Antonio Sagredo
Tre poesie

caravaggioRiporto in primo piano tre poesie che Sagredo ha disseminato nello spazio commento degli ultimi post.[E.A.]

1.

Se l’Ospizio del Silenzio celebra la disfatta della Solitudine,
come una maschera può tradire la propria parrucca di ciniglia?
È l’origine del trucco che deforma la gorgiera dello specchio
quando ha tremule ciglia come le imposte dell’Obitorio.
E quando il sangue recita il flusso e il battito è alla soglia del suo morire
sull’umida panchina non hai una risposta inaccessibile alla mia rovina.
L’infanzia che mi hai dato in contumacia è fedele alla menzogna,
innocente è il boia: ha il cristallino opaco per miseri massacri.
E sono libero da sogni epicurei e dal censimento di un futuro
che il mio corpo nega ai nastri trionfali e a un carro funebre,
ma sulla via consolare disdegna il mio passo affilato di stiletto
e consuma il mio benestare per un ricatto alle mie stupite ossa!
E non c’è un accordo tra il verme e la mia fuga clandestina
se il commiato è un lascito alla mia licenza di cantare e ricantare…
forse che a mezzanotte le campane esangui dal suono illuminate
hanno mutato una pozza di miseria in macabro prodigio!

Vermicino, 18/23 novembre 2010

 

 

2.

In quale piombato scrigno metterò le mie nostalgie accecate
perché l’artiglio del passato non potesse come un accattone
ricattarmi – e non ho la presunzione di un profeta imbattibile
e nemmeno ho tra le mani l’ordito miniato di una fittizia trama.
Midollo della misericordia sostieni il mio furore non alato,
la grassa consolazione dei credenti che giocano agli astragali,
l’omelia rattoppata degli oratori che scagliano spergiuri!
La soglia avanza dietro la candela.
Il becchino della luce getta via il torchio tolemaico.
Il miserere dei morti reclama nudità di cera e scarnite ossa.
Il potente ingoia gemiti strozzati, gli occhi ha di gelatina –
in una fossa la sua voce è battuta dalla lingua!
Come lugubri furono le sue fantasticherie onniscienti, i trionfi mentecatti,
le glorie onnivore: fittizie immortalità che sfidano l’azzardo
di un feretro di nerargilla e di un corpo tronfio dall’applauso dei vermi!
Un inutile e sfarzoso funerale che non declina un tumulo comune gli rimane
o un convegno di lazzari illusi che recitano la tragedia della risurrezione.
Mendicare un credo?
Per rinnovare una fede
o, per millenni, un altro Dio,
come incubo inventato?

Vermicino, 12-15 gennaio 2007
 

3.

(una strofa del mio poema dedicato a G. C: Vanini)

Nessuna colpa mi tormenta più della mia recisa lingua,
il vino mi ricrea lo spirito della mia parola ammutolita,
ora ho un volto taurino – già il fumo esce dalle froge,
hanno strozzato la mia gola, ma non la mia teologia!
Sono ancora un predicatore dalla duplice dialettica,
cortigiano per sovvertire gerarchie corrotte e giuramenti.
Cospiro con le mie maschere equivoche e innominabili,
la mia ironia è un’arma a doppio taglio per credenti e creduloni,
la mia scrittura il trionfo del finto plagio e della sublime erudizione.
Ho bisogno, come voi, d’imposture, inganni, frodi e provvidenze!
Ho bruciato intere biblioteche per affilare il mio pensiero ambiguo,
distrutto gli statici costumi, sofismi, inganni, istituzioni,
nemico immortale di tutti i poteri politici e religiosi.
Ho amato, prima di me stesso, i filosofi, i poeti e i loro sogni,
ho amato tutta la Natura, ho denunciato il suo inquinamento!
Sto amando questa tortura non voluta più d’un martire cristiano!
Ho giurato sulla mia ostinazione che mi fa morire allegramente!
Ma questa fiamma sale,
già la mia rotula è di carbone!

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14 commenti

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14 risposte a “Antonio Sagredo
Tre poesie

  1. “Nessuna colpa mi tormenta più della mia recisa lingua,
    il vino mi ricrea lo spirito della mia parola ammutolita,
    ora ho un volto taurino…”
    Mia, mi, mia, ho: la sovrabbondanza di io/me, a cosa è dovuta? me lo sono chiesto, e subito dopo ho pensato al Barocco, e chissà dove stava l’io tra quei chiaroscuri, tra quelle pesantezze? Il pittore Emilio Vedova si ispirò al Barocco veneziano per il suo informale, chissà se fu consapevole del fatto che, ricreandolo, in qualche modo lo distruggeva?

