Eugenio Grandinetti
Il mare

Compagno-di-Odisseo_Sperlonga

L’alba raffrena i passi,un’alba avara
di luce, che raggela l’alitare
delle correnti a cui s’affida il sole,
aerostato di fuoco, a risalire
l’arco dal doppio capo.

Cauti gli sguardi esplorano cercando
nel cielo ambiguo un corso che non segnino
sentieri già tracciati.
Ma il sole in alto va, come guidato
da mano ferma, e alterna
giorni umidi e brevi ad altri aridi
e interminabili, quando
si desidera l’arrivo della sera.

L’acqua segue il pendio,la  nube è spinta
dalle correnti. E forse solo un dio
potrebbe essere libero, e sarebbe
senza vicende.

Ogni ambiguo è illusorio. E’ necessario
ogni evento che accade.
Un corpo grave verso l’alto sale
per una spinta provvisoria, e cade
attratto dalla massa più pesante.
Si è liberi soltanto
soli, in un universo inesistente,
un mondo senza cielo e senza niente,
un infinito totalmente vuoto.
Altrove è storia, inesorabile, che regge
con mano necessaria l’alternanza
degli eventi che accadono:
o che stella si spenga e stella nasca
nell’universo, o che alba
giunga dopo la notte, o che sconvolti
monti al mare precipitino e dal mare
nuovi monti riemergano, o che uomini
muoiano e che nascano
altri uomini.

Ambiguo è solo il non sapere. L’arco
non è ambiguo, è parte
di una circonferenza e si percorre
in un unico senso.

Una violenza
guida tutte le cose, oscura: suscita
guerre e tempeste, sommerge d’acque, abbatte, incendia, uccide
e poi rigenera.
Noi siamo senza scampo che a un relitto
di pensiero affidiamo la speranza
e cerchiamo altra riva ove la vita
non sia preda ed agguato, e già vediamo
dalla cresta delle onde incerto emergere
un approdo lontano dove tendere,
ma il riflusso che torna scava un baratro
sotto di noi, e naufragano
pensieri e desideri. Sopra il mare
restano come relitti le parole
che non offrono appiglio e presto sfumano
per lontananze opache.
E resta il mare eterno, alterno e fermo
d’onde che si ripetono, e mutevole
al vento,
impassibile e muto e risonante
di lamenti agli scogli e tra gli anfratti
delle grotte sommerse, e sterile
d’alberi ed erbe sulle rive e fertile
d’alghe e gorgonie, e opaco, oscuro e torbido
di nuvole e di sabbia a volte, o limpido
come uno sguardo, e azzurro e trasparente
di tremiti, convesso di maree,
turgido, arcuato e debordante o concavo,
scavato da risucchi e da risacche,
e sinuoso d’inganni o aspro e ruvido
di marosi impennati che si spezzano
sulla cresta ed infrangono i pensieri
e li sommergono;
il mare, da cui tutte si dipartono
le acque e a cui ritornano
dopo un lungo tormento a tormentarsi
d’onde che si dibattono tra rive
e si sfrenano, o vinte s’abbandonano
a un quieto moto inerte, prigioniere
di terre che imprigionano, ed evaporano
e tornano a ripetere esperienze
di sentieri violenti, a farsi mare
ancora, e ancora ritentare
una vicenda eterna di violenza.

E noi chiusi nel tempo, prigionieri
d’acqua che non disseta e provvisoria
onda spinta da venti contrastanti
a sponde alterne, dove andiamo? Il mare
è senza strade e pare
aperto ad ogni scelta,
se cessi il vento. Liberi
i sogni vanno a rive verdi
attraverso acque quiete.
Ma premono da dietro altre onde,
li riprendono,
e li spinge la vita a una violenza
senz’altra meta che la vita.

Essere solo spuma, evaporare
e non farsi nuvola, dimenticare
il mare, dimenticare l’onda e la vicenda
infinita della vita, essere solitudine
lontana da ogni forma di essere, universo
senza mutamenti
né di terre, che i vento e l’acqua sgretolano,
né d’alberi, che le stagioni sfrondano,
né d’uomo, che insensibile
la vita divide in mille tessere, e le squadra
ogni volta e ogni volta le riadatta
a comporre mosaici provvisori.

Ma il sole ora ha raggiunto il punto più alto
della volta
e già ricade lungo un arco fisso
che non pare però tracciato.
Il giorno che è passato ora ci pare
diverso da altri giorni e non sappiamo
per quale diversità di nuvole,
per quali venti,
per quali masse d’aria contrastanti,
per quale caso o estranea volontà.
E domani sarà un giorno diverso
per altri venti ancora ed altre nuvole,
per altre forze cieche che reciproche
si scontrano e s’annientano come onde
di un mare inquieto,
che inerti si trascinano sull’arco
tracciato dalla sorte.

E libertà è solamente morte
allora, se pure ci liberi
e non ci spinga invece oltre lo sguardo
come il sole, a percorrere per archi
divisi e continui l’infinito
giro della circonferenza;
o libertà è non essere sé, abbandonarsi
alle forze nascoste, alla violenza
come le onde del mare che s’abbattono
e inghiottono scogliere, sgretolano
dune di sabbia, smottano argini,
inondano, ritornano
violente al mare,
alterno, eterno,
senza inizio nè termine, metafora
infinita della vita.

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