Rita Simonitto
Versi del commiato

Sanglot

Les sanglots longs/des violons/de l’automne (1866, Paul Verlaine) *

Nel sogno non vieni più a trovarmi
mandi solo ambasciatori sconosciuti
ma testarda aspetto ancora indizi
accucciata sul gradino di casa.
Anche quando mi allattavi il tuo pensiero
vagava a Cotentin là era a rischio
sangue tuo e io porto allarmi con me
stridenti brughiere linfa e latte
dal colore viola.

Morii due volte quando les violons de l’automne
staccarono dalle grucce del presente
l’angelo del destino e l’angelo del ricordo
liberazione e prigionia e impallidita
tu battesti i piedi di inconsulto trapestio
le tende palpitarono nel vuoto nodi scuri
cielo e nuvole sbalordite alle finestre alte
agli specchi il ghigno della strega
che odia ogni bellezza e insidiosa
la mela rotolò fra macerie e fumi
e poi il sonno, il lungo sonno degli sconfitti.

No. Non volli vederti. Non più né mai.
Impietosamente nei meandri del dolore
la mia ferita inaridì bandita ogni domanda
come la matrigna storia che dietro ai vincitori
si imbellettò per generose alcove
e la poesia prostituta si diede a cantori orbi
di verità. Così, sans amour et sans haine,
le custodie si chiusero sui misfatti compiuti.

E oggi dissacrata in un tempo che si pasce
di un quotidiano subito incernierato
come i sacchi dei morti senza nessuno
io non ho più di che piangere
né di che cantare.

Dis, qu’as-tu fait, toi que voilà
De ta jeunesse?

(10.10.12)

* Radio Londra ore 21, giovedì 1° giugno 1944: un breve brano di una poesia di Verlaine: “Les sanglots longs de l’automne”. E’ il segnale che l’invasione della Francia è prossima.
Radio Londra, ore 21,15 lunedì 5 giugno 1944: “blessent mon coeur d’une languer monotone”.
Per la Resistenza francese è il segnale che gli Alleati stanno preparando lo sbarco nelle prossime 48 ore.

Fra i reparti tedeschi c’era un numero imprecisato di operai della Todt italiani e spagnoli arruolati forzosamente. Non tutti quelli che persero la vita morirono in battaglia.

Il premio letterario

Aspetto il plauso/scroscio che mi strapazza il cuore
e al suo volere lo piega burattino
perché solo così, interminabilmente, sarà finita.

Attorno, processori di parole siedono
in consesso diramati gli inviti
le tesserine dei pass oscillano leggere
come piccole onde sui revers di giacche
appuntate a sinistra o destra a seconda
delle inclinazioni di servizio o lussuriose
guardano profondità di seni non sempre di acque chiare.

A las cinco de la tarde il mio toreare è questo
appiattiti i sensi dove non vedere, non sapore,
e non afrore (perché anche le stalle
sono tirate a fresco dalla poetica memoria)
ma solo verba saltellanti
a seguire gli sdruccioli dominî del dover essere
e qua e là inrosare, infiocchettare con reminiscenze
(oh, quanto odio le memorie vestite a festa)
di buoni sentimenti l’acido nero di sangue raggrumato.

(30.01.2013)

Ferocia

Come uccelli disimparati al volo
vanno i pensieri feriti
senza assaporare l’aria.
Non servono albe. Nulla
rimemora l’alba nei solchi del viso
non datati dagli anni ma dalle pene.
So che anche lo sterpame sa cantare
sulle languorose note di scirocco
non io invece.

Dalla desolata torre tarocca il grido
cenerino cerca altri richiami
a cui risponde solo la ferocia:
“alouette ma belle alouette,
alouette je te plumerai”.

(14.02.2013)

Verità

A volte numinosamente vieni
di orpelli spoglia così mi spingi
tremebondo viandante che tiene
il non volersi vedere alla catena
come il solo dolore che gli è rimasto.

