Antonio Sagredo
Fu un dispetto della Genesi

Wiligelmo - Storia della genesi (particolare Adamo ed Eva, Duomo di Modena)

Wiligelmo – Duomo di Modena

Fu un dispetto della Genesi
se l’anima demente non ritrovo più
ciò che non hai mai seminato: l’eternità!
Ti sarà concessa la nostalgia del futuro,
tutto quello che dopo la fine sopravvivrà…
(lo chiameranno di nuovo: il Nulla!)
E sarà ciò che di nuovo non sapremo.
Suonerà la campana infine per gli ultimi tre Dei,
mai esistiti, né prima né dopo…

Siamo liberi, io e te, dalla risurrezione!

Vermicino, 14 ottobre 2003

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14 commenti

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14 risposte a “Antonio Sagredo
Fu un dispetto della Genesi

  1. emilia banfi

    Bella idea! Ci abbiamo pensato…ci pensiamo…ci penseremo- Forse ancora oggi risorgeremo. Alla fine la vita risorge dalle nostre mani. Bravo!!!

  2. Federico Bock

    “Mi sto completamente liberando di Dio / a furia di insultarlo / segno che Lui mi teme / e rimanda il duello alla valle di Giosafat / ma anche allora avrò frecce al mio arco” (poesia di Federico Bock, 9.XI.’88)

    • Annamaria Locatelli

      …e sì di dio neanche l’ombra. Ho cercato di indovinare chi fossero i tre dei delle nostre illusioni: speranza, rispetto per i più fragili, resurrezione…difficile separarsene, si convive con la lacerazione. Ma tu cosa intendevi?

  3. antonio sagredo

    E bravo Federico! Ma non c’è bisogno di insultare! Ma liberatene con nonchalance! Le frecce? Che fa il contrario di san Sebastiano?
    a. s.

  4. antonio sagredo

    Gentile Annamaria Locatelli, i tre Dei sono gli Dei delle tre religioni monoteiste: non era difficile intendere. Ma non si risponde razionalmente alla POESIA, come hanno fatto anche gli altri due lettori che T’hanno preceduto. Dal mio 5° poema idiota del 1969-70:
    ——–
    Ed è tutto un parlare soltanto,
    silenzi qua e là
    come notturni bivacchi
    in campi sterminati…
    ma la poesia non è un dato di fatto,
    non lo dovete scordare!

  5. Federico Bock

    A mio modo di vedere le cose, c’è una quarta religione monoteista, quella di Ahura Mazda, il cui profeta fu Zarathustra, ed il cui testo “rivelato” è l’Avesta, che ho letto con molto gradimento. Apprezzo le Sue poesie, ne vorrei leggere un testo completo

    testo completo.

  6. antonio sagredo

    Gentile Federico, dico soltanto le tre perché sono quelle (forse le uniche) che hanno fatto più danno alla coscienza/scienza, alle ragione dell’umanità; la quarta la conosco fin troppo bene; e poi Nietzsche cantò il suo profeta non a caso. A. S.
    ——
    Ti invio:

    In quale piombato scrigno metterò le mie nostalgie accecate
    perché l’artiglio del passato non potesse come un accattone
    ricattarmi – e non ho la presunzione di un profeta imbattibile
    e nemmeno ho tra le mani l’ordito miniato di una fittizia trama.

    Midollo della misericordia sostieni il mio furore non alato,
    la grassa consolazione dei credenti che giocano agli astragali,
    l’omelia rattoppata degli oratori che scagliano spergiuri!

    La soglia avanza dietro la candela.
    Il becchino della luce getta via il torchio tolemaico.

    Il miserere dei morti reclama nudità di cera e scarnite ossa.
    Il potente ingoia gemiti strozzati, gli occhi ha di gelatina –
    in una fossa la sua voce è battuta dalla lingua!

    Come lugubri furono le sue fantasticherie onniscienti, i trionfi mentecatti,
    le glorie onnivore: fittizie immortalità che sfidano l’azzardo
    di un feretro di nerargilla e di un corpo tronfio dall’applauso dei vermi!

    Un inutile e sfarzoso funerale che non declina un tumulo comune gli rimane
    o un convegno di lazzari illusi che recitano la tragedia della risurrezione.

    Mendicare un credo?
    Per rinnovare una fede
    o, per millenni, un altro Dio,
    come incubo inventato?

    antonio sagredo

    Vermicino, 12-15 gennaio 2007
    —————————————————————————–
    (e una strofa del mio poema dedicato a G. C: Vanini)
    —-
    Nessuna colpa mi tormenta più della mia recisa lingua,
    il vino mi ricrea lo spirito della mia parola ammutolita,
    ora ho un volto taurino – già il fumo esce dalle froge,
    hanno strozzato la mia gola, ma non la mia teologia!
    Sono ancora un predicatore dalla duplice dialettica,
    cortigiano per sovvertire gerarchie corrotte e giuramenti.
    Cospiro con le mie maschere equivoche e innominabili,
    la mia ironia è un’arma a doppio taglio per credenti e creduloni,
    la mia scrittura il trionfo del finto plagio e della sublime erudizione.
    Ho bisogno, come voi, d’imposture, inganni, frodi e provvidenze!
    Ho bruciato intere biblioteche per affilare il mio pensiero ambiguo,
    distrutto gli statici costumi, sofismi, inganni, istituzioni,
    nemico immortale di tutti i poteri politici e religiosi.
    Ho amato, prima di me stesso, i filosofi, i poeti e i loro sogni,
    ho amato tutta la Natura, ho denunciato il suo inquinamento!
    Sto amando questa tortura non voluta più d’un martire cristiano!
    Ho giurato sulla mia ostinazione che mi fa morire allegramente!

