Lucio Mayoor Tosi
Futurismi

twitter1

La maschera di carta riposa sulle cifre, le parole sono numeri di parole
che friggono sulla cute e dai capelli s’involano.

*
Eserciti di parole in audio continuamente moltiplicate
si fanno camaleontiche nell’udito, ma dentro illumina il grigio.

*
Scomposte rappresaglie di idiomi che si guardano, ricreano demografiche
sintassi per il già detto, che ti amo e come.

*
La forma sta nel modo di dire e camminare.

2

Tutto ciò che accade e si può guardare viene detto scrivendo, in modo che
tutto ciò che viene letto possa accadere e venga guardato.

*
I pensieri lasciano impronte nell’etere, collettive e indistinte. Chi è solo
rincorre i propri sogni dimenticato.

*
Nessuno muore più tra le parole senza voce.

3
Agonia di oggetti ridotti all’uso. Agonia di oggetti servitori.
Nessuna storia è per sempre. O finché dura, quella con un paio di scarpe.

*
In un cassetto di legno conservo il mio primo telefono cellulare
ti amo in T9.

*
Libri in abbonamento termale si mostrano nudi. Storie strappate
dalle pagine nell’era delle fotocopie.

*
I miei libri sono belle donne vestite di rosso. Tengono le gambe chiuse
ma si danno allo sconosciuto purché le ami.

*
I miei libri di cartapesta.

 

Nota dell’autore
Ho scritto questa poesia in versi chiusi (twit) pensando alla modernità come ad una sfida tutto sommato accettabile. Un dialogo tra versi chiusi non può che essere drammaticamente frammentato, e nell’insieme si noterà quanto la musicalità ne venga compromessa. Il ritmo è dato dalla brevità, dal suo continuo riproporsi. Credo richieda una lettura non abituale, un tantino riformata.

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10 commenti

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10 risposte a “Lucio Mayoor Tosi
Futurismi

  1. Luca Chiarei

    Ad una prima lettura ho pensato che fossero una sequenza di aforismi in versi, poi dopo la spiegazione dell’autore ho colto comunque con fatica l’unitarietà della poesia. Una fatica voluta immagino. In effetti se il tema è la modernità allora il senso di scomposizione di “futurismi” rende al meglio il vissuto e la fatica, appunto, della nostra condizione presente. Perchè non chiamarla “presentismi”? In ogni caso una poesia riuscita, come tutte quelle di Mayoor, che mi lascia la sensazione di aver letto qualcosa di nuovo e per la prima volta.

  2. emilia banfi

    Grazie Lucio per questa nuova interessante lettura. Ho sempre inteso la poesia in altra maniera. cercherò senz’altro di capirla e di metabolizzarla non certo di abituarmi sarebbe un’offesa per questo tipo di poesia che cerca di uscire da un passato in cui regole, significati e metafore avevano (e per me hanno ancora) una loro precisa dimensione e importanza.

  3. Rita Simonitto

    Questa interessante esperienza di Mayoor mi ha fatto pensare ad un mix fra le poesie Haiku e una Jam session jazzistica.
    Della prima c’è la brevità che obbligava i versi (solitamente tre), a loro volta costretti da una sillabazione predefinita, a esprimere, attraverso immagini verbali dotate di un certo sincretismo, delle unità di senso utilizzabili dal lettore come tracce.
    Qui invece abbiamo il twit che obbliga le parole a stare assieme, legate da un nonsenso (*libri in abbonamento termale*), o da un controsenso (*i pensieri lasciano impronte nell’etere*) o dallo scontro tra sensi diversi, la vista e il suono (*camaleontiche nell’udito*).
    Non ci sono scenari, nella ricchezza di senso che noi diamo al termine: fondali, retroscena, proscenio, scena; il senso della profondità. Non ci sono ‘storie’ ma un susseguirsi di ‘istanti’, o ‘attualità’ come dir si voglia.
    Varrebbe la pena di raccogliere il termine suggestivo fornito da L. Chiarei, “presentismi”.