O se squaderna il sole dorsali di colline
e avviluppa tralci a pampinose edere
tu al dito lungo come ingiurioso
pirata della strada mi fai vedere l’inganno
irriverente, come solo la verità può essere.

(Febbraio 2013)

In queste notti

In queste notti di terrore senza oggetto
perché anche i cavalieri dell’Apocalisse
hanno cambiato strada impotenti contro
ricette dispensate con sommo sprezzo
del ridicolo, fasulle come i fondi
investimento, i fondi pensione…

in queste notti di luna spicciola
che non accompagna nessuno
e si astiene anche dalle rogge
dove solo qualche suicida si impiglia
alle ferrate puntute come alabarde
e sperduto si sente il caminante…

in queste notti senza palpebre
smarriti i giorni da vedere
lo scintillio inghiottito dai catrami
perfino i gatti hanno dichiarato forfait
perché inutile ogni tenerezza…

in una di queste notti violerò l’uscio
della casa di fronte dove un telefono
continua a suonare a vuoto e griderò
basta
non chiami
più niente
risposte
qui
siamo tutti
morti.

(20.06.2013)

Minuscolo

Dolore amico che la notte mi pieghi il fianco
e imbastisci minuti gli smarrimenti della carne
strascicante per le impervie strade del nonsenso.

Ciò che turba è sempre la domanda
che tu non sai, minuscolo di fronte all’universo.

(23.11.13)

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8 commenti

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8 risposte a “Rita Simonitto
Versi del commiato

  1. emilia banfi

    Che bello leggere vera poesia! Grazie Ritissima

  2. Giuseppina Di Leo

    Attraverso un grande arco in pietra, visitai un paesino arroccato su di una altura, le strade deserte allineavano serie di case in muratura e pietra; dappertutto c’era un grande silenzio. Lasciai il paese, muto come all’arrivo. Sull’arco, una lapide ricordava i nomi di quanti erano stati uccisi dalle SS durante un rastrellamento.
    Il ricordo personale di una vacanza, di cui conservo solo poche foto, è affiorato attraverso le poesie del ‘commiato’ di Rita Simonitto.
    Pungono come rovi le tue poesie Rita, se posso associare una sinestesia. Eppure sono capaci di suscitare partecipazione, non sterile né di maniera, ma viva e partecipata, appunto. Come a dire che la dimensione del dolore non è mai un fatto privato, se lo è è solo un’altra forma di egoismo. Mentre le tue poesie ci dicono tutt’altro.
    Sono versi bellissimi. Grazie Rita.

    …Non servono albe. Nulla
    rimemora l’alba nei solchi del viso
    non datati dagli anni ma dalle pene…

    • Annamaria Locatelli

      Questi versi bellissimi mi suonano come un canto funebre sul genere umano e, nello stesso tempo, un commiato dal genere umano a cui Rita Simonitto sente di non appartenere più “…siamo tutti morti”. Disperante.
      Eppure é presente una grande lezione sulla funzione altissima della poesia oggi che non deve rinunciare a raccontarsi, poesia lirica, a raccontare la Storia degli uomini, poesia della memoria, e a denunciare, poesia civile.
      La poesia ebbe un ruolo da combattente quando le fu affidato il compito, attraverso i versi di Verlaine, di dare il “la” alla liberazione del suolo francese occupato dai tedeschi . Così oggi la poesia dovrebbe essere in grado di liberarci da altre schiavitù, ad esempio da applausi e riconoscimenti che portano il poeta alla schizofrenia…
      “I versi del commiato” additano una strada da percorrere in tutta umiltà perchè possono solo dar voce al dolore di sentirsi prigionieri di una realtà mistificante e feroce che uccide fin dalla nascita la dolcezza…

