Ennio Abate
Unio. Psicoscrittoio (21 – 25)

1980 ca. PASSANTE anni 80

21.

Una donna, la Flautista, sale una scalinata precedendo Unio. Vuole portarlo nella sua casa. Ma d’improvviso Unio smette di seguirla. Non vuole. La sfugge. Va dalla parte opposta. Ad arrampicarsi su una grossa catasta di libri, ammucchiati alla rinfusa come fossero precipitati dagli scaffali di numerose biblioteche. Per arrivare dove? I libri non reggono il peso di un uomo in crisi. Né sostituiscono una scalinata ben costruita. Infatti Unio che, salendo, sembra giunto a un buon punto, casca giù. Lo vediamo afferrarsi a qualcosa di saldo. Appena in tempo. Ora però quel suo corpo – hanno un peso i corpi, eh! – penzola nel vuoto. Oscilla come batacchio di campana. Fin quando Unio s’accorge che coi piedi sfiora ancora lei, la Flautista. Che – oh musica di un altro corpo vivo! –  sta, paziente, sotto di lui. Ed è pronta ad afferrarlo fra le braccia. Se si abbandonasse. Se smettesse di oscillare. Se si fidasse di lei. Le forze di Unio stanno venendo meno.  Fra poco perderà la presa. Precipiterà ancora addosso a una donna col rischio di farsi male in due? O tenterà un nuovo salto lontano da quelle braccia? Per spezzarsi? O, cadendo in piedi, continuare da solo? (Cfr. capitoletto 8).

22.

Eccolo su una strada di campagna che porta a un cimitero di paese.  È solitaria, ombreggiata da pioppi. Un luogo che ben prepara alla meditazione sulle tombe dei morti. Ma lo è anche per intendere meglio  quel suo sentimento di  uomo abbandonato da una donna? Unio ci prova. Lui non è tipo da piangere su una strada qualunque. Vuole proprio quella. Che è la strada  tante volte fatta da bambino assieme a sua madre. E nel paese dove è nato.  Il dolore scava dentro, si dice. E prima o poi il buco che produce porta alle origini, no? Del bene, del male, del nulla? Chi lo sa più. Si dice. I pratici giudicano ozioso o vano cercarle. Come vedete, comunque, sulla strada vengono incontro a Unio due figure. Con le sue origini hanno a che fare. Quella è una donna non giovanissima vestita di nero. E, trotterellante accanto a lei, un bambino che le dà la mano. Vi avvisiamo: lei è la madre di Unio. In abito nero, da lutto. Sembra una monaca. Il bimbo, se ne osservate i tratti  fisici, è tale e quale il ragazzino magro appena uscito dalla guerra (capitoletto 9). Vi pare che guardino Unio? Evidentemente non sembrano neppure notarlo. Come si fa dal passato a vedere il presente o il futuro? Né accorgersi che sta piangendo. Ma a Unio – presente e piangente – piace immaginare – è ancora permesso, almeno in sogno – che quel suo mondo/ricordo  – infantile, originario e immutabile e che resiste in un suo tempo interno –  non solo contenga, ma conosca in qualche modo quel suo  dolore d’oggi. Che sua madre, che fu, che il bimbo, che lui fu, ma  persino la piccola folla di paesani – quelli, anch’essi quasi tutti in abiti scuri  e luttuosi, che ora stanno per entrare nel cimitero per  poi sparpagliarsi tra i vialetti e i cipressi in cerca delle tombe dei parenti –  intendano il suo dolore cocente. E  – oh pietà antica! – lo mettano – fiore di recente reciso e aggiunto a un mazzo – assieme a quello che ancora provano o tentano di provare – i cimiteri a che servono? – per i defunti. Questa – di un dolore che fa comunella tra passato e presente e tra Unio e la gente che incontrò da ragazzo – che è, sì, una consolazione!

23.

