Ennio Abate
Unio. Psicoscrittoio (14 – 20)

1980 ca. PASSANTE anni 80

14.
Preparativi per un matrimonio all’aria aperta. Come si fosse a teatro. Una piccola folla s’accalca. Ci sono microfoni e cineprese. Sul palco drappeggiato, però, l’assessore (o il prete?) che dovrebbe celebrarlo svanisce. Proprio mentre arrivano gli sposi. Gli sposi? Lei neppure la vediamo. E il giovanotto, che passa per lo sposo, dimostra una fretta sospetta. Improvvisa un discorsetto evasivo. Si capisce che la cerimonia l’infastidisce. Che non vede l’ora di restare solo con la sposa. Ma lei dov’è? Chi è? Unio assiste indifferente alla sceneggiata. Eppure sappiamo che si tratta  del suo matrimonio con R.  La sposa assente, chiamiamola così.

15.
Adesso a Unio s’accosta un pittore. Pare sia un comunista. È vecchio, magro e tanto indebolito da non reggersi quasi in piedi. Prega Unio – ridacchiate pure – di chiamargli una onorevole democristiana. Sì, proprio quella donna bassa e tarchiata che sta entrando nella hall di un albergo. Lì di fronte, a una trentina di metri, vedete! Unio – incerto, malvolentieri, senza chiedersi perché –  corre ad avvertirla. Quando però entra nel salone e i suoi occhi rintracciano di nuovo la sagoma indicatagli (sta per salire in ascensore), scopre che è un uomo. È scncertato. Il pittore ha detto proprio: «una onorevole democristiana». Ma la persona che Unio ha raggiunto non ha né l’aspetto di una donna e tantmeno di una onorevole. Eppure aveva visto entrare proprio una donna. Non poteva confondersi. Era l’unica persona che dalla strada si dirigeva all’albergo. Non si rassegna. Lo vediamo che chiede a chi sta nella hall – tutti uomini di varia età, tra l’altro – se hanno visto una signora entrata un attimo fa. No, nessuno l’ha vista. Una onorevole poi non passerebbe inosservata. Ma le signore sfuggono sempre a Unio! Sospetta che il vecchio pittore abbia voluto segnalargli qualcosa che lui non afferra. Ma cosa? Non ha tempo per pensarci. Escono dagli ascensori intere famiglie. Unio si distrae. E aumenta il suo smarrimento. Altro che studenti, operai, immigrati delle periferie, comunisti, ai quali si era mescolato nelle manifestazioni del ‘68. Vede solo nuovi ricchi lì. Gente che esibisce sorrisi, abiti di lusso, gioielli. E volti di maschere tracotanti e soddisfatte. Unio neppure lo vede.

16.
E qui compare la gatta. Diciamo per caso. Unio sta viaggiando con lei su un treno. È davvero sua quella gatta? È tenuto a nutrirla, ad accudirla? Ad evitarle magari che si metta nei guai? Sì, perché è lei a cercarli i guai, secondo Unio. Che, in continuo allarme, ne spia le mosse. È così che l’ama? E lei lo ama? A una piccola stazione, in aperta campagna, il treno si ferma. Unio non ce la fa più, scende dal treno e permette anche alla gatta di scendere. Quella, appena tocca terra, senza una spiegazione, si allontana rapida in mezzo ai campi e non la si vede più. Perché le gatte non giustificano il loro comportamento. E ora ti fanno le fusa, un attimo dopo, non si sa quale istinto le guidi, vanno.  Come seguendo misteriosi odori e tornando selvatiche.  Il treno riparte lo stesso. Unio è in pena. Teme di non farcela a  proseguire il viaggio senza di lei. Vorrebbe tornare indietro a cercarla, a riprendersela. Ma sa pure quant’è infida. Sa che potrebbe accusarlo persino d’essere stata abbandonata da lui. Quasi se ne convince, sì, che è stato lui a lasciarla.

17.
Questa è un’altra scena d’impaccio che potremmo saltare o tenere buona per dopo. Stavolta però riguarda Unio e non suo padre (capitoletto 13). È lui che, quando sta per entrare – nuovamente, direte! – in una scuola, s’accorge di avere le stringhe delle scarpe slacciate. S’accoscia per rifare i nodi, ma nota sulle scarpe un liquido nero, che ha bagnato pure i calzini. Sembra catrame o inchiostro. Può presentarsi a scuola così combinato? Noi andiamo subito al sodo e ci chiediamo perché Unio – bambino o adulto poco importa – ha sempre qualcosa fuori posto. Da riparare, quando gli riesce. In casi estremi, da nascondere. Ma vi diciamo di più: l’impaccio del figlio ricorda quello del padre.  Non riuscite più ad immaginare quanto sia costato a gente come questa mettere piede in una scuola? Un po’ di storia, diamine! Di Unio furono tutti contadini gli antenati, da parte di padre. E artigiani, da parte della madre.  Gente che a scuola non s’era neppure affacciata. O, come i suoi genitori, era rotolata sui primi gradini delle elementari. Come volete che si trovi  a suo agio in una scuola un loro discendente? Uno al quale, quando parla coi figli dei signori o i professori, il dialetto gli si slaccia all’improvviso  e sporca l’italiano ben lucidato che è d’obbligo a scuola?