  3. Io non mi farei tanti problemi se i nomi del dejà vu sono quelli, poni caso, dell’Achmatova o di Amelia Rosselli. Sono scelte di primordine, e d’altra parte non possiamo che guardare agli autori d’antan, come dici tu. Tra i contemporanei ti ci devi mettere in prima persona, chiunque o nessuno che tu sia o creda di essere. Abbiamo bisogno tutti di riferimenti e di guide, almeno per me è così, ma la ricerca deve essere intelligente e democratica al punto che ciascuno possa eleggere i propri rappresentanti come gli pare. I miei, come puoi immaginare, ma sembra un caso, sono maschi; e sono di gran lunga inferiori a Achmatova e Rosselli per tragicità e furore ( che a me sembrano qualità più femminili che maschili). Questo sempre ammesso che io abbia visto bene tra le righe di queste tue nobilissime poesie. Molte cose vi uniscono, certo annullando ogni distanza storica e temporale: il coraggio e l’indipendenza creativa dell’Achmatova all’epoca del simbolismo, quel suo mantenersi con i piedi per terra senza cedere ai trionfalismi della rivoluzione russa, quella sua scrittura perfetta ed elegante che però riusciva a dire tutto del dramma di milioni di persone, di donne… e Amelia, che ho avuto anche la fortuna di incontrare, per la sua musicalità, quella sua scrittura ritmica che so ti è congeniale, paradossalmente oggi meno attuale dell’Achmatova: anche lei, sebbene per il tempo breve dello sperimentalismo di fine novecento. Anche tu hai nelle corde questa facilità musicale, solo che oggi questa qualità sembra aver perso il valore distintivo che aveva fino a vent’anni fa. Non occorre lavorare su qualità che possediamo naturalmente, la musicalità non la si perde modificando la giustezza dei versi, è un fatto congenito, ti accompagna, può muoversi anche in modo sotterraneo. Piuttosto guarderei all’equilibrio della prosa poetica, tra il discorsivo e il poetico: questo per via del fatto che so che anche la prosa ti è amica. Infine, ma avrai capito che sto scrivendo di getto, quindi senza una vera fine, per quel che riguarda il contesto demente ( di ogni epoca) mi appellerei alla saggezza più che alla sapienza. Sono infatti del parere che apparendo stupidi, più stupidi degli stupidi, possiamo sperare di smuovere se non altro la magnanimità degli imbecilli, che è meglio di niente, o è sicuramente meglio che sprofondare nello sconforto degli indomabili intellettuali, costernati come sono di trovarsi nell’epoca del riciclo anziché dell’originalità ad ogni costo. Apparire stupidi nella vita, voglio dire, non certo nelle cose dell’arte. Anche qui dovrebbe valere quanto ho detto della musicalità: se c’è del buono lo si vedrà comunque, inutile perderci tempo e fatica. Ciao, Rita: spina di rosa. Davvero belle queste tue nuove poesie.

    • Annamaria Locatelli

      …vorrei aggiungere due parole al mio commento precedente perchè,
      sempre riguardo ai “Versi del commiato”, mi sembra di aver evidenziato solo la “Rita Giovanna D’Arco” trascurando la Rita donna” che altrettanto coraggiosamente si racconta. Scorrono in questi versi, come in un bel film, scene o sequenze a coprire quasi l’arco di una esistenza. Dalla prima infanzia, quando una balia “distratta” distrugge per sempre l’integrità e l’innocenza di una bambina…attraverso varie situazioni di violenza e di delusione: il baratro dei riconoscimenti letterari, la visione di una natura tanto bella quanto dissacrata dall’uomo, la dilaniante verità su se stessa “alla catena, il prorompere di un mondo in disfacimento…e infine sempre l’autrice, avanti con gli anni e dolente in un corpo che pur le fa compagnia con i suoi mali, é squassata in esplosioni di insofferenza verso chi si arrabatta per una vita senza senso e non capisce che tutto é compiuto, l’umantà é scomparsa. C’é un crescendo di disperazione e di drammaticità…molto coraggioso poterselo e potercelo dire e perciò non viene intaccato il messaggio o l’invito, sotterraneo ma sempre presente, a lottare per la libertà, la giustizia e la verità…Una scrittura poetica a più dimensioni.
      Sullo stile, l’eleganza e la musicalità della scrittura poetica, mi associo a quanto detto da Mayoor…

  4. Rita Simonitto

    Ringraziamenti

    @ Emy
    Ho apprezzato molto il superlativo.… un po’ di sostegno narcisistico ci vuole!
    E allora: ‘grazissime’!

