Gianmario Lucini
Sulla poesia di Alfredo De Palchi

Alfredo De Palchi con la figlia Luce anno:1993

Alfredo De Palchi con la figlia Luce
anno:1993

Pubblico un brano di un saggio sulla poesia di Alfredo De Palchi di Gianmario Lucini. Notizie su De Palchi e sue poesie si trovano sul suo sito (qui). [E.A.]

[…]

Ma un poeta si vede soprattutto dalla scrittura, dallo stile e, proprio questo, che è l’aspetto che di solito meno esamino negli autori che critico, mi pare, in questo caso, fondamentale. Lo stile di questo poeta, infatti, dalle prime alle ultime composizioni, risulta di una sorprendente compattezza, con pochissime oscillazioni. Significa, allora che egli risolve in modo definitivo, già agli inizi della sua produzione e a livello anche teorico, la questione del linguaggio e della forma e non soltanto, ma facendo in modo che il linguaggio e la forma combaciassero e ben si accordassero alla particolarità del suo sentire, all’esuberanza della sua forza interiore o del suo vitalismo, all’imperativo (morale) della libertà e della franchezza espressiva. Credo che, da questo punto di vista, la poetica dell’autore è quanto di meglio ci sia oggi in circolazione.

L’eloquio è scarno e sorvegliatissimo, le parole scelte e soppesate una per una con meticolosità, gli accostamenti semantici esplosivi e carichi di rimandi (si pensi ad esempio alla forza di accostamenti come “fogne dell’alba”, la “sinagoga della tua carcassa”, “bocca marcia”, “rami che scoppiano di brina”, “nostalgia da suicidio”, ecc.). L’esigenza di sintesi, la ricerca della sinestesia e del corto-circuito di senso, mi sembrano quindi le caratteristiche stilistiche che più risaltano nella sua scrittura. “La lingua di Alfredo De Palchi – scrive Daniela Gioseffi – è spoglia di ornamenti, secca e diretta, ad un tempo colloquiale; il suo verso è irregolare e disgiunto, frammenti dell’inconscio che si legano alla memoria conscia, composto come se fosse musica moderna” o, come suggerisce Silvio Ramat, accostabile alla “esperienza informale della pittura”, una lingua che si basa “sulla densità di un ritmo vitale” e “quasi violenti colpi di spatola “ e “parole scagliate contro la pagina” [1].

De Palchi non ama, o almeno non mostra di avere alcun interesse, per la prosodia. Usa il verso libero e mostra di non studiare nessuno schema metrico, nessun particolare fraseggio. La sua attenzione è totalmente orientata e assorbita nella parola e nel portato di senso di ogni singola parola. Il verso è regolato non da un ritmo particolare ma da una unità di senso e da un ritmo polmonare, con l’elisione di parole inutili, la disposizione della cesura in particolari tratti dell’eloquio, dove la cesura stessa diviene (o sottolinea) un particolare significante. Non di rado troviamo dei versi composti da una sola parola, che si vuole mettere in risalto appunto incastrandola fra due pause dell’eloquio. Si sente qui la migliore lezione dell’ermetismo, che ai tempi della prima formazione del nostro autore, era una corrente poetica molto diffusa e feconda (e anche oggi non cessa comunque di informare le poetiche di molti autori).

