Ennio Abate
Appunti su «Quadernario» (2014) di LietoColle

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Nell’ultimo quarantennio si è manifestato un fenomeno  interessante e ambiguo, che io chiamo dei “moltinpoesia”.  Sull’onda della scolarizzazione e comunicazione di massa e ultimamente del Web, la produzione di testi di poesia (o di “parapoesia” o “similpoesia”, come li definiva Raboni, sfiorando la questione senza affrontarla) ha raggiunto dimensioni imponenti. Il fenomeno non può essere più svalutato, riducendolo a categorie generiche (epigoni, minori, sottobosco, ecc.). Andrebbe studiato in profondità. E tuttavia nessuno lo fa. Di conseguenza esso non riesce né ad essere mappato nel suo insieme né vagliato criticamente, come pur si dovrebbe. Essendo improbabile e impensabile, in una fase come questa di crisi generale delle istituzioni, la nascita di una sorta di “Censis della poesia”, che fare?

2.

L’atteggiamento più onesto e saggio mi pare quello di “pescare” come si può in questo mare magnum. Procedendo a vista, a tentoni, alla spicciolata. Operando come singoli  osservatori o come  gruppi informali. Utilizzando bussole di fortuna. Anche perché sembra davvero esaurita la stagione delle grandi teorie letterarie di riferimento, che avevano, fino agli anni Settanta circa, incoraggiato anche per la poesia approcci di lettura solidi e ben motivati: formalisti, strutturalisti, marxisti o psicanalitici. Oggi, sbarazzandosi per quanto è possibile delle nostalgie per le  “età dell’oro poetico”, delle deprecazioni moralistiche contro il presente in mano ai “barbari”,  delle invettive  snobistiche a doppio segno (o avanguardistiche ed elitarie o populistiche  e “tutto fa brodo”), si potrebbe lo stesso fare un utile lavoro critico e difendere la consapevolezza che, sì, a lungo una visione dell’insieme di ciò che chiamiamo – purtroppo genericamente – ‘poesia’ o ‘poesia italiana’ o ‘poesia contemporanea’ non ci sarà, ma che dovrà pur essere costruita. E, nel frattempo, dare conto rigorosamente di ciò che ciascuno trae da questa o quella zona  più o meno “pescosa” del suddetto mare magnum (per rimanere alla metafora marinaresca). E verificare anche senza troppe gelosie il “pescato” altrui. Questo è l’intento del blog Poesia e moltinpoesia. Ed è alla luce di tali pensieri che, dopo un’attenta lettura del «Quadernario» (2014) della LietoColle a cura di Maurizio Cucchi che presenta «ventisette poeti d’oggi e un omaggio a Giuseppe Piccoli», scrivo questi appunti. Dichiaro in partrnza chetrattasi di reazioni e impressioni di un lettore che  legge i testi a modo suo, ma legge (non fa finta di  leggere…); e, dunque, giudica. A volte cogliendo nel segno. A volte forse no. Importante, però, mi pare pronunciarsi, non limitarsi al “mi piace/non mi piace” non argomentato o al silenzio diplomatico, ossequioso o inerte. La mia critica ha una sola pretesa: vuole essere dialogante. E perciò, se altri – o gli stessi  qui da me valutati – si  faranno sentire, sono ben disposto a rivedere, correggere, approfondire.  La poesia non può volere lettori addormentati o troppo compiacenti.

3.

Due parole sul progetto di «Quadernario». Che si basi su una formula a lungo rodata e senza grosse ambizioni teoriche – quella dell’almanacco –  mi pare una scelta realistica e, per quanto appena detto, quasi obbligata. I promotori  vogliono gettare «uno sguardo sui lavori in corso» e proporre testi di «autori già ben noti e apprezzati», di «giovani», di «autori di vari paesi e di diverse generazioni», oltre che delle monografie critiche «su autori italiani del Novecento». Benissimo. La selezione dei testi è affidata a una «équipe»; e anche questo è un punto di merito: sei o otto occhi vedono (di solito) meglio di due. Un solo appunto: nulla al momento si dice sui criteri di selezione dei nomi e dei testi e  sulla discussione interna al gruppo promotore. E sarebbe, invece, utile avere qualche ragguaglio. Perché quello che al loro interno si svolge è lavoro critico a tutti gli effetti. Tra l’altro, proprio in questi mesi, vengono pubblicati i pareri di lettura di Fortini, Sereni e Cases sugli inediti proposti in anni ormai lontani alla Einaudi o alla Mondadori. Al di là dell’autorevolezza di questi nomi e delle sedi per cui vennero o vengono stilati,  sarebbe un bene anche oggi, in un clima certamente cambiato, dare peso e trasparenza a questo lavorio critico, spicciolo ma prezioso.

4.

Passo alla mia analisi dei testi. Dei  cinque poeti stranieri ospitati nel «Quadernario» – Michael Donaghy, newyorchese; Antonio Gamoneda (Oviedo, Spagna); Marko Kravos di origini italiane, ma sloveno di formazione; Titos  Patrikios, ateniese; Peter Robinson, inglese di Salford – ho apprezzato soprattutto  i testi di Donaghy e Robinson. Mi paiono quelli più originali, quelli che non ignorano o meglio interagiscono col clima storico inquieto che stiamo vivendo.

