Simone Di Biasio
Poesie da “Assenti ingiustificati”

di biasio
Simone Di Biasio, Assenti ingiustificati, Roma, Edilazio 2013

(In Appendice una nota di E.A.)

PRODOTTO INTERNO LORO

Se solo s’intuisse il valore dell’altro,
se ci si vestisse di gentilezza
se ogni giorno ci curassimo appena di un’altra persona
se il Pil si fondasse sul benessere e mai il contrario
si potrebbe bestemmiare gli economisti
impartire loro corsi di aggiornamento sulla scomparsa
[della moneta realee sull’entrata in borsa del valore
che cresce ad interesse altissimo degli altri
allora sì, si potrebbe iniziare
da smettere di chiedere alle cose di fare più del loro
[dovuto
di svolgere il compito per cui sono chiamate
al telefono solo di telefonare
al battito di abbattere
al fiore di fiorire
alla testa di testare
al destino di destinare
alla paste di impastare
al verde di rinverdire
al dovuto di dovere
alla vista di avvistare
al verso di riversare
alla politica di dare
al vento di inventare

MENO FACILE

Vorrei ci fosse più difficoltà nella comunicazione,
che qualche messaggio
arrivasse di tanto in tanto in
ritardo,
vorrei poter raccontare di aver scritto una
lettera
– d’amore, di poesia, a mano –
vorrei che i bambini
non si parlassero al telefono
che avessero di meglio da colorare,
vorrei che il loro italiano non fosse perfetto
lasciando nitida la cadenza
tra il dialetto di una terra
e il riverbero del qualcosa che ci ha partoriti.

ASSENTI INGIUSTIFICATI

Adesso sono tutti bravi,
sono bravi tutti
con la bacchetta
a spiegare i condizionali
i periodi ipotetici di morte
le teorie, che sono regola.
Ma gli uomini non sono bravi,
non sono affatto bravi,
sono eterni ripetenti.
Bisognerebbe bocciarli tutti alle elementari,
bocciarli tutti nelle cose elementari
le medie le potranno pure passare,
per non parlare delle superiori
delle cose superiori,
nessuno dovrebbe essere laureato
neppure gli dei lo erano
(non ricordo che Zeus
avesse discusso una tesi in cosmologia)
qua l’unica pluridecorata è la natura
che impartisce lezioni
a scolari distratti
e assenti ingiustificati.

I PADRONI DEL MONDO

“Hu-Jintao e Obama
i padroni del mondo”.
Si incontreranno a Washington,
USA-CINA dopo quarant’anni
resiste ancora l’asse:
“la banca cinese ha 2850 miliardi
nelle sue casse” – leggo.
Non si frantuma a dispetto dei titoli
il mio pezzo di cronaca:
sono mio nonno e mia nonna
i padroni del mondo,
da 59 anni maestri nella diplomazia
ad incontrarsi in cucina,
covo caldo di decisioni glaciali,
e nella credenza stipate ancora
due o tre saggezze da investire.
“Il dollaro è al tramonto”,
i miei nonni conservano la filigrana.

PRIMA DELLA TV

Quando mio padre
siede a tavola
è l’unico trono per sentirsi re.
E quando siede a tavola
senza proferire parola
noialtri guardiamo a sinistra
rivolti a un televisore schermopiatto,
in un’apnea spastica
pronta a raccogliere domestiche ultim’ora.
Mi chiedo cosa guardassero,
contro chi comunicassero il silenzio
figli e mogli dell’era antetelevisiva,
quando padri e mariti
erano un televisore col tubo catodico
e cambiare canale
era il profondo corridoio
che dava sulla stanza dei vecchi.

COMPLICE

È giusto così
è giusto che la felicità non si faccia trovare
che la felicità non si trovi
in alcun posto e dovunque.
È giusto che la felicità si trovi
nelle soste lungo l’arduo viaggiare alla ricerca di lei
nelle pause dal respiro corto
nelle distanze da percorrere alla meta.
È giusto così
è giusto che la felicità non sia l’inizio
né la fine
che lasci sangue sulla lama del coltello,
un’impronta sotto le suole delle scarpe.

IL PREZZO DEL CONCERTO

Signora follia
da un po’ di anni
è domiciliata accanto a casa mia.
per il Comune non esiste,
per i comuni è un fantasma,
per il senso comune un gesto.
Da perfetti vicini c’ignoriamo,
non conservo la sua posta quando è in vacanza
né ho sale o dentifricio se bussa a elemosinarne.
Un giorno troveremo corpi morti,
pur se oggi sono già riversi a terra
ma l’agonia ha finestre serrate
nonostante le urla escano dalle doppie punte dei
[capelli bianchi.
Per questi concerti di strazi
nessuno prenota il biglietto,
ma si pagherà, come se si pagherà:
verseremo il prezzo di uno spettacolo
sbirciato dalle serrature della normalità,
pagheremo il canone pur cambiando canale.