18.
No,  non attaccheremo adesso con un piagnisteo sulla vita dura dei provenienti dalle classi basse. Né vogliamo farvi commuovere al suono dei tasti cupi che Unio schiaccia persino quando se ne va per sogni. Però, vedete,  a sorpresa le batoste – piccole, medie, grandi – gli arrivano. E più frequenti che nelle vostre vite. Forse.  Un esempio? Unio è seduto al tavolo di un ristorante. È assieme alla sua famiglia appena scombinatasi. Che lui – fedele eh! – continua a portarsela dietro. Sembra persino contento. Perché gli siede accanto lo Scriba. (Vi diremo di costui più avanti).  Che ha accettato di pranzare con tutti loro.  Un grande onore per Unio.  Dura un lampo, però. Noi già sappiamo che  adesso s’allontanerà. E senza dargli una spiegazione (o una consolazione?) anche lui! Unio ha capito che lo Scriba non ci tiene più di tanto a stare con lui.  E – figuriamoci!  – con la sua ex famiglia.  Ma perché nasconde il dispiacere con un eccesso di zelo e si premura persino di conservargli libera la sedia, nel caso tornasse?

19.
Da queste parti (sul lungomare) abita la Folle. Quella è andata fino in Grecia per vendicarsi del suo ex fidanzato, studente in Italia, che, tornato in patria durante una vacanza, s’era  sposato con un’altra. Senza neppure annunciarglielo. La Folle abbandonata, ha sofferto, dunque. All’incirca come Unio. Al quale ha confidato le cose pazzesche che ha combinato lì, ad Atene. Individuata la casa del suo ex, per  smascherarlo e vendicarsi e dar sfogo al suo dolore, ha cominciato a  chiamarlo al citofono di giorno e di notte.  Con interventi  burocratici, un po’ divertiti e un po’ pesantucci verso la straniera uscita dai gangheri, di poliziotti, interpreti e commissari greci. Tutti complici, pare, del fedifrago connazionale. Unio  è attratto da lei, bella e feroce. E magari anche dalle sue follie. Vuole telefonarle. Starsene un po’ con lei. Distrarla da quel  passato. Ricominciare. Ma il filo della cornetta è spezzato. Forse un avvertimento a non cercarla? A non aggiungere i veleni di lei al  veleno che già gli circola  dentro di suo? Eppure la vita, pur avvelenata, continua. La  gente non fa che telefonare.  Follemente. Illegalmente. Corre dei rischi, si sa.  Toh, vedi quei due che congiungono fili spezzati, pur di sentire  almeno la voce delle persone amate o perse. Potrebbero ricevere una scossa mortale mentre lo fanno. Unio però non se la sente di imitarli. Va in un negozio, dove ha visto un telefono di quelli regolari. Chiede al padrone se può usarlo. Quello glielo permette. Ma gli impone di essere breve. E soprattutto di non far trasparire dalla voce il suo desiderio per la Folle. La sua ex moglie e la figlia – dice – non devono sapere.

20.
Eppure R, la sua ex moglie, non sembra interessarsi più a Unio. Attorniata da  conoscenti, ha esposto su un tavolo i dolciumi che le sue amiche femministe le hanno mandato. Per congratularsi con lei. Quanto è stata coraggiosa a lasciare Unio e ad unirsi, senza più falsi compromessi, alla Compagnia Femminista! Lei sorride compiaciuta. E si permette persino di regalare un dolce incartato a Unio. Come fosse anche lui lì per festeggiare la nuova libertà di lei. E Unio l’accetta. Pensa ancora, chissà, a un riavvicinamento. Noi non possiamo avvertirlo. S’accorgerà presto del suo sbaglio.  Ed infatti, scartato il pasticcino, Unio se lo trova tutto sbriciolato. Una vecchia golosa, che gli sta accanto, chiede subito se può mangiarlo lei. Ah, sì, sì. Unio glielo offre senza esitare. E torna alla sua solitudine.