    Ma questa fiamma sale,
    già la mia rotula è di carbone!

  7. emilia banfi

    A quest’ultima risposta:
    Poesia superba o superbia in poesia? Comunque sia, un inchino.

  8. emilia banfi

    Che compito mi assegni! E poi perché proprio a me? Sagredo può permettersi di essere “Superbo”. La superbia ha molte facce. comunque:

    Cristo si inginocchia davanti a lei
    e lei si nasconde dietro ad un prete
    che affronta quell’uomo e non crede
    che sai venuto per una donna
    una semplice donna dell’est
    che ruba alla chiesa
    i soldi delle candele.

    Emy

  9. emilia banfi

    Scusa l’errore …Che “sia” venuta

    • Giuseppina Di Leo

      E’ una bellissima poesia Emy: brava!

      • Annamaria Locatelli

        …sì, anche a me piace molto la poesia di Emy, dove la speranza nella giustizia é riposta essenzialmente nell’intervento divino, il Gesù buono, che poi é una parte di se stessa…
        Nel poeta Antonio Sagrado invece la speranza, se ancora esiste, é riposta nell’umano, nel coraggio delle idee…
        Secondo me…vorrei sentire loro. Vi lascio un mio scritto sulla speranza, a cui tuttavia mi é impossibile rinunciare

        Metallico il filo a spirale
        teso sino allo spasimo
        si fa lineare
        ma cede infine
        in schianto
        si riavvita a spirale
        risucchiando riti e speranze
        diovano vano vanoooo
        che l’eternità prometti

  10. antonio sagredo

    VI ringrazio tutti; direi che siete ancora troppo umani; ma rispondo con un finale :

    Sono gli evviva dell’angoscia che mi tranciano la schiena
    quando i trivi sono modellati dai comici furori degli amplessi,
    la carne squittisce ad ogni grano di rosario: le-tanie! le-tanie!
    Come se il muto bramìto dei sessi fosse una tendenza alla purezza!

    Purezza?
    Ma la fede ha una vita da Mefisto!

    E implorai il ricordo a disfarsi degli affetti
    quando gli specchi si spensero per la felicità
    che ai bambini donano… di abbracciare
    lo stupore della morte!

    Quel giorno, nel padiglione “Urla Tumorali”,
    schivando i patimenti della crocifissione,
    afferrai per la gola Cristo, perché ancora una volta
    il suo verbo non fosse uno stucchevole inganno!
    Lo trascinai – io, un infermiere della carità, un passionario della vita! –
    come una benda sanguinolenta per strozzarlo lungo le scale di Giacobbe,
    attraverso corridoi purulenti, perché potesse, con le orbite svuotate,
    esangui, ammirare il risultato infame della sua sofferenza!

    Gridai:
    FATELO FUORI!

    Non lui!
    Ma chi sul capezzale è divorato dai decubiti!

    ma il desiderio filiale… l’estremo amore – indolore – è MIO!

    antonio sagredo

    Vermicino, 19/20/27 dicembre 2006
    —————————————-
    indovinate il poeta – forse tranne Abate:

    Alcune parole su me stesso

    Mi piace come muoiono i bambini.
    Avete notato il flutto nebbioso della risacca del riso
    dietro la proboscide della malinconia?
    Io invece –
    nella sala di lettura delle strade –
    così spesso ho sfogliato il tono di una bara.
    La mezzanotte
    con dita intrise palpava
    me
    e l’inchiodata palizzata,
    e con gocce di acquazzone sulla calvizie della cupola
    saltava una cattedrale pazza.
    Io vedo, un Cristo fuggiva dall’icona,
    e la famiglia piangendo baciava
    l’orlo svolazzante della tunica.
    Grido contro un muro,
    conficco il pugnale di parole frenetiche
    nella polpa di un cielo gonfiato:
    “Sole!
    Padre mio!
    Almeno tu abbi pietà e non ti torturare!
    È il mio sangue da te versato che si sparge per la valle terrena.
    È la mia anima
    come pezzi di una nuvola stracciata
    nel cielo riarso
    sulla croce arrugginita del campanile!
    Tempo!
    Almeno tu, sciancato imbratta-tele
    impiastriccia il mio sembiante
    nel reliquario del mostruoso secolo!
    Io sono solo, come l’ultimo occhio
    di un uomo che va verso i ciechi!.

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