    @ Giuseppina
    *Sull’arco, una lapide ricordava i nomi di quanti erano stati uccisi dalle SS durante un rastrellamento*.
    Grazie per la possibilità che mi dai, attraverso l’associazione che ti ha fatto ricordare le violenze perpetrate dai ‘cattivi tedeschi’ , di fare delle osservazioni. Certo, la poesia non si propone di fare un saggio storico. La poesia ‘allude’, dovrebbe far vedere anche una realtà altra, farci uscire dagli stereotipi di cui oggi siamo strazeppi e soprattutto da alcune menzogne: gli Alleati furono tutt’altro che teneri con i prigionieri sia durante lo sbarco in Normandia che in Sicilia. I pochi superstiti a poter testimoniare questo sono tutti morti ormai e a quelli che poterono parlare non venne data, ovviamente, alcuna risonanza mediatica.
    Volevo solo ricordare quelle mogli (e madri) i cui mariti, reclutati forzosamente nella Todt, furono eliminati proprio dai liberatori senza nessuna necessità di ordine bellico. E i cui figli si trovarono orfani di ambedue i genitori, entrambi uccisi dal ‘fuoco amico’ sul fronte e a casa. Il ‘modello’ è quello del bombardamento di Dresda: “Aggratis”.
    Il detto “à la guerre comme à la guerre”, se deve valere, deve valere per tutti, non solo ad uso e consumo dei vincitori. Ieri i giornali hanno riportato: “il presidente americano chiarisce che le azioni di Mosca «violano la sovranità dell’Ucraina e la sua integrità territoriale». Per le ingerenze e le violazioni in Libia (e in altri paesi) non venne detto nulla, anzi furono ritenute legittime.

    @ Lucio
    Oltre al grazie per la stima e l’incoraggiamento apprezzo molto l’invito alla saggezza più che alla sapienza: invito che, però, è molto difficile da attuare oggi. Un tempo la saggezza era fondata anche su una base sapienziale e valoriale attualmente carenti. ‘L’ignoranza’ del saggio equivale alla messa in parentesi di un sapere che comunque c’è stato ed è di patrimonio comune. Se c’è poco o nulla dentro quella parentesi, anche la saggezza diventa un difficile esercizio.
    Quanto al suggerimento di ‘lavorare’ attorno *all’equilibrio della prosa poetica, tra il discorsivo e il poetico* lo accolgo in pieno. Al momento vorrei sperimentare l’utilizzo dell’enjambement/paradosso. Cioè il legame tra la fine del verso precedente e l’inizio del successivo dovrebbe essere costituito da un termine ambiguo, che rappresenta sia la continuità (tipica della prosa) e sia la rottura (tipica dell’ ‘a capo’ del verso). Quindi un lavoro sui doppi sensi (esempio: *e imbastisci minuti gli smarrimenti della carne* dove ‘minuti’ può significare sia ‘piccoli’ che una misurazione del tempo).
    Ti ringrazio ancora per gli stimoli e per la tua attenzione che mi è sempre molto gradita.

    @ Annamaria
    Al grazie per i due ‘sentiti’ commenti, aggiungo un mio riconoscimento per la particolare capacità affabulatoria di Annamaria che ho molto apprezzato anche in altre occasioni e che valorizza i testi in questione. Il ‘raccontare’ una storia che in filigrana tesse tra loro le poesie le rende particolarmente vive e dotate di una nuova luce anche per chi le ha scritte.