5.

Le sette poesie del primo hanno il tono della conversazione seria e confidenziale  (« Mia cara, nota l’affinità / Tra la padovana per clavicembalo di Purcell/ E la bici del ciclista a dodici velocità»). Donaghy coglie segrete corrispondenze tra  scienza antica (Tolomeo) e tecnologia  d’oggi (le biciclette Schwinn), è un osservatore minuzioso, ma ha pure improvvise accensioni di violenza («Eccomi ancora, al pronto soccorso questa volta, che ti sputo i denti pieni di sangue nel palmo»). Quando evoca figure care (il padre, pare), ne mostra le ambiguità («Quest’uomo che più inganna e più è ingannato…»). E in una composizione, non casualmente dal titolo benjaminiano: «Angelus  novus», costruisce un potente ed ellittico mix di immaginari temporalmente lontani, fatto di eroi mitici («Vaffanculo sputa Achille. Freeze. A metà di un battito di ciglio, Ettore guarda negli occhi di Achille e si prende tutto il tempo del mondo per ricordare l’ultima volta che ha stretto Andromaca») e vittime anonime dei genocidi contemporanei («Prova a guardare questo: le vittime accecate dal flash. Nagasaki. In un infinito 1945 stanno di fronte alla macchina fotografica ignari del fotografo come lo sono di te, che li osservi»).

5.1.

Robinson, invece, scrive in versi lunghi “quasi prosa” («Due muri  soli s’incontrano a un cornicione con carta da parati spelati e mattoni nudi») e ritaglia con le forbici di un surrealismo non pretenzioso, ma ironico e  pungente, figure quasi allegoriche («Qui a tavola c’è Lingua Inglese, seduta su una sedia impagliata. Chignon in testa, indossa un abito da sera come un camice d’ospedale, un morbido seno scoperto. Mi sussurra frasi all’orecchio buono»). Sa tenere sveglio l’intelletto del lettore con  una raffica di domande inquisitorie («Qualcosa a che fare con promesse non mantenute? Incapacità? Scandalo? Solo risentimento? Assegni che nessuno ti dovrebbe chiedere di firmare?»). E sa mettere in attrito i dati di una quotidianità  appesantita e amorfa («fitto traffico/ nell’ora della colazione…»; «un giorno di moduli, copie,  fax,/ parole frettolose, code dolenti e tristi…») e  immagini della natura del tutto estranee alla realtà urbana («il picchio verde/ al lavoro  sulla corteccia di un pioppo»;  «i tralci tesi su un muro d’edera,/ o quell’airone al bordo del Torrente/con i piedi a mollo»; «i fulmini d’estate,/ i boati lontani, muti e sfavillanti /sopra le volte e cupole di nuvola». Fa emergere così – d’improvviso e quasi di straforo – un pensiero lancinante per i morti dimenticati, quei fantasmi che impongono «dolore fosco o vergogna». Sembrano  epifanie montaliane, più concentrate e scarne però. Anche se il dramma a cui allude resta inconcluso. Anzi pare che un diarismo piatto («Dopo la raffica di custodi al parcheggio,/ gli ambulanti di regali, i cartelli/che ogni trappola  turistica esige»)  tenga fin troppo a bada una persistente, ma un po’ inerte, tentazione metafisica («sembrava che il paesaggio volesse solo/ che ci elevassimo oltre.»).

6.

Gli altri tre poeti stranieri, malgrado la loro fama e rispettabile carriera, mi dicono di meno. Gamoneda mi pare ostaggio di un surrealismo enfatico, torbido e a volte spettrale («La mia nudità è liquida fino a riflettere il viso dei suicidi e i mendicanti dormono lunghi sogni con le orecchie appoggiate sul mio ventre e forse ascoltano l’ira delle loro madri ma dormono»). I  quattro lunghi brani tratti dal suo poema Descrizione della menzogna presentano versi lunghissimi dai toni sacerdotali e apodittici («La mia memoria è maledetta e gialla come un fiume interrato da molti anni»). E cedono a un gusto sensuale-mortuario («Nelle stalle dove mi avvolge il buio ricevo la morte e conversiamo fino a che mi lecca dolcemente le labbra») che trovo scostante. Kravos ha un piglio visionario e ispirato («poi si brinda/ alla salute dei sogni e delle voci inaridite,/ alla fede risorgiva, agli amori dei nipoti,/ con solenni sorsi di congedo sotto l’ulivo/ che ha conosciuto la tua mano, che grato/ un giorno ti farà sua linfa»),  evoca immagini primordiali («Tracce del legno -carbone/ nell’oscurità remota dell’antro,/  duello tra l’uomo e il fervido toro,/ nera forza del sangue sulla parete»), ma in fondo è alquanto freddo e involuto. Infine, Patrikios, pur famoso e apprezzato, nei testi qui  stampati mi pare un poeta  che s’abbandona a una retorica umanistica generica («Finché un giorno avvenne l’incredibile/ le città, la lingua, la musica, il tempo/ grazie a una donna divennero un tutt’uno/ e io un essere umano in mezzo agli umani»). È sentimentale ed estetizzante («Come può accadere che non svanisca/ il tepore della sua mano dalla mia mano/ come può accadere che rimanga in eterno/ il nostro ultimo addio/ come rimane nei bassorilievi del Ceramico?»). Ed in alcuni versi lo trovo  persino banale («Malgrado i progressi della tecnologia,/ i milioni di abitanti di Pechino,/ gli innumerevoli miei vicini ed io stesso/ tardiamo ad apprendere le novità»). O troppo moraleggiante  e di buon senso («Tuttavia i pericoli dell’età avanzata permangono/ e tra essi bisogna porre attenzione/ a due molto seri, per quanto meno evidenti:/ il primo, di chi si agita con vivacità eccessiva/ atteggiandosi a giovinetto pronto a tutto/ finché non sprofondi negli abissi del ridicolo;/ l’altro, di chi se ne sta immobile nella disperazione/ finché non se lo inghiotte il tempo»).