Queste caratteristiche del verso libero e della cesura funzionale ad un particolare effetto voluto dall’autore, non sono, a ben vedere, così uniche nella poesia contemporanea ma, a me sembra, perdono poi di efficacia e di forza se non vengono unite alla terza caratteristica, ossia lo studio e anzi l’interrogazione continua e stringente della parola, che deve essere collocata al posto giusto, per ottenere l’effetto che si vuole e non collocata a caso, l’una per l’altra indifferentemente, come si intuisce leggendo molti testi contemporanei, anche di autori noti. La ponderata e precisa scelta lessicale, inoltre, libera il verso dai noiosi orpelli dello sproloquio, della ridondanza, del dire inutile e inessenziale. Il silenzio infatti, (così celebrato, a proposito e a sproposito, dalla poesia e dalla critica contemporanee), è proprio questo, l’alone di senso che sta intorno alla parola e non il silenzio della parola, che è una bêtise concettuale, una sciocchezza che serve solo a lavare la bocca ai critici e far sgranare gli occhi a un pubblico di gonzi. La forma dunque non può dissociarsi dal senso e non può, da sola, costituire l’anima di uno stile. Lo stile richiede rigore e precisione, pur nelle libere scelte che l’artista decide di adottare, costruendo da lui stesso le sue regole (ma poi attenendovisi e non concedendosi nessun cedimento, pena il contraddirsi). Nella poesia depalchiana troviamo delle regole ferree e scrupolosamente osservate, mentre in altre poetiche che pure assomigliano (ma solo superficialmente) alla sua, troviamo il dilettantismo di chi scrive soltanto con l’orecchio e non con la mente, come colui che cincischia al pianoforte e ogni tanto ne trae una sequenza interessante e godibile, ma tutte disciolte in un brodo di inconcludenza. La libertà infatti è scelta, anche in questo, e chi non sceglie e prosegue rilassato, si lascia condurre, non conduce più. Senza il controllo della parola, nella poesia entra di tutto, entra quello che la mente crea per associazione con cose già lette o un sentito dire e recitare chissà come e chissà dove – ed entra, prima di tutto, l’impoetico della chiacchiera e della banalità.

La caratteristica della poesia di De Palchi è anche la brevità, anche se non ci sono i lampi ungarettiani e poesie di una o due righe. Ogni composizione si assesta nella lunghezza di mezza pagina o più spesso meno, e poche volte occupa una pagina intera. Questa però non ci sembra una scelta, ma piuttosto la conseguenza del suo linguaggio di estrema sintesi, che non necessita pertanto di molti versi per dire quello che deve dire. Se un poeta si preoccupa se le sue composizioni sono troppo lunghe o troppo corte, significa che non riflette sullo stile, ma si lascia irretire in un’estetica di superficie, che può interessare un impaginatore di bozze ma non un poeta. A volte mi capita, nella mia attività di impaginazione, di splafonare la pagina di una riga e che il poeta si offra di “accorciare” la sua composizione, perché ovviamente una riga da sola su una pagina è “esteticamente” inopportuna. Ovviamente un impaginatore che si rispetti conosce certamente più di un trucco per recuperare una riga e farla stare su una pagina con le altre, ma non è questo il punto: il punto è che se un verso “può” essere tolto, allora significa che non era necessario all’economia del testo e significa che quel testo, per esplicita ammissione dell’autore medesimo, contiene versi inutili. Questo non può accadere nella poesia depalchiana. Non posso provare quello che dico ma io sono convintissimo che nessun verso possa essere tolto da una poesia depalchiana, senza impoverirla o snaturarla rispetto alla sua semantica e rispetto alla coerenza con un pensiero poetico, con uno stile personale e unico. Questo è, a mio avviso, il rigore dello stile e la consapevolezza della scrittura. E, indirettamente, è anche l’invito a non fidarsi di un verso che appare tranquillo o quasi scontato: certamente deve alludere a qualcosa. In una poesia qualsiasi, ad esempio, leggo la sequenza di versi: «tracciamo il cerchio intorno all’esilità / che siamo, / convinti di segregare noi da loro / loro gonfi di malnutrizione e sin dalle origini / sigillati nella melma subdola / di spore, intrecci, filtri; / alziamo la pietra lapidata di scritture / ecc.», non un verso si può levare, altrimenti traballa non soltanto il tono, la forma, ma anche il senso, il contenuto, senza dire che la scrittura è di ottima qualità, anche formalmente, e che sfrondarla sarebbe anche uno sfregio alla forma, oltre che al senso.

Un’ultima osservazione sullo stile, mi pare doveroso dedicarla alla prosodia. Più sopra infatti ho affermato che De Palchi non fa molto caso alla prosodia, ma questo non significa che non adotti le sue regole prosodiche, anche se piegate, per così dire, alle esigenze di un pensiero poetico più che alle esigenze di un’estetica formale. Ma, fra le due opzioni (di un contenuto che si adatti a una forma, come nella prosodia tradizionale basata sull’endecasillabo e il settenario, e di una forma libera, basata sul senso e sul pensiero poetico), De Palchi opta sempre per il verso libero, nel quale la forma segue l’andamento fortemente emotivo del senso e lo traduce in un ritmo. É peraltro un ritmo molto spesso forte, con forza di accenti, ma così è il contenuto e quindi vi è corrispondenza e congruenza e, di conseguenza, unità di stile.