    Rita S.

  5. A me ha colpito il titolo «Versi del commiato», che Rita ha voluto dare a queste cinque poesie. Che hanno un senso analogo a quello della prosa «In controtendenza». Rita ha accettato il mio suggerimento di tenere distinte al momento della pubblicazione i due scritti, ma essi sono omogenei nell’ispirazione e nel pensiero. In poesia Rita dice la stessa cosa – la disperazione – che dice in prosa.

    In prosa parla di « mancanza di ispirazione legata ad un sentimento di controtendenza che [l’] allontana sempre di più dal poetare odierno», « di inadeguatezza nei confronti di una realtà che ormai non fa che ripetersi in modo ossessivo nei suoi ‘disastri’», della « delusione di non trovare nel dire poetico odierno ([lei] compresa) qualche cosa di ‘illuminante’, di stimolante che esca dalle secche del dejà vu»; e dice che si sente «risucchiata nel ‘passato’ senza peraltro sentirne la forza come invece scriveva P.P. Pasolini nel suo “Io sono una forza del passato”».

    E nei «‘versi del commiato’ (non già più ‘poesie’) » – ed anche questo è un affondo su cui bisognerebbe riflettere – la disperazione intellettuale si fa disperazione emotiva.
    La prima strofe di «Sanglots…» è dialogo con i morti (la madre penso). E a me pare che la nota che rita ha aggiunto in nota e che rimanda alla funzione di segnale dell’offensiva alleata, che quel verso di Verlaine svolse, sia del tutto marginale o addirittura induca a deviare dal nucleo tutto emotivo e intimo di pena che qui va in primissimo piano. La storia davvero è allusa, fa da sfondo lontanissimo. Qui è la poesia lirica, l’anima lirica e romantica che parla. Solo lei.
    E dice:

    basta
    non chiami
    più niente
    risposte
    qui
    siamo tutti
    morti.

    E rinforza la sua coscienza (disperata, ripeto…) di essere cosa minima:

    Ciò che turba è sempre la domanda
    che tu non sai, minuscolo di fronte all’universo.

    A me pare che si debba prendere in grande considerazione questa disperazione esistenziale e poetica. Così com’è. Senza affrettarci alle lodi anche sincere e motivate o agli inviti a tirarsi su. E a tenere in grande considerazione anche gli «autori d’antan» (Verlaine e Machado) che le fanno compagnia meglio di noi.

    P.s.
    Ho corretto la citazione «sans amour et sans heine»: «sans amour et sans haine» [haine:odio].
    E copio (indicando i link da cui l’ho tratte) le fonti, da cui Rita credo abbia preso le sue citazioni. Anche per avere una conferma e perché questi rimandi, oltre a dare un’occasione per leggere o rileggere i due autori, sono importanti nella ricerca poetica di Rita:

    1. http://www.giuseppecirigliano.it/ilpleure.html

    Il pleure dans mon cœur

    Comme il pleut sur la ville;
    Quelle est cette langueur
    Qui pénètre mon cœur?

    5 Ô bruit doux de la pluie
    Par terre et sur les toits!
    Pour un cœur qui s’ennuie
    Ô le chant de la pluie!

    Il pleure sans raison
    10 Dans ce cœur qui s’éccœure.
    Quoi! nulle trahison?…
    Ce deuil est sans raison.

    C’est bien la pire peine
    De ne savoir pourquoi
    15 Sans amour et sans haine
    Mon cœur a tant de peine!

    Piange nel mio cuore

    Come piove sulla città;
    Cos’è questo languore
    Che mi penetra il cuore?

    5 O dolce brusìo della pioggia
    Per terra e sopra i tetti!
    Per un cuor che si annoia,
    Oh il canto della pioggia!

    Piange senza ragione
    10 Nel cuore che si accora.
    Come! Nessun tradimento!…
    Dolore senza ragione.

