseppina [Di Leo] e Emilia [Banfi]

    Ho scritto circa 160 righe sul femminismo “amorevole”. Non verrà fuori nessuna discussione interessante se vi fermate solo sulle righe in cui ho citato alcune vostre parole.

  4. Credo che Dante abbia messo all’Inferno tutte le persone che all’inferno ci sono sempre state. Nella Commedia, dietro lo svenevole personaggino con il quale sceglie di rappresentare se stesso, egli nasconde il giudizio lungimirante dell’autore ( dio?). Si tratta dunque di un inferno assai terrestre, dove per alcuni, pur considerando con magnanimità le debolezze e le sfortunate circostanze, non può esserci rimedio.
    Seguendo i suoi criteri dove li metteremmo coloro che leggono tutto in termini di economia e potere? In quale girone infernale staranno coloro che vedono dispute e contendenti anche nel caso in cui una delle parti non faccia quel che fa per sopraffare l’altro ma semplicemente per evolversi, per emanciparsi liberandosi da una evidente ingiustizia?
    Ennio si rivolgerà a Dante tristemente, e gli chiederà: ma che le ho mai fatto io? Ecco l’inferno: questa domanda lo assillerà in eterno ?
    Secondo l’interpretazione di Ennio non saremmo fuori tema, per lui tutto questo ha a che fare con “amore e violenza”. Non una parola sulla psicanalisi, sull’introspezione, sulla necessità di uscirne migliorando. Ecco l’inferno.

  5. Ennio Abate

    @ Lucio

    Non capisco se mi vedi tra quelli “che leggono tutto in termini di economia e potere”. Non capisco – avendo citato proprio all’inizio Freud – perché non trovi nel mio pezzo nessuna parola sulla psicanalisi. Non capisco come si possa uscire dall’inferno “migliorando” se non si analizza com’è fatto l’inferno oggi. Capisco solo che il mio pezzo ha irritato anche te.

  6. emilia banfi

    Sono stata femminista solo per poco. In quegli anni anch’io ho partecipato a proteste, cortei , dibattiti. Non ho mai creduto nel femminismo e non mi sento femminista né maschilista, oggi più che mai. Ho risolto gravi problemi legati alla coppia con tutte la forza che avevo -delle femministe alle quali mi ero rivolta…neanche l’ombra- . Noi esseri umani se vogliamo davvero progredire nel rapporto di coppia dobbiamo essere in grado di darci sincerità ed onestà (virtù indispensabili in un rapporto d’amore) . Innamorarsi resterà sempre un grande rischio che si corre e che si vuole correre. Il scegliere non appartiene alla passione né all’amore. Il rispetto e l’amore verso se stessi invece è indispensabile. Uomini e donne devono avere gli stessi diritti e devono lottare insieme per ottenerli , oggi si può fare, facciamolo. Ci saranno sempre persone che non vorranno lottare per comodità, interessi personali ecc.., ma questo è un male che non si sconfiggerà mai, ma che deve essere sempre criticato ed evidenziato . Concludendo, poi, se non vorrete innamorarvi per non rischiare , sarete davvero più soddisfatti o felici? Nessuno vi impedisce di farlo…Provateci!

    • Il “rischio” di innamorarci non dipende da noi, prima o poi accade a tutti, e per quel che mi riguarda io tentavo di parlare di amore diversamente. Cercavo di guardarlo da un punto di vista, appunto, meno sofferente. Parlavo di amore emotivo cercando di ridimensionare questo aspetto, che è sì pericoloso, proprio perché è dall’emotività che nascono tante tragedie, ma possiamo amare megli… è una scuola, questa dell’amore, in cui voi donne siete le maestre, solo che troppo spesso sembra quasi che ve ne siate dimenticate. Ognuno si guardi dai propri condizionamenti.

  7. No, non mi ha irritato ma parli di coperte troppo corte, e questa è economia. Inoltre non consideri che le donne hanno avviato la loro battaglia in solitaria, principalmente per loro stesse, e questo ci esclude anche come interlocutori o referenti, se non di conseguenza. Giusto o sbagliato che sia io trovo che sia una fase necessaria per non cadere nelle prassi politiche maschili che non le avrebbero portate che a ripetere, senza novità alcuna. In qualche modo le donne si sono fatte la loro rivoluzione, indipendentemente dal contesto sociale e politico che le circondava, e circonda. Ed è ancora così. Ma per stare più sul tema della violenza, siccome da Freud in poi la psicanalisi di strada ne ha fatta parecchia, e siccome tra la gente normale che vedi in giro, anche in questo momento, chissà quanti violenti e potenziali assassini ci stanno, ecco che la psicanalisi si fa indispensabile. Certo non ci aiuta il clima di superficialità e finto perbenismo che ci circonda, la mediocrità culturale eccetera. Servono leggi sì, è un modo assai rozzo e primitivo di affrontare la questione ma tant’è.

  8. emilia banfi

    @ Mayoor

    rispondo alla tua delle ore 11,14

    Hai ragione quando dici che è un rischio ed io aggiungo che bisogna correre.
    Quante volte nella vita rischiamo. Anche quando decidiamo di mettere al mondo un figlio rischiamo, quando decidiamo di scegliere uno studio piuttosto che un altro rischiamo, o un lavoro al posto di un altro (quando è possibile) rischiamo, in somma il rischio fa parte della vita di una persona che ha voglia di vivere e di lottare e non solo a parole. E’ il rispetto nei nostri confronti,l’autostima ,che non dobbiamo mai perdere soprattutto quando dobbiamo lottare per qualcosa di giusto e che ci appartiene. In molti casi l’aiuto della psicanalisi è importantissimo ,ma anche quello di un vero amico.
    Noi donne siamo maestre nell’amore? Va beh che saremmo nell’amore, se voi non ci foste? Un abbraccio. Emy

  9. emilia banfi

    MASCHILE

    Piove sul cappello di feltro un Borsalino
    hai appena finito di raccontare la guerra
    quella in casa continua e si trema
    Tre femmine a sentire a guardare la tua ferita
    che ora infetta cade nel piatto della famiglia
    ruba alle mani il fermo accudire di tutti i giorni
    non crederti grande neppure quando sono
    sulle tue ginocchia o quando a letto sogno di volare

    Piangevo io.
    Qualcuno si doveva pur piegare.

    Emilia Banfi

  10. Ennio Abate

    @ Emilia

    Notare il contrasto tra la verità (del conflitto) che viene fuori in questa tua poesia e l’ “ideologia dell’innamoramento” che domina nei tuoi commenti in materia.

    • Annamaria Locatelli

      …uomo e donna non sono sempre uno contro l’altro, può essere che la società sia contro tutti e due.
      “Quali colombe dal disio chiamate…”, Paolo e Francesca, Dante li mette all’inferno non per la loro passione d’amore, per cui dimostra
      simpatia, ma perchè avevano trasgredito alle regole sociali ed erano
      diventati famosi per una cronaca di sangue.
      “Come uccelli disimparati al volo…” (Rita Simonitto)…forse oggi non più insieme

  11. emilia banfi

    La poesia è di me bambina l’uomo in questione è mio padre. Tutto ha una spiegazione basta saperla cercare.

  12. emilia banfi

    Quando l’uomo entra nella donna, di Anne Sexton
    traduzione di Edoardo Zuccato

    Quando l’uomo
    entra nella donna
    come l’onda scava la riva,
    ripetutamente,
    e la donna godendo apre la bocca
    e i denti le luccicano
    come un alfabeto,
    il logos appare mungendo una stella,
    e l’uomo
    dentro la donna
    stringe un nodo
    perché loro due mai più
    si separino
    e la donna si fa fiore
    che inghiotte il suo gambo
    e il logos appare
    e sguinzaglia i loro fiumi.

    Quest’uomo e questa donna
    con duplice fame
    hanno tentato di spingersi oltre
    la cortina di dio, e ci sono
    riusciti per un momento,
    anche se dio
    nella Sua perversione
    poi scioglie il nodo.

    (da Edoardo Zuccato, “Il dragomanno

  13. Bisogna distinguere il femminismo e la femminilità. Il femminismo è un movimento politico che pretende che le storia sia lotta dei sessi, basandosi sullo stesso modello di Marx e della lotta di classe. L’obiettivo è liberare le donne dall’oppressione degli uomini. Secondo me, è un comunitarismo vittimistico. Le rivendicazioni femministe sono manipolate per metterle al servizio della società del mercato e del salariato, formula lapalissiana poiché per comprare serve uno stipendio. Le rivendicazioni di emancipazione sono state utilizzate per far lavorare e consumare le donne. Tutto ciò è iniziato negli Stati Uniti con la toria della nuova donna che consiste nel far uscire la donna da casa, in cui il suo ruolo non è quello del mercato, senza potere d’acquisto diretto, e nel forzare la sua coscienza affinché pensi che essere una casalinga, madre, sposa sia un’alienazione e una sofferenza. Passa dalla sfera d’influenza di suo marito a quella del suo datore di lavoro.Alla fine, grazie alla lotta femminista, la donna subisce una doppia alienazione, sia del marito che del datore di lavoro, cioè una doppia giornata, madre di famiglia e lavoratrice. Nelle classi popolari, la sua situazione si è più spesso aggravata che migliorata.

    Il femminismo non trascende i rapporti di classe perché, in realtà, l’interesse dell’emancipazione femminista è spesso stato l’interesse delle donne della borghesia, le quali rappresentano la maggior parte delle femministe. Queste borghesi cercano di emanciparsi dal loro ruolo di madre per integrarsi nella società civile cosa che le permeterebbe di esercitare mestieri più interessanti, mentre le donne delle classi popolari devono fare sia il lavoro a casa che quello in fabbrica. Per le classi popolari, l’emancipazione delle donne si concentra nel fuggire dall’imperativo di produzione e nel restare a casa, lusso ed aspirazione per le donne delle classi popolari. Invece, la borghese cerca di uscire dalla nioa al fine di accedere ad una vita sociale più interessante. Quindi c’è una contraddizione raramente identificata dal femminismo. Dimentichiamo spesso che la borghese ha delle domestiche, per fare le pulizie o occuparsi dei bambini ad esempio, tali persone sono altre donne che subiscono quindi la doppia aleniazione.

    Oggi, il diritto al lavoro è una truffa perché in realtà è un obbligo. Quasi nessuna coppia può vivere con solo uno stipendio. Le femministe ci presentano come un affare il diritto al lavoro mentre è un obbligo e il desiderio del sistema mercantile. Infatti, quest’ultimo vuole estendere il mercato ed il consumo e deve quindi estendere il salariato ed il potere d’acquisto. È la ragione principale per la quale le femministe sono sempre state lusingate dai media ed dal potere, contrariamente alle vere lotte sociali « unisesse ». Le femministe appaiono come le idiote utili della società mercantile, del consumo e del salariato generalizzato. Ovunque il femminismo cresce, la coscienza della lotta di classe regredisce.
    Alain Soral
    http://www.lintellettualedissidente.it/femminismo-e-femminilita-alain-soral/

  14. emilia banfi

    Perché ogni lotta della donna deve essere sempre rapportata all’uomo, davvero non capisco- Non vi sembra che sia ormai un discorso obsoleto. La donna e l’uomo devono saper convivere e comprendersi con i loro problemi, le loro diversità e diritti. la lotta di oggi va fatta insieme . L’uno contro l’altro non ha dato nessun risultato se non quello di far parlare i max media . Chi vuole lottare da sola/o può farlo, certo, ma prima si liberi dal discorso sessista che oggi ormai fa solo ridere.