* I precedenti capitoletti si trovano scrivendo ‘Unio’ nel riquadro ‘Search’ (colonna a destra in alto)

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18 commenti

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18 risposte a “Ennio Abate
Unio. Psicoscrittoio (14 – 20)

  1. antonio sagredo

    A me pare più che (1°) una “scrittura di scena” questo “racconto” è sostanzialmente il contrario: (2°) una “scena di scrittura”. Si badi bene che la prima distrugge il testo classico come ci è pervenuto di qualsiasi autore,
    lasciando sospese le altre possibilità di scrittura, mentre la seconda mette in atto/in azione la scrittura tramite la scena; mi spiego: la scena scrive o riscrive la scritttura. Questo esperimento (di cui non so se l’autore è cosciente) è un limitazione in fieri, è un progress che si ritorce in una regressione, o meglio rovesciamento. La scena scrive/riscrive
    una unica scrittura; ciò vuol dire che immunerevoli scene generano una unica scrittura, altre non esistono.
    a.s.

  2. Infine si arriva a “Donne seni petrosi”, che è del 2010 ed ha quindi il solo torto di essere arrivato con un certo ritardo rispetto agli eventi. Diversamente, avrebbe aiutato parecchi altri a tirarsi fuori dai guai del “personale”, assai più di quanto può fare oggi, per quanto… e poi i tempi dell’analisi introspettiva sono insondabili e diversi per ognuno. Verso la fine degli anni ’70 c’era già chi, tra il pubblico maschile, era corso ai ripari leggendo “il mito del potere maschile” (di Warren Farrell), un libretto assai discutibile ma se non altro utile per poter controbattere certi argomenti, almeno in famiglia. Sciocchezze, la faccenda era molto complessa e non potevano bastare i libri. La psicanalisi offriva sponde di salvezza (assai dolorose) in merito alle dipendenze affettive, al potere personale e quant’altro, bastava iniziare un altro viaggio, o ritagliarsi il tempo per poterlo fare. Dalle donne, ai padri, alle madri, passando dal senso di indegnità, dalle violenze subite, dalla sessualità… il cerchio si allargava sempre più per chi non aveva ancora ceduto al matrimonio, ai gatti (ahimé ci son caduto) o a altre diavolerie utili a complicar la vita. Unio mette sul tappeto le esperienze raccolte nel suo inconscio, poi ci ragionerà. Intanto le descrive da par suo, con occhio scaltro, fiducioso che la scrittura potrà aiutarlo a sciogliere qualche nodo. Ma proprio qui si fa urgente l’altro problema, quello che sorge tra realtà e rappresentazione.

    • Annamaria Locatelli

      ..volevo continuare con il mio tentativo di mescolare storie, ma mi pare di essere stata un po’ patetica… Comunque raccontare i sogni mi sembra una tale conquista sulle nostre idee preconcette nella misura in cui lasciamo da parte il voler essere per l’accettare di essere…Mi collego all’intervento di Mayoor, in cui ( mi sembra di aver capito, ma posso sbagliare) pare che tutta o quasi la nostra infelicità si possa risolvere superando le dipendenze affettive. Ma sarà vero? Perchè allora mettiamo al mondo cuccioli che sono al massimo dipendenti, perchè ci circondiamo di animali dipendenti in quanto domestici? Per dominarli, per disprezzarli? Non credo, se li circondiamo di cure rispettose. Allorra perchè non rispettare anche le nostre dipendenze e “debolezze”? Il mito dell’uomo forte non mi convince…
      L’ultimo sogno in cui si parla del rapporto tra generi, che può diventare tanto conflittuale, è interessante…Le associazioni femministe mi sembra che sono viste da Unio come tribunali dell’inquisizione, dove la condanna é frequente e questo può essere. “Purtroppo” la ex moglie ne fa parte e, sostenuta dalla forza e dalle idee del gruppo, non si dimostra capace di sostenere un dialogo e un rapporto affettivo diretto con il marito. Anche questo può essere…
      Può essere che la donna per arrivare ad assumere un ruolo più paritario abbia dovuto lottare con metodi non suoi, dimenticando anzichè difendendo le proprie caratteristiche…Ma forse era inevitabile…
      Le vie della scrittura sono finite e quelle del pensiero infinite?

      • Cara Annamaria, non posso spiegarti perché amore e odio convivano in noi, a nostra insaputa solo perché scegliamo l’uno o l’altro a seconda di come ci va. E non ho parlato dell’uomo forte, al contrario, nel libro che ho citato, Farrel parla da giornalista dei tanti infortuni in cui gli uomini sono incorsi per tener fede al loro ruolo di difensori delle donne, oppure delle sentenze dove, a parità di reato, si tende a dire che la donna è stressata e l’uomo un maniaco. Ma usciremmo dal tema e poi non sono argomenti che ci porterebbero avanti. Quanto al potere non va letto come sopraffazione, è anche diritto di esistere e pensare, anche questo è un potere che spesso cediamo. Sulle dipendenze affettive ti invito a riflettere sul primo termine, perché lì sta l’inghippo, mentre l’affettivo è in tutte le persone disposte ad amare.