    È la pena maggiore
    Il non saper perché
    15 Senz’odio e senza amore
    Ha tanta pena il cuore!

    [da Romances sans paroles, 1874]
    [Traduzione di Giuseppe Cirigliano]

    2. http://romamore.ilcannocchiale.it/2008/10/19/canzone_dautunno_chanson_dauto.html

    Chanson d’automne

    Les sanglots longs
    Des violons
    De l’automne
    Blessent mon coeur
    D’une langueur
    Monotone.

    Tout suffocant
    Et blême, quand
    Sonne l’heure,
    Je me souviens
    Des jours anciens
    Et je pleure

    Et je m’en vais
    Au vent mauvais
    Qui m’emporte
    Deçà, delà,
    Pareil à la
    Feuille morte.

    3. http://www.feelingsurfer.net/garp/poesie/Verlaine.Jeunesse.html
    (FR)

    « Le ciel est, par-dessus le toit,
    Si bleu, si calme!
    Un arbre, par-dessus le toit,
    Berce sa palme.

    La cloche, dans le ciel qu’on voit,
    Doucement tinte.
    Un oiseau sur l’arbre qu’on voit
    Chante sa plainte.

    Mon Dieu, mon Dieu, la vie est là
    Simple et tranquille.
    Cette paisible rumeur-là
    Vient de la ville.

    – Qu’as-tu fait, à toi que voilà
    Pleurant sans cesse,
    Dis, qu’as-tu fait, toi que voilà,
    De ta jeunesse ? » (IT)

    « Il cielo si staglia al di sopra del tetto,
    così blu, così calmo!
    Un albero, al di sopra del tetto,
    culla i suoi rami.

    La campana, nel cielo intravisto,
    dolcemente suona.
    Un uccello sull’albero intravisto
    canta il suo pianto.

    Mio Dio, Mio Dio, la vita è là
    semplice e tranquilla.
    Questo leggero brusio
    viene dalla città.

    – Cosa hai fatto, tu che qui
    piangi senza tregua,
    di’, che ne hai fatto, proprio tu, ecco,
    della tua giovinezza? »

    4. http://santiago.pellegrinando.it/poesie/1.01_Cantares.htm

    Cantares…
    Antonio Machado
    ________________________________________
    Todo pasa y todo queda,
    pero lo nuestro es pasar,
    pasar haciendo caminos,
    caminos sobre el mar.
    Nunca perseguí la gloria,
    ni dejar en la memoria
    de los hombres mi canción;
    yo amo los mundos sutiles,
    ingrávidos y gentiles,
    como pompas de jabón.

    Me gusta verlos pintarse
    de sol y grana, volar
    bajo el cielo azul, temblar
    súbitamente y quebrarse.

    Nunca perseguí la gloria.

    Caminante son tus huellas
    el camino y nada más;
    caminante, no hay camino
    se hace camino al andar.

    Al andar se hace camino
    y al volver la vista atrás
    se ve la senda que nunca
    se ha de volver a pisar.

    Caminante no hay camino
    sino estelas en la mar…
    Hace algún tiempo en ese lugar
    donde hoy los bosques se visten de espinos
    se oyó la voz de un poeta gritar
    “Caminante no hay camino,
    se hace camino al andar…”
    Golpe a golpe, verso a verso…

    Murió el poeta lejos del hogar.
    Le cubre el polvo de un país vecino.
    Al alejarse le vieron llorar.
    “Caminante no hay camino,
    se hace camino al andar…”

    Golpe a golpe, verso a verso…

    Cuando el jilguero no puede cantar,
    cuando el poeta es un peregrino.
    Cuando de nada nos sirve rezar.
    “Caminante no hay camino,
    se hace camino al andar…”

    Golpe a golpe, verso a verso.

    ¿Para qué llamar caminos
    a los surcos del azar?…
    Todo el que camina anda,
    como Jesús, sobre la mar.