7.

Dei dieci poeti italiani «ben noti e apprezzati»   – Cristina Annino, Massimo Dagnino, Luigi Fontanella, Biancamaria Frabotta, Daniele Gorret, Giorgio Mannacio, Michele Miniello, Elio Pecora, Stefano Simoncelli – sempre sulla sola base dei testi qui proposti, che mi sento di dire? In quelli dell’Annino trovo frantumazione  e ribaltamento  svagato del senso (non solo del senso comune):  «la mia/squadra di anni/ tempissimamente lunghi/ come entrano in una valigia?». E scarti  continui, insistenti: «non/ pensa il cielo nulla, si muove/ folla fuori; dentro, sarà un cencio/ zitto di palme». Un modo di  scrivere poesia ancora stuzzicante, ma un po’ esausto. Massimo Dagnino dà con troppo distacco frammenti di un paesaggio urbano, che è quasi neutro o respinge («I pini inceneriti, i tralicci, le linee/ di massima pendenza collimano/ nel solco acquifero»; «stracci, plastica, pezzettini/ di cartone a involucro / di corpi molli condizionati/ dal buio»). Fontanella è davvero eccessivamente nostalgico  di un’adolescenza svanita («Ora/ li vorrei tutti qui i miei compagni./ Ora che ogni scialuppa/ è partita»;«Aspetto Anna sotto il cavalcavia/ di Fratte, Via Sabato de Vita») che mitizza in modi scontati e  piatti (« Ma mi commuovo/ per un nonnulla, l’adolescenza/ è assoluta ed eterna/ l’unica cosa che resta»). Oppure incita un se stesso troppo  privatistico a un doverismo  generico («Avrai i tuoi anni/ le tue disgrazie le tue diaspore/ le tue speranze./ Dovrai saper riconoscere/ il punto in cui incontrerai/ l’altro te stesso»). E così ripiega ora nell’aneddotica familiare  ora nel racconto  vagamente introspettivo («Nel sogno vorrei controbatterla, ma/ Berto, mia madre ed io – così/com’eravamo allora – /scompariamo ripiombando nell’abisso»). Frabotta costruisce ancora una poesia “quasi civile”. Lo fa, qui, sulla storia di Hina, la ragazza  di Sarezzo (Brescia) uccisa nel 2006 dal padre perché rifiutava le tradizioni della comunità pachistana. Ma la cronaca di quella violenza viene trasposta in un andamento troppo rassicurante, classicheggiante, eurocentrico («Ti lavano le donne con canfora e loto/ come un panno alla fonte, sulla nuca/ raccolti i capelli furono sepolti/ nel pomeriggio dell’Islam/ con te dentro un lenzuolo bianco»). A me pare ci sia una sovrapposizione di schemi culturali esteriori (parafemministi) che non penetrano nella tragedia reale. Gorret costruisce un personaggio nicciano, Anselmo Secòs, un «idiota in tutta la sua forza», che, avendo il senso del limite, sarebbe un vero saggio, anzi «l’unico saggio». E lo accompagna nella ricerca della Verità («ma non è detto che sia la Verità/ è quasi certo che sei parte del Falso…») con un tono ironico, benevolo e quasi ariostesco, ma a forza di spingerlo verso un rapporto primitivo con la  natura («Parte, così, talvolta, nei suoi boschi/ a colloquiare con pini e con castagni») sfocia nella (solita) apologia del «Niente, il Gran Bacino». Centrale anche nelle poesie Mannacio  è la meditazione esistenziale: vicende umane e fatti di natura sono osservati da distanze quasi lunari («Il fumo intenerito/rivela la città, le sue fontane/ piegate al vento») e vengono detti in componimenti stringati dalle chiuse spesso  fulminanti («Sussurri, grida, addii. Prossima è l’ora./ E una parola la imprigiona ancora»; «Lui vestito da Amleto, un teschio in mano/ ed una rosa in bocca. Sotto a chi tocca»). Miniello mi pare un introspettivo  risentito e severo. Tratteggia incontri rapidi con gente comune e li narra con parole anch’esse comuni («le sue parole oneste/ avevano sapore di vecchiaia/ ostentava un dolore calmo/ come se avesse/ rinunciato al cuore»). Accenna a sofferenze altrui («agitava le sue mani tozze/ e parlava parlava/ toglieva il respiro»; «Asfissiva gli altri/ con le sue storie assurde/ imponeva il suo piacere/ di assediare chiunque si mostrasse disponibile») che sono il corrispettivo delle proprie. Ma resta nell’alone di una poesia emozionale. E lo stesso mi pare succede a Pecora, che fa dei riepiloghi di  esistenze comuni: qualcuna più avventurosa («Non contano i cinquant’anni di mare,/ le trecento missioni di guerra (il Sirio, il Caboto)./ le fatiche di ragazzo col padre che nemmeno/ più scriveva da Caracas»), altre più quotidiane e in prevalenza di donne anziane bloccate nei ricordi del passato («raccontava che, a vent’anni, si faceva stringere/ così tanto il busto da svenire in chiesa alla messa cantata»). Il tono stesso delle sue rievocazioni sembra farsi umile,  dolcemente sublimato, molto crepuscolare («Ancora negli ultimi mesi/(morì di mattina, il primo di marzo)/ scrisse lettere in cui raccontava/ la neve alta che la chiudeva in cucina/ e la fioritura dei meli»). Simoncelli è alle prese con una memoria a frammenti. Ad essa attinge per ricostruire una  figura paterna. E costruisce spezzoni  molto prosastici  e diaristici («Ieri ho dato una mano di calce sui muri, tolto la polvere da mobili e mensole, lubrificato i lucchetti arrugginiti»; «Non la conosceva, non l’aveva mai vista, non sapeva nemmeno che esistesse, ma oggi è morta la Pacchioni, la mia vicina di casa all’Acquarola, una solitaria che amava come lui i gatti e i fiori selvaggi») intervallati da frammenti appena più onirici. Anche in lui l’introspezione è il dato che prevale. E lo stesso in Villalta. Mi pare  calato in una sua mistica della quotidianità agreste ed elegiaca («Immagino un campo appena arato, la terra fresca ancora/ e l’ora del tramonto che si avvicina/ con una nebbiolina sotto i pioppi, un alito dai fossi, una carezza/ che viene lenta e sente di/selva, lontananza e marzo»). E da lì si muove a caccia di «questo abbaglio dell’eternità», di «un vero altrove», di un consistere («come se avessimo dove stare/ perduta ogni naturalezza»). Con un’insoddisfazione un po’ artificiosa e querula («Capisci perché esco poco, da mesi, e anche se/ uscissi – capisci – con questi discorsi sfiniti/ che pesano nella testa, dove vuoi che vada, dove vuoi che resti?»). In conclusione, si potrebbe dire provvisoriamente che quasi tutti i poeti di questa sezione si muovano su un filone esistenziale-introspettivo più o meno marcato.