  3. emilia banfi

    Corde spezzate , che Unio tenta di annodare. Accettare la realtà implica grandi sforzi che nel sogno si trasformano per quello che davvero è : desiderio d’amore , di comprensione e il desiderio vuole meritarsi la sua parte. Ma Unio è soprattutto poeta e come tutti i poeti va oltre ogni pensiero di saggezza o di verità. I sogni fermano il percorso della vita, solo per un po’ ma aiutano , da svegli, al suo proseguimento.

  4. roberto b

    A mio modo di vedere, il narratore in fieri che dà la sua voce a questi “capitoletti” provoca una sorta di estraniamento continuo rispetto alla descrizione degli eventi (spesso minimi, dei “semplici” reperti di quotidianità), e dato che la voce del narratore ha, per convenzione narrativa, appunto, autorevolezza, essa mi pare costituire l’unico filo rosso che collega – fornendo interpretazioni autorevoli ai singoli momenti o episodi – questi frammenti, queste tessere d’un mosaico irricomponibile (per scelta poetica esplicita, almeno finora), e la cui ricomposizione tradirebbe del resto lo “spirito” che informa la stessa scrittura. Più che appartenere al registro onirico, questi frammenti li vedo come dei flash scrittori, per un verso blindati in sé (difatti rari i rinvii – come qui al capitoletto 13, o le anticipazioni – qui lo Scriba, di cui “diremo più avanti”), e, per l’altro, aperti e sospesi sulla voragine del senso, sulla loro polisemanticità. La “centralità” della storia romanzesca è venuta meno, come del resto vogliono le poetiche letterarie tardonovecentesche, e la vicenda (scrittoria e, perché no?, esistenziale) di Unio, nome singolare e plurale insieme, viene decentrata in una pluralità di “scene” o flash conchiusi, come se venisse proiettata su più schermi, abolendo le scansioni e i nessi temporali tradizionali. A questo livello, mi verrebbe da chiedere all’autore se la pars destruens della sua prosa di ricerca tenda a una successiva ri-configurazione della funzione letteratura (la sua istituzionalità) secondo ipotesi e parametri innovativi, o sia debitrice d’una criticità radicale riguardo alla possibilità stessa del romanzo oggi. Insomma, a che prezzo e a quali condizioni è ancora possibile scrivere oggi?

  5. Ennio Abate

    Grazie dei commenti. Rispondo:

    @ Sagredo

    Devo soprattutto chiederti spiegazioni. Faccio un po’ fatica a capire la differenza che fai tra «scrittura di scena» e «scena di scrittura». Appoggiandomi su quanto dici, però, mi pare di capire che la prima distrugga o rimaneggi un testo preesistente (necessariamente classico?), mentre la seconda “sceneggia” o mette in scena la scrittura o mostra la scrittura mentre entra in scena, mentre si fa. È così?
    Anche però dopo questi miei volenterosi tentativi d’interpretare, non mi è chiaro, perché, nel primo caso, restino «sospese le altre possibilità di scrittura»? Quali? E anche l’espressione: «la scena scrive o riscrive la scrittura» mi resta oscura. Vuoi forse intendere che, presentando ogni capitoletto una scena, la “forma-scena” condiziona lo stile della scrittura?
    E perché poi questo mio esperimento di scrittura sarebbe «una limitazione in fieri», «una regressione» o un «rovesciamento»? Intendi forse che le «innumerevoli scene» sono tanto omogenee tra loro che, al di là della loro molteplicità, dicono sempre la stessa cosa e la scrittura è costretta ad essere pur essa sempre la stessa, cioè monotona?