    Caminante, son tus huellas
    el camino y nada más;
    Caminante, no hay camino,
    se hace camino al andar.

    Al andar se hace el camino,
    y al volver la vista atrás
    se ve la senda que nunca
    se ha de volver a pisar.

    Caminante no hay camino
    sino estelas en la mar.

    Tutto passa e tutto rimane
    però il nostro è passare,
    passare facendo cammini
    cammini sopra il mare.
    Mai ho cercato la gloria,
    né di lasciare il mio canto
    alla memoria degli uomini;
    io amo i mondi delicati,
    lievi e gentili
    come bolle di sapone.
    Mi piace vederle quando si colorano
    di giallo e carminio, volare
    sotto il cielo azzurro, tremare
    d’improvviso e poi scoppiare.

    Mai ho cercato la gloria.
    Viandante sono le tue impronte
    la via e nulla più:
    Viandante non c’e un cammino
    si fa il cammino camminando.

    Camminando si fa il cammino
    e voltando indietro lo sguardo
    si vede il sentiero che mai
    si tornerà a calcare.

    Viandante non c’è una via
    ma scia sul mare …

    Qualche tempo fa in questo luogo
    dove oggi i boschi si vestono di spine
    si sentì la voce di un poeta gridare
    “Viandante non c’è cammino
    la via si fa con l’andare…”
    Colpo dopo colpo, verso dopo verso …
    Morì il poeta lontano dal focolare.
    Lo copre la polvere di un paese vicino
    Al momento dell’addio lo videro piangere.
    “Viandante non c’è un cammino
    la via si fa con l’andare…”
    Colpo dopo colpo, verso dopo verso …
    Quando il cardellino non può cantare
    quando il poeta è un pellegrino.
    Quando a nulla ci serve pregare.
    “Viandante non c’è cammino
    la via si fa con l’andare…”
    Colpo dopo colpo, verso dopo verso …
    Perché chiamare cammini
    i solchi del caso?
    Tutto quello che cammina va
    come Gesù, sopra il mare
    Viandante, sono le tue impronte
    il cammino e nulla più;
    Viandante non c’è un cammino
    la via si fa con l’andare…”

    Camminando si fa il cammino
    e girando indietro lo sguardo
    si vede il sentiero che mai
    si deve tornare a calpestare.

    Viandante non c’è un cammino
    ma le stelle nel mare …

    • Annamaria Locatelli

      …e sì, la disperazione veleggia, non serpeggia, nei cuori dei poeti di ieri come di oggi. Leggendo le bellissime poesie di P. Verlaine e di A. Machado, capisco come Rita abbia potuto riflettervisi e trovarvi motivi di conforto…
      Secondo me, nei versi di P. Verlaine ci sono presenze e suoni congeniali all’accoglienza della disperazione. La pioggia, il vento,
      la campana, il canto di un uccello da una parte, il pianto, i singhiozzi,
      persino le manifestazioni di nonsenso dall’altra si compenetrano, così il poeta piange insieme alla natura, che ne diventa la testimone amica.
      Nella poesia di A. Machado ” Viandante non c’é cammino
      la via si fa con l’andare…” é presente la fatica e il nonsenso del vivere, insieme al gesto del camminare che si fa pesante e ripetitivo.
      Non si lascia traccia “…cammini sopra al mare” tuttavia a consolare il poeta ci sono i mondi delicati, il mare e le stelle del mare. La bellezza c’era e ci sarà dopo di lui…
      Nelle poesie di Rita “I versi del commiato”, i suoni, i versi, i rumori, sono orribili, angoscianti( il battere i piedi, il ghigno della strega, i sacchi dei morti incernierati, un telefono che continua a suonare a vuoto…) ed esasperano la disperazione. I tempi sono terribili e anche la natura ha perso il suo ruolo di consolatrice. A consolare, se mai, ci sono la lettura dei poeti d’antan e la capacità di ridimensionare il proprio dolore “minuscolo di fronte all’universo”

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