8.

Di quelli che il «Quadernario» classifica come «nuovi poeti» (e che hanno attirato – devo dire: faticosamente – la mia curiosità), distinguerei nettamente Alfonso Guida dai restanti. Mi pare un poeta interessante, anche se  non ne condivido l’humus. Azzarderei per lui persino una definzione: “meridionalismo metafisico e sgomento”. Mi pare, infatti, bloccato in una religiosità adolescenziale o avviluppato in un dialogo contorto con se stesso o con un alter ego (a volte vivo, a volte morto). Tuttavia, espone indirettamente una  materialità – meridionale, sì – misera e quasi oscena. Lo fa rovistando nella memoria personale e collettiva come se  fosse un secolare e statico e astorico archivio  di povertà e di dolore. M’impressiona per questa sua capacità di far vorticare in una enumerazione ossessiva e barocca immagini stanche e sfinite; e a volte, sempre sullo sfondo di quel paesaggio  ancora miticamente contadino, ma stravolto e malato,  di mettere in primo piano una qualche figura emblematica più netta e tragica.

8.1.

Degli altri direi in modi ancora più telegrafici che: – Nadia Augustoni nelle sue “fotografie italiane” presenta personaggi della provincia contadina più stramba e desolata, tra Fellini e Celati. Non mi pare che vada, però, oltre il bozzetto (o raffinato  o facile)  e non esce da un populismo benevolo e superficialmente mimetico; – Francesco Baucia accumula immagini  eterogenee: una prolungata elucubrazione surreal-filosofica; – Marco Corsi dà spazio a monologhi spaesati (e  un po’ prolissi) su  figurine femminili, lacerti d’immagini  urbane, aquile e balene e nuvole e pesci  e girasoli, che sembrano  vaghi simboli di improbabili misteri; – Anche Sergio Costa non va oltre l’elencazione di figurine (l’invasato, alcune ragazze),  spezzoni di conversazioni, lacerti di fotografie, ricordi, lavori, feste; – Meledandri esibisce un ottimismo giovanilistico di maniera, fa uso di un “noi” tutto generazionale per affermare una continuità carnale-parentale contrapposta alla cultura, che mi pare di corto respiro; – Micaletto  cerca brividi di morte tra l’oggettistica mercificata e di moda d’oggi: un affannato esorcista, che accumula un discorso tardo beat: parlato, impetuoso, mimetico, fluviale, falsamente impersonale.

9.

