Marina Massenz
Gazelle Gazou

massenz

Le dita di vecchio come rapide
da bambino staccano il frutto
dalle dita di luce nel mucchio
la selezione dei non bellissimi
i perfetti datteri nella cassetta

la mano offre un sacchetto di fichi
tremolante e lo sguardo già molto
oltre negli anni capo coperto e pure
tutto il corpo bournus marron
cava cava di tasca monete e pure

il viso di donna il suo canto di
amore perduto o mai stato – Gazelle
ma belle gazelle… – ormai sono
vecchia quasi da preoccuparsi aspetto
ancora un po’ forse chissà

– Gazelle ma belle gazelle…diceva
Gazou…bisou bisou –

la spina dorsale dell’uomo solo midollo
arreso al Sultano scrive la donna che si
sfila dalle dita l’henné da sposa.
La mano di Fatima scende dal chiodo
lascia solo la forma nel muro d’argilla

le ginocchia stringono il tamburo e batte
la danza sale al ritmo dai piedi ai fianchi
e viceversa ballo un ballo che non conosco
sono io sono lei siamo, la sua gola modula
il richiamo più antico della lingua

– Gazelle ma belle gazelle…diceva
Gazou che poi lasciò Gazelle –

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10 commenti

Archiviato in RICERCHE

10 risposte a “Marina Massenz
Gazelle Gazou

  1. emilia banfi

    Par di sentirlo quel ritmo triste. par d’esserci dentro.

  2. E’ una sola poesia, difficile da commentare anche se qualcosa di positivo mi è arrivato, d’istinto direi. E mi perdonerà Massenz se il senso mi sfugge, mi sa quasi tutto, ma c’è una ragione: è che a me sembrano due poesie, la seconda da “la spina dorsale dell’uomo solo midollo” fino a “il richiamo più antico della lingua…”. La differenza coi versi restanti è notevole e ben riconoscibile nella ritmica e nella giustezza del verso. Non solo, ma a me pare di individuare in questa parte una certa preziosità descrittiva, dovuta a buone qualità visive, e poco m’importa se il contesto esistenziale non la sorregge. Complimenti.

    • Annamaria Locatelli

      Sì , davvero una dentro all’altra come le bamboline russe oppure due sequenze della stessa poesia in un crescendo trasfigurato, ricercato dall’autrice per raccontarci una storia o più di una…

  3. Marina Massenz

    Grazie molte per i positivi commenti… Volevo solo precisare che il senso può sfuggire (in parte), ma l’importante per me è che le immagini, il suono, le parole rendano le emozioni e portino là… siamo in Tunisia, un viaggio fatto appena prima della rivolta. All’interno, tra le montagne, il primo incontro, con l’anziano sorridente “selezionatore” di datteri; in una cittadina il secondo, con una donna in una piccola casa-museo (di tipo etnologico) che lei presentava, illustrando abitudini, costumi, ma anche cantando. E davvero ci siamo messe a ballare insieme, e ho provato quel senso di unione e quasi di smarrimento che la poesia cerca di dire. Mi fa piacere raccontare “da dove nasce” questo testo, proprio perché la cosiddetta “ispirazione” può a volte nascere da emozioni forti, magari impreviste e, come in questo caso, non facilmente catalogabili… Ovviamente poi elaborare tutto ciò e comporre una poesia è anche altro, perché proprio il lavoro artigianale (scrivi, rifai, riscrivi, correggi …) è quello che consente di trasformare le impressioni e le immagini in un “canto” (almeno spero…) che sincreticamente mischia varie componenti.

    • Il bournus é quella specie di largo vestito a volte compreso di cappuccio che usano portare gli uomini in Tunisia e non solo; specie di cappottoni se invernali (lana di pecora o capra) oppure leggeri di cotone. Marron — si diceva così a Milano, tipo mia madre, quando voleva darsi il tono di francese – si usava molto questa parola, “compriamo una gonna marron?” (anni ’50).

    Bisou è come dire “bacetti”.

    • Annamaria Locatelli

      Ringrazio molto Marina Massenz per averci raccontato “da dove nasce la sua poesia…una eccedenza e risonanza di incontri. Affettuosissima

  4. Ennio Abate

    4 APPUNTI

    1. È interessante confrontare il testo poetico di Marina con il successivo testo esplicativo (o integrativo) che ci ha proposto. Si capirà meglio il complicatissimo passaggio dal “vissuto” al “non più vissuto”, cioè al testo. Il quale è comunque solo una traccia, un’orma, la spoglia di un insieme di sensazioni, emozioni, fatti, visi, corpi, clima, paesaggi scomparsi (= la “realtà”). Ma ora si pone per forza un altro problema: le note, le “spiegazioni” dell’autore/ice (o in altri casi del critico) aggiungono qualcosa di più alla fruizione (o comprensione) del testo poetico? O, come sostengono i più esigenti difensori della tesi che il testo (=la poesia) parli da sé, ogni commento o nota o interpretazione sia dannosa o un sovrappiù? Tra il rischio di una contemplazione silenziosa della manifestazione miracolosa della Poesia, che di per sé parlerebbe a tutti e quello dell’interrogazione spesso faticosa e persino deviante di un testo per afferrarne i molteplici sensi che non si colgono mai alla prima lettura io scelgo questa seconda strada. Che dà al lettore una certa importanza e gli impone anche delle responsabilità ( e non lo fa stare lì in attesa o, come si dice, in ascolto).