    • Annamaria Locatelli

      Come Giordano Bruno insegue il supplizio. Non si barrica nel silenzio, il linguaggio si fa oscuro e scaglia se stesso ( mia, mi , mia…) quale vittima sacrificale nella denuncia di scomode verità… Senza compromessi insomma. O si tratta di un Don Chisciotte? Anche lui, comunque, non rinuncia alla sua utopia, va fino in fondo, pure quando ci strappa un sorriso…

  2. antonio sagredo

    più consapevole il commento della Locatelli (che cita Don Chisciotte, ma questi non sa la simulazionee la dissimulazione, di cui invece il Vanini fu Maestro eccelso per poter sopravvivere: fu bruciato a 33 anni!, poi che molto più pericoloso del Bruno per quello che asseriva); ma Mayoor Tosi, che non ha l’empatia di identificarsi con chi sta bruciando…. si immagini il Tosi al posto suo e vedrà come la: mia/mio/io/ho ecc. sono grida naturali
    che reclamano una identità e una violenza inaudita contro i carnefici: Ma che pensa Lei? Che siano spariti del tutto? Essi si nascondono bene proprio tra quelli che predicano la pace e il bene!!! E si legga per favore i versi immortali di Scardanelli che fanno Santo (davvero!!!) il Vanini (e altri che subirono il martirio!) e che condannano alla gogna eternamente quei religiosi romani che predicano il loro interesse cristiano/cattolico!
    Lei, Tosi, se ne esce fuori col Barocco e con Vedova, che sono un dettaglio
    per me; come un dettaglio per la Poesia furono i gulag e i lager!
    a.s.
    n.b. ma questi versi fanno parte di un poema, e alcuni versi sono terribili e possenti!

    • Gentile Sagredo, non se la prenda se un lettore, nel prendersi la briga di commentare, non le offre il tributo meritorio che lei s’aspetterebbe. Il mio riferimento al Barocco era un modo come un altro per esprimerle le mie perplessità per il linguaggio da lei adottato, per me sovraccarico e ridondante di significati che ruotano su temi a sfondo religioso che sento a me lontanissimi e che non so ( e non voglio) più comprendere. Il Barocco a cui mi riferivo non è quello del Vanini, ma semplicemente quello chiaroscurale, plastico, delle architetture: quelle a cui guardava anche Vedova. La mia quindi è una lettura di superficie, o se vuole superficiale, tesa a voler esprimere non altro che il mio gusto personale.

  3. Ennio Abate

    Penso che tutte le poesie abbiano bisogno di essere interrogate e commentate e magari anche criticate. E quelle di Sagredo ancor più. Perché “difficili”, cifrate, ipermetaforiche, provenienti da complessi viaggi culturali e personali. Inchinarsi di fronte ad esse o starsene in silenzio può dire ossequio o al contrario sconcerto o rifiuto. Che non giovano né ad esse né al suo autore. Ben hanno fatto Lucio e Annamaria a muoversi in questa direzione. E fa bene anche Sagredo a mostrarsi insoddisfatto e a fornire indicazioni per una lettura più consapevole storicamente (Vanini è sicuramente un personaggio da intendere a fondo) e a ricordare che i lupi oggi predicano la pace e il bene. Parola tira parola e magari a un dialogo meno tra sordi si arriverà. Conosco Lucio e sto imparando a conoscere Sagredo e penso che potranno man mano capirsi di più. Quanto al barocco non credo che non c’entri in certe tragedie storiche. Simulazione e dissimulazione in quello stile mi pare che ce ne sia stata. Per far avanzare la verità e la libertà o per sfiducia ormai in essa e acquattarsi all’ombra dei potenti? Questo andrebbe visto più da vicino e caso per caso, visto che molti di quegli artisti se la cavarono senza “bruciature” o addirittura con onori.

  4. emilia banfi

    Esiste sempre un segreto in poesia e nessuno può chiedere al poeta di svelarlo, non è giusto. La poesia di Sagredo è da leggere parecchie volte come tutte le poesie di questo tipo. Ma vanno lette con il sacrificio del non capire e del voler capire. Da parte mia nella prima , quell’io che potrebbe essere un voi, mi chiede di capire un passato che è stato non vissuto ma recitato, con una fine quasi trionfante di una giustizia che ha come epilogo la morte, una morte che spinge il poeta a scrivere con desiderio ancor più acceso direi quasi feroce.