Per finire. Tutto omaggio affettuoso e rispettabile ma ben poca critica ho trovato nel discorso su Giuseppe Piccoli fatto dalla parente. Davvero una delusione. Quanto ai titoli delle  quattro sezioni (Sizigie, Plenilunio, Novilunio, Corpo celeste) mi paiono troppo astorici e cosmicheggianti, quasi volessero alludere – posizione poco o nulla condivisibile – a una poesia che se ne deve stare o andare sulle stelle invece che  tenersi a ridosso della storia e del presente. Troppo  brevi e neutre mi paiono poi le note di presentazioni degli autori, che preferirei più articolate e capaci di orientare il lettore più in profondità. Infine, sull’apertura del «Quadernario» ai poeti stranieri, mi chiedo perplesso quale sia il criterio con cui vengono scelti. La casualità, l’occasionalit? O esiste un orientamento abbastanza precisato? Non credo, per com’è combinata oggi l’Italia che si disponga di un quadro, sia pur approssimativo, della produzione mondiale di poesia. E allora sarebbe importante ragionare su quali aree bisognerebbe  cercare. E  con quale delle ottiche, di cui  oggi si discute almeno da parte di chi non  vuole restare chiuso in una visione da «patrie lettere», scegliere? L’europeista? L’occidentalizzante? Quella attenta agli studi postcoloniali?

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10 commenti

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10 risposte a “Ennio Abate
Appunti su «Quadernario» (2014) di LietoColle

  1. leopoldo2013

    Escludendo i poeti stranieri ( in parte “salvati”) da Ennio Abate , per ciò che riguarda gli altri – giovani compresi -mi vien fatto veramente di pensare a quanta parte di poesia – oggi – si sbagli su se stessa , rinunciando già in partenza all’energia , alla dinamica del mondo a cui essa dovrebbe sentirsi associata ; dinamica che proprio perché alienata slogata e straniante dovrebbe rappresentare il campo per eccellenza del nuovo , del mistero , del dono . Questa grande possibilità della lettura della realtà sfugge a molti , a troppi . Contro la miseria dei tempi , questo reale atto di opposizione che è la poesia , che dovrebbe condurre una guerriglia determinata amabile civile e chiaramente antagonista nell’accezione propositiva del termine , proprio perché si rapporta al nofuture con l’intento precipuo di occuparne le nicchie di vuoto e di afasia , questa poesia non indica più , non denuncia , non riassume , non spiega , non nega ; in definitiva non si pone più di fronte a quel tema sentendosene compartecipe e soprattutto interprete responsabile . Sembra anche smarrito il senso della commedia umana , perlomeno in questo contesto indagato da Ennio Abate ; referente culturale certamente non peregrino per gli autori più “anziani”: la famosa commedia all’italiana e la satira di costume , a volte devastanti nella loro tragicomicità , non hanno insegnato nulla , relegate come sono nella marginalità più sbiadita ; suscitatrici sì e no di qualche soprassalto soleggiato ( forse al tempo dei tempi ) ma poi rimosso da chissà quali remore : da qui la morte civile dell’ironia , dell’autoironia , del sarcasmo , del senso del paradosso .
    Resta la meritoria promozione editoriale dei “giovani”, alla cui consapevolezza dovrebbe dare un adeguato contributo la critica , come contestualmente hanno fatto Ennio Abate e la sua spassionata acribia .