    Della seconda abbiamo il concetto di ‘performance’, di una espressione musicale polifonica senza che ci sia qualche cosa di preordinato e quindi con una possibilità di gamma molto ampia ma che tende comunque ad andare verso un discorso anche attraverso le ‘rotture’.
    Qui, invece, non c’è un discorso (ovvero c’è il discorso del ‘non-discorso’).
    Non c’è perché non viene prevista una comunicazione, l’ascoltatore viene reclutato nella sua ‘visionarietà’.
    E’ ciò che è avvenuto nella pubblicità quando questa si è staccata dal prodotto pubblicizzato e funziona di per se stessa: non è più la pubblicità che decanta il prodotto nelle sue qualità, ma è la ‘bella e catturante’ pubblicità che rende ‘bello e catturante’ il prodotto.
    Né c’è la melodia, intesa come ‘melos’, il canto (come dice Mayoor, *la musicalità ne viene compromessa*).
    Non c’è pertanto nessuna sollecitazione verso l’emozione: le cose stanno così. Punto. Il dramma si consuma altrove o si è già consumato: * I miei libri di cartapesta*.
    Del ‘contenuto’ del libro, rimane solo la ‘materia’ cartacea pronta ad accogliere altre impronte, altre *maschere di carta*. Fine della storia.

    Quando ho letto questa composizione di L. Mayoor, mi è subito venuto alla mente ‘Love Man’ di Charlie Parker che allego in video e che, forse, serve a spiegare quanto detto sopra.

    R.S.

    • Annamaria Locatelli

      Solo qualche suggestione che questa poesia mi ha trasmesso… Come di una camminata a piccoli passi, e piccole sono anche le frasi, nel tempo. Una camminata al rallentatore, le parole scollate dalle cose scendono dall’etere come palloncini e le cose sono presenze fossili senza più significato. Tutto sommato si passa dall’ansia allo stato di quiete. Uno dei tanti futuri possibili, senza drammi.
      Peccato che non riesco a sentire la musica proposta da Rita Simonitto, mi avrebbe aiutato a capire.
      Tutto sommato il Prima proposto da Emilia Banfi ha qualcosa in comune con questo Dopo…

  4. Rita Simonitto

    @ Annamaria Locatelli
    Se non riesce ad ascoltare il brano dal Blog, vada su YouTube e digiti Charlie Parker Love Man. Troverà molte versioni: un’altra buona è quella tratta dal film di Clint Eastwood, Bird.
    L’esperienza musicale tratta appunto di questi passaggi sincopati (*i piccoli passi* come dice lei) che si appoggiano però ad un tema di fondo che fa comunque da contenitore.
    Credo che la differenza tra Love Man e Futurismi stia, come segnala lei, in questo: *tutto sommato si passa dall’ansia allo stato di quiete. Uno dei tanti futuri possibili, SENZA DRAMMI (maiuscolatura mia)*.

    *Tutto sommato il Prima proposto da Emilia Banfi ha qualcosa in comune con questo Dopo…*
    A questo punto credo di sì, solo che purtroppo è il ‘dopo’ di quel ‘dopo’: *Nessuno muore più tra le parole senza voce*. Non si può morire se non si è mai nati.

    R.S.

    • Annamaria Locatelli

      ringrazio molto Rita Simonitto per i chiarimenti sull’uso del computer e per gli spunti di riflessioni…”non si può morire se non si é mai nati”, cerco di capire: noi uomini non siamo mai esistiti, tutte “invenzioni della notte”? E’ il titolo di un libro piuttosto inquietante che ho letto qualche anno fa: parla di un unico abitante del pianeta terra che ha azzerato tutti gli altri ingigantendo le sue stesse paure. Ma qui le cose sembrano essere arrivate alla loro naturale fine di significato, come un organismo che ha compiuto serenamente il suo intero ciclo vitale…grazie anche a Mayoor