    La seconda
    Anche qui , dopo aver constatato la grande ingiustizia , i soprusi, ecco che il poeta non trova la soluzione , cerca una fuga , il troppo schifo coperto da una illusione fatta di gloria e di gente che protegge il tremendo gioco, spinge al non credere, al pensare quanto sia assurdo cercare la potenza di un altro Dio . La chiusa con una domanda è emblematica e molto efficace.

    La terza
    Qui , lo sfogo l’ingiustizia messa in primo piano come una scena teatrale.
    Morire disperatamente per non morire di indifferenza.

    Per quanto riguarda le metafore non è stato facile interpretarle ma molto interessante. Il tutto affascina e spinge a credere in una poesia in cui la scelta delle metafore sicuramente rivela una grande cultura e che spesso fa la differenza anche se, per come la penso io, non sempre fa l’eccellenza.

    Da Sagredo ho molto da imparare. Grazie

  5. antonio sagredo

    Brava Emilia Banfi, sei già alla periferia del mio comprendere!

    antonio s.

  6. una bomba ‘sto poeta. finalmente. Mi ha ricordato un po’ le poetesse futuriste nello splendore lessicale.

  7. antonio sagredo

    Vorrei che nella testa di ognuno scoppiasse questa “bomba” per cui quello “sfondo religioso” di cui parla il Tosi è solo un dettaglio, e se teatrale è difficile dire se è una finzione o il suo opposto (che non è la realtà, ma un altrove scenico in contumacia). Il mio linguaggio è solo possanza o altro similare, traduzione e trasferimento, che a un lettore non ad essa abituato (assente è la possanza nella poesia italiana da tempo immemore) può parere “sovraccarico e ridondante”: né l’uno né l’altro! Il Barocco di Vedova lo conosco fin troppo bene e non soffre delle mie architetture; pensi alla complessità del cerebro del Piranesi: la mia poesia un poco gli somiglia. Io cerco di far uscire il lettore, non solo italiano, dalla abulia e dall’ “accidia di lagune” in cui tanti poetastri ce l’hanno messo. Grazie Patti S. , questa bomba è una sorta di definizione che mi aggrada, e so che in un futuro (prossimo o lontano non so) tutti i poeti devono fare i conti coi miei versi: sono un passaggio obbligato i miei versi (non io), che contiene anche il “religioso” che per me è qualcosa di così universale che include qualsiasi religione praticata o non. Il giudizio di Giorgio Linguaglossa su di me già mi attira poeti-nemici il cui cervello è già saltato in aria, e non sono capaci di sostituirlo con altro! Questo giudizio è sempre stato mio; il critico ha compreso qualcosa, ma non tutto.