[…]


[1]              Le citazioni da Daniela Gioseffi e Silvio Ramat si trovano nel volume AA.VV. Scritti sulla poesia di Alfredo De Palchi, con inediti dell’autore, I quaderni di Hebenon, 2000.

Le mie ossa
inchiodate a croce sul tuo corpo
si quietano perché il mio risorga
intatto nel suo spirito.
Non mi sprecare nel tragitto:
ti sto accanto per ricostruirmi
struggendo con la testa graffiata di spine
che si allevia insanguinandoti
sul ventre docilmente fertile e liquido quanto
una fuga di Bach.

(19 giugno 2001)

La gola di spini
rigurgita il marcio della cena
di pesce e pane azzimo
quanto il corpo a pezzi
tra la frode del consiglio dei dodici
trasecola per la nefandezza di riti
antichissimi e nella fossa recede
per ripristinare il fossile puramente v erde
che sono all’alba
dell’altra luce.
(13 maggio 2003)
Muori di morte
che t’insegue con l’abbeccedario della conversione
per debellare dalla mente pazza di luce
il satana che ti preme
a consolarti nelle preghiere
che nemmeno il signore ascolta––
ti offri l’immolazione della storia
inutile d’ogni parabola
e spreco delle scritture che narrano
della vergogna fisica,
dell’ardore per l’immagine trafitta di spini
e di chiodi,
di una lancia che gli spacca il costato
e dell’imitare l’invenzione parziale della vicenda
con un lancio di spugna imbevuta di aceto
al falegname che si tramuta da illusionista
a figlio di dio.

(28 aprile 2004)

Scannato da sacerdoti e plebei
il cristo impotente
dalla croce della demenza invoca
il padre invano
e con indifferenza rinunzia la madre
e la Maddalena
mia presente novizia superstite
nelle sabbie delka casa dove incognita
esige il crocifisso esigente di superstizioni
nella profondità del grembo che arde
con il prestigiatore risorto.
(30 aprile 2004)

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5 commenti

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5 risposte a “Gianmario Lucini
Sulla poesia di Alfredo De Palchi

  1. Roberto Bertoldo

    Intervengo a sostegno di questo valido saggio di Lucini sull’opera di Alfredo de Palchi e delle potenti poesie riportate, solo per esprimere la mia amarezza: se un poeta come de Palchi passa inosservato ai solitamente attenti lettori di questo blog significa che la Poesia non ha più speranze.

  2. @ Bertoldo

    Giusto rimprovero. Da parte mia, dovendo spezzettarmi tra vari impegni, mi riprometto un approfondimento critico su De Palchi, avendo scoperto solo da poco anche il sito, che ho segnalato.

    • Annamaria Locatelli

      …ho apprezzato molto sia il saggio di Lucini che le poesie di Alfredo De Palchi , talmente potenti da incutere un sentimento di soggezzione…
      Proverò comunque ad esprimere un commento…
      Nella prima poesia il poeta, attraverso un linguaggio scarno ed essenziale, parla dell’unione amorosa dei corpi come qualcosa che ferisce la carne e ricostruisce lo spirito attraverso il dolore e la dolcezza della musica di Bach.
      Le tre altre poesie vorrei commentarle insieme perchè mi sembrano altrettante scene della via crucis, dove Cristo o il povero Cristo é il capro espiatorio prescelto per tenere in piedi una rappresentazione di riti antichissimi e cruenti. L’imitazione di qualcosa di già scritto, ruoli di ciascuno compresi. Solo la prima poesia esprime un senso di sacralità, le altre intendono demolirla

  3. Visto che nessuna altra persona si azzarda, mi azzardo io, autore delle
    quattro poesie, dichiarando che non hanno nulla di religioso malgrado le
    apparenze. Personalmente non ho dio, e non ho una religione. Sono
    abbastanza libero. Ma non nego di apprezzare Gesù, l’immenso simbolo
    del giovane disprezzato, torturato perché libero di pensare e di scegliere biblicamente anche la sua morte.

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