    • Le donne che hanno “lottato” rapportandosi al sistema dominante “uomo”, sono alla fine risultate come i falsi ribelli della libia o della siria o dell’ucraina…mossi e/o manovrati, come qualsiasi altro movimento di genere umanitario, per inseririsi in un modello e sistema di potere violento da poter servire come e più dei loro concorrenti precedenti che avevano un’esclusiva di genere e di geniere. La metamorfosi dal diritto ( e truffa) di voto alla quota rosa (e truffa elezioni), sta nella storia delle varie donna Pinotti.

  15. Giuseppina Di Leo

    Innanzitutto saluto, con immenso piacere, Rò.
    Rivolgendomi a Ennio, ma anche il dibattito è rivolto anche agli altri amici, chiedo perché mai il femminismo avrebbe dovuto «indicare una nuova «visione» non distorta o meno distorta dell’amore, una sorta di spiaggia dove approdare uscendo dal mare tempestoso in cui s’agitano – facendosi molto male a vicenda – entrambi i sessi». (Ennio), se già in partenza il femminismo ha dovuto lottare contro lo “stereotipo” della donna in funzione dell’uomo (Melandri), creato cioè dall’uomo, mi verrebbe da dire a sua immagine e somiglianza. Per quanto ne so, è su questa contrapposizione tra maschile e femminile che ha origine il movimento femminista, per cui le lotte erano contro tutte le implicazioni che tale “stereotipo” aveva, e ha tuttora, nel campo sociale, nel campo politico e nel campo culturale.

    La consapevolezza, concetto al quale ho fatto spesso riferimento nei commenti su altri post, implica una visione matura dei rapporti, per cui mi trovo pienamente in sintonia quando «Lea Melandri sostiene che le leggi non bastano ad operare il cambiamento se la consapevolezza sul versante sia femminile che maschile non è ancora entrata profondamente nelle coscienze così da modificare i costumi. », sintetizza molto bene Annamaria Locatelli nel commento del 19 marzo 2014 alle 09:59. La consapevolezza di sé è senza dubbio un processo lungo e tortuoso ma per entrambi i sessi, visto che significa, da una parte scardinare l’ “ambiguità” del potere femminile e, dall’altra, eliminare lo “stereotipo” femminile da parte del maschio.

    Né l’indipendenza di cui parla Melandri, alla quale anch’io mi sono riallacciata nel commento, si può ottenere sostituendo il patriarcato con il matriarcato o con gli slogan alla Muraro della “ libertà che sostituirebbe il Principio femminile al Principio maschile”, come mette in rilievo Ennio nella disamina del problema.

    In linea di massima posso dirmi d’accordo per quanto riguarda l’uso del potere visto come arrivista e privo di scrupoli per entrambi i sessi. Ciò che invece non mi convince per niente del tuo discorso Ennio è quel mettere l’accento acuto sul rapporto uomo donna amore in termini di “rivalità”. Voglio dire, che se fondamentalmente condivido che « Soluzioni prestabilite o inevitabili… non ce ne sono. », nel senso che ad avere la soluzione in tasca saremmo tutti più onesti e felici, trovo eccentrico arrivare però a parlare di «scontro “finale” o “mortale” tra i sessi (come pensano alcune femministe radicali). Non so se si imporranno soluzioni intermedie, di compromesso, più o meno “sostenibili” (come pensano altre). Nulla è inevitabile.». È come se dovessimo aspettarci una manna dal cielo che ci illumini tutti, a questo punto, dio ce ne scampi e liberi allora. Con una simile prospettiva è evidente che il mio discorso sull’amore consapevole fa solo sorridere (compreso anche le mie poesie) , e che Ennio insista ad ironizzarci sopra. Ma, mi chiedo, ammesso che le teorie radicali alla Muraro dicano esattamente ciò che propongono, senza cioè margini di libertà d’interpretazione, esiste o non esiste anche la capacità critica che si è sviluppata in tutti noi (per quanto mi riguarda è così) anche grazie a slogan come “il corpo è mio e me lo gestisco io”?
    In buona sostanza: siamo o non siamo soggetti pensanti? Su questo credo che la risposta può essere affermativa. Allora come mai per secoli la donna è stata, ad andare bene, solo ancella e angelo del focolare?
    È su questa capacità di attenzione e successiva analisi che personalmente riconosco al movimento femminista un grande merito, per cui anche i diktat della Muraro, criticabili quanto si vuole, li trovo necessari per analizzare fino in fondo il problema. Ma questo è possibile solo e soltanto attraverso la conoscenza della storia e la capacità di critica, in assenza delle quali nessuna frattura potrebbe colmarsi e la violenza continuerà a fare il suo gioco ambiguo mascherandosi d’amore.

    Per queste ragioni accetto ancor meno, direi per nulla, le conclusioni di Ennio nel vedere la «libertà femminile» come “un’ideologia di copertura”, né personalmente ‘svolazzo’ in alcun dove, per cui rimando al mittente questa definizione nei miei riguardi, e lo dico senza alcun risentimento né polemico né di stizza.

    Per quanto riguarda la frase di Hannah Arendt, c’è stato un refuso, un lapsus freudiano che mi ha portato a scrivere “castrazione” al posto di “contrazione”; per cui la frase corretta è: «ogni contrazione del potere è un aperto invito alla violenza».
    Mi scuso per questo errore e per tutti gli altri sicuramente presenti in questo mio commento.

    Giuseppina

    • Ennio Abate

      @ Giuseppina

      1. «Ciò che invece non mi convince per niente del tuo discorso Ennio è quel mettere l’accento acuto sul rapporto uomo donna amore in termini di “rivalità”».

      Ma c’è. Non me la invento io.

      2. « trovo eccentrico arrivare però a parlare di «scontro “finale” o “mortale” tra i sessi (come pensano alcune femministe radicali). Non so se si imporranno soluzioni intermedie, di compromesso, più o meno “sostenibili” (come pensano altre). Nulla è inevitabile.»

      Mi pare evidente che riporto due possibilità e non mi pronuncio sul futuro.

      3. «In buona sostanza: siamo o non siamo soggetti pensanti? Su questo credo che la risposta può essere affermativa. Allora come mai per secoli la donna è stata, ad andare bene, solo ancella e angelo del focolare?»

      No, non mi pare proprio che siamo *sempre e a 360°* soggetti pensanti. E anche quando arriviamo a pensare, pensiamo in modi diversi e spesso contrapposti, come la storia dimostra. Per secoli la donna è stata ancella per complesse ragioni che continuano a sussistere, malgrado molte donne siano diventate assieme a molti uomini “soggetti pensanti”.

      4. «È su questa capacità di attenzione e successiva analisi che personalmente riconosco al movimento femminista un grande merito, per cui anche i diktat della Muraro, criticabili quanto si vuole, li trovo necessari per analizzare fino in fondo il problema».

      Non definirei quelli della Muraro diktat. Sono teorie essenzialistiche. Vedono la donna come sostanza a sé. E’ più complicato.

      5. «Per queste ragioni accetto ancor meno, direi per nulla, le conclusioni di Ennio nel vedere la «libertà femminile» come “un’ideologia di copertura”, né personalmente ‘svolazzo’ in alcun dove, per cui rimando al mittente questa definizione nei miei riguardi, e lo dico senza alcun risentimento né polemico né di stizza».

      Anche se tutte le persone che intervengono in questa discussione non vivessero come ideologia di copertura la «libertà femminile» e non svolazzassero in alcun modo, l’ideologia c’è e molti/e svolazzano. Il mio bersaglio è l’ideologia, non chi se ne fa – consapevole o meno – portavoce.

      6. «Per quanto riguarda la frase di Hannah Arendt, c’è stato un refuso, un lapsus freudiano che mi ha portato a scrivere “castrazione” al posto di “contrazione”; per cui la frase corretta è: «ogni contrazione del potere è un aperto invito alla violenza»».

      C’è una certa sinonimia di significato tra i due termini. Quindi la sostanza dell’osservazione non cambia completamente.

      • Giuseppina Di Leo

        Sì Ennio, d’accordo, che la rivalità c’è, questo è evidente in ogni ambito, compreso la cronaca nera di fatti rivestiti di ‘pietismo’, come quello di oggi ad esempio, né io contesto la giustezza delle tue affermazioni, dico e ribadisco soltanto che la capacità di critica alle volte rimane allo stadio latente, mentre invece sarebbe o è necessario parlarne sempre. Il ruolo minoritario rivestito da sempre dalla donna (si è discusso per anni di retribuzione alle casalinghe, senza mai approdare a nulla) è tale per ragioni che rivengono sicuramente da responsabilità politiche. Parlarne, scontrarsi anche su questi temi non può farci che bene, ne sono ampiamente convinta.
        Per quanto riguarda i diktat della Muraro non ne so abbastanza. Forse se posti qualcosa qui…

  16. Il lavoro femminile e il cambiamento della famiglia tradizionale iniziarono ben prima che arrivasse il femminismo degli anni ’70. A parte questo il discorso di rò non fa una piega.

    • Lucio, nel pezzo di Soral, se ci fai caso c’è proprio l’accenno storico che fai e che avviene lentamente, molto lentamente, fino all””esportazione” di certi movimenti dalla casa madre alle sue colonie più occidentali degli anni ’70 che dici….in realtà se prendiamo solo un’apparente conquista, ormai storica, del voto, prima da parte degli uomini, poi estesa anche alle donne, tale “diritto” è stata una truffa per entrambi. Anche se alla storia ufficiale rimane come chissà quale conquista, come diceva Marc Taiwn, Se votare facesse qualche differenza, non ce lo lascerebbero fare. Di conseguenza , sul tema che sconfina in altri temi ancora, tutta la bufala di copertura dal femminicidio alle quota rosa, dagli stupri di guerra ( dei soliti cattivoni da abbattere, per il trionfo dei diritti umani) alle Femen delle rivoluzioni pilotate….etc etc

      • “come diceva Marc Taiwn, Se votare facesse qualche differenza, non ce lo lascerebbero fare.” Capita a proposito, infatti è da un po’ che i nostri governanti si passano la palla rimandando le elezioni. Chissà perché… ma è un’altra faccenda.

