Pietro Peli
Tre poesie

disoccupati 1

*
Grande per amarvi fu l’odiare
quando nel buio ho pianto
il mio figlio
abortito nel pensiero.
Nel corpo sono rimasto io
a sua testimonianza
e l’ho spinto agli schiaffi.

Con furia d’amante
fu ultimo dardo il disprezzo
che non avvelena
il cuore amato
ma solo l’amante.

E per amore ho rinunciato
e per non rinunciare ho amato:
ora sciogli per me,
il vincolo terrestre che dura
sino a che il corpo
lo preme sopra.

Grande per amarvi fu l’odiare:
io di occhi ne cercavo ovunque
tra le mura di carta
e le facce di pietra
e vedevo ogni vena
dentro lacerarsi
e svelare.

Oggi tremo
ma vi odio
indifferentemente
e amo
senza corpo e difesa.

*
CONFIDENZA CON IL POTERE

Le carte indurite alla costola
non sfilano sulle dita
come lana:
giocare si fa cieco
e duro come dura
si fa palese la vita.

Nell’ attesa
che galleggia
la tempesta
che mi forgi
a parole calme d’insania
vorrei che il mio domani
fosse oggi
quando non sentirò spacciare
per invenzione
dei tempi moderni
le parole di matti e affamati.

Il velo spesso ha fatica
a cascare e nel tonfo
s’alza la polvere lasciata
dal lasciare fuori il vento:
ora il dio degli eserciti
muove le pedine
con mano senza rughe
e ti parla suadente,
a tratti l’urlato
si stempera nell’abbaglio
di film americani.

Quanto orrore in certo niente
che aspira a diventare
senso in sé:
nei buchi lasciati
possiamo aprire
a stuoli di camion
e fusti di benzene.

Si tradisce ogni volta
con diverso intento
nel rovesciarsi ineguale
di dadi o sfere,
ma svela sempre
la parola
un’insospettata
confidenza col potere.

*

Sempre ci fu violenza
e chi non la vide:
tu non avesti notte

e la sferza del secolo
che indietro ho lasciato
è quella dei nonni

lasciati al bianco delle foto
i giorni. Ma se spingi
questo dietro al vetro

appariranno in tralice
come chiamati dalla
furia del dileguarsi

quelli che fummo
capaci di mettere
(nel cuore) in parentesi.

Loro con la carne ferita
ma dietro la schiena
una matricola nera

stinta sul cartellino
che passa sulla timbratrice:
rumore che non sappiamo

più…

Ma è chiaro l’intento
che si abbatte sul ciglio,
sul petto: indietro.

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