  5. Una spiegazione a Futurismi l’ho data, e per quel che riguarda la forma non credo di poter dire meglio di quanto è scritto nel verso ” la forma è nel modo di dire e camminare”. Il lettore ha il sacrosanto diritto di interpretare come gli pare qualsiasi cosa decida di leggere, però Rita Simonitto, tra un complimento e il rimprovero di aver abbattuto le architetture che solitamente descrivono ogni narrazione, riesce sempre a sorprendermi. Il complimento che non m’aspettavo è ovviamente quel Charlie Parker messo lì come a dire: fa niente se stenta a farsi capire e se talvolta fa pasticci, se ricorre ad accostamenti forzati, ma il suo canto è libero, le sue acrobazie, le sue astrazioni, mi divertono anche se non sono certa di quel che sembra voler comunicare; che poi le acrobazie, in questa poesia, che non ha nulla da raccontare ma divaga su un tema, consistono nello stridore tra certi acuti, come ad esempio “ricreano demografiche sintassi per il già detto” e i bassi del reale, non quello filosofico ma quello concreto dell’ordinarietà: “che ti amo e come.” A proposito del tema, così scrisse in maiuscolo Anna Achmàtova:
    “TUTTO E’ A POSTO: GIACE IL POEMA
    E, COME GLI SI ADDICE, TACE.
    MA NON APPENA SI SCATENA IL TEMA,
    ECCOLO PICCHIARE IL PUGNO ALLA FINESTRA
    …” ( da Poema senza eroe).
    Il tema è cosa rara: le parole impazziscono per il tema, come uccelli in volo hanno bisogno di mete da raggiungere e luoghi dove posarsi. E infatti Rita, malgrado le mie stramberie, lo riconosce: “…una possibilità di gamma molto ampia (ma) che tende comunque ad andare verso un discorso anche attraverso le ‘rotture’.Iil fatto che io lo tratti in Bebop, (definizione che mi sta benissimo perché stabilisce una risultante) non esclude né invalida quanto dicevo a proposito della brevità del verso chiuso; così come non è fuori luogo il parallelismo con gli Haiku, anche se non so capire come si possa accettare serenamente la regola delle 5-7-5 sillabe, non capisco cioè come la si possa applicare passando da una lingua all’altra impunemente, tanto più se da pittogrammi che si leggono dall’alto al basso e da destra a sinistra. E infatti non ho notizia di Haiku scritti da occidentali che abbiano furoreggiato in oriente, e questo malgrado se ne scrivano a caterve. E’ anche questione di quiete mentale, che in oriente deriva da filosofie e tradizioni millenarie mentre qui la si ottiene più spesso grazie agli psicofarmaci).
    Tornando a Futurismi: l’esperienza non mi è nuova, un paio d’anni fa scrissi una raccolta di versi per sms ( “Poesia per 140 bite”, che ho poi abbandonato in un cassetto perché nel frattempo mi aveva oltrepassato la tecnologia). Cambio spesso, invento titoli, e in genere prediligo il verso lungo della prosa poetica. Quindi “Futurismi” è destinata a restare un episodio, e probabilmente non avrà seguito ( disse imprudentemente…).

    Mi scuso se ho risposto solo ora, un guasto tecnico mi ha privato della rete per qualche giorno. Confesso di aver postato questa poesia per incertezza nella speranza di ottenerne dei commenti derivanti dalla lettura, e li ho avuti. Ringrazio tutti per la gentilezza e l’amicizia.

  6. emilia banfi

    Grazie a te Lucio. E fatti vedere abbiamo bisogno di te!

  7. “Nessuno muore (più) tra le parole senza voce.”
    Non c’è realtà nel parlato, nello scritto e nell’ascoltato. L’estrema realtà del morire non rientra in questi ambiti, perché non è fruibile.

  8. emilia banfi

    Nell’estrema realtà della vita ogni voce avrà ascolto
    anche il gallo avrà la sua storia
    e l’ultimo grido la sua gloria.

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