  17. Giuseppina Di Leo

    i diktat della Muraro, criticabili quanto si vuole, – Aggiungo:
    proprio perché criticabili, li trovo…

    • Annamaria Locatelli

      Riprendo il discorso di Ro…femminile e femminista.
      Per esperienze vissute e per l’età, mi sento molto vicina ai valori a alla tradizione femminile, tuttavia non riesco a negare l’importanza storica del movimento femminista, quello intelligente che si rivolge alle donne quanto agli uomini, per cambiare qualcosa in una società che infine ha generato il sistema capitalistico, dove tutti siamo vittime senza distinzione di sesso. Questo alle origini, quando si affiancò al movimento del sessantotto…Però poi, lottando per le pari opportunità, ha proprio favorito l’inserimento della donna in quel sistema economico politico che aveva precedentemente criticato. Una contraddizione. Ma oggi viviamo in una immensa contraddizione: partiti di sinistra, ex dei movimenti del ’68…Con chi possiamo prendercela? Come risultato le donne fanno il doppio lavoro? Certo, come dice Ro, uno stipendio in famiglia non basta e, se vuoi sopravvivere con i figli, lasci da parte le ideologie. Questo in attesa che qualcosa cambi davvero nello spirito e allora forse costruiremo una società più giusta e riusciremo a rispettarci nel profondo insieme alle nostre diversità, come Mayoor afferma in un suo intervento. Più difficile é rispondere a “cosa fare?” per favorire questo processo…

  18. emilia banfi

    Ciao Rò non potevi mancare! Ciao Giuseppina e Annamaria un ciao anche a me va , mi unisco a voi ….io sono quella che svolazza . Le mie idee comunque me le tengo strette avendo vissuto la mia condizione di donna con i suoi fallimenti, amori, lotte e soprattutto voglia di vivere la mia condizione al femminile insieme ai miei amici maschi, alle mie amiche ed ora anche con il mio compagno che ogni tanto si scontra con le mie idee ….per fortuna. Un abbraccione
    Ciao Ennio e Lucio a voi un bacione

  19. Giuseppina Di Leo

    …svolazzo anch’io a quanto pare cara Emilia. Sono felice di ritrovare Rò e ti abbraccio, comprese le parti maschile di tutte (Rita Simonitto inclusa) e tutte le parti femminili maschili…

  20. @Lucio
    povero Mark, gli ho (e gli ha) storpiato non solo il nome ma anche il cognome (la mia tastiera dislessica)

    @altre/i
    potrei partire dale considerazioni che si facevano con Lucio per arrivare a dimostrare ciò che il libro dei mutamenti chiamerebbe nel piccolo il grande; potrebbero cioè esserci delle connessioni fra ciò che ci vede usate e usati dall’alto nelle nostre piccole e grandi guerre di tutti i giorni, anche se poi occorre far finta a noi stesse/i di aver trovato espedienti logici e raziocinanti(vedi E.A. e il suo ruolo) o emozionali e affettivi (vedi “le farfalle”) per chiudere o aprire le partite, o perlomeno cercare di chiuderle o aprirle. Non nego che mi fa piacere il saluto molto affettuoso della parte femminile, ma rischia di essere eccessivo ad uno sguardo distaccato, sgusciando dal mio “io”. Nel sé più profondo, come se mi fosse possibile raggiungerlo, ciò che mi ripropone questa situazione/conversazione, è l’incompiuto sia della mia parte maschile che di quella femminile ed il riflesso che dalle componenti “altri” mi ritorna di me. L’incompiuto mi smarrisce non solo nella parte razionale ma anche in quella irrazionale, non può cioè appagarmi né la conversazione sul piano mentale, né su quella sentimentale, eppure non dovrei fare torto a nessuna e nessuno, perché un piccolo “noi” non in guerra , nè di sessi, né fra lo stesso sesso, sembrerebbe esserci. E più scavo in questo piccolo smarrimento e rebus, più mi smarrisco. Il bandolo della matassa, in quel sé, dove vorrei ritrovarmi, si ricompone, con un certo sollievo, solo se proietto in quel sé , una visione del mondo, in cui siamo stati usati tanto se uomini tanto se donne, in due modi complementari perfettamente compiuti (rispetto al naturale incompiuto) da chi nell’alto poteva ordinare il basso a suo piacimento, re o regina di un’orgia di potere non fa alcuna differenza. Ciò che rimane da notte dei tempi ad oggi, è che è (pre)valso un solo e dominante modello di usarsi, più o meno palese, più o meno medievale, più o meno rivoluzionario, al di là dei periodi , al di là dei mezzi e le tecniche etc etc…..Tali “usi” ( e costumi) di scena intrappolano le parti a ruoli che tendono a ripetersi…le innocenti scaramucce che ho rivissuto nel piccolo, decidendo di farvi un saluto nel mio modo con il mio “io”, ci vedono comunque incompiuti, e anche un po’ ingabbiati, anche se possiamo salutarci affettuosamente felici prendendo come scusa o in mezzo Abate con le sue consuete stoccate infelici. Questa sarebbe veramente la complicità fra la stessa femminilità o dello stesso sesso? Lo sarebbe, per opposto, quella maschile, o perlomeno quella che è passata per tale( e che è poi stata esportata anche nel genere femminile) quando incentrano la loro relazione solo su calcio, f… e motori?

    …….

    Forse anch”‘io” come scusa sto prendendo un sé ferito, più nobile o allargato, che nasconde per primo un’illusione e una delusione sul mio stesso sesso e le sue incompiutezze, mie proprie e altrui. Però non è una guerra, e non è nemmeno una pace. Forse è una consapevolezza del peso storico (di cui mi faccio carico? forse, non so, mi barcameno) ma trovo più consono alla mia natura non proiettare nell’altro, in questo caso nel tema in questione nel “maschio”, tanto come non gradisco, per principio cristico o meno, che l’altro non proietti la sua guerra su di me(E’ un po’ come la simulazione e dissimulazione delle guerre umanitarie, che vengono vendute al palcoscenico mondo, come umanitarie perché l’altro è il non democratico). So che dall’altro sesso si è dipanato l’unico modello di vivere(cioè di morire) sul pianeta, ciò non deve impedirmi di vedere che sono io come donna, in senso storico, che ho prestato il fianco senza ridurre le mie responsabilità rispetto a chi l’ha prestato da uomo. E ciò al di la che la mia singola vita, piccola piccola, non abbia mai avuto a che fare e prestato il fianco a quest’unico modello di potere sul pianeta.
    ….
    un abbraccio

  21. emilia banfi

    A Rò

    Tuttti siamo ,siamo stati (magari inconsapevolmente) sottomessi a qualche potere. Da piccoli ai genitori, positivi o negativi, a scuola , al lavoro, nelle nuove nostre famiglie. Spessissimo ci si ribella mettendo in campo emozioni che alla fine ci distruggono, ma col tempo si capisce che bisogna agire , cambiare e qui comincia la vera vita della persona, quanto si accorge che nessuno più di se stessa vale in questo mondo al punto di non pretendere di essere rispettata. Il parlarci e il comprenderci magari attraverso scontri più o meno democratici serve per non tornare indietro, mai.

    • ciao Emy, potresti trasmettermi l’anello di congiunzione fra il mio precedente intervento e questo tuo, che sicuramente per mia mancanza mi sfugge( o, forse meglio, non vorrei interpretare/manipolare a mia convenienza, ergo usandoti) ?

  22. emilia banfi

    Cara Rò ,volevo solo allacciarmi al discorso del potere, che spesso viene esercitato sia dalle donne che dagli uomini in maniera direi uguale almeno nella forma.

  23. Rita Simonitto

    Intanto che preparo due righe di commento al post di Ennio, invio questo dialogo tra due donne, una signora e la sua dama di compagnia, che esprime molto bene i due punti di vista rispetto all’amore coniugale.

    A. Oh, questi uomini, questi uomini! In coscienza tu, lo credi davvero che ci siano donne che tradiscono i mariti in maniera così sconcia?
    B. Ce ne sono, ce ne sono!
    A. E lo faresti tu, per tutti i beni del mondo?
    B. E voi non lo fareste?
    A. No, per questa luce di cielo!
    B. Neppure io a questa luce di cielo. Al buio, lo farei meglio.
    A. Dunque tu faresti una cosa simile, per tutto il mondo?
    B. Il mondo, sapete, è una grossa faccenda: è un gran prezzo per un piccolo peccato.
    A. Invece io credo che tu non lo faresti.
    B. E io credo che lo farei! E una volta fatto lo saprei disfare. Non lo farei mica per un anello doppio, per qualche metro di batista, o vestiti, gonnelle, cappelli o altre cose meschine. Ma per tutto il mondo! Che diamine! Chi non metterebbe le corna al proprio marito per farlo diventare un monarca? Io ci rischierei il purgatorio.
    A. Ch’io sia maledetta se commettessi un torto simile, anche per tutti i beni del mondo.
    B. Ebbene, il torto non è che un torto nel mondo. E quando ne aveste tutto il mondo in compenso, il torto sarebbe dentro il mondo che è vostro, e lo potreste raddrizzare facilmente.
    A. Non credo che ci siano donne simili.
    B. Ce n’è una dozzina; e per giunta ce ne sono ancora tante quante può contenerne il mondo per amor del quale hanno tradito. La colpa però è dei mariti, se le mogli tradiscono. O il loro ardore si raffredda e vanno a versare altrove i nostri tesori o hanno eccessi di gelosia dispettosa, e ci mettono il freno, ci picchiano e, malignamente, ci tengono a stecchetto. Eh, via: anche a noi donne bolle il sangue. Ed insieme a qualche virtù, abbiamo l’istinto di vendetta. Sappiano i signori mariti che le mogli hanno sensi precisamente come loro: veggono, odono, odorano, hanno il palato per il dolce e per l’amaro. Perché allora ci voltano le spalle per altre donne? E’ per divertimento? Forse sì. O per via dell’umana debolezza? Forse sì. Ma anche noi abbiamo desideri, passioni e debolezze; che diamine! Dunque ci trattino bene. Altrimenti, i peccati che noi commetteremo, saranno i loro stessi peccati ad averceli insegnati.

    Avete capito di chi si tratta?
    R.S.

  24. emilia banfi

    ….Mah, ho conosciuto uomini che tradivano le loro compagne, con donne che tradivano i loro compagni… e non li ho trovati più infelici di chi non avrebbe mai tradito, anzi….penso che spesso il tradimento si debba collocare nei diritti, per cambiare….Ciao Ritissima!!!

  25. Emilia e D… vabbé, con internet è un attimo, purché si abbia almeno un’idea di dove cercare.

  26. emilia banfi

    Lucio…quando tradisci sei già da un’altra parte . Il cambiamento deve arrivare spontaneamente . Penso che Internet in questo caso sia un vero disastro. Il “tradimento” avviene e spesso, d’altra parte hai mai visto qualcuno o qualcuna chiedere al proprio/a partner- Scusa vorrei cambiare non ce la faccio più, posso?-
    – Oh, fai pure-
    -Grazie-

  27. Emilia, prima di tutto grazie dell’intepretazione autentica da te fornita su quel passaggio, ma se applichi da Iago a noi, e anche prima , forse quel testo , amato anche da tuo padre, visto l’Otello, potrebbe implicare un ulteriore intervento, diverso da quello delle 9.47, e non solo per amore di Desdemona. Per un attimo se dimenticassi la logica dei “diritti” – peraltro logica pseudo-democratica di una altro Iago sempre onnipresente fra noi- passeresti a una poesia di altre leggi da te stessa sostenuta, vista l’interpretazione autentica di prima….oppure dimentica questo mio intervento, perché “la contraddizione” ce la vedo solo io, nel mio piccolo.