  8. PER UN’ATTEZIONE PROBLEMATICAMENTE APERTA ALLA POESIA DI SAGREDO

    Sono stato tra i primi, credo, a insistere sul valore delle poesie di Sagredo e a riconoscerne il vigore, quando egli ha cominciato ad inviarmele. E le ho subito pubblicate su questo blog e sollecitato amiche e amici a commentarle. Ora però, senza voler sminuire di un centesimo la convinzione di eccellenza che Sagredo ha della sua poesia, mi pare che la valutazione dei suoi versi non possa essere affidata solo alle voci favorevoli, ma debba essere vagliata *problematicamente*. Il che non significa mettersi a fargli le pulci, ma sviluppare un vero e proprio lavoro critico, meglio su una raccolta compatta. In assenza di questo lavoro critico che spero qualcuno fornito degli strumenti adatti si decida a fare, noi possiamo, come si sta facendo, ragionare con la sensibilità critica che ciascuno possiede, correggendo e correggendosi mano mano.
    Inviterei perciò sia Sagredo che patti S., entusiasto/a di lui, a rimanere coi piedi per terra. Non credo possa bastare oggi riprendere lo «splendore lessicale» delle poetesse futuriste. Quello splendore dovrebbe trovare a sostenerlo, accanto a sé o sotto di sé, un movimento culturale e sociale altrettanto potente di quello che permise il futurismo agli inizi del Novecento. Non ne vedo i segni. Ci si può poi limitare, come fa Sagredo, all’auspicio che la “bomba”, a cui viene paragonata da patti S. la sua poesia, scoppi «nella testa di ognuno»? Di attese utopiche o messianiche, che rivoluzionino all’unisono le misere esistenze a cui sono costretti milioni di singoli, è punteggiata la storia umana. E sono proprio le religioni a coltivarle con effetti – bisogna pure fare dei resoconti e mettere i puntini sulle i – indubbiamente liberatori in particolari situazioni storiche ( penso ai moti protestanti del Cinquecento) ma anche distruttivi e reazionari. Sagredo sostiene che il suo linguaggio poetico «è solo possanza o altro similare» e che « assente è la possanza nella poesia italiana da tempo immemore». Chiederei precisazioni. A me pare che, oltre alla «possanza», ci sia anche oscurità. E senza avere un’ostilità preconcetta , ricordo che all’oscurità può far appello sia il precursore prometeico che la vuole illuminare sia il reazionario che la vuole mantenere assieme al potere che se ne giova. Si dica anche da quando la «possanza» è assente dalla poesia italiana e si cerchi di indicare almeno alcune ragioni. Sagredo si riferisce forse all’epoca del futurismo italiano? O ad altra epoca ancora? Quanto al Barocco, non sarà di Vedova, ma se egli si riconosce in Piranesi, in quella tipologia estetica siamo. E quindi richiamare quello stile o modo di sentire – l’abbiamo fatto in molti – non mi pare del tutto fuori luogo. Quando poi Sagredo attacca il discorso dell’«abulia» e dell’«accidia di lagune in cui tanti poetastri ce l’hanno messo», mi pare si accosti fin troppo alle geremiadi di Giorgio Linguaglossa, che invano ho tentato di rendere meno generalizzanti e spesso gratuitamente sprezzanti, quando egli collaborava a questo blog. Se esiste una crisi nella poesia (italiana o non solo), non la si può imputare unilateralmente o esclusivamente soltanto ai «tanti poetastri» e ad un generico «ceto letterario italiano». Non ci si può attestare, cioè, nella posizione altera di cui parla la presentazione delle sue poesie sul blog LA PRESENZA DI ERATO firmata da Maria Grazia Trivigno (http://lapresenzadierato.wordpress.com/2013/11/17/antonio-sagredo-poesie-3/ ): «Sagredo ha sempre mantenuto un atteggiamento di ostracismo nei confronti del ceto letterario italiano e ne è stato, per così dire, ampiamente ricambiato con un silenzio che non sappiamo se di neutralità e cinismo o altro». Che è poi la posizione in cui si è “murato” un po’ anche Linguaglossa. Posizione che, proprio perché troppo convinta della propria «possanza», si chiude nella nostalgia di epoche gloriose e nel rifiuto orgoglioso e sprezzante del presente degradato. Come se il degrado presente non intaccasse anche chi lo disprezza. Ripeto, senza tornare ad argomentarla qui, la mia opinione: le responsabilità vanno addebitate sia agli snobismi dall’alto che a quelli dal basso. Perciò continuo a richiedere attenzione e apertura problematica sia alle poesie di Sagredo che a quelle dei moltinposia, come programmaticamente il titolo di questo blog invita a fare