Unio è molto stanco. Di nuovo.  Ogni stanchezza è vita raggrumata. Vita che egli non capisce più, ma che deve trascinarsi dietro. Sperando un giorno, chissà, che si svelerà e alleggerirà. Suo figlio, che è un giovane adesso, lo accompagna a letto. Lo sente indebolito. Lo protegge. Unio dorme. Al risveglio s’accorge che, accanto al suo, c’è un altro letto. Capisce. In quella stanza ha dormito anche la sua ex moglie.  Se la porta – vita raggrumata! – ancora appresso. Anche dopo che si sono separati. Se la porta  – donna pur ridotta a manichino – sottobraccio. Come nel disegno a carboncino fatto in quei giorni. Ancora coppia, sì. Per modo dire. Un uomo che avanza rapido tenendo sotto braccio la sagoma di traverso e un po’ sghemba di  una donna.  Vi ricordate la foto di Giacometti che avanza lesto con una delle sue sculture filiformi ? (Qui:Giacometti ). Neppure il tempo di  pensarci su e bussano alla porta. Sono i vicini. Odiosi. Così rumorosi, bassi di statura, scuri di pelle. Quasi dei nani. E uno di loro – il più brutto e sporco, la pelle incartapecorita da vecchio – che fa? Si mette a indagare come un poliziotto. Come mai in quella stanza ci sono due letti matrimoniali? Convivevano forse lì due coppie? Gli risponde R, la ex moglie, comparsa come d’incanto. Per lei la cosa è risaputa e naturale. Cosa c’è di strano? – aggiunge con candore d’antica sapienza.  Ma Unio non ci sta e s’incazza. Per lui le cose stanno diversamente. Quei due letti matrimoniali in una stessa stanza permettevano delle “porcherie”. Non chiarisce quali. Ma prendete nota di questa reazione. E’ quella di un contendente. Parla come volesse compiacere   quei suoi rozzi vicini. Come volesse farsi spalleggiare da loro. O farne dei giudici addirittura. (Cfr. anche capitoletto 6).

24.

Unio va a un congresso  della Compagnia. S’aggira in quella folla solo per cercare Michele, il dirigente buono, meridionale come lui, un siciliano. Non c’è. Allora prova a cercarlo nella trattoria  dove, ai vecchi tempi, quando le riunioni si prolungavano, tutti andavano a mangiare un panino o un piatto veloce. Qui compagni che si salutano, si scambiano battute, si baciano  sulle guance con la compagna appena riconosciuta. Come allora. Lì Michele dev’esserci per forza. C’è.  Unio lo capisce appena adocchia un tizio che, pur voltandogli le spalle, ha la corporatura massiccia di Michele. Sta discutendo seduto a un tavolo con altri. Unio s’avvicina, lo saluta, si siede con loro.  Si stanno ripetendo che l’Organizzazione, invece di consolidarsi in vero partito,  va sfaldandosi in fazioni contrapposte. Michele è di quella più moderata e conciliante. Ma è ormai lo stesso una  fazione, vorrebbe dirgli Unio. Da tempo aveva temuto lo sfascio. Tace però. Michele  gli resta simpatico.  Ha qualcosa di diverso dai dirigenti di spicco (Cfr. capitoletto 12). E’ una volpe meno volpe? Come quelle del Sud? Come Unio? O un animale politico non solo volpe? Nella trattoria c’è animazione. Quasi allegria. Ma ad un tratto Unio sussulta e si fa vigile. Nel tavolo accanto qualcuno riferisce di una nuova bega scoppiata nella Compagnia. Un vecchio compagno se l’è presa coi dirigenti, che una volta  l’avevano accusato per la “faccenda di Trieste” (1) e ora, invece, fanno a gara per dimostrarsi a favore delle “nazionalità” e delle “piccole patrie”.

25.

Dalla finestra del Palazzo del Presente. Unio guarda dentro la finestra di una palazzina dirimpetto. È quella del Passato. Lì ha vissuto da ragazzo. E cosa vede  nella stanza?  Ancora una donna in compagnia di un bimbo. La donna sta costruendo una scultura/maschera  di cartapesta che ha le fattezze del bambino. E ce lo mette dentro. E’ una maschera enorme. Unio osserva meglio.  Vuole  capire quali siano le dimensioni reali del bambino che sta lì sotto sotto il mascherone. Di cui vede il testone. Spunta ben fuori dal davanzale della finestra. Unio si ripete tra sé: No, a quell’altezza, no! La testa reale del bambino non può arrivarci. Deve trovarsi più in basso. E’ sgomento. Fatica a dirselo, ma sospetta che quella donna sia sua madre e che lui sia quel bambino.

