Giulio Stocchi
Una poesia una speranza un augurio

stocchi

La voce ritroverà la sua cadenza
la sua pietà la sua allegria
riconquistato numero che splende
nella corsa precipite dell’acqua
giglio di mani rosa avventurata
golfo mio calmo bianca nave e nera
tra uno scalo e la partenza
una bella sulla riva la speranza a proravia

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6 commenti

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6 risposte a “Giulio Stocchi
Una poesia una speranza un augurio

  1. emilia banfi

    DOLCISSIMO RESPIRO!

  2. Giuseppina Di Leo

    Una partenza così dà speranza che nulla si perde, come un augurio di buon inizio.

  3. Ma è lo Stocchi che ricordo io, quello con quella voce potentissima che leggeva nelle piazze, durante le manifestazioni, negli anni ’70, e che mi faceva pensare a Majakovskij? Eh sì, un bel ricordo. Ma mi sembrano belli anche questi versi: “La voce ritroverà la sua cadenza / la sua pietà la sua allegria…” Ho visto che è su fb, lo seguirò.

  4. Sì, è.. Giulio Stocchi.
    Di lui puoi leggere sul sito di POLISCRITTURE una raccolta recente qui:
    http://www.backupoli.altervista.org/IMG/GIULIO_STOCCHI_Quadri_di_un_esposizione.pdf

    • Grazie. Dunque vale per lui quanto dicesti di Majakovskij, a proposito del contesto rivoluzionario che lo sostenne in quella sua poesia da fiume in piena ( oh quelle indimenticabili metafore surreali!). Il percorso di Stocchi ha preso altre direzioni, per dirla alla tua maniera sembra un maestro tra gli esodati; e dunque vedi che sei meno solo?
      In queste poesie di Stocchi ogni parola è necessaria, e non c’è una che sia di troppo:
      “Scrivere una poesia /è come costruire un orologio / di quelli di una volta
      con alietta / ancora / ambone / ruote / scappamento / nottolino / Tutto deve / combaciare / accordarsi /ruotare / altrimenti non funziona / e il tempo scappa via”…
      Tra quel che ricordo, e certo ricordo male, e queste poesie ci sono state molte letture ( dò qui per scontato che finì il sessantotto e quel che ci sarebbe da dire), Tra l’uvetta i letterati volendo ci possono scorgere perfino Eliot, perché anche di lì si passa se si vuole dare uno sguardo al Novecento. Ma anche quel tempo s’è chiuso ( quanti stanno ancora a lagnarsene: e mo che fanno? ). Eliot però giudicava spesso – tanto garbatamente, tanto british – e in oltre sbandò verso la preghiera ( ma che importa ai rapaci modernisti che l’imitarono?); Stocchi non giudica: sentenzia senza inutili giri di parole; tante motivazioni non servono a chi può capire: potrebbe essere questa una caratteristica del pensiero esodante? (la domanda è libera, non voglio etichettare ma solo cercar di ricomporre, per capire). E nella preghiera non ci cade, è integro (… una lotta / per far sì che sia gentile il mondo). Ce ne sarebbe di lavoro per la critica.
      Per parte mia son già contento di poterlo smentire, quando scrive:

      Nessuno più
      si ricorda di me

      fra quelli in mezzo
      ai quali

      andavo nelle fabbriche
      con le mie poesie

      e alle manifestazioni degli operai

      Ciò è del tutto naturale
      dato che essi si sono

      dimenticati di sé

      E poi mi commuovo per la dignità, oltre che per la bellezza dei suoi versi. Come questi:

      Perché lo fai?

      mi chiedo scrivendo
      queste righe

      che pochi leggeranno
      o forse

      nessuno

      Per una questione
      di decoro

      mi dico

      mentre la notte
      rischiara

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