    leopoldo attolico –

  2. elena

    Finalmente!!, finalmente un critico che legge quel che critica con onesta’! La recensione di linguaglossa sul Quadernario era un esempio di pessima critica,disonesta, del critico che fa finta di leggere. io che ho evidenziato queste contraddizioni sul blog di linguaglossa La presenza di Erato sono stata censurata. Infine linguaglossa ha pensato bene dopo del tempo di cancellare il post con la sua critica disonesta. Perciò grazie Ennio Abate di questa recensione e complimenti per la critica dialogante.
    Io e lei abate non la pensiamo uguale sul Quadernario, ma ci sono anche tante cose che ha scritto che condivido. Faccio un elenco dei punti su cui non la penso come abate, mentre sul resto condivido:
    1) “Gamoneda mi pare ostaggio di un surrealismo enfatico, torbido e a volte spettrale. I quattro lunghi brani tratti dal suo poema Descrizione della menzogna presentano versi lunghissimi dai toni sacerdotali e apodittici. E cedono a un gusto sensuale-mortuario che trovo scostante” Secondo me Gamoneda e’ un mistico molto attento alla realtà,non surrealista. Lui prende la realtà,la interiorizza e la traduce in poesia dando delle regole spirituali “Non mettere lombrichi nella mia anima”,”non è la tua virtu’ bensi’ la mia.” Il gusto-sensuale mortuario non lo trovo scostante ma attuale, parla dell’abisso e l’abisso lo si incontra quantomai oggi.
    2)”Frabotta costruisce ancora una poesia “quasi civile”. Lo fa, qui, sulla storia di Hina, la ragazza di Sarezzo (Brescia) uccisa nel 2006 dal padre perché rifiutava le tradizioni della comunità pachistana. Ma la cronaca di quella violenza viene trasposta in un andamento troppo rassicurante, classicheggiante, eurocentrico. A me pare ci sia una sovrapposizione di schemi culturali esteriori (parafemministi) che non penetrano nella tragedia reale.”io ho trovato Frabotta commovente, la sua dizione chiara rende giustizia alla storia di Hina. Pare una preghiera laica e l’andamento “rassicurante, classicheggiante” equilibria la violenza della storia “spensierata la speranza/materia prima/sacra alla serena confidenza/delle cose,”
    3)”E lo stesso in Villalta. Mi pare calato in una sua mistica della quotidianità agreste ed elegiaca. E da lì si muove a caccia di «questo abbaglio dell’eternità», di «un vero altrove», di un consistere. Con un’insoddisfazione un po’ artificiosa e querula”Villalta secondo me è tra i migliori poeti italiani. La natura e’ simbolo romantico dell’ontologia umana che pochi hanno saputo trattare con modi lirici così riusciti “ma il selvatico,che viene improvviso,/nei suoi antichi straventi,/fa un viso,accarezza ruvido i pochi capelli” non è’ mistica,è la vita!
    4)”si potrebbe dire provvisoriamente che quasi tutti i poeti di questa sezione si muovano su un filone esistenziale-introspettivo più o meno marcato” a me questo filone piace e i poeti italiani mi hanno alquanto soddisfatta.per Pecora e Simoncelli trovo che la sua analisi coglie nel segno ma trasformerei il segno negativo in positivo.
    5)”Nadia Augustoni nelle sue “fotografie italiane” presenta personaggi della provincia contadina più stramba e desolata, tra Fellini e Celati. Non mi pare che vada, però, oltre il bozzetto (o raffinato o facile) e non esce da un populismo benevolo e superficialmente mimetico”agustoni ha scritto tra le poesie più belle del Quadernario. Non sono bozzetti ma frammenti narrativi, si racconta con personaggi e ambienti la semplicità della vita,la felicità e l’infelicita che il passato porta nel presente “fini’ sottoterra d’inverno/e le misero una croce bianca/da vecchio soldato/che ne ha viste ne ha fatte”
    5)”Anche Sergio Costa non va oltre l’elencazione di figurine (l’invasato, alcune ragazze), spezzoni di conversazioni, lacerti di fotografie, ricordi, lavori, feste” costa vincitore del Maria Marino e’ un grande poeta. Secondo me le sue sono narrazioni interrotte dove un particolare/un luogo/una persona prende valore allegorico o epifanico. L’invasato per esempio e’ una allegoria. Vale lo stesso per la piazza nella festa patronale “La piazza diventa teatro/di una rappresentazione collettiva e saporita/dove ognuno e’ chiamato in cuor suo/a condividere il grado/dell’altrui santità”
    6)”Meledandri esibisce un ottimismo giovanilistico di maniera, fa uso di un “noi” tutto generazionale per affermare una continuità carnale-parentale contrapposta alla cultura, che mi pare di corto respiro”il noi non sembra generazionale ma di un gruppo più grande,simile a il noi di Fortini. Non trovo contrapposizione,la cultura e’ inglobata nella continuità tra passato e presente e ci sono delle ombre sull’ottimismo “La nostra eta’ richiede precisione:fare bella figura/e poi morire.Tu lo sai bene,adesso che sorridi/agli specchi,ai vestiti e non a me”
    7)Mi dispiace il silenzio su Francesco Maria Tipaldi,forse il migliore in assoluto. Il sentimento corporeo e istintivo delle poesie di Tipaldi esprime davvero una reazione all’insensatezza della vita. La precarieta’ di oggi,dei giovani soprattutto è espressa con immagini sublimi “poi di nuovo lo sfiato,il mondo a mollo negli occhi/questo amore diventato schiuma verde/dentro casa/la guerra rumorosa dei gabbiani”

  3. @ elena

    Anche se non so chi si nasconde dietro al suo nome (reale o mascherato) apprezzai il piglio e la giustezza delle sue obiezioni a Linguaglossa nel post dedicato al “Quadernario” su LA PRESENZA DI ERATO. Come apprezzo ora le legittime obiezioni che fa alla mia lettura dello stesso “Quadernario”. Parlarsi chiaro, anche tra quanti s’occupano di poesia, è regola minima di decenza e forse di sopravvivenza per non annegare in discorsi vaghi, contraddittori, ambigui, complimentosi, che prolungano solo i peggiori vizi dei letterati italiani.
    Per ora non le controbatto né mi metto a precisare. Se vuole continuare questa discussione o fare delle proposte per trattare su questo blog i temi che l’appassionano, può scrivermi a: moltinpoesia@gmail.com

  4. Sento il dovere di rispondere ad Elena per onestà. Il post di Giorgio l’ho eliminato io per un semplice motivo: LietoColle sul suo blog lo ha ripostato senza citare la fonte di Erato, questo al sottoscritto ha dato molto fastidio. Non entro nel merito del quadernario perchè non l’ho letto, ma voglio esprimere la mia vicinanza ad Ennio Abate per l’attacco subito da parte di un “personaggio” che non conosce né il poeta né il critico Abate e si permette di attaccare con violenza verbale e offese gratuite pur di difendere nomi a lei cari e vicini. Quanta miseria! Tutta la mia stima ad Ennio.
    Luciano Nota

  5. elena

    @ Luciano Nota
    Gentile Luciano credo nella sua onesta’ ma non in quella di Linguaglossa.lei ha eliminato il post per il comportamento di lietocolle ma qualcun altro aveva cancellato tanti miei commenti senza motivo e infine bloccato il mio indirizzo email,non potevo più scrivere commenti a La presenza di Erato.eppure non ho scritto mai niente di offensivo.sono stata insultata da linguaglossa(“Veda cara Elena, mi rendo conto con rammarico che lei ha gravi deficit di comprensione di un testo critico scritto in italiano. Noto infine che lei ha problemi di cognizione dell’italiano scritto. Se crede le posso dare delle ripetizione di semantica e di sintassi (ovviamente dietro retribuzione)”) e perdipiu’ mi e’ stata tappata la bocca.questo non lo posso perdonare.