  28. emilia banfi

    A Ro’
    nessuno ha in tasca la soluzione, la verità – Siamo tutti pieni di contraddizioni. Soprattutto i Poeti (quelli con la P maiuscola). D’altra parte ti posso assicurare che la mancanza di certezze agevola molto il cammino verso il cambiamento. Le donne lo sanno, gli uomini un po’ meno (ehehe …ecco la contraddizione!).

    • A Emy
      forse “il conflitto”, per dirla alla Ennio (o la contraddizione o disgiunzione etc etc) è data, perlomeno per me, anche in questa situazione, non tanto dal maschile o dal femminile, dai punti del viaggio in cui sono le une o gli altri etc etc, ma da una serie di concause. ad esempio fra il mio punto del viaggio e il tuo, c’è una “differenza” che , come quella fra maschile e femminile, dovrebbe “in teoria” o nell’ideale, essere superabile, in quanto tappe , o carrozze, o altro complementari a un senso di marcia o direzione del viaggio stesso. Nella pratica, invece, è tutto un altro viaggio, composto da piu direzioni che magari portano a un identico panorama, ma anche no, dipende, potrebbe essere anche un’altra palude, oppure per qualche viaggiatrice o viaggiatore chissa quale vetta per altri sabbia e altri sabbie mobili….ciò che sembra inconciliabile, addirittura per lo stesso sesso (io in quanto donna come te) è il senso alla parola suono etc “cambiamento”. Sono ormai così condizionata dalla mia parte ribelle a ogni moda creata dal tempo storico in cui vivo, che appena ne sento l’accenno, mi agito e ciò non mi pone in condizione di ragionare per accoglierne le migliori intenzioni di chi lo promuove….i passaggi (da uno stato precedente di trappola ad uno successivo con altre trappole ma risolte le precedenti) mi rendono qualcosa del punto del viaggio in cui sono più apparentemente statico che apparentemente dinamico, come il suono cambiamento ( in occidente) rilascia

  29. emilia banfi

    Sapremmo assai di più della complessità della vita se ci fossimo applicati a studiare con determinazione le sue contraddizioni, invece di perdere tanto tempo con le identità e le coerenze, le quali hanno il dovere di spiegarsi da sole.
    José Saramago, La caverna, 2001 ( Grande Saramago libro da leggere!!!)

    Mi piacerebbe un bel Post a riguardo.

  30. emilia banfi

    …intendo riguardo -La contraddizione-

    • il con della contraddizione , almeno a me, al mio sguardo sullle cose del mondo, rende meglio la possibilità CON-creta di un viaggio/ ricerca con qualcosa da mettere di vagamente più in comune ( sia fra persone dello stesso sesso che dell’altro), al contrario della non partenza offerta dalla parola conflitto che espone ( e ci espone, comicamente o tragicamente) solo l’effetto /CONseguenza, dell’insieme delle contraddizioni stesse e l’incompiuto permamente alla loro radice, di cui Iago nella Storia in ogi suo periodo, sa tutto e manovra, usando tutto e tutti, centuplicandone gli effetti e aumentando il tradimento gerarchicamente più angosciante(il cambiamento della nostra natura in pecore cannibali di altre pecore).

      • Annamaria Locatelli

        …”Il mio punto del viaggio e il tuo…”, indipendentemente dall’essere uomini o donne, possono creare intoppi e difficoltà a ritrovarsi, ad intendersi…sono d’accordo con te, Ro.
        Come un fiume che sfocia a delta nel mare si dirama in tanti corsi, che non procedono lineari, ma costruiscono anse, ziz zag, si insabbiano in paludi, veri e propri labirinti dove perdersi, possono intrecciarsi con altri corsi, staccarsi, confondersi insieme in altri labirinti…sino al mare quando si rimescolano le acque. Forse “il cambiamento” é un concetto troppo abusato ed io pure ci casco alla mia età, ma magari qualche momento di incontro più consapevole in tanto transeunte…

  31. emilia banfi

    L’incontro , per ritornare al discorso uomo-donna, deve avere un contenuto di tolleranza altissimo. Spesso la mancanza di tolleranza porta a cambiamenti ed errori gravissimi.

  32. Rita Simonitto

    E bravo Lucio! Ma non è solo questione di Internet, che ti può dare i testi ma non il contesto che dev’essere già nella tua mente.
    Qui non volevo trattare il tema del tradimento.
    Shakespeare, nel suo Otello del 1603/1604 (pensate, già allora!!!), nel dialogo tra due donne (Desdemona e Emilia, moglie di Iago) depositava in queste figure due visioni femminili del mondo, la prima, ‘tradizionale’ legata a vecchi schemi idealizzati sull’amore e l’altra – una di rango inferiore rispetto a Desdemona – una specie di femminista ante litteram alla quale fa dire: * Il mondo, sapete, è una grossa faccenda: è un gran prezzo per un piccolo peccato*. Oppure: * E una volta fatto lo saprei disfare. Non lo farei mica per un anello doppio, per qualche metro di batista, o vestiti, gonnelle, cappelli o altre cose meschine. Ma per tutto il mondo!*.
    Per concludere, infine: * Ebbene, il torto non è che un torto nel mondo. E quando ne aveste tutto il mondo in compenso, il torto sarebbe dentro il mondo che è vostro, e lo potreste raddrizzare facilmente*.
    Che poi il Bardo le faccia perire tutte e due di morte violenta ce la dice lunga.
    Ma veniamo al post.
    Parto da alcune osservazioni di Ennio:
    * Mi pare arduo che il discorso della Melandri possa essere fatto da un uomo (come auspica Emilia [Banfi]).

    Ciò che deve essere auspicato è che venga prestata attenzione se quanto viene detto è valido oppure no. Non posso dargli validazione solo se è detto da un uomo, da una donna, da Berlusconi, da Renzi, da Obama, da Putin o da chicchessia. Altrimenti continuiamo a creare idoli e a credere a tutto ciò che gli idoli ci propinano.

    * Le generazioni femministe successive – le nipotine – hanno solo in minima parte proseguito sulla strada delle mamme o zie, che ancora agivano in una logica vagamente anticapitalistica. Hanno invece mutato pelle, poggiandosi su un pensiero pragmatico/psicanalitico fortemente americanizzato;

    Se non è zuppa, è pan bagnato.
    Appoggiarsi al vento che tira non è una novità. La struttura politica economico/storica con le sue dinamiche interne informa di sé tutte le sue componenti sociali che ne vengono in qualche modo contagiate. La frammentazione di oggi, il tentativo di un multipolarismo che non decolla (abbiamo solo il caos) portano alla continua ricerca di ‘specificazioni’, di ‘quote’ che sentono di aver bisogno di una rappresentanza ‘specifica’. Partiti e ‘partitini’ che cercano di dar voce al loro ‘particulare’ in mancanza di una visione di insieme. L’individualismo ha preso il posto della individualità.

    * Deve essere chiara una cosa. «La libertà femminile» è pensata al femminile, e cioè staccata da quella che prima era intesa come libertà socialista o comunista che avrebbe dovuto realizzarsi per tutti/tutte (per il «genere umano»). E’ stata “partigiana” in partenza.

    Mi sembra una posizione tipica da ‘sindacato’, di quell’atteggiamento per cui ogni categoria sapeva quali fossero, nella contrattazione sindacale, i ‘veri bisogni’ dei lavoratori in questione.
    Qui stiamo parlando di relazioni tra esseri umani (uomini e donne) i quali non è che capiscano meglio se stessi confrontandosi SOLO con i SIMILI.
    Abbiamo preso una ‘cantonata’ nel pensare in termini di ‘classe’ operaia facendone diventare un soggetto (dico ‘Soggetto’) rivoluzionario perché si pensava che in quella CLASSE ci fosse sia la conoscenza di sé (e per sé) e sia la capacità di modificare ed evolvere da quella condizione.
    Se bastasse vivere e condividere assieme la stessa esperienza sarebbe tutto molto più semplificato. Odiamo tanto i luoghi comuni e gli stereotipi salvo poi piombarci dentro quando ci servono per portare avanti un nostro ‘singolo’ interesse.
    Utilizziamo le categorie, il gruppo di appartenenza, per sostenere una nostra particolare visione. Niente di che stupirsi. Il rapporto singolo-gruppo funziona anche così. Basta saperlo.
    Ho trovato donne che di ‘donne’ sapevano molto poco ma che invece erano convinte di saperne molto. E che hanno utilizzato questa loro convinzione in termini di ‘potere’, né più né meno di come fanno gli uomini, *in concorrenza/complicità con gli uomini di potere. E diventando, pur esse, donne di potere* (Ennio).
    Così come concordo con lui quando sostiene *Per ora quello che mi pare di vedere è un sistema capitalistico normalmente o perennemente “in crisi”, ma capace sia di continue trasformazioni sia di usare a suo vantaggio, nel campo dei rapporti tra uomini e donne, sia le spinte unitarie o erotiche tra uomini e donne sia «quelle che ci dividono».

    La violenza ha il fine di sottomettere, violare un territorio non nostro.
    Anche un conclamato amore può servirsi della potenza del sentimento per vincolare l’altro al proprio potere. Vediamo madri (o mogli), ma anche padri (o mariti), così oblativi da non permettere ai figli o al partner di sottrarsi alla violenza soffocante di questo amore.
    Innamorarsi sempre, o innamorarsi dell’amore, è un modo ideologicamente esaltante per non entrare dentro la conflittualità ‘reale’ che l’amore porta con sé.
    Non credo che pensare a questo sia una questione da riferirsi *alla nostra età* come dice Ennio – e che può venire intesa come contrapposizione tra giovani e matusa – bensì come momento di maturità. Maturità non significa escludere
    la giocosità, gli sbandamenti, le fanciullinerie o i ‘colpi de mona’, come direbbero qui in veneto. Perché no. Purchè queste parti di noi non diventino padrone della scena.

    L’amore non è solo “L’amor che move il sole e l’altre stelle” (ultimo verso del Paradiso, XXXIII, 145) ma è un elemento di disturbo proprio perché è mosso dal desiderio. “Quali colombe dal disio chiamate” (Inferno, Canto V, 82-142).

    Ed è proprio il desiderio che ci porta verso ciò che ci manca, perché se ce l’avessimo nulla avremmo a desiderare. E’ questa esperienza della mancanza e della sua difficoltà al raggiungimento (non si desidera ciò che è facile da ottenere) ci può far odiare la nostra condizione e odiare/amare chi ci fa sentire dipendenti da questa condizione.
    L’amore è sempre in contatto con l’odio il quale è un pur sempre un legame emozionale.
    E saper amare significa anche saper odiare. Altrimenti è un amore ‘monco’.
    Chiaro che l’accento viene posto sul ‘sapere’ e quindi sulla capacità di consapevolezza che tiene un po’ a bada le esplosioni dell’innamoramento (o le accompagna).

    R.S.

  33. Giuseppina Di Leo

    Pochissime ore dall’ultimo contatto e trovo una marea di interventi nuovi su un argomento ‘sconcio’ come il ‘tradimento’ con il brano inserito da Rita, che saluto con affetto. L’idea del viaggio di Rò è accattivante per la materia, se crediamo che ogni cambiamento sia un uscire fuori e aprirsi a nuovi orizzonti. Tutto sta nell’avere le idee chiare su cosa cercare o capire dove si vuole arrivare, lasciando (meglio, seppellendo) i pregiudizi. A caldo, eh!

