Carla Saracino
Su “Mnemosyne” di Michele Montorfano

mnemosyneMichele Montorfano, Mnemosyne (LietoColle 2013).

Mnemosyne, di Michele Montorfano, è un libro fatto di più piani che non si presentano una sola volta e non sono mai gli stessi. Questi piani sono sorretti da un lastricato di scene e le scene sono costruite con un intento formale preciso che procede scalfendo il registro delle lettere, come se all’autore fosse stato assegnato il compito di censire di ogni verso una rappresentazione composta. Sembra che niente sia stato lasciato al caso: la perentorietà di certe descrizioni, la sequenza studiata e tesa a una quasi narrazione, la presentazione di un quadro solo in apparenza desolante dove si muovono i calchi di un vissuto intenso, marcato. Tuttavia non c’è ansia di progettazione, in questo libro. Non c’è in assoluto alcuna anticipazione sul poetico, ovvero una premeditazione sulla scrittura stessa. C’è il naturale vuoto di chi ha sentito la sua opera incarnarsi nella necessità di essere.
Nella prima parte di questo libro l’idea del corpo come strumento di violazione o oggetto deprivato è il pretesto dentro cui va innescandosi in realtà un più profondo processo di accoglimento della vita. La vita si realizza nel suo stesso abuso. Come se alla sua eccedenza debba corrispondere necessariamente un movimento opposto di contro-eccedenza: una specie di combattimento tra due misure che si fronteggiano portando insieme la testimonianza di un antico agone. In questo senso la vita è una creatura esposta. Si dà alla rovina, si dà alla dispersione, si dà a sé stessa perché il darsi le è istintuale. La poesia interviene per dire tutto questo e non evita un lessico fitto di crudezza (che non è crudeltà) essenziale, documentaristica quasi. Ma il punto è un altro: è cosa Montorfano vuole raggiungere dopo lo sbrego sulla ferita. È quel margine estremo di confine numerico sulle morti che la vita produce: ogni tipo di morte, non solo quella fisica, ma tutte le moltiplicazioni della morte a cui ogni giorno tendiamo, consapevolmente o meno, perché è nella natura stessa dell’uomo anelarvi. Su quel confine persiste il mistero e il terreno su cui si gioca il fatto umano: “È un dilagare quel cranio girato sulla barella/quelle labbra, quelle lacrime glaciali che le grondano/incredule nelle carcasse orbicolari invocando/un confine di macelleria, di stracci crepitanti/che sono larve o polpa di una inoltrepassabile malinconia/ma quando il medico la stronca con un fulmine/e il forcipe da parte a parte la attraversa/si vede di colpo il corpo illuminarsi e il frutto/sfrangiato sul bordo, raffermarsi./ Appassire.”.
Il libro è attraversato da un cumulo di agitazioni che varcano ogni tentativo di ragionevolezza. Direi che esiste una somiglianza con alcuni tratti della vita, anche. La vita infatti non è ragionevole. La vita è “l’alberatura dei vivi” e come tale va significata e le sue cavità più remote esplorate. Questo comporta spesso una resa rispetto a ogni manifestazione di dialettica. Niente si può contro l’azione imperturbabile di quello che deve accadere. Così i versi di Montorfano respingono le domande perché non inseguono soluzioni. Il loro accanimento è universale, è “la ferita che squittisce/che cerca la terra con le dita”. La ferita allaga; l’aratro della lingua è il solco inciso sul polso, la piccola grande devastazione che, sola, può addentrarsi nella terra e rivangarla, farne poltiglia, ma anche asso di fiducia rispetto a una trasformazione: “E c’è chi pensa: è l’ombra dell’alligatore/del branco di iene scese nel blocco di granito/e le spalle forate, i tronchi del muro colpito./ È ancora cieco – ripete lei/e con forza, con la matita,/allarga la ferita che squittisce/ che cerca la terra con le dita.//”.
Proseguendo nella lettura del libro, diviso in quattro parti, si ha l’impressione che il corpo lasci eredità a qualcosa di altro, di ben più forte, atto a prediligere una forma di espressione non più carnale: la presenza. Presenza che, ancora una volta, non è dicibile. La presenza, se c’è, esiste.
Potessi almeno aprirti la schiena, vedere/che cosa mi sono lasciata dietro/ se il grano che pronunciato accese le pietre/ o la cenere quando squarciata dal freddo/ritorna come un capogiro nella folla./Ma vedi, in queste pause del respiro/ che sono un seme misto al sangue certo,/ma sempre un seme, io chiedo//.
Nel processo di scarnificazione del corpo, di smembramento delle funzioni vitali il poeta chiede: “Chiedo che ti rompa la notte;/che ogni sillaba trovi spazio sul tuo ventre/e che l’acqua che rompe i rami/rimanga nel buio la tua firma./ Questa la presenza./La mattina oltre le persiane./la piazza che si apre.//.
Nell’ultima sezione, nasce un rapporto tra dimensione dell’umano e del mondo naturale. Un rapporto non misurabile, ma solo riconducibile a un dettato sensuale, poetico, in cui le cose dell’uomo e le cose della natura entrano sulla scena di uno scambio. La natura qui è un suono acre, che però inondando genera, assumendo dell’umano la responsabilità di dover anche cancellare per rifondare.
Non è un’inclinazione, un grumo di passiva ammirazione, uno strumento ispiratore. La natura porta con sé la potenza ingombrante che la caratterizza e offre visioni sconvolgenti, rovinose che tuttavia tradiscono l’urgenza di incidere un rilievo di fiducia nel mondo: il segno asettico, riuscito, neutrale, non più benevolo ma neanche malevolo. Un segno indifendibile perché non più minacciabile. Forse, il segno del poeta un attimo prima che prenda vita il verso: essere oramai fuori da ogni comportamento morale, ogni giudizio sulle cose, solo sentire e solo agire. Del resto, la poesia è tale quando, distillata, la goccia del patire è salva, riluce spogliata di ogni passione, è fuori di sé, dentro di sé, intatta, incolume, metamorfica e unica, libera e confinata. In questa dualità, in questo fiato gemellare si realizza il nodo di una sola voce che cerca, nel mondo, vivezza e stabilità.
Nell’ultima sezione la figura femminile Lilith è la porta d’accesso, “il fondo della pagina”. Oltre a lei, una pluralità di fenomeni naturali e animali entrano in un’ansia di rivelazione condivisa dall’uomo stesso. Sul mondo sembra sia appena passato un cataclisma: il vento, la pioggia, la terra, cani che straziano. Poi improvvisamente luoghi antropizzati: piazze, cancelli. La parola costruisce di significato questi temi ma ne viene anche soppiantata. Così, forse, il centro di tutto il lavoro di Montorfano è il seguente: quanto la parola può riferire di noi nel mondo? Fino a dove i suoi eclettici sforzi di inventarsi e reinventarsi? Esiste un limite, per le parole? E questo limite coincide con l’eccessivo rischio di amarle troppo? Cosa brucia, ancora, dopo un incendio?
“Questo è lo scheletro troncato.
Questa è la mia lingua che entra in te, che ti svilisce fino all’indole.

Costruisci un verso come il resto di un incendio.”

CARLA SARACINO

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