    @ Mayoor

    Sì, la raccolta «Donne seni petrosi» (2010) l’avevo ricavata, stralciando frammenti da un materiale magmatico – steso parte in versi e parte in prosa – al quale già da anni avevo dato il titolo provvisorio ma per me indicativo di *psicoscrittoio*. Resto scettico sulla possibilità che questo lavoro, scritto e pubblicato prima, « avrebbe aiutato parecchi altri a tirarsi fuori dai guai del “personale”». Tu stesso riconosci che «non potevano bastare i libri». E poi io non ero né sono in una posizione che permette di influenzare chissà chi e chissà quanti. Comunque l’esperimento, che solo ora ho deciso di portare avanti con convinzione, pretende una certa autonomia o distanza, come detto, dalle preoccupazioni esistenziali (il “vissuto”) e vuole evitare una soggezione alla psicanalisi (o allo “psicanalismo” che è psicanalisi più o meno orecchiata e deformata).
    Sì, ho una certa fiducia che la scrittura (e la riscrittura insistita) possa «sciogliere qualche nodo» o farmi cogliere qualcosa *di più* o *di altro* rispetto a quanto avevo colto, durante l’analisi, raccogliendo appena sveglio le tracce dei sogni che facevo e parlandone con l’analista. (Vedi il post che ho dedicato a Sandro Briosi: https://moltinpoesia.wordpress.com/2013/11/30/ennio-abatesandro-briosisu-letteratura-e-psicoanalisi/). Ad esempio, nel capitoletto 17, quello delle scarpe slacciate, l’analogia/interpretazione dei “narratori”, contenuta sinteticamente nella domanda finale « Uno al quale, quando parla coi figli dei signori o i professori, il dialetto gli si slaccia all’improvviso e sporca l’italiano ben lucidato che è d’obbligo a scuola?», mi è venuta solo adesso. Scrivendo e riscrivendo la “scena”.
    Quanto al rapporto tra descrizione e ragionamento, sto cercando di evitare la scissione o la netta separazione tra i due momenti. Mi pare di poter dire che già nel descrivere (nel montaggio della “scena”, nella ripulitura e riscrittura accanita degli elementi che avevo fissato nella prima stesura – il sogno “appena fatto”, quello trascritto per la prima volta – , nello scartare un intervento eccessivo dei “narratori”, che ho pensato plurali – parlano con il *noi* -, imponendogli di alludere soltanto a ciò che essi “pensano” di Unio o delle vicende che narrano e di farlo in poche parole) si “nasconde” il ragionamento.

    @ Locatelli

    Non credo che le nostre “dipendenze” o “debolezze” siano da «rispettare» o semplicemente da riconoscere e accettare. Direi che vanno continuamente *interrogate* e riviste da un’ottica diversa. Se si riesce. È quanto si fa di solito in analisi con il sostegno “discreto” e apparentemente “distratto” dell’analista. Ma è quanto si può fare scrivendone. I due “rituali” hanno codici diversi ( rimando ancora al testo su Briosi che ho segnalato sopra a Mayoor). Se poi le loro vie siano finite o infinite, non so. Freud parlava di «analisi interminabile». Ma anche la scrittura tende a misurarsi con l’interminabile.

    @ roberto b

    Enorme problema questo che poni. Il «mosaico» dei capitoletti è irricomponibile? La sua ricomposizione, se dovesse avvenire, tradirebbe « lo “spirito” che informa la stessa scrittura», nettamente plurale (finora e probabilmente a lungo o fino alla fine o interruzione)?
    Faccio notare per ora che la tua interpretazione mi pare contrasti con quella di Sagredo (se la sua l’ho capita…). Tu, infatti, vedi, sia pur per « flash conchiusi» o «blindati», tante tessere diverse e irricomponibili. A lui sembra, invece e come ho scritto sopra, che i capitoletti «dicono sempre la stessa cosa e la scrittura è costretta ad essere pur essa sempre la stessa, cioè monotona».
    Non vorrei cavarmela facendo il falso ingenuo (dichiarando magari che non so come andrà a finire…), ma neppure scegliendo a freddo e dichiarando in anticipo una mia intenzione, una mia predilezione o preferenza tra caos e riordino del caos, tra negazione della forma-romanzo o suo recupero. Che sarebbe del tutto esterna all’esperimento in corso. È nel fuoco della scrittura che vorrei capire le possibilità di saldatura o di scivolamento nella «voragine del senso».
    Quanto al titolo che ho dato a questo esperimento, «Unio», non capisco perché tu lo intenda come «nome singolare e plurale insieme». Lo dici sulla base dell’assunto novecentesco (freudiano, pirandelliano, ecc.) che l’io è composto da frammenti (sintetizza bene il lungo dibattito Bodei in «Destini personali. L’età della colonizzazione delle coscienze», Feltrinelli 2003)? Lo dici perché, da lettore, ti trovi di fronte a questi capitoletti “sparpagliati”, non interconnessi? Letteralmente, però, ‘Unio’ potrebbe intendersi semplicemente come ‘un-io’. Lasciando dunque aperto e in sospeso il problema ordine/disordine che tu poni.

    • roberto b

      @ Ennio,
      giustamente (e non credo potesse essere altra, nel qual caso abbisognerebbe d’un saggio teorico sullo stato attuale della letteratura, non già d’un testo letterario, o “esperimento” come tu dici) la tua risposta alla mia problematizzazione è “il fuoco della scrittura”, ossia lo stesso processo di work in progress (perdonami l'”arcaismo”). Quindi pazienterò, aspettando ulteriori fiamme.
      Quanto a “Unio”, ho privilegiato, all’interno di questo nome-calembour, la divaricazione “Uni-Uno”. Certo, anche la scomposizione “un-io” è legittima (nella polisemicità in cui tale nome si iscrive), ma l’ipotesi dell’autore resta solo un’ipotesi, e nel testo frammentario mi ha colpito il rapporto tra “Uno” (il personaggio, che a suo modo resta centrale, interpretato dalla voce narrativa fuori campo) e “Uni” (gli altri, la pluralità cangiante nei frammenti, o flash)

  6. Unio: per me è indicativo della solare ironia di Ennio che sa smarcarsi da quell’Un-io, che altrimenti sarebbe generico, rinunciatario e grigio (pessimista?). Così facendo Unio si fa invenzione, diventa nome proprio. La radice è uno, la stessa di Uni-verso.