  34. emilia banfi

    a Mayoor:
    che equivoco! chiedo scusa-

  35. Ho cercato in internet per trovare il dialogo che hai riportato, non è stato difficile perché sapevo grosso modo cosa cercare. Deriva solo dalla mia ironia suicida l’averlo confessato, e un po’ anche perché sono stato educato all’onestà fessacchiotta. Sul femminismo prima maniera non posso dire granché, ricordo che fu una liberazione anche per me, probabilmente dovuta al fatto che sul piano personale soffrivo da tempo per certi limiti della lotta di classe. Le donne mancavano, tacevano, tranne pochissime le altre si nascondevano ( oh sì, tutti riconoscevano il loro fondamentale contributo ma stava dietro, a sostegno. Almeno così sembrava a me, mica tutte erano delle beouvoir o delle rossande, erano assai più numerose quelle che preparavano il pranzo durante le occupazioni). Vedevo di buon occhio la lotta partigiana delle donne, e anche adesso è così, ma credo dipenda dal fatto che non riesco a ragionare per categorie: dietro ogni donna che parla, scrive, discute, vedo la persona e ne sono felice.

  36. emilia banfi

    Caro Lucio,
    il mio banale dialogo non l’ho preso da internet, ma dalla mia altrettanto banale ironia. ciao

  37. Rita Simonitto

    @ Lucio
    *mica tutte erano delle beauvoir o delle rossande*
    Beh, Lucio, non lamentarti, te la sei sfangata alla grande!

    Anch’io sono felice del fatto che tu cerchi di non pensare per categorie e dietro ogni donna vedi una persona.
    Nello stesso tempo ogni persona è un crogiolo di ‘abiti mentali’, di ideologie, di equivoci, di scazzi, di vaffa e chi più ne ha più ne metta.
    E’ che, categorizzando di brutto, l’uomo quando incontra una donna che gli tiene testa si eccita e sente sollecitato il suo antagonismo per cui tende a gareggiare con lei o a metterla sotto (difficile è la collaborazione e lo scambio dei ruoli nella posizione ‘maschile-femminile’ a livello affettivo). Mentre la donna quando incontra un uomo dolce viene sollecitata nei suoi istinti ‘materni’, nella gratificazione che è l’uomo a dipendere da lei e, nel frattempo, va ad esprimere la sua sessualità altrove semprechè ne senta il bisogno e semprechè ciò sia possibile.
    Bye, bye.
    R.S.

    • Annamaria Locatelli

      Mayoor ha nominato diverse scrittrici presenti nei movimenti e, per associazione, mi é venuto in mente come, mentre in famiglia la voce della donna ha sempre goduto di autorità anche nascosta e influente,oggi anche nella società, nella letteratura e nelle arti in generale fu molto meno presente prima del ‘900, quando spesso le donne scrivevano firmandosi con pseudonimi maschili o lasciavano i loro scritti nel cassetto…Certo non potevano essere contadine, allora tutte analfabete. A proposito ho letto “Da una stanza all’all’altra” di G. Livi, dove si dice, tra l’altro, che ogni scrittrice ha dovuto trovare un spazio fisico tutto suo, una stanza, che non fosse la cucina, la camera del marito e dei bambini, per poter trovare il coraggio di esprimere la propria voce…Parlo di bisnonne

    • Via non mi sottovalutare, faccio parte di quella sfortunata categoria umana che va cercando solo tiranne. Dopo vent’anni di terapia e meditazione, e a sessant’anni ormai suonati, non posso più agitarmi per qualche sfida egoica. L’amore umano non è l’amore, è solo un apprendistato.

  38. Giuseppina Di Leo

    L’amore come apprendistato (bella come immagine) di Lucio è un po’ come il mio “innamorarsi sempre”, un’apertura agli altri che è desiderio di conoscenza (di sé, degli altri) e insieme ‘maturità’ (in sé, negli altri). Una piccola chiosa al tuo commento Rita. D’accordo per tutto il resto.

  39. Ennio Abate

    Boh! Molti commenti, tranne qualche eccezione, vanno (come al solito) per fatti loro e mi viene sempre più il dubbio se vale la pena di leggerli o di impegnarsi a scrivere seriamente un post aspettandosi un riscontro adeguato allo sforzo compiuto. Comunque grazie a chi svolazza e a chi sta ancora coi piedi per terra. Si impara sempre. Poi ciascuno tira le conclusioni. La mia al momento è shakespeariana: Molto rumore (anche mio!) per nulla.

    • Annamaria Locatelli

      …Sono d’accordo con il motto di Giuseppina “Innamorarsi sempre”, anche se possono trascorrere venti anni…e mi viene in mente la luna che per il suo ciclico crescere e decrescere viene detta lunatica, come quando il pessimista si riferisce al bicchiere mezzo vuoto, in realtà potremmo pensare lunatica come inarrendevole, che si innamora sempre. Per uomini e per donne…

  40. Si potrebbe concludere più o meno con Rino Gaetano, cantando mio fratello è figlio unico, altro che viaggio(peraltro incidentale e marginale e tuttavia non c’è bisogno né di scomodare l’amore né l’odio per ritenere disattenti coloro che si sono fatti un viaggio sul viaggio). E siccome Rino amava Ionesco, e visto che le grandi manovre più che tragiche, drammatiche- di Jago dalla notte dei tempi- è stato deliberato cadessero nell’oblio anche di queste conversazioni, è bello, almeno per me, ricordare un altro grande del teatro. si potrebbe ricorrere alla sua cantatrice calva, oppure, visto il nulla, ad assassino senza movente:Pensare contro il proprio tempo, è eroismo. Ma dirlo, è follia. E vista la burla dell’incomunicabilità, Ionesco ci direbbe: Il comico, essendo l’intuizione dell’assurdo, mi sembra più disperante che il tragico.

    buona settimana a tutte/i

    • Annamaria Locatelli

      Proprio bello questo brano musicale…e vero.
      Il maschile e il femminile si fanno guerra più dentro che fuori di noi…
      siamo spesso dei cloni assurdi della società e così destinati alla follia.
      Ad aumentare il livello di comicità a volte si riaffaccia la preistoria, parlo per me…

  41. emilia banfi

    Meglio molto rumore per nulla (nulla?)
    che molto silenzio .
    Grazie Ennio
    non scoraggiarti!

  42. Parlarne s’è reso difficile per il fatto che passando dalla Melandri, “amore e violenza”, il discorso si è stretto apparentemente sul femminismo; dico apparentemente perché il tema vero sembra essere amore, libertà e potere, temi che difficilmente si possono affrontare in astratto. Quel che ho capito dallo scritto di Ennio è che amore è anche miseria (l’abbandonato) , libertà è conflitto tra vinti e vincitori, il potere una contesa tra le parti per sottrarne e prevalere. Sarà anche una visione realistica, ma siamo sicuri che le cose stiano così? io non sono d’accordo, Rita ad esempio ha parlato di amore e odio guardando in profondità, cioè oltre il dare e l’avere, ma questo a me sembra vero anche per quanto riguarda tutti glia altri aspetti. Inoltre ci sono aspetti nel discorso di Ennio che non vengono dimostrati, come l’americanismo di certe posizioni femministe. Avrei dovuto quindi polemizzare smontando le tesi di Ennio punto per punto, ma chi polemizza in questo modo rivela sotto sotto che i suoi argomenti son quelli di un altro. Non mi va ma ci provo un po’, in fondo è vero che non mi ci sono impegnato tanto; e dico questo: che non esiste amore senza libertà ( non ti ama chi limita la tua libertà), e che non può esserci libertà senza potere ( lo sanno bene tutti gli oppressi). Il potere non ha solo valenze negative, ne ha se diventa sopraffazione, abuso ecc., in senso positivo significa liberazione, cioè libertà. E poi perché spingere, come fa Ennio, verso l’auta-aut tra matriarcato o patriarcato, a me sembra che le cose non stiano così, o che son cose che non si dovrebbero dire con tanta semplicità, quasi ci si basasse solo sull’interpretazione di qualche vecchio slogan ( allora necessario). Freud parlava dell’uomo e della donna come “due ricci che a fatica riuscivano a trovare la posizione giusta per non ferirsi con i loro aculei”, ma è solo un’osservazione, che io sappia non ha mai risolto la questione. E poi perché parlare di “pacificazione paradisiaca” con tanto disprezzo? La direzione giusta sarebbe quella di un realismo tra condannati (l’inferno)? Ennio sostiene che il femminismo si sia rinsecchito perché s’è rinsecchito il movimento socialista, ma come si spiega che sia diventato un fenomeno di massa proprio in quel momento? E’ perché ci ha messo la zampa il capitalismo o perché non se ne poteva più di aspettare e nasceva l’epoca post ideologica?

    • Ennio Abate

      @ Lucio

      Entri nel merito (come ha fatto anche Rita e in parte anche rò) di alcuni dei problemi da me sollevati e perciò ti rispondo volentieri.

      A me non pare che le cose che ho sottolineato (e che tu hai ben colto e riassumi schematicamente) siano tanto lontane dal discorso della Melandri.
      Se l’amore non si riduce a *innamoramento* ( lei parla di “sogno d’amore”), cioè a espressione di un sentimento, che si mantiene inalterato sempre (?!) e del tutto indipendente dalle risposte della persona divenuta oggetto d’amore, se si fa parole, gesti, contatto, cose fatte insieme, storia in due separata in parte dalla storia con altri/e, entra *per forza* in gioco la possibile violenza – avvertita o non avvertita, fisica o psicologica, casuale o intenzionale. Che ora può venire dall ’una ora dall’altra persona (anche nelle coppie omosessuali). E allora l’intuizione di Freud, che parlava dell’uomo e della donna come “due ricci che a fatica riuscivano a trovare la posizione giusta per non ferirsi con i loro aculei”, è, sì, solo l’indicazione di un problema non certo la soluzione. Ma il problma lo pone, mentre altri lo negano. E s’iscrive in una lunga tradizione di riflessione sul fenomeno che può risalire a Ovidio, a Andrea Cappellano, ecc. Riflessione che è necessariamente *astratta* (sia pur in termini particolari, diversi da quelli della scienza della natura, che separano nettamente oggetto conoscibile da soggetto conoscente, perché un Freud è sicuramente più parte in causa in quel che dice sull’amore degli altri/e di quello che era un Galileo quando parlava degli astri).

      La domanda che fai («ma siamo sicuri che le cose stiano così? ») non vale solo per le posizioni realisstiche, che di solito tengono conto proprio della conflittualità del rapporti detti *amorosi*. Vale anche per le rappresentazioni idealizzanti, come quella che pare riscuotere grande successo in questi commenti dell’«innamorarsi sempre» (indipendentemente dall’età, dalle situazioni, dalle risposte che vengono? Anche in punto di morte ci *dovremmo* innamorare? Non diventerà per caso un dovere?).
      Avvertire questa complessità e conflittualità del rapporto detto *amoroso* (insisto) è parlare di amore e odio guardando in profondità, come ha fatto Rita e credo di fare anch’io.
      Non vedermi, per favore, come un ragioniere che calcola il dare e l’avere prima di stabilire un qualsiasi rapporto. Non è questo il *realismo* che m’appassiona.