URLA CRIPTATE

La follia
sempre lei
ancora grida a fil di voce
la voce stridula graffia con le unghia sul balcone
e la pioggia poi la inzuppa, la spazza via
come merda di uccello
nessuno parla
lei soltanto grida, si dimena
da queste parti nessuno ascolta
non fa share
le urla non le danno in chiaro alla tivvù
manca sulle frequenze del terrestre digitale
però nessuno ricerca il canale
nessuno dice: «Rifai la sintonizzazione».
È stata oscurata
criptata
tace dentro il trambusto del silenzio,
ora parlano tutti
riprendono le trasmissioni:
gli ascolti calano se lei torna a gridare.
Tutti i giorni ha il suo programma,
un impercettibile sottofondo:
morirà in diretta,
rantolerà ancora nelle teche tra gli amarcord.

LE NOSTRE DONNE

Avreste dovuto assistere anche voi
con quale morbosa innocenza
e dolcissimo ardore
l’anziano seduto sul treno di fronte a me guardasse
la perfezione inutile
del corpo della avvenente pendolare.
Avrei voluto dirgli,
tenendogli le mani grosse di lavoro:
«Sono certo che tua moglie è più bella,
sono sicuro che lei non apre lo specchio tre volte all’ora,
che l’unico trucco a sbavare è il pianto quotidiano,
che i seni non sono alla ricerca di sé stessi.
Sono certo – continuerei –
che la tua donna le nostre donne
esprimono una dolcezza più grande:
questa ci attrae (ce ne masturberemo)
ma innervosisce,
e poi ha le rughe sull’anima,
sfiorisce petali a ogni mano sui capelli».

LA MONETA E LE PERSONE

Se la matematica
ha previsto
realmente
ragionamenti per assurdo
io posso immaginare
Charlie Chaplin
tornare nei tempi
postmoderni
ed accorgersi
che questo è cambiato:
alienazione e solitudine
abitano vite
che hanno sviluppato la finzione.
Macchine curano altre macchine
mercati tranquillizzano i mercati
ruote spingono altre ruote
uomini non vivono altri uomini
la moneta è unica e le persone rare.
alla statua di istituire
al vaso di invasare
al male di ammalarsi per sempre.
Si dovrebbe chiedere alle cose
di cosa hanno bisogno per nominarsi meglio
e poi permettere
alla penna di impennare
al monitor di monitorare
al mare di amare
alla casa di accasare
al giornale di aggiornare
richiedere alle macchine di andare
e agli uomini di guidare.

*APPENDICE. NOTA DI LETTURA DI E.A.

Caro Simone Di Biasio,
sono riuscito a leggere solo ora il PDF di “Assenti ingiustificati”.
Se è un esordio e sei giovane (o giovanissimo), applauso. Non incondizionato però da parte mia. Ci trovo molta disinvoltura nei tuoi versi. E molta ironia, ma leggera (da “musica leggera”). Non me ne volere, ma, vecchio (pessimista), mi trovo a mal partito di fronte al tuo ottimismo giovanile. Lo trovo un po’ stordito e irrealistico. Sì, hai un bel piglio. Ti provi (e sulla carta ci riesci) a ribaltare il clima depresso che domina la superficie quotidiana di questo Paese. Ma a me pare che non si faccia molta strada a puntare tutto sulle acrobazie e gli stratagemmi linguistici. Sai giocare abilmente con il linguaggio semplice, quello “comune” (mai dubitandone però: è un rischio!). Cambiando i nomi («così ho provato a pronunciarti “affetto”/ invece di “malato”/ perché sinonimo d amore»), non si muta il reale. Che fa soffrire davvero. E poi l’incarognimento competitivo e le passioni cupe (quelle politiche, ad es., nella raccolta sono abbastanza assenti) non si smontano con la battuta simpatica o accattivante o conciliante («In forno abbrustoliscono/ anche le promesse d’amore»).
Tuttavia non voglio esagerare. Guardati soltanto di più dalla posa che mi pare insinuarsi nella raccolta: quella di un giovanile re Mida, che tocca le brutture o le banalità della nostra quotidianità e ne dà una sublimazione accattivante. Non ti ridurre a solleticare la voglia disperata di ottimismo di un Paese in crisi. Nei tuoi versi mi pare di cogliere qualcosa di Gianni Rodari. Sei più disinvolto di lui, con nostalgie contadine abbastanza sistemate (e neutralizzate), senza ideologismi. Ma qualche moralismo politicamente corretto viene fuori («Sono certo che tua moglie è più bella,/sono sicuro che lei non apre lo specchio…»). Insomma, guardati da questo « assoluto fragoroso eccitante senso di libertà». Qualche frenata la vedo in «URLA CRIPTATE» e in versi netti come questi:

Macchine curano altre macchine
mercati tranquillizzano i mercati
ruote spingono altre ruote
uomini non vivono altri uomini
la moneta è unica e le persone rare.

E, per finire, attenzione anche all’uso esagerato e un po’ teatrale dell’anafora.
Con simpatia
Ennio Abate

21 feb. 2014

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