    @ Ennio Abate
    Le ho scritto in privato ma sarebbe bello continuare questa discussione qui

  6. “@ elena (10 marzo 2014 alle 13:55 )

    Nella mia riflessione (più che recensione) avevo lasciato aperti molti spiragli. E detto che avrei volentieri corretto anche i miei giudizi se nuove e più valide ragioni mi fossero presentate. Le sue obiezioni, tutte legittime e comprensibili, mettono in campo soprattutto la sua soggettività («Il gusto-sensuale mortuario non lo trovo scostante ma attuale»; «io ho trovato Frabotta commovente», ecc.). Ed io la rispetto, come lei fa con la mia.
    Provo comunque ad approfondire le mie osservazioni tenendo conto delle sue:

    1. Gamoneda. Delle sue poesie io conosco queste pubblicate su «Quadernario». E credo che il testo proposto – specie il primo «Descrizione della menzogna» – contenga molte tracce di surrealismo. Ora per l’idea che ho sul surrealismo (molto deve in particolare ai saggi di Fortini) credo che tra quel movimento culturale e le spinte mistiche che lei attribuisce al poeta spagnolo ci siano vicinanze e affinità notevoli. Del resto cosa bisogna intendere quando lei scrive: «Lui [Gamoneda] prende la realtà, la interiorizza e la traduce in poesia dando[le] delle regole spirituali»? Siamo nel campo della soggettivizzazione più estrema, credo. Tipica del romanticismo (al quale il surrealismo vien fatto risalire). Ma io non me la sento più di far coincidere questi filoni con la poesia tout court, anche se la maggior parte dei poeti vi si ritrovassero a loro agio. Concedere al «gusto sensuale-mortuario» il pregio dell’attualità o il merito di parlare dell’«abisso», come lei fa, resta per me un passo rischioso. Io temo che così (accogliendo questa tradizione surrealista o mistica o – anticipando – esistenzialista/introspettiva come unico orizzonte di ricerca in poesia) vengano bloccate altre interrogazioni d’altro segno (epico, storico, argomentativo, sociale, ecc). In poesia (anche nella poesia lirica, che pare a molti tutta la poesia) ci sono e ci sono stati altri modi di parlare dell’«abisso» ( che è poi metafora allusiva della morte, del disorganico, del “mistero”). Che so: Leopardi. La mia diffidenza nasce da questa sorta di “autolimitazione” dell’orizzonte a cui guardare.

    2. Frabotta. Per quanto detto al punto 1, dovrebbe esserle chiaro che a me non basta che una poesia sia «commovente» (anzi: la commozione può celare miopia critica e silenzio colpevole…). E diffido anche delle “preghiere laiche”. (Non entro ora nel merito). Temo l’onnipotenza in poesia. Sono convinto (sempre con Fortini e con Lu Hsun) che nessuna poesia possa equilibrare la violenza della storia. E che chi finisce per spostare l’attenzione sulla poesia invece che sulla storia o si accontenti di quella storia spesso mitizzata o edulcorata che “residua” in poesia si faccia sfuggire l’*orrore della storia*, che è la vera tragedia irrisolta e ineludibile. Per me la poesia dovrebbe essere più coraggiosa, meno autocontemplativa: una sonda che esplori proprio questo *orrore della storia*.

    3. Villalta. Il suo dichiararlo «tra i migliori poeti italiani» non è argomentato. Proprio la riduzione della natura a «simbolo romantico» e «i modi lirici» che lei gli attribuisce come meriti per me sono elementi da discutere (sulla base degli accenni che ho fatto al punto 2).

    4. Sul filone esistenziale-introspettivo. Se restiamo al piace/non piace, il discorso si interrompe presto. Fatto salvo che non ho un’ostilità preconcetta verso l’esistenzialismo o l’introspezione (ma dovremmo accertarci a cosa pensiamo io e lei quando usiamo questi termini; e lo stesso vale per ‘surrealismo’ o ‘mistica’…), anche qui mi viene da dire che un certo esistenzialismo diventa una gabbia, una sorta di paraocchi quanto non è semplice esplorazione compiaciuta di un sé, già deprivato dal mondo in cui tuttavia sta. Trovo, perciò, che l’enfasi sulla soggettività possa renderci ciechi verso gli altri e la “realtà” (quella di cui ci parlano le scienze, quella di cui ci parlano le cronache, sia pur contraffatte, dei mass media). La poesia – comunque, per me – non è fatta solo di soggettività e di lirica.

    5. Nadia Augustoni – dice lei – «si racconta con personaggi e ambienti la semplicità della vita,la felicità e l’infelicita che il passato porta nel presente». A me pare che sfugga ad Augustoni proprio la complessità, la prosaicità, la deformazione che quel mondo contadino e provinciale ha subito in seguito all’industrializzazione e ora alla globalizzazione. E perciò ho parlato di bozzettismo.

