Antonio Sagredo
La colomba eretica 

eretici 2

Ieri,
hanno segato le ali alla colomba!
ma non il volo!
hanno spezzato le zampine!
ma non il cammino!l’hanno accecata con due spilli!
ma non la visione!
hanno staccato la coda!
ma non la direzione!
la lingua,
la lingua,
la lingua le hanno strappato!
ma non il canto!
il becco le hanno troncato di netto!
ma non il respiro!
poi hanno mozzato il capino!
ma non l’intelligenza!
l’hanno bruciata!
incenerita!
sparse le sue ceneri !
ma non l’Immortalità…
…in ogni luogo… oggi – domani – sempre!

Vermicino, 24 settembre 2005

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6 commenti

Archiviato in RICERCHE

6 risposte a “Antonio Sagredo
La colomba eretica 

  1. Rita Simonitto

    Il vero dramma ‘eretico’ non si configura quando la colomba viene martoriata solo nella sua corporeità (anche la Fenice al fine risorge dalle ceneri) ma quando viene avvilita, umiliata nelle sue parti spirituali, quelle che fanno astrazione dalla materia: la visione, il canto, l’intelligenza, il volo. Solo allora la Colomba/Fenice/Poesia rischia pericolosamente la sua Immortalità e il *…in ogni luogo… oggi – domani – sempre!* può trasformarsi in un “non più, mai, da nessuna parte!”.
    (p.s. Fare astrazione non significa negare la realtà assolutizzando lo ‘spirito’).

    R.S.

    • Annamaria Locatelli

      …Secondo me, A. Sagredo qui si riferisce alla sorte della poesia quanto della parola eretica attraverso i secoli. Ieri, come colomba mite ma coraggiosa nell’opporsi ai potenti e nel rifiutare i dogmi, é stata perseguitata, messa all’indice, data alle fiamme, ma é sopravvissuta nel volo, nella visione, nel canto, nell’intelligenza, nell’immortalità. Così sarà sempre, oggi e domani: ha già dimostrato
      di poter superare prove e difficoltà…
      Diversamente mi sembra pensare Rita, per lei la poesia oggi é stata intaccata nalla sua materia ma anche nel suo spirito, perciò difficilmente potrà rinascere dalle sue ceneri , come l’Araba Fenice..

  2. antonio sagredo

    la Locatelli ha ragione; ma ddovreste leggere i miei versi: “Ritorno dal martirio” per comprendere ancora meglio.
    a. s.

  3. antonio sagredo

    Ritorno dal martirio

    1 – il boia

    Non sapeva, lui, a quale santo volgersi, con chi trattare,
    diceva: la qualità del supplizio distingue la vittima!
    Mi domandò: quale tortura scegli? E io: la più rapida e dolce.
    Allora, per te va bene, la graticola di San Lorenzo!

    2 – l’aspirante martire

    Gli dissi: sai, non sono rassegnato, affronto sereno
    il martirio nel nome di non so chi o che cosa.
    Un lieve mio sorriso l’aveva ingannato. Allegri
    ci scambiammo gli auguri a un futuro a rivederci.

    3 – dopo il martirio

    Non mi sento affatto sollevato… sono un po’ stanco.
    Il boia ha pianto e io l’ho consolato con un bacino
    sulle guance, aveva un cuore d’oro, ma in frantumi!
    Aveva riso, prima della mia esecuzione!

    Antonio Sagredo

    Bardonecchia, 27 dicembre 2007
    (mattino solare)
    —————————————————
    Cristo l’epicureo

    Ne faceva di tutti i colori, davvero!
    Scambiava perfino Sophia con Maddalena!
    Non aveva credito se non con le maschere,
    per questo Pierrot era suo intimo amico!

    Per vie sonnolente e nevose giravano di notte,
    mano nella mano, fra chiassetti e vicoli,
    – gelosia di Giovanni! – finché le rosse lanterne sfinivano
    i sembianti… ma Colombina, l’ascosa, li rimproverava

    con linguaggio da trivio in quella Bettola delle Ceneri,
    perché l’ascesis fosse più eretta nel sudario peloso
    delle notti… l’ultima scintilla fu spenta dal vino!
    Sulle pareti pesci e leopardi nel Recinto delle Sofferenze.

    Arlecchino rotava il randello come una fabula
    e se lo rigirava a suo piacimento… Giudizio
    dell’ultimo giorno, dove sei? quando arrivi? – la data esatta
    tradiva lo zelo eccessivo, come una condanna – l’attesa!

    L’universo era stanco della sua fine annunciata:
    voltò i tacchi e ricominciò paziente il suo dolce refrain.
    Non aveva scelta, non voleva il ritorno dell’Eterno,
    ma riconobbe il suo pianto dalla luce – fra le tenebre!

    Antonio Sagredo

    Bardonecchia, 26 dicembre 2007
    (pomeriggio plumbeo)

    —————————————–
    (questi ultimissimi miei versi un dono a lei)
    ——
    ad Alfredo De Palchi

    Da un martirio all’altro detesti il mio carapace e il supplizio
    del trionfo e la giostra dei piaceri inattuali… la carne ricucita
    accusa le cicatrici dell’armonia per un atto mio blasfemo
    che genera una eresia carnale.

    Non hai che strumenti in avaria e un’orchestra che registra
    suoni mai uditi – Non hai nemmeno la lingua, una parola,
    un senso che rifiuta il cicaleccio infame di chi in quel giorno
    d’aprile di 84 anni fa uno sparo deviò la destinazione.

    È la natura che corrompe la nostra intelligenza, e empietà
    e oltraggio non servono ad un “indovino segretato che non sostiene
    più il morso” e sul tenero rogo quel grido gigliaceo “Cari amici, andiamo
    a morire allegramente”… la sua cenere fu più che una pluralità di mondi!

    Non so se nel tragitto equino, Alfredo, il calvario s’era già compiuto in apnea
    se il pesce crudo della nostra mente fu geloso del crematorio, ma dove il tuo
    cuore di medusa inquisì l’abbecedario della conversione c’è un obitorio!

    Perfino Saul sa che a Damasco non successe nulla, e che le fandonie
    sono il sale dei tribunali di un qualsiasi, purissimo, Torquemada!

    Antonio Sagredo

    Gran Sasso d’Italia (Assergi), 14 venerdì di marzo 2014

    • Annamaria Locatelli

      Grazie…e passo a un breve commento.
      Le due prime poesie sono, direi, rappresentabili e assai beffarde e divertenti. Nella prima, ad un boia sadico si contrappone un aspirante martire tutt’altro che disposto a farsi tale. Alla fine, un colpo di karate e il boia é messo fuori gioco…come capovolgere la sorte.
      La seconda, quella che preferisco, coniuga la tradizione del teatro dissacrante a quello delle maschere. In un carnevale recuperato, Cristo epicureo, sulle vie di una città dalle tinte fuori dal tempo (le luci del teatro), tra postriboli, bettole vino e amanti, rimanda sempre l’idea del martirio, sino alla rinuncia finale dell’Eterno, non senza un certo rimpianto…
      In quanto alla terza poesia: un idillio tra poeti? La luna e la terra?

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