  9. antonio sagredo

    Allora… futurismo? Possanza futurista? Non ci pensavo affatto! Ma visto che l’hai messo in ballo… quello italiano… là dove non inciti alla guerra potrei anche accettarlo: non il contrario! Ed entrando in un campo non minato per me, ma per tanti, si… quello russo gli è superiore perchè fu una rivoluzione estetica e la cui eredità non è affatto finita! E poi non incitava alla guerra : i poeti russi cubo/ego/futuristi disprezzarono quello italiano proprio per questo (certo non tutti, è ovvio) e il loro capo T.F.M: in Russia fu ignorato e snobbato. Sarebbe ora che un movimento culturale uscisse fuori a ribaltare tutto! Non so come: ci vorrebbe un poeta tribuno o qualcosa di simile: non ne vedo e io non sono più giovane… e non sono i miei versi né oscuri né reazionari nel senso storico che si è dato a questo termine… e visto che mi costringi a parlare (potrebbe essere una Tua strategia per stanarmi e forse non ne vedi l’ora! Ma non vivo in una tana, se mai è la mia Poesia che stana!), e nè sono un Geremia e non mi piacciono gli accostamenti di alcune genere, tanto meno con le lungaggini di Linguaglossa!
    Vi considero critici più che poeti! Nè mi chiudo in nostalgie di qualsiasi genere: ma di che cianci? Non mi hai compreso affatto! Sono degradati gli altri, non certo la mia Poesia! La rovina fuori di me c’è, ma non è la mia rovina e questa mia me la canto e ricanto – sono affri miei! Di me conoscete alcuni versi, non tutti, passeranno decenni prima che la si valuti per intero, e ripeto ci vuole un critico di vaglia, coi coglioni universali! La mia possanza consiste nel fatto che gli altri sono mancanti, assenti, che nulla hanno imparato dai Grandi Poeti: sono vuoti, non graffiano, non hanno artigli, sono deboli e debosciati culturalmente prima che intellettualmente, e via di questo passo – passo? miliaridi di chilometri!!!
    Ma non te ne accorgi quando leggi alcuni versi: io stesso quando li rileggo (quasi non fossi io l’autore, sobbalzo e mi entusiasmo: non sono un vanoglorioso!) Colpisco dovunque c’è da colpire, e poi che sono solo – e non c’è un movimento – vado da solo contro, anzi saranno i miei versi a vincere tutti i tornei, altro che medaglie, premi e schifezze del genere! Mi credete incazzato? Affatto! Sono “assolutamente tranquillo, come il polso di un defunro!”.
    Un esempio tra le decine e decine di ciò che è stata definita possanza – e non razionalizzate ciò che è passione, vigore, forza, lotta contro i secoli passati, questi sì oscuri e oscurantisti – ecc. perchè queste virtù nascono da sè poi che in me c’è una tendenza alla Poesia (anche civile), che gli altri non hanno!.
    Il mio cerebro ha ancora la freschezza dei miei 20 anni; il corpo in pasto ai cani e ai vermi di turno; e ora basta! . Tu, Voi, Tutti : “…comunque guardate la mia opera dal punto di vista sbagliato, comunque la mia è l’opera migliore. Con questo concludo la nostra polemica”, disse Puskin a un suo interlocutore, il 24 di marzo 1825.
    ——————————————————–
    Purezza?
    Ma la fede ha una vita da Mefisto!
    E implorai il ricordo a disfarsi degli affetti
    quando gli specchi si spensero per la felicità
    che ai bambini donano… di abbracciare
    lo stupore della morte!
    Quel giorno, nel padiglione “Urla Tumorali”,
    schivando i patimenti della crocifissione,
    afferrai per la gola Cristo, perché ancora una volta
    il suo verbo non fosse uno stucchevole inganno!
    Lo trascinai – io, un infermiere della carità, un passionario della vita! –
    come una benda sanguinolenta per strozzarlo lungo le scale di Giacobbe,
    attraverso corridoi purulenti, perché potesse, con le orbite svuotate,
    esangui, ammirare il risultato infame della sua sofferenza!
    Gridai:
    FATELO FUORI!
    Non lui!
    Ma chi sul capezzale è divorato dai decubiti!
    ma il desiderio filiale… l’estremo amore – indolore – è MIO!

    antonio sagredo

    Vermicino, 19/20/27 dicembre 2006
    ————————————————————-
    Solo se ti rassegni alla luce capirai che non c’è niente di nuovo,
    dopo, e nella morte!

    a. s.

  10. emilia banfi

    A Sagredo:

    Credere fortemente follemente in se stessi
    è morire di fronte al richiamo alla vita
    vorrei morire di me stessa dopo aver
    vissuto solo per un attimo sulla soglia
    del mio credo in quel divino esistere
    che è la mia vita.

    Emilia Banfi

  11. chiedo scusa a Abate per il mio entusiasmo. Forse eccessivo. Magari con il senno di poi, ci potrò pure trovare dei difetti nella poesia di Sagredo (parlo da lettrice appassionata e nulla più). Non conoscevo quest’autore e mi fa piacere averlo scoperto. Sono al centro per cento con le tautologiche, e trovo anche molto umili, non voglio usare umilianti perché decisamente fuori moda, spiegazioni che l’autore offre. Se il mio accostamento era al futurismo, l’ho fatto di getto, e alle donne futuriste che sono ben altra cosa rispetto ai loro compagni. Esse combattevano per loro stesse, per una donna liberata. Leggo ora che piuttosto il riferimento era al futurismo russo (già me lo sentivo) potrei aggiungere al surrealismo francese per una certa “messa in scena” e “teatralità”, pare qui, criticata. Anch’io ho sempre pensato che la poesia italiana, per essere europea dovesse partire da lì (o passare da lì) per questo comprendo in pieno il discorso di Sagredo. “Poesia possente” era da un po’ che la cercavo tra i contemporanei (come Osa Lei le Maiuscole e i Punti Esclamativi!!! 🙂 e Sagredo si propone per me in modo molto moderno.
    Nessun futurismo per me nella poesia di Sagredo, semmai “no-futurismo” alla maniera dei punk negli anni ’70 che erano poi una derivazione tardo-esistenzialista. Rispondo solo perché mi sono sentita attaccata per il mio entusiasmo. Chiedermi di restare con i piedi per terra me lo può chiedere quando leggo altra poesia, quella che mi lascia indifferente.Cordialmente, Patti

  12. @ patti S.

    Gentile patti S.,
    se è patti e se è donna ( perché sui blog ne succedono di ogni genere e i nickname di comodo servono a spararle grosse al riparo…), lei non mi deve nessuna scusa. Faccia come meglio crede.

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