    Per finire. Su Costa, Meledandri e Tripaldi non approfondisco. M’informerò di più. Tenga conto che c’è un grosso scarto generazionale tra me e loro e che – appunto come ho detto nella mia premessa sul fenomeno dei “moltinpoesia” – si fa fatica ad orientarsi nella folla dei poeti d’oggi e a volte si può proprio non capire.

    • elena

      @ Ennio Abate
      Grazie delle precisazioni. molti punti mi hanno convinta e lei al contrario
      di altri e’ un critico serio e onesto e le analisi che fa mi sembrano corrette.
      comunque do il mio punto di vista su alcuni argomenti toccati
      1)” Io temo che così (accogliendo questa tradizione surrealista o mistica o –
      anticipando – esistenzialista/introspettiva come unico orizzonte di ricerca in
      poesia) vengano bloccate altre interrogazioni d’altro segno (epico, storico,
      argomentativo, sociale, ecc)” perche’ ( lo chiedo non in polemica ma per sapere
      veramente il suo punto di vista per me autorevole) la tradizione
      surrealista/mistica/esistenzialista blocca altre interrogazioni?se Gamoneda
      accoglie una tradizione gli altri non sono liberi di accoglierne altre? un
      nuovo Omero o Roversi non puo’ scrivere pur se Gamoneda scrive cose diverse?
      2)” Temo l’onnipotenza in poesia. Sono convinto (sempre con Fortini e con Lu
      Hsun) che nessuna poesia possa equilibrare la violenza della storia “ la temo
      anche io. Nessuna poesia puo’ equilibrare la potenza della storia , è vero , ma
      scrivere una poesia su Hina secondo me e’ un omaggio non un tentativo di
      equilibrare colla poesia la potenza della storia
      3) “Il suo dichiararlo «tra i migliori poeti italiani» non è argomentato” ha
      ragione chiedo scusa. Non sono abbastanza brava per argomentare una
      dichiarazione come questa ma come ho detto apprezzo i modi lirici e Villalta e’
      uno dei poeti piu’ capaci in questo ambito
      4)” La poesia – comunque, per me – non è fatta solo di soggettività e di
      lirica” ha ragione,sono d’accordo con lei.in effetti mancano altre tradizioni
      nel Quadernario
      5)” A me pare che sfugga ad Augustoni proprio la complessità, la prosaicità,
      la deformazione che quel mondo contadino e provinciale ha subito in seguito all’
      industrializzazione e ora alla globalizzazione. E perciò ho parlato di
      bozzettismo” ha ragione ma forse ad Agustoni non interessava la trasformazione
      del mondo contadino e provinciale e percio’ non me la sento di darle della
      bozzettista
      6) “Su Costa, Meledandri e Tripaldi non approfondisco. M’informerò di più.
      Tenga conto che c’è un grosso scarto generazionale tra me e loro e che –
      appunto come ho detto nella mia premessa sul fenomeno dei “moltinpoesia” – si
      fa fatica ad orientarsi nella folla dei poeti d’oggi e a volte si può proprio
      non capire” ha ragione si fa fatica. Io sono della loro stessa generazione e
      forse per questo li sento piu’ vicini

  7. @ elena

    Replico ancora sul punto che mi pare davvero importante toccato dalla sua domanda: « perche’ […] la tradizione surrealista/mistica/esistenzialista blocca altre interrogazioni? se Gamoneda accoglie una tradizione gli altri non sono liberi di accoglierne altre?».
    Risponderei semplicementecosì: perché siamo nella storia e nella storia, purtroppo, esistono conflitti complessi (sociali, politici, ideologici) che influenzano anche le culture, le letterature, la poesia. Solo su un piano puramente ideale si riescono a conciliare gli opposti. Sul piano storico no. Qui procediamo, ci dibattiamo (siamo costretti a procedere, anche controvoglia..) per contrapposizione, più o meno amputati tra polarità che sogniamo sempre di riunificare senza mai riuscirci davvero: pace e guerra, maschile/femminile, materia/spirito, passione/ragione, uno/molti, ordine/disordine, tradizione/innovazione, romanticismo/classicismo, ecc.
    Così a livello del dramma storico registrato da vari pensatori fondamentali: Manzoni: «far torto o subirlo»: Hegel e la sua dialettica dello spirito; Marx e la storia come lotta di classi; Nietzsche e il suo «umano troppo umano; Freud e «il disagio della civiltà».
    Poi – terra terra dove spesso ci aggiriamo scontenti e inquieti o cinici e opportunisti – si ha la gestione di questo dramma complesso in modi settari, corporativi, lobbistici, miopi, stupidi. (Lei stessa ha notato che « in effetti mancano altre tradizioni nel Quadernario».)

    • elena

      @ Ennio Abate
      Forse ha ragione . Io spero nella conciliazione degli opposti ma forse e’ una utopia.grazie del dialogo che ho apprezzato molto.

  8. Massimo dagnino

    Gent Abate, il suo fare critica e porre argomemtazioni e’ poco serio . Isolare versi per perimetrare la vacuita’ dei suoi discorsi e ‘ imbarazzante e peraltro denunciano l `esiguita ` del suo.modo di approcciarsi. Ringraziandola per il suo testo la lascio aderire ai simulacri di vacuita ` della post economia in una convenzione di realta ‘.
    Md

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