  7. emilia banfi

    Lasciamo questa scrittura ad Unio, perché trovare di più di ciò che lui ha voluto descrivere ? I sogni sono suoi e nessuno ma proprio nessuno può correggerli. Cercare di capirli? Sì , per noi potrebbe essere anche un divertimento, una ricerca che spesso coinvolge anche UN-NOI, Per quanto riguarda la scrittura , beh…non è stato un lavoro facile…sento di fare ad Ennio i miei complimenti.

    • Non credo che Ennio vada cercando o si contenti dei complimenti. E non mi pare che qualc-uno qui si sia sognato di voler correggere qualcosa. Se ne parla soltanto, lo spazio è adatto per questo. Anzi, la speranza è quella di poter essere fortunosamente utili.

  8. emilia banfi

    A Mayoor

    Che Ennio non vada cercando complimenti non lo metto in dubbio . Il mio “correggerli” forse è sbagliato , ma intendevo soprattutto dire di non andare oltre ciò che lui ha voluto dare ad Unio, un’identità che davvero solo lui conosce e che ha voluto farci conoscere ,come in un film che ci vede attenti spettatori. Comunque i complimenti li rinnovo.
    “I sogni sono ancora sogni e l’avvenire ormai quasi passato” cantava Luigi Tenco.

  9. Rita Simonitto

    A partire dalla suggestione sulla differenza segnalata fra ‘scrittura di scena’ e ‘scena di scrittura’ e che trovo molto pertinente, il mio pensiero si allarga alla differenza che c’è fra il sogno sognato e il sogno narrato (e i loro differenti linguaggi).
    Il sognatore, quando narra il suo sogno, nel rendere manifesto il contenuto latente compie una operazione di nascondimento (ciò che Freud chiamava il lavoro del sogno) cercando di rendere comprensibile ciò che comprensibile non è, ragion per cui utilizza un linguaggio prevalentemente verbale e poco iconico (così come è quello onirico).
    Mette in scena il suo sogno chiudendolo in una rappresentazione che ben risponde all’espressione “questa notte HO FATTO un sogno” mentre, in realtà, l’espressione più adeguata sarebbe quella – e in ciò seguendo anche le reminiscenze mitiche e bibliche, ovvero è il sogno che va a trovare il sognatore – che si esprimerebbe così: “questa notte un sogno mi si è appalesato”, ovvero il sogno (vale a dire l’insieme di stimoli emotivi vissuti dal sognatore) ha dato rappresentazione di sé nello scenario della mia mente; si stanno componendo delle situazioni che prima erano sparpagliate.
    Quando il sogno si interpreta, secondo la vecchia (e obsoleta) accezione della ricerca del ‘significato vero del sogno’, il sogno – in quanto sogno – muore, muore la sua vitalità di essere letto secondo più sfaccettature, nessuna delle quali poi è quella Vera.
    Per questa ragione sono importanti i miti (questi sogni ‘collettivi’) perché sono scrigni aperti per il pensiero e ci raccontano ancor oggi nessi di senso insospettabili.
    Senza alcun dubbio il sogno ha bisogno di ‘esporsi’ alla realtà e di essere comunicato (alla stessa stregua della poesia) ma non può farlo troppo direttamente perché rischia di ‘bruciarsi’ come falena che si avvicina troppo alla fiamma.
    Sarà forse per questo motivo che sento un po’ disturbanti quegli intercalari “noi sappiamo che”, “noi andiamo subito al sodo” oppure “vedete”, che Ennio ogni tanto utilizza nel suo Poliscrittoio: come se fossero dei corrimano che non permettono a Unio di stare in contatto con il suo sogno, di lasciarsi andare ad esso. C’è sempre qualcuno che guarda, che sa, che spia.
    E’ un po’ come un regista che ha senza dubbio bisogno di una buona sceneggiatura per mettere in scena il suo sogno/film ma che invece di abbandonarsi al suo sogno, si aggrappa alla sceneggiatura, e punta a mantenere la precisione con quello ‘che si vuole dire’.
    R.S.