    2. Nella sua lettura Mayoor ha dichiarato che il senso della poesia di Marina (Massenz) gli sfugge quasi tutto e ne ha cercato però la ragione nel testo stesso, che sarebbe composto da due poesie. Marina spiega che, sì, in realtà si tratta di due incontri: il primo con un «anziano sorridente “selezionatore” di datteri» e il secondo con « una donna in una piccola casa-museo». Dunque, Mayoor qualcosa di due momenti del “reale” ha afferrato semplicemente facendo attenzione alla struttura della poesia ( al ritmo, alla lunghezza dei versi, ecc.). Il testo non è mai trascurabile.

    3. Io, invece, alla prima lettura, avevo messo insieme le due figure, che mi pareva imbastissero tra loro una storia d’amore. Ho formulato nella mia testa un’ipotesi. Ma poi, non contento, ho cercato di raccogliere altri indizi e, soprattutto, di risalire dal testo alla possibile matrice reale, che non conoscevo e di cui solo dopo è stata indicata in parte dal commento di Marina. Sempre attraverso il testo. E, infatti, a lei direttamente ho chiesto spiegazioni di alcuni termini (bournus, bisou), che nel dizionario di francese non avevo trovato. Ma anche ora che Marina ha indicato le circostanze esterne che hanno “ispirato” la sua poesia, ci sarebbero cento altre domande da fare (es. io non afferro « la spina dorsale dell’uomo solo midollo /arreso al Sultano» o « La mano di Fatima scende dal chiodo»).

    4. Un altro grosso problema io vedo nel passaggio da quelle che Marina chiama «emozioni forti, magari impreviste» alla costruzione della poesia. Sì, è il « lavoro artigianale (scrivi, rifai, riscrivi, correggi …)» a trasformare le impressioni e le immagini ( che sono già un primo distacco dalla “realtà” in cui si è stati immersi!) in poesia. Ma cosa entra in gioco in questo lavoro artigianale? E perché le impressioni e le immagini per Marina devono trasformarsi in “canto”? Sembrano pignolerie fastidiose. Eppure a me paiono domande da non sfuggire, anche se aprono discorsi complicati e mai definitivi.

  5. emilia banfi

    Il canto, la musica, sono le manifestazioni più aderenti ai sentimenti del dolore o della gioia. Quando il canto e la musica entrano in poesia , trasportano ed emozionano , insomma la esaltano. Qui abbiamo un esempio davvero convincente.

    • Annamaria Locatelli

      Mi interessa molto questo discorso perché mi dice quanto é complesso e molteplice il modo di accostarsi alla lettura e alla interpretazione di una poesia…
      Mayoor che, osservando lo stile e il linguaggio poetico, riesce a risalire quasi alla “storia” della poesia…
      L’autrice stessa (in questo caso) ci rivela molto sul luogo, le circostanze, le persone e le emozioni legate agli incontri che hanno potuto ispirarla e la sua speranza che il tutto per il lettore si traduca in un canto.
      Ennio Abate, in quanto lettore e critico, si pone molti altri interrogativi su quanto ruota intorno al nucleo della poesia stessa, che individua nella rappresentazione di in un rapporto d’amore tra un uomo e una donna e ricerca sempre nuovi significati.
      Ora mi rendo conto di come il mio punto di osservazione sia limitato, in quanto davanti a una poesia vado immediatamente a leggervi una storia. Sono consapevole della mia parzialità, in quanto nell’interpretazione faccio entrare troppo me stessa, ma solo così sento la poesia vivere…Sono qui per imparare e cercherò di aprire il mio orizzonte, ma per questa volta vi parlerò della storia
      bellissima racchiusa nella poesia di Marina Massenz, secondo me…
      Parte da una situazione di assoluta quotidianità…un vecchio selezionatore di datteri si reca da lei, che fa il mestiere più antico del mondo, una donna segnata dalla stanchezza. Entrambi molto umani. Lui le offre un tributo in monete e fichi (dai a Cesare..). Potrebbe trattarsi solo di uno scambio e invece … Dapprima si offrono affettuosità che li fanno regredire fanciulli, solo così aperti e pronti al dono.
      Lui già si spoglia sino al midollo, sino all’essenza e si fa Sultano, lei invoca l’aiuto divino per la sua arte e veste l’abito di Fatima, la sposa del Profeta, che é sempre nella sua stanza. Ora sono trasfigurati. Ha inizio la danza più antica del mondo e “sono io sono lei siamo…” il canto.
      L’eccedenza dell’amore (dai a dio…)

      • Annamaria Locatelli

        …Dopo ciascuno fa ritorno alla propria quotidianità.
        “in Tunisia, un viaggio prima della rivolta” A volte la potenza dell’amore si accompagna alla potenza della morte…

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