      L’«americanismo di certe posizioni femministe», sì, non l’ho dimostrato. Vi ho accennato. Diciamo pure che è un’ipotesi, ma non mi pare difficile rintracciarlo nella produzione teorica. La più influente è stata proprio quella delle studiose statunitensi (e francesi). E poi il *movement* anche nel campo politico più vasto ( Casaleggio docet) ha quella impronta. Comunque questo è un punto che richiede approfondimenti puntuali, su cui non si può improvvisare. Io l’affaccio come ipotesi.

      Smontare le mie tesi punto per punto sarebbe ottima cosa. È quello che mi aspetterei, perché imparerei di più sicuramente che dalle battutine o dagli ossequi. Né capisco la paura di usare argomenti giù usati da altri, se sono utili ad approfondire i nostri anche contrapposti punti di vista. E fai ben a provarci ora. Perché mi permette di chiarire che io avevo posto proprio il problema di ridefinire la *libertà* in modi adeguati alla complessità/materialità/metaforicità del rapporto detto *amoroso* ( o anche del femminismo “amorevole”…). Né ho spinto verso l’aut aut matriarcato/patriarcato. Quasi fosse la posizione da me preferita. Ho solo riportato le posizioni “maggiori” del movimento femminista. Tra l’altro sostenendo che gli svolgimenti reali e futuri non sono prevedibili.

      Parlo poi con ironia ( non con disprezzo) della “pacificazione paradisiaca” perché mi pare una favola (l’apprezzo come favola) e perché non ho mai svolazzato per i paradisi. Sarà un mio limite. Ma non per questo – per incredulità verso i paradisi – indico l’inferno come soluzione obbligata. Cerco rapporti amorosi possibili. O addirittura: cerco e basta.

      Sulle ultime due domande («Ennio sostiene che il femminismo si sia rinsecchito perché s’è rinsecchito il movimento socialista, ma come si spiega che sia diventato un fenomeno di massa proprio in quel momento? E’ perché ci ha messo la zampa il capitalismo o perché non se ne poteva più di aspettare e nasceva l’epoca post ideologica?») risponderei: quello che è diventato di massa non è il femminismo iniziale (vagamente anticapitalistico e che non escludeva del tutto il legame con movimenti anticapitalistici complessivi) ma quello successivo. Che io non vedo come fenomeno “post ideologico”, ma fenomeno altrettanto ideologico, di segno opposto/diverso dal precedente.Mentre tu lo vedi come una “liberazione”, io lo vedo come un cedimento a una “falsa libertà” ( Lu Hsun). E lo zampino del capitalismo non può mancare, perché oggi l’amore si fa ( o si tenta di farlo) dentro questo sistema.

  43. emilia banfi

    A Ro’
    non riesco ad aprire il tuo video…

  44. emilia banfi

    Molto molto molto timidamente vorrei chiedere ad Ennio cos’ è per lui l’amore o cosa dovrebbe essere (mi riferisco a quello tra uomo e donna).
    Ti chiederei pure di non considerare la mia domanda, da un punto di vista politico-

  45. Ennio Abate

    @ Emilia

    Timida tu! Ma dai…
    Mi pare di aver detto qualcosa sul tema rispondendo ora a Lucio ( sopra).
    Quanto a non parlare dell’amore “da un punto di vista politico” – nel mio caso e oggi – è come chiedere a un prete di parlare della stessa cosa “da un punto di vista non religioso”.

    P.s.
    Aggiunta. Quel che penso ancora sull'”amore” l’ho detto in “Donne seni petrosi” e tu pare l’abbia letto.

  46. emilia banfi

    Caro Ennio,
    non sarò timida (quando parlo con te mi sento timida). Mi dispiace ma io ti sento molto ragioniere. Io non ho ha detto che l’amore si riduce solo ad innamoramento, l’innamoramento è una fase dell’amore , e poi che uno debba pensare a priori che la persona che deve amare debba essere politicamente amabile, mi sembra troppo. Certo l’amore fra uomo e donna , inteso anche a livello sessuale, può finire come tutti i sentimenti che finiscono , io ho appena smesso di provare rancore (odio?) per una persona, ma sicuramente non smetterò mai di amare o di soffrire o di provare sentimenti negativi , modificherò sicuramente il mio modo di vivere queste situazioni in base alle lezioni che la vita mi ha dato. Diciamo che è vero che nella vita di coppia qualcuno in varie situazioni si deve mettere da parte o “piegarsi” purchè lo si faccia entrambi altrimenti si finisce nei guai ed è meglio separarsi. La vita di coppia è da mettere in discussione non l’amore. Poi penso, e qui forse non ti troverò d’accordo, la fantasia nel legame è quasi indispensabile, se non ci si prendesse troppo sul serio le cose andrebbero molto meglio. La politica è una cosa troppo seria,almeno così dovrebbe essere, per inserirla in un rapporto d’amore.
    Se dobbiamo lottare per i diritti della donna e dell’uomo che un giorno diventeranno coppi facciamolo , come ho già detto, insieme.
    Scusa se insisto sull’amore, potrei anche cambiare idea, anni fa ci avevo pensato ma poi…è troppo bello! Ciao e grazie ancora per questo Post che ho trovato utilissimo, importante e ti dirò anche divertente,.

  47. A questo punto aprirei un nuovo argomento, ci terrei molto a proseguire dicendo qualcosa a proposito di amore e sofferenza ( sulla violenza, sebbene si tratti di una piaga sociale che non si può bypassare impunemente, mi pare scontato che si sia tutti d’accordo). Che dite?

  48. emilia banfi

    Ok
    Apriamo le danze.

    • Annamaria Locatelli

      …se tu fin da bambina sei stata battezzata nella realtà e ti é diventata madrina, puoi anche distrarti parlando di angeli luna stelle ma lei, la realtà, ti respira sempre sul collo e con lei la sofferenza. E’ un substrato presente anche nella gioia più grande, come può essere quella dell’innamoramento…

  49. emilia banfi

    Ah,si…per quella storia che se non soffri non ami, vecchia storia dalla quale è difficile sottrarsi. Che sia forse una delle leggi della natura? C’è gente che siccome non soffre più durante un rapporto amoroso , decide di separarsi. Penso che nessuno che abbia provato ad amare non abbia anche sofferto. Il fatto è che la sofferenza poi bisogna saperla gestire, purtroppo la vita è anche questo.

  50. Giuseppina Di Leo

    Sono certa che nessuno pensa, né tanto meno io lo credo, che il contrasto amore e violenza può risolversi con la passeggiata in riva al mare come Ennio ironizza. Ma non lo si risolve nemmeno indossando l’abito talare.
    Dici bene Annamaria, la realtà è ben altra.
    Chissà, forse innamorarsi sempre contiene anche un intento provocatorio… senza farlo diventare un fuori tema o, peggio ancora, “un dovere” (consapevolezza, dicevo).
    In effetti forse è meglio passare ad altro, sono d’accordo sulla proposta di Lucio. Dicendolo magari in poesia.

  51. emilia banfi

    Eccola:

    In piedi.

    L’utile opposizione chiariva
    il senso di una carezza.

    Non chiesero nulla al tempo
    risero sopra il rumore
    del domani sotto i piedi
    l’abbraccio fu feroce
    dolcissimo mortale

    così

    si erano impiccati il cuore.

    Emilia Banfi

  52. Giuseppina Di Leo

    Mi sembra un po’ triste Emilia… ma ritrovo il mio pensiero in “Non chiesero nulla al tempo…”.Grazie.

  53. Rita Simonitto

    Terremoti

    Sulla porta hai gridato
    “vado via”, “non ti piangerò”
    ho risposto, “croci non porterò per te
    né scioglierò le trecce
    gridando al cielo la mia pena”.
    E sei tornato indietro.

    Duettavano i merli sul ciliegio
    e prepotente il fiore di sambuco
    si imponeva negli afrori di una notte
    calda oltre ogni misura
    strinando le nostre stridule parole
    povere ultime penne per volare via.

    Presa dal primo sonno d’improvviso
    si rigirò la terra con violenza
    e tutto cadde nel silenzio.

    Ah, ti avessi lasciato andare, amore mio!
    Ora sarebbero tue le lacrime,
    già trovato il mio tra i mille nomi,
    a bagnare il destino infelice
    che mi avvolse e trascinò qui.

    Qui invece siamo infelici tutti e due,
    separati da cumuli di terra,
    nessuno che ci porti un fiore
    che ci accomuni nel ricordo del tempo
    del nostro stare assieme.

    5.5.1976/5.5.2011
    Rita Simonitto

    A volte siamo vittime degli eventi, e con noi i nostri sentimenti, ma a volte siamo così presi dal nostro particolare che ci dimentichiamo del contesto in cui ci troviamo.
    Intanto che noi parliamo di femminismo amorevole il ‘buon’ Obama mostra i muscoli alla Russia escludendola dal G8.
    Così, tanto per dire…..
    Buona notte.
    R.S.

    • Giuseppina Di Leo

      *
      La luce è enorme in questa stanza.
      Parola e silenzio.
      Ascolto come arte da imparare.
      C’è dolore in tutto questo.

      Giuseppina

      Mentre amorevolmente ci pungiamo, sulla vittoria della destra nella douce France Renzi dice che occorre riflettere sul “diffuso senso di contestazione e antipolitica”…

      • E’ successo anche a te Giuseppina, che le stanze si riempiono di luce? Al punto che si sente dolore? ok ok, ci sentiamo sempre colpevoli quando ne parliamo, sarà che siamo nati nel cattolicesimo e la gioia è sempre colpevole. Bisogna pensare anche ai poveri infelici, come Obama e Renzi: che il diavolo se li porti!

    • Come morti. Davvero bella questa poesia, bella per il linguaggio dall’eco classicistico, mi pare, che crea distacco e la rende alta; e per la ritmica musicalità che ho imparato a riconoscere come sua, di Rita Simonitto. Via, fuggire da queste morti sicure! Sembra che l’amore ci impedisca di arrecare dolore, ma non è vero: è amore anche quello che ferisce. L’amore da coraggio, non credo esista sentimento più forte. Penso al caso Englaro, e ai tanti episodi quotidiani di coraggio nelle ingiuste separazioni… perché tutte le separazioni sono ingiuste per l’amore, che io credo sia sempre per sempre, e non mi sembrano romanticherie. Ma è amore anche la separazione, ne fa parte: ci si separa ma l’amore resta, se era amore.

  54. emilia banfi

    Rita sei fantastica!

  55. emilia banfi

    A Giuseppina
    “Ascolto come arte da imparare”…
    Ascoltare il dolore …spesso si hanno grandi soluzioni. Brava!