    • Ennio Abate

      @ Simonitto

      Cara Rita,
      diciamo che io che sto scrivendo i capitoletti di Unio ha sognato, sono un ex sognatore. In altre parole non narro più sogni recenti ma lontani ( e di cui resta traccia sol perché, quando li feci mi premurai di *scriverli* a caldo, cosa che non sempre o non tutti fanno). Il sogno qui è, dunque, già *materia raffreddata* (in certi casi inerte) e appartiene al passato. È l’equivalente di un qualsiasi contenuto vissuto o conosciuto (un amore, una guerra, un viaggio, ecc) che viene calato in una determinata forma. In questo caso scritta, i capitoletti in prosa. E poi non porto più questi “ex-sogni” a un analista, dal quale o nel confronto/scontro col quale, uno si aspetta l’emersione del «contenuto latente». Insomma, come ho cercato di dire rimandando al post su Sandro Briosi, *questa* narrazione avviene in altro contesto (su un blog per essere precisi), impone o s’impone altri codici, altri scopi. Tra di essi non c’è più ( o non è più in primo piano) quella « ricerca del ‘significato vero del sogno’» e della sua interpretazione. ( E perciò mi sembra un errore mettersi a psicanalizzare quello che Unio fa o dice; un errore in cui si casca facilmente, ma che tutti i più attenti studiosi del rapporto psicanalisi/letteratura – mi vengono in mente, oltre al caro amico Briosi, Lavagetto, ma anche uno psicanalista come Vincenzo Loriga, di cui avevo seguito le riflessioni sulla rivista «La ginestra» negli anni ’90 – hanno imparato ad evitare e invitato ad evitare…).
      Siamo – insisto su questo – al tramonto non all’alba dell’*effetto sogno*. Non si tratta di salvaguardarne la sua «vitalità». Semmai d’interrogare quel suo *raffreddamento* o *carbonizzazione” (che è un termine che mi piace e che usai anche a proposito delle mie poesie in dialetto sulla *salernitudine*, cioè sul passato meridionale anni ’40-’50, materia di quella raccolta).
      Quindi le domande legittime che mi aspetterei, nel caso di questo *psicoscrittoio*, sarebbero all’incirca: cosa riuscirai a cavare d’interessante da questi sogni *raffreddati”? non ti pare che tener presente « i miti (questi sogni ‘collettivi’» possa giovare magari a cavarne qualcosa di più, di meglio, di più “universale”? lavorandoli per esporli su un blog, per esporli alla “realtà” ( o allo sguardo, alla curiosità altrui), che accorgimenti ritieni opportuni o validi per evitare di “bruciare” questa materia «come falena che si avvicina troppo alla fiamma»?
      Ecco allora che, proprio perché «c’è sempre qualcuno che guarda, che sa, che spia» (i lettori anonimi o i commentatori di questo blog più o meno benevoli o maliziosi o curiosi), a me paiono più che giustificati « quegli intercalari “noi sappiamo che”, “noi andiamo subito al sodo” oppure “vedete”» (e il ruolo-guida o stimolo dei “narratori” che espongono le traversie di Unio ad un pubblico assente/presente). Tra l’altro questi intercalari sono una applicazione, spero non scolastica o autoritaria, di due delle principali funzioni del linguaggio studiate da Jakobson: quella fatica e quella conativa (1). Non so fino a che punto di questa scrittura io sia il «regista» o miri a una «sceneggiatura» precisa. Ma, dato quanto sopra detto sui diversi contesti anche temporali a cui appartengono “sogni-base” e scrittura d’oggi ed essendo, come detto in anticipo, l’accento più sullo «scrittoio» e meno sullo «psico», non mi pare più attuale o necessario o possibile oggi «abbandonarsi» al sogno, ma cavarne, se possibile, “altro”. Insomma usa la carbonella che mi è rimasta, ma non miro a ricostruire l’albero da cui essa proviene.

      (1)La funzione fàtica è incentrata sul canale di comunicazione. Essa si realizza quando un partecipante dell’atto di comunicazione desidera controllare se il canale è, per così dire, aperto (esempio: domande del tipo “Mi segui?, mi ascolti?”). La funzione conativa è focalizzata sul ricevente. Essa avviene quando tramite un atto di comunicazione l’emittente cerca di influenzare il ricevente, come per esempio in un ordine (esempio: “Va’ da lei!”) o nei casi linguistici del vocativo e dell’imperativo. (http://it.wikipedia.org/wiki/Roman_Jakobson)

