Rita Filomeni
Poesie da “Scardinare l’acqua”

Filomeni

. cosa nostra

per la sovraintendenza del paese

 

qual dente del giudizio, si fa largo,

incuccia sanguisuga e trama ragne

maligni a bisbigliar anch’al senato

 

sì contro lì non sai chi hai accanto

se valigia a doppio fondo è lo stato

che su gl’onesti com’aiuol calpesta

 

e vuol uno ci finisca, e sette n’esca

dentro, mai, a vita hanno lo sconto

di pena, non li ammali depressione:

 

cosa nostra altrimenti è guarigione

*

. la torta

coi tuorli ‘n polvere made in cina

 

e la vaniglina, che vien dal petrolio,

la torta pare averci un bello aspetto

quale ha chi si lampada all’inverno

 

mai un verme le ciliegie o ‘n difetto

come ‘na razza scelta d’altre meglio

che si tenta con gl’ovuli ‘n provetta

 

la panna, poi, ricorda un po’ la neve

‘n città avanti ogni cosa abbia ‘l via

e, ciascuno, con il sangue del vicino

 

annunci ‘l dì, sua nuova altra bugia

*

. acqua

a cielo basso da non rizzare ‘l collo

 

piove, e pur se piove, lui sa di steppa

‘sto paese, che anche l’acqua appalta,

e c’è chi a pegno dà già il suo sangue

 

sì ‘n nome d’un progresso maialesco

che cosche le cèntupla e nere e rosse,

a tutti ‘l dovuto, scelti i pochi, è dato

 

non oltre così, no, non si può andare,

è merce tutto e quota, a salvafinanza,

ma verrà ‘l dì cui a spegnere sterpéti

 

sputi a chieder saremo noi a i profeti

*

. parola

parola, tu, per me, abbi ‘l coraggio

 

lo schianto, di gridare fuori ‘n faccia

ché cautele mai troppe ne ha l’uomo

nel trar donna consenziente ostaggio

 

a scarpa sfondata ben oltre ogni dire

ridotta mi ha a rigagnolo a ‘n coccio

che dentro ‘l sangue cigola, ferrigno

 

parola, tu, per me cuci a rammendo

le schegge di questa, vita, mia, sola

come tante, e nascoste sott’al cuore

 

che soffoca, uovo a legno lì ‘n gola

*

. notte stellata

col trapano stando attento ai pianeti

 

fa buchi iddio, è per appenderci stelle

che versa a lo stampo qual cioccolata

‘n suo charlot sottopagato ex tuta blu

 

giù in pochi qui san alcun son doppie

e ciascun, all’altra ronza quale mosca

con cardiofrequenza e ritmo su, pulsa

 

e si crede a san lorenzo siano ‘l pianto

ma è polver a dar sogni a chi l’avvista,

il vecchio ‘nvece che poco e mal vede

 

fissa a muro ‘l van gogh del brigatista

 

Rita Filomeni, “Scardinare l’acqua” (LietoColle 2011. pp. 64, 13 euro)

 

 

*Rita Filomeni di origini toscane, è nata nel 1975 a Torino. Ha vissuto a Trieste, attualmente vive a Firenze. Ha contribuito all’organizzazione del Convegno di riviste letterarie “Il futuro cerca il futuro. Quali poeti, quali poetiche oggi” tenutosi presso la Fondazione il Fiore di Firenze nel 2005. Ha suggerito con “La dritta dantesca” una rilettura nella metafora della poesia della battaglia d’Anghiari, curando la realizzazione degli Atti (San Sepolcro, Grafiche Borgo 2007). Ha collaborato con il Centro di Salute Mentale presso l’ex Ospedale psichiatrico provinciale di Trieste. Ha presentato i suoi versi e tenuto lezioni presso la Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano (2009, 2011) e l’Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro” di Vercelli (2012). Nel 2010 e 2011 è ospite al 6° e 7° Festival di Poesia Civile “Città di Vercelli”. Ha pubblicato “Scardinare l’acqua” con prefazione di Guido Oldani (LietoColle 2011) e “il quarto chiodo” sulla rivista “incroci” (n. 27 gennaio-giugno 2013) accompagnato da una nota critica di Paolo Giovannetti. Sostiene la campagna per la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari «perché da troppi anni ormai nel nostro paese la verità è divenuta un rumore da allontanare, ed il coraggio il sabotatore dei nostri opachi desideri di tranquillità e bonaria sopravvivenza individuale».

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1 Commento

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Una risposta a “Rita Filomeni
Poesie da “Scardinare l’acqua”

  1. In queste poesie di Rita Filomeni mi colpisce una cosa: il contenuto “civile” o “quotidiano” o “attuale”, che esse evocano, si scontra con la forma antica (pre-scelta) del sonetto e con un lessico (anch’esso pre-scelto) toscano/duecentesco di derivazione fortemente letteraria e aristocratica. Mi chiedo prima il perché di queste scelte; e poi quale sia il risultato possibile sui lettori (benevoli o ostili). Per il primo punto faccio l’ipotesi – tutta da verificare! – di una sorta di ambivalenza, di strabismo, di indecisione tra la spinta a muoversi su un piano letterario alto, a cui si attribuisce un grande dignità etica ed estetica (la Tradizione! Dante! Il Dugento!) e una spinta a una “poesia civile” (vagamente politica, per come vedo io il rapporto poesia/politica), che per forza di cose oggi ha tratti volontaristici, ancora più che nel secondo Novecento (Fortini, «Verifica dei poteri») senza l’ancora (che sembrava saldissima!) del cosiddetto «mandato sociale». Secondo punto: il risultato. A me pare scontato: vince la *letterarietà*; si disperde la potenzialità. (Parlo di potenzialità, non esistendo alcuna garanzia che un contenuto politico o civile, per chi scrive positivo o “giusto”, si traduca in buona poesia o in poesia che scuota gli animi o induca buoni pensieri. Tra le due spinte è il contenuto “civile” che finisce “addomesticato”, che *non trova casa sua*. Anche quando nascesse da una sana voglia di invettiva o di denuncia impetuosa delle ingiustizie e tracotanze di chi la CRISI se la gode. Troppo ampia e incolmabile è la distanza tra quel linguaggio letterario aristocratico e non solo i linguaggi di massa, ma quelli stessi ancora discorsivi e colloquiali di oggi. Dai quali forse si potrebbe ripartire per ricostruire un *noi*, se non politico o civile, almeno meno appiattito sui linguaggi FB o Twitter. Non so perché Rita Filomeni abbia guardato più a modelli antichi e non a quelli più recenti del Novecento. Che non ha visto solo ermetismi e montalismi, ma anche esempi di poesia civile vigorosa (non dico quella populistica o neorealista, ma quanto meno quella “resistenziale”). Magari ce lo spiegherà lei stessa.

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