  56. Giuseppina Di Leo

    Sì certo Lucio, anche per me notare la luce assume un significato particolare e difatti ne parlo spesso nelle mie poesie e negli scritti. Ma perché ci vedi un senso di colpevolezza? In me non ce n’è, il dolore di cui parlo è legato ad una dimensione interiore che chiamerei di impotenza di fronte a una serie di eventi non voluti, ma che pure mi/ci capitano addosso.
    La comprensione, alle volte, si serve di fenomeni impalpabili come la luce per attraversare una materia dura come la realtà, o forse rappresenta un confine, ma è meglio che mi fermi qui, non vorrei sconfinare nel metafisico…

    • Colpevolezza perché sia tu che Rita, dopo aver scritto d’amore, avete provveduto a rimediare ricordando che ci sono ben altri problemi. La luce è enorme in questa stanza.

      • Giuseppina Di Leo

        A Lucio Mayoor Tosi
        a Rita Simonitto

        Come ogni scelta anche quella relativa ad una poesia non è cosa semplice da decidere, penso che anche tu Lucio sarai d’accordo su questo.
        Ma non si è trattato di un “rimediare”, quanto piuttosto un modo per passare ad altro, come avevi auspicato nel commento.
        Certo, trovo anch’io che vi sia una singolare affinità tra quella mia e ‘la poesia della partenza’ proposta da Rita Simonitto; in entrambe si parla di una stanza, o comunque di un luogo che varie concomitanze, per giunta indipendenti dalla volontà (la luce, nel mio caso; il terremoto per Rita), trasformano un ‘riparo’ in qualcos’altro, uno spazio aperto, segnando un percorso nuovo, non preventivato.

  57. Ennio Abate

    “perché tutte le separazioni sono ingiuste per l’amore, che io credo sia sempre per sempre, e non mi sembrano romanticherie. Ma è amore anche la separazione, ne fa parte: ci si separa ma l’amore resta, se era amore.” (Lucio Mayoor Tosi)

    Oh bella!
    Due si amano “sempre per sempre” anche quando si separano. Da separati, comunque “l’amore resta, se era amore”. L’amore dunque contiene in sé sia i momenti in cui si sta insieme sia i momenti in cui si è separati. L’amore c’è dunque sempre. E’ indifferente a queste quisquiglie di avere una conferma o meno dall’altro/a. E’ la coniunctio oppositorum perfetta. Ma non ti sembra il gioco delle tre tavolette? Cioè un trucco idealistico per nascondere il conflitto reale che ha portato alla separazione? “Separarsi è morire”, diceva Goethe. Ricordo questo motto per averlo citato una volta in occasione di un lutto. Far finta che la vita (o l’amore) prosegue lo stesso anche dopo una separazione a me pare un trucco.

  58. La catarsi liberticida di una passione utopica

    Gli ele­menti di inef­fa­bi­lità e pro­ble­ma­ti­cità che carat­te­riz­zano «uto­pia» emer­gono con evi­denza fin dall’analisi seman­tica del ter­mine. Sospesa tra luogo felice (euto­pia) e non-luogo (outo­pia), uto­pia è con­dan­nata in maniera con­su­stan­ziale a espe­rire l’infausta con­di­zione della crisi. Con­di­zione che, in fondo, fini­sce col rea­liz­zarne entrambi i signi­fi­cati: momento di par­tenza è quello del «non-luogo» vis­suto con un senso di incom­ple­tezza a cui porre neces­sa­ria­mente rime­dio, seguito dall’immancabile con­vin­zione di aver indi­vi­duato il luogo felice a cui ten­dere per com­pen­sare quel vuoto ori­gi­na­rio e rag­giun­gere l’armonia finale.

    L’operazione non age­vole com­piuta da Luciano Can­fora nel volume La crisi dell’utopia. Ari­sto­fane con­tro Pla­tone» con­si­ste, con la con­sueta eru­di­zione che lo con­nota, nel risa­lire alla fonte di quel sen­ti­mento razio­nale che chia­miamo uto­pia, attra­verso la rico­stru­zione dell’episodio storico-filosofico in cui il com­me­dio­grafo Ari­sto­fane si è sca­gliato con­tro il nucleo essen­ziale del capo­la­voro di Pla­tone: la Repubblica.

    Espres­sione, il primo, della ragione bef­farda che uti­lizza la fin­zione sce­nica per farsi beffe di quelle costru­zioni sociali iper-razionali, che l’uomo ha sem­pre col­ti­vato nel corso della sua vicenda, e che sono rap­pre­sen­tate dal secondo.

    Can­fora è mae­stro indi­scusso della rico­stru­zione sto­rica attra­verso la cer­to­sina ana­lisi filo­lo­gica dei testi, ed è pro­prio con que­sta mae­stria che dimo­stra in maniera incon­fu­ta­bile come Ari­sto­fane, con la sua com­me­dia Eccle­sia­zuse, inten­desse effet­ti­va­mente sca­gliarsi con­tro il nucleo por­tante della grande opera di Pla­tone e, con essa, di tutti que­gli epi­goni di Socrate che nel col­ti­vare dise­gni uto­pi­stici ave­vano finito con l’elaborare modelli sociali inclini al tota­li­ta­ri­smo, alla sop­pres­sione della libertà indi­vi­duale, al disprezzo della demo­cra­zia e per­sino all’eugenetica.

    In que­sta dia­let­tica fra la ragione sognante del grande filo­sofo e la rap­pre­sen­ta­zione sce­nica bef­farda dell’illustre com­me­dio­grafo, Can­fora trova il sistema di deli­neare l’impianto con­cet­tuale dell’utopia pla­to­nica, isti­tuendo un nesso con la tra­di­zione socia­li­sta ispi­ra­tasi a Marx ed Engels.

    Il pro­blema è che tanto Pla­tone, par­tendo dal con­cetto di virtù etica pre­sente in Socrate, è per­ve­nuto alla costru­zione di un modello sociale (cal­li­po­lis) tutt’altro che alieno da con­no­ta­zioni liber­ti­cide e tota­liz­zanti, tanto Marx ed Engels, par­tendo dal con­cetto di stato etico pre­sente in Hegel, con la loro pre­tesa di socia­li­smo scien­ti­fico hanno dato vita ad una tra­di­zione poli­tica inca­pace di con­cre­tiz­zare il pro­getto di eman­ci­pa­zione umana e di rea­liz­za­zione di una società ispi­rata a cri­teri di giustizia.

    L’unico ruolo sto­rico effet­ti­va­mente svolto dalla tra­di­zione ispi­ran­tesi a Marx ed Engels, secondo Can­fora, è stato quello della social­de­mo­cra­zia, ossia di pun­golo costante e miglio­ra­mento gra­duale delle società libe­rali e capi­ta­li­sti­che. Men­tre, per il resto, lad­dove ci si è spinti al ten­ta­tivo di avvi­ci­narsi mag­gior­mente all’utopia della società di eguali rea­liz­zata, si è sci­vo­lati ine­vi­ta­bil­mente in quelle forme di vio­lenza tota­li­ta­ria che già ai tempi di Pla­tone erano dege­ne­rate nel tra­gico governo dei «trenta tiranni».

    Paolo Ercolani
    Il Manifesto 27 marzo 2014
    —–
    L’8 marzo di Medea
    La cosa che più colpisce, ma che rivela la realtà delle cose, è quest’otto marzo all’insegna di ipocrisia, infingardaggine, inganno e turpitudine.

    Emblematico di tutto questo è stato il trattamento, nei media di “sinistra”, della serie di assassinii successi proprio nei giorni del massacro delle mimose recise (rimarchevole eccezione l’articolo di Annamaria Ravera sul “manifesto” dell’8 marzo). Tg e giornali grondavano dolore e indignazione per le tre donne uccise dai rispettivi conniventi. E siamo d’accordo, pur turandoci il naso dal fetore di tartufismo e opportunismo. Silenzio totale negli stessi giorni, tranne un fugace e asettico accenno in ore tv e radio infrequentabili, sull’altrettanto, e forse più, efferato assassinio a Cesano Maderno del padre e marito, a coltellate dalla moglie e a martellate dalla figlia. Mentre del tutto sepolti da ignavia e cattiva coscienza rimanevano il figlio di 11 anni ucciso dalla madre con una forbice a Cosenza, le tre bambine di 3, 10 e 13 anni sgozzate dalla madre a Lecco, l’altro ragazzino di 11 anni, sempre nel cosentino, cui la madre ha tagliato la gola. Qui non si tratta di pari e patta. Qui si tratta di deontologia.

    Ci si potrebbe chiedere come mai una stampa, intrisa di sadomasochismo e dedita agli orgasmi da cronaca nera (pensate ai plastici del rivoltante Vespa), non abbia valutato gli effetti che sulla sua credibilità potevano avere l’abbagliante evidenza dei due pesi e due misure. Ma forse ci fa caso solo qualche maniacale “complottista” che medita sulle tattiche imperial-neoliberiste di frantumazione dei tessuti sociali. Del resto, chi ha mai visto dalle nostre parti gli occhiuti affabulatori di statistiche sfornare un dato sugli infantici e omicidi delle donne. E tanto meno sul maternalismo, origine di un paternalismo a sua volta generatore di maternalismo, in un circolo chiuso che è il paradigma di base del capitalismo con il suo ordinamento gerarchico e di sfruttamento?

    Il vampirismo sulle donne di un sovrano quirinalizio, che sfrutta la drammatica ricorrenza per liberare la propria ossessione anti-Cinque Stelle, inveendo contro “le ingiurie e offese” alla virago che ha posto alla presidenza della Camera. Lo strepitìo “femminista” del coro dei Renzi, Alfano, sciacquette berlusconiane delle pari opportunità di poltrona, parlamento e governo tutti , media unipartisan, che si nascondono tra le sottane ginocratiche mentre non hanno niente da dire o da fare sul 70% di medici obiettori di coscienza contro l’aborto, su una tirannia economica che riconduce le donne alla schiavitù del focolare e dell’irrilevanza politico-sociale, su guerre, sanzioni, terrorismo prodotti dall’imperialismo e dai suoi sicari mercenari. Fenomeni che, nella prima fila dei genocidi, vedono disfatte donne e bambine. Genocidi coperti da pali mediatici delle rapine a mano armata nazi-alqaidiste, oggi in corso in Ucraina, Venezuela, Siria e mezzo mondo, tipo le illustri inviate del TG3 a New York, Kiev o Sebastopoli.

    Il mondo giusto per cui lottano coloro di cui mi sto occupando nel film, donne e uomini dei No Tav, No Muos, No a tutte le infamie che vengono perpetrate in primissima linea contro le generatrici di vita e di pace, saprebbe bene dove collocare le sue proteste, la sua ripugnanza, le sue lotte. In una Siria dei due milioni di rifugiati e delle decine di migliaia di uccisi (dove è la statistica sulla percentuale di donne?) nel quadro di spopolamento e saccheggio affidato a subumani alqaidisti. In un’Ucraina dove i massacratori nazisti, arruolati e diretti da uomini come Obama e da donne come Hillary Clinton e Victoria Nuland (“Vaffanculo UE” che ti turbi davanti al connubio Grandi Democrazie-tagliagole hitleriani), assegnano le donne al ruolo di tessitrici di zattere per i naufraghi dei “mercati”.