  10. Giuseppina Di Leo

    È toccata a lui la suzzacchera di correggere le bozze. Così il dizionario su un termine, che non conoscevo, trovato per caso mentre invece, sollecitata dallo Psicoscrittoio di Ennio, ne cercavo un altro, o meglio altri due: tradire e tradurre.
    Restando per un attimo in tema di suzzacchera, il dizionario (Zingarelli) offre due tipi di significato: il primo, riferito a una bevanda di zucchero e aceto; il secondo (figurativo), sta per cosa lunga, che reca noia e fastidio.
    Naturalmente la suzzacchera, nel primo come nel secondo significato, non è riferita ad Unio, né tantomeno allo Psicoscrittoio, però diciamo che in qualche maniera, seppur involontariamente, ci entra. Per completezza: il termine deriva dal greco ed è composto dai due nomi, “acuto” e “zucchero” (ed ecco spiegato il primo dei due significati). Il termine mi incuriosisce e mi domando perché mai uno doveva o dovrebbe bersi un simile intruglio, ma rimando lo scioglimento della curiosità ad altri momenti.
    Trovo poi che tradire significa “consegnare”, termine che ha subito un mutamento di coniugazione (scusate se posso apparire pedante) e divergenza di significato, “determinata dal racconto evangelico, per cui la ‘consegna’ di Gesù compiuta da Giuda equivale ad un tradimento”. Ammetto che non lo sapevo. Senza voler entrare nei meandri della consegna così intesa, passo alla parola tradurre, e qui mi si apre un mondo, e forse una serie di mondi possibili. Infatti la parola tradurre è composta da “al di là”( trans) e “condurre” (ducere), letteralmente significa “trasportare”. Vorrei fermarmi qui, per cercare un nesso tra quanto fin qui da me detto.
    Nel caso specifico la ‘consegna’ del ricordo la intenderei di fatto un ‘tradire’ nel momento in cui per poter condurre qui quel trans (l’al di là del verbo) si è verificato il passaggio tra un viaggio o esperienza interiore e la scrittura, cosa che ha ben espresso Rita Simonitto nel suo commento.
    D’altra parte il calice amaro, la suzzacchera, siamo costretti a berla tutti almeno una volta nella vita. La scrittura per fortuna aiuta, indipendentemente che si crei per pubblicare o che rimanga chiusa in un cassetto.
    Un aspetto per me interessante del racconto di Ennio sta poi nel rapporto con le donne. Su questo argomento mi viene in soccorso il libro di E. Boncinelli (La vita della nostra mente), nel quale si dice che l’innamoramento coinvolge totalmente l’essere umano, per accogliere e «trovare un posto per l’altro, soprattutto nel proprio mondo interiore».
    Altrettanto mi sembra si possa dire però quando avviene l’inverso, ipotizzando che la fine di una storia segna la fase di una altrettanto nuova trasformazione interiore (e non solo, evidentemente), laddove l’inizio di una storia tra due innamorati ne aveva posto le basi se non le radici.
    Cosa avviene in noi quando una storia finisce?
    Azzardo un’ipotesi.
    Unio sostiene di non saperlo, o di saperlo solo in parte. E difatti cerca le ragioni in se stesso, finendo col credere, o prendendo atto, che in realtà a lasciare sia stato lui. L’accettazione della perdita o fine di un rapporto offre spunti ulteriori nel finale. E un significato particolare lo attribuisco al pasticcino che la ex – R. – offre al Nostro. Il dolce sbriciolato manca però di ‘consistenza’, per cui Unio lo cede ad una vecchia donna (riguarda la madre? la «sfera orale»? ).
    E come ogni gesto simbolico, anche questo si carica di significato: l’anziana “golosa” non solo accetta le briciole ma, mangiandole, le fa proprie.
    Giuseppina

  11. emilia banfi

    Un bel film, mi è piaciuto, sono uscita soddisfatta. La cassiera mi ha rincorso: – Signora! Lei non ha pagato il biglietto!- Io di rimando:
    -Sono stata invitata da Unio, se la prenda con lui-
    Lei: – E dove lo trovo?-
    Io:- In sala, ma non lo disturbi, ora sta sognando- .
    Fuori faceva freddo, ma io non lo sentivo.
    Ciao Unio

  12. La narrazione di Ennio è serrata, incalzante. E’ così che talvolta si conduce la disputa che potrebbe portare il lettore alla resa, critica o accondiscendente. “Non riesco a trarre quasi niente da un libro che mi resiste”, scrive Valéry. Comunque sia, il gesto vitale della scrittura, intesa come evento, a mio parere risolve la questione tra realtà e rappresentazione, se per realtà s’intende la vita stessa, il vivere che è anche scrittura. Ma serve l’epilogo, o come direbbero i maestri zen, il Satori, l’improvvisa rivelazione; che per lo zen non può arrivare che dal superamento della ragione. Il binomio pensiero e realtà si scioglie nell’unità vitale, nell’incalzare della scrittura. La mancanza dell’epilogo sta ad indicare la non ancora avvenuta rivelazione. In questo caso, per non uscire dall’onirico, servirebbe il classico sogno-rivelatore.

  13. emilia banfi

    Potrebbe essere che il sogno rivelatore sia avvenuto, ma non tutti i sogni si possono raccontare…

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