 

Nota (1)

http://it.wikipedia.org/wiki/Questione_triestina

Nel frattempo continuavano scontri e disordini a Trieste:

  • l’8 marzo 1952 una bomba uccise alcuni manifestanti di un corteo di italiani;
  • nell’agosto-settembre 1953 il governo italiano inviò truppe lungo il confine con la Jugoslavia;
  • nel novembre del 1953 in occasione di altri scontri con le truppe Angloamericane si registrarono ulteriori vittime (Pierino Addobbati, Erminio Bassa, Leonardo Manzi, Saverio Montano, Francesco Paglia e Antonio Zavadil), che ricevettero in seguito la Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione:
« …Animato da profonda passione e spirito patriottico partecipava ad una manifestazione per il ricongiungimento di Trieste al Territorio nazionale, perdendo la vita in violenti scontri di piazza. Nobile esempio di elette virtù civiche e amor patrio, spinti sino all’estremo sacrificio. … »
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4 commenti

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4 risposte a “Ennio Abate
Unio. Psicoscrittoio (21 – 25)

  1. Prosegue la storia di Unio, sorretta dal tono vitalistico della scrittura di Ennio Abate. Voler tenere gli occhi spalancati nel sogno comporta uno sforzo notevole, e a me sembra questa, per ora, la cosa che potrebbe riguardarmi come lettore; oppure, sì, il racconto di una storia personale vista da dentro, introspettivamente… quella storia che altrimenti si perderebbe tra date e circostanze. Ennio ci riuscirà, o saranno ancora queste ultime a prevalere? Già non mancano i segnali (nota 1). Dove sta il condivisibile: nell’umano o nel sociale? Pur sapendo che l’uno porta all’altro inevitabilmente, sia che si scelga una strada o l’altra… aspetto con ansia.

    • Annamaria Locatelli

      …se il miei commenti ai sogni di Unio sono in linea con la festa di oggi, ditemelo per favore…
      Una mamma, sulla strada solitaria che porta al cimitero, accompagna per mano il suo bambino per fargli conoscere precocemente l’esperienza del dolore. Consolatorio per Unio che sente di essere incluso nella sofferenza della sua gente, la sofferenza del Sud, dove stanno le sue radici ( del resto anche nel sogno sulla Compagnia, dove contraddizioni divisioni ed intrighi emergono, Unio ricerca e salva il compagno del Sud).
      Molte le figure femminili di passaggio( la Sospetta, la Gatta, la Folle, la Flautista…) ma quella ricorrente é la ex Moglie: c’é un discorso in sospeso tra loro. Unio, nonostante la separazione, se la porta sempre a spasso…ma, ma i due letti matrimoniali nella stessa stanza gli ricordano che lui é ed ha un concorrente ( di nuovo un-il gemello?). Spaventato, in cuor suo perdente, non può mostrare la sua faccia fragile di bambino abbandonato, preferisce nasconderla dietro alla maschera odiosa dei vicini, che non ha niente in comune con il suo sentire. Quante volte vorremmo riavvolgere il nastro della nostra vita…
      L’ultimo sogno é terrificante. Unio si rende consapevole dello stravolgimento di sè bambino da parte della madre adorata ( ogni mamma-donna una frustrazione?). Lei gli costruisce e gli fa indossare una maschera mostruosa che sopraeleva e stravolge la sua natura: appare alla finestra come in uno specchio deformante…
      Un elemento presente in molti sogni é quello di ” elevarsi al di sopra”: Unio bambino sul muretto come oggetto di scherno per i compagni, “il maestro” sui trampoli che si eleva sopra la folla dei dimostranti, Freud silenzioso sul divano, lo scriba distaccato, Unio in bilico sulla catasta di libri e, gigante bambino, alla finestra con la testa da Minotauro…Ma segue quasi sempre un crollo.
      Una forzatura che si replica nel tempo?
      Anch’io, come Mayoor, sono curiosa di sapere i seguiti della storia, anche se mai nulla si conclude, come le fiabe di Salazar…

      • Annamaria Locatelli

        …scusate, mi correggo, volevo riferirmi a Sherazad, la narratrice di fiabe in “Mille e una notte”, che tiene in sospeso il suo sposo e noi lettori non concludendo mai le sue storie…così si salva la vita, e non solo a se stessa. Sogni e storie: due modi di salvarci dalla dittatura del tempo?

  2. Sicuramente Ennio, che artisticamente è uno sperimentatore di rango, con questo scritto esce dalle classificazioni tradizionali, compresa quella della prosa-poetica, per andarsene libero dove il pensiero e la sua indole lo portano; e questo secondo me è un modo di fare assai moderno perché tiene conto delle tendenze post-moderniste ma non cede al facile recupero, alle nostalgie, al restyling del passato come sembra accadere a molti.

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