    E qui ci si augurerebbe un po’ più di dinamismo di Putin nei confronti della salvaguardia delle donne russe dell’Est ucraino, almeno quanto sta facendo per quelle della Crimea, visto che si sa che fine faranno una volta che gli oligarchi designati dai nazi di Kiev le avranno inserite in mattatoi come le maquiladoras di modello messicano. E’ lì che i grandi sostenitori dei diritti umani, nostri padrini, padroni e alleati, coltivano, con particolare accanimento, i diritti umani delle donne. E vorrebbero restaurarli anche in Venezuela, dove le solite bande di lanzichenecchi imperiali dovrebbero riportare al 58% i poveri assoluti (di cui due terzi donne) che la rivoluzione bolivariana ha ridotto al 9,7%, ristabilendo le giuste misure del divario antropologico tra donne e uomini. Ne avete sentito far menzione l’8 marzo delle sinistre alla mimosa e delle destre pariopportuniste? Il meglio di uno Stato consustanziale con la mafia, mafia della cui visione del ruolo delle donne ci si può fidare.

    Nel frattempo il biscazziere al top e il cucciolo mannaro ci stanno allestendo una legge elettorale (si fa per dire) che fa sembrare le manette ai polsi dei carcerati braccialetti di violacciocche e che consegnerà donne mute e disperse al meglio della più machista organizzazione sociale che si sia vista dai tempi dei campi di cotone.e delle risaie. Abbiamo avuto la donna fascista, austera fattrice e focolarina. Visto che il fascismo ha subito un’evoluzione tanto tecnologica quanto etica ed estetica, oggi abbiamo, ai piedi del sovrano plaudente, i mille fiori fioriti dalle pari opportunità: l’olgettina, la portatrice di chiappe televisive, l’esimia veterana attaccata coi denti allo scranno, la pifferaia delle aule cattoliche, la direttrice della voce del padrone armonizzata con quella di Rodotà, e qualche ex-operaia che è passata ai lavori socialmente utili, distribuendo 600 euro tra marito disoccupato, figli da istruire, anziano da assistere e un saltimbanco da Grand Guignol da guardare per qualche attimo in Tv.

    Buon dopo-8 marzo.
    Fulvio Grimaldi

  59. emilia banfi

    “L’unica maschera concessa nella vita è nascondere il proprio dolore dietro a un sorriso”. A. Merini

    • ciao Emy, potrei lasciarti un commento alla misura e peso del tuo, serafico o meno, con un bel punto di domanda, solo un segno dunque. Preferisco invece , né per amore , né per odio, né per ragione né per torto, etc etc lasciarti un punto di domanda più articolato rispetto ai muscoli mossi da un sorriso che mi giunge da me incompreso, rispetto a quello che normalmene accolgo, quando una/un passante sulla metro incrocia il mio sguardo e a volte succede che, senza alcun’altra spiegazione ci si intenda al volo sulla fatica di vivere, di essersi alzati anche quella mattina, di aver visto di nuovo questo mondo, e in quel sorriso un altro mondo(da qui a volersi sparare sugli anelli di saturno, la mia ignoranza rende impossibile capire la maschera del pianto di Sagredo)
      …..

      premesso che la Merini è stata grande finché anch’essa non s’è fatta stritolare dalla convenienza mediatica, in cui peraltro il suo interesse era sicuramente più innocente o comuqnue inferiore a quello della macchina mediatica (di cui la responsabilità di Merini, come qualsiasi altro strumento, è stata la sua scarsa ribellione ai sistemi, in tipica contraddizione anche della “razza poeta” visto che lo stesso sistema l’aveva spappolata in mille e più lobotomie, di cui poi quella massima in senso lato è quella della società mediatica, o di cartone o dell’immagine)..

      ecco detta questa premessa, per cui conviene poco tirarla in ballo(la merini) sulle maschere , vorrei chiederti:
      quanto desiderio c’è da parte della “razza” poeti a discernere le cose della vita e della morte e soprattutto, all’interno di queste, a discernere le finzioni mostruose di vita e le finzioni altrettanto mostruose, anzi forse più gravi, della morte?

      esiste una via di mezzo fra i due estremi? che perlomeno qui, in questo spazio, riflesso di quello più grande, possa prendere le distanze ragionate e istintive, sia dalla melassa all’americana e all’amatricianadi certe superfici, pseudo sorridenti o pseudobuddiste etc, sia dall’esclusivo dolore, che sarà pure politico, ma a me pare confinato in se stesso e per se stesso tipo quello di Sagredo? A me, Merini e Sagredo, paiono due facce della stessa medaglia, in cui nel primo lato o verso c’è un modello meriniano che è diverso sol perché la propria estrema follia è stata riconosciuta dal mondo, conveniente a certe recite, per far soldi e successo…
      e infine ti chiedo: è possibile per chi dice sopra ogni cosa:poeta poeta poeta..poesia poesia poesia, avere un minino rapporto con gli altri che sia di dialogo sul piano prima che politico, che tutto pervade compreso l’amore, su quello antropologico da uomo a uomo? per chi mette sopra ogni cosa il suo amore, non dovrebbe essere così difficile, o no?

  60. ec
    “il suo amore ” potrebbe essere un refuso freudiano, ma in realtà volevo scrivere “il suono amore”

    • Annamaria Locatelli

      Cio Ro, resto sempre molto ammirata e smarrita da come tu riesca a dare una visione sempre più ampia, sempre più ampia, dove quelle portate avanti da molti di noi sprofondano in visioni parziali e alla fine insignificanti, come pesciolini che pretendono di essere l’intero mare…
      E quando dici che bisognerebbe imparare a distinguere il bene dal male e le mostruose finzioni legate a tali convinzioni…non dici poco,
      dici un traguardo quasi impossibile da raggiungere, persi come siamo negli infiniti inganni di una società mistificante.
      “Credo in dio padre onnipotente…”, un ricordo sbiadito di una visione monolitica ed errata ma rassicurante, mentre oggi massimo posso dire
      “Credo nella piantina di basilico sul mio balcone e del profumo…”
      Certo la cultura e la conoscenza, la tua é vastissima, sono importanti…
      Nello stesso tempo mi piace quel tuo intendersi sul significato profondo della vita solo attraverso uno sguardo con persone sconosciute incontrate in metropolitana…

  61. emilia banfi

    Oggi si crede più nell’odio che nell’amore, nell’indifferenza che nell’aiuto. L’amore non ha regole perciò spesso è snobbato proprio da coloro che dell’amore avevano riposto un avvenire regolato dalle loro esigenze. L’amore richiede troppa libertà e amare un uomo libero o una donna libera è bello ma a volte anche doloroso proprio perché la libertà non deve mai rispondere alle regole di un altro/a. Soffrire per amore è normale dopo una separazione o una morte , ma questo -come ho già detto- è la vita e la vita non concede sconti. Riconoscersi nell’amore è meraviglioso pensare che un giorno finirà è molto umano , ma se hai amato veramente, difficilmente cesserai d’amare , magari in altro modo , col tempo l’amore si trasforma in saggezza quella saggezza che ti aiuta a capire il perché della separazione, a volte invece te lo porti dentro come una spina nella ferita che ogni tanto devi curare magari amando ancora…

  62. ciao Annamaria cara, faccio contatto con te, ma non per escludere, anzi forse per cercare , continuamente ritrovare, qui come altrove, l’essenza “passante” dello sguardo che tu hai colto. Ti direi che la mia conoscenza e/o cultura delle cose del mondo, non è così vasta, altrimenti riuscirei ad amare e forse anche odiare come agli uomini sarebbe concesso, compresa la via dell’apprendistato(Lucio cit.)….io mi sento inadeguata, anche la bussola della conoscenza profonda che non ho (altrimenti avrei gli strumenti per afferrare, non afferare, pesare non pesare i versi di Sagredo o simili) servirebbe o forse no, servirebbe almeno ad aumentare la capacità di ridere e sorridere dell’avventura sventura lezione non lezione di venire al mondo e di essere con altri esseri che non lo hanno chiesto , in questo uguali a me, degni di conseguenza dell’amore nella sua forma più astratta e più concreta….

    (dissolvenza)
    se io dico a Emy, di rimanere su certi punti di domanda, e non so ascoltare o non ascolta le sue/mie contro risposte o controdomande, chi è delle due ( o eventuali altri parti) che esclude o include l’altra/o da un concetto molto concreto dell’amore? “molto concreto” è da intendersi, per la mia visione delle cose, perlomeno bi/multi-direzionale. La pianta non se ne fa nulla degli umani che sanno tutto dell’arte dell’orto o del giardino, né di chi ama solo in teoria i frutti e i fiori, le radici o i rami. La pianta non esiste per entrambi nel momento in cui il frutto o il fiore del suo amore viene disperso agli occhi di chi passa e non s’accorge, e non si domanda e/o non dà cenno , o non risponde al filo d’erba che piange o ride rugiada, alla secchezza o la rigsgliosità della vita, che scappa dall’alto del suo sapere botanico al suo sapere botanico o dal basso del suo credere alle more o all’ammore…

    un abbraccio

  63. emilia banfi

    cara Ro’,
    sarò sincera ho letto il messaggio che mi hai mandato , ma non l’ho capito…davvero non ho capito . Ma penso sia meglio che tu mi risponda via mail. Ciao abbraccione

    • perchè via mail? sono pagine nascoste? domande segrete? risposte private? amori personali? etc etc …peraltro , e mi viene da sorridere ( sorriso assolutamente privo di scherno) , non credo che via mail la mia parola possa essere diversa. Affrontammo già questo giorno della marmotta su altri temi o simili, come peraltro questioni piu tecniche che consentono o meno di vedere un video. Non venimmo a capo di nulla: se chi non ha potuto “capire”, ha lì per lì continuato per la sua strada illudendosi di parlare con l’altro e dicendo cose che valevano solo per mettersi in rapporto con se stessa/o, costei o costui, a uno stato logico-temporale successivo, non può dire “ma io non ho capito”…o sì, può dirlo a se come all’altro, ma :
      1 un altro spazio , come la mail che proponi, sarà sufficiente a “capire”; capire cosa poi? sé? l’altro? che?
      2 questo era lo spazio dove accatastare, riordinare, sparigliare, mettere in relazione i temi in questione, non altro, sempre che stiano ” a cuore” i temi stessi che meritano “amore”, ben più di una semplice utopia o un’idea sull’amore. Se non si vuole rimanere sul pezzo, ci sono mille escamotage, per fuggirne. Si trovano nuovi argomenti, vi si aderisce felicmente come quello proposto poco sopra da Lucio. Oppure si dice solo dopo un po’, che non si è capito. E’ giusto, ma non basta. Manca qualcosa. Manca un passaggio: la chiara semplice e manifesta volontà , verso l’altra/o (sempre che non sia un totem o un simulacro dell'”Amore” di aver avuto consapevolezza interiore della fuga da qualcosa a cui tuo (o altrui) malgrado, nonostante l'”amore”, dovete appelarvi. Questa fuga, per il valore che io posso dare, forse, alla parola “amore”, merita tutta la mia attenzione. E se non riuscissi (per mancanza di voglia, tempo, energie etc etc) a dare questa attenzione, al di là dell’amore, ne sarei cosciente, intendo della scelta, almeno spero .

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