Vladimir Majakovskij
La nuvola in calzoni

La nuvola in calzoni

La nuvola in calzoni recitata da Carmelo Bene si ascolta qui

La nuvola in calzoni nella traduzione di A.M. Ripellino si legge qui

Esporsi ancora oggi a questi due uragani? Perché? [E.A]

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5 commenti

Archiviato in CANTIERI

5 risposte a “Vladimir Majakovskij
La nuvola in calzoni

  1. antonio sagredo

    Ho già scritto a Remo Faccani che la sua traduzione della Nuvola in Calzoni di Majakovskij è stata una operazione inutile, poi che la teatralità della parola o parola teatrale non è affar suo; certo è libero di tradurre quello che vuole, ma abbia dei limiti, cioè si autolimiti e non percorra cammini dove s’è già posata una traccia che si può affermare definitiva. Non celebro Ripellino,ovviamente, poi che nessuno è esente da errori di traduzione: qui si tratta di sensibiltà tetarale, e questa non appartiene a Remo Faccani che resta sempre un buon traduttore; si tratta di essere dei fuoriclasse, e non è il suo caso.
    a.- s.

  2. Ennio Abate

    Non a caso, per Carmelo Bene e Vladimir Majakovskij, ho parlato di due uragani e chiesto perché esporsi ad essi. Meglio: alle tracce che ce ne restano. Chi oggi legge più «La nuvola in calzoni»? E il video, pubblicato su You Tube nel marzo 2013, con Bene che recita i versi del poeta sovietico ha appena 1061 visualizzazione e nessun commento.
    Sì, davvero ci sarebbe tanto da dire e solleciterei Sagredo e, tramite lui , anche Paolo Statuti che ha tradotto – ho visto sul suo blog – alcune poesie di Majakovskij, ma non questo poema (almeno non appare nell’archivio del blog) ad intervenire anche con testi più sostanziosi che potrei pubblicare.
    Io ho finito di leggere proprio in questi giorni «Poesia russa del 900» di Ripellino. Mi ha molto colpito l’accresciuta distanza di noi lettori d’oggi da Majakovskij (centuplicata direi dal crollo dell’Urss che, quando Ripellino scriveva negli anni Cinquanta, era impensabile; e ancora assente nella recitazione di Carmelo Bene che respirava in pieno, sia pur con molte delle ambiguità neoavanguardistiche anni ’60-‘70, quel clima elettrizzante, futuristico e urlante). Oltre alla differenza tra Majakovskij e Pasternàk che egli sottolinea.
    Ripellino, con il distanziamento che l’approccio critico comporta, è affascinato da Majakovskij e ne parla con grande simpatia: «assume la posa del cinico e del tracotante; adopera immagini-schiaffi di sapore triviale, immagini ipertrofiche che scoppiano come cartocci di polvere» (p. 57). Lo contrappone nettamente ai simbolisti coi loro «sofismi teologici»: « Se i poeti teologali si allontanavano dalla folla, per immergersi fra le brume del misticismo, egli cerca invece un vivo contatto con gli strati più umili e se ne fa l’araldo» (p. 58). E ne «La nuvola in calzoni» vede il canto di «un amore enorme, incalzante, impossibile che si conclude con un insuccesso».
    Perché però questo canto d’amore non finisce in elegia? (Ci sarebbe da fare forse un paragone con «La terra desolata» di Eliot…). Azzarderei una risposta extrapoetica: perché – il poema è datato 1914-1915 – Majakovskij viveva in una società che ha tentato la prima e per breve tempo riuscita rivoluzione socialista. E’ per questo che, come dice Ripellino, «la pena d’amore diventa tortura dell’umanità, il tema personale si gonfia nel tema collettivo delle masse umiliate che si preparano alla rivolta» (p.58). (Io dire: è per questo che l’io, grandiosamente narcisistico, di quel poeta sembra potersi ancora più ingigantire, sforzandosi ed illudendosi di trovare una convalida in un noi collettivo adeguato al suo sentimento ultrasoggettivo).
    Ma non è che Ripellino non segnali anche l’ambivalenza di questo «grande clown» (p. 59). O non avverta il suo fondo nichilista: «Si ricordi quante volte ritorna in lui, lacerante, il presagio del suicidio» (p.59). E non faccia notare le sue ambivalenze emotive: «Da un lato egli ostenta l’orgoglio altezzoso del ribelle, dall’altro invece rivela un senso di smarrimento, un bisogno di affetto […]. Si ha l’impressione talora che egli ricorra all’iperbole per nascondervi la propria tenerezza. E mentre urla la sua gigantesca possanza, è timido, solo, sperduto come Charlot» (p. 60). E finisce per mettere in luce che «un vero arsenale di temi e termini religiosi, di vicende e parole bibliche riempie le carte di Majakovskij». Il quale « confronta col martirio di Cristo le sue avventure di futurista schernito» (p. 60), tanto che Ripellino può affermare ( secondo me a ragione) che «guardando a distanza la produzione del poeta nel periodo sovietico, ci si accorge che nella sua concretezza realistica è un continuo ricorso di note metafisiche e irrazionali» (65). Questo è un aspetto che andrebbe indagato forse anche alla luce del libro di Türke, che ho segnalato in questi giorni (https://moltinpoesia.wordpress.com/2013/12/02/letture-per-poeti-8le-viscere-cristiane-delloccidente/); e rimanda a un problema complicato: di che tipo fu quel marxismo a cui Majakovskij «aderì sin dall’adolescenza» (p. 60) e che egli, nei momenti di sconforto, mostrò di vivere come «fede» proiettando «l’idea vittoriosa del comunismo nelle distanze dei secoli» (p. 65).
    A “ripararci” ( non a sottrarci…) dall’uragano “rivoltoso-rivoluzionario-futuristico” di Majakovskij possono servire le parole che Ripellino dedica a Pasternàk, quando dice che costui «non urla come Majakovskij, non declama strofe irruente e tumultuose, ma cesella una poesia da camera, che si nutre di sottili memorie dell’infanzia e ammorza i rumori della realtà in un sommesso fruscío, in una sorta di colloqui familiare» (p.68)? O la poesia della strada o quella della camera, dunque?

  3. antonio sagredo

    Caro Ennio, il Rip. non fa paralleli con La terra desolata, ma col Battello ebbro di Rimbaud, specialmente sull’importanza rivoluzionaria dei due poemi, che tra l’altro hanno elementi profetici. A. Sagredo

  4. Ennio Abate

    @ Sagredo

    D’accordo. Ma sono io che *farei* un confronto Majakovskij/Eliot per mettere in risalto differenze importanti (estetiche, storiche, politiche, ecc.).

  5. antonio sagredo

    sono proprio curioso: sono facili le differenze, le somiglianze invece no…
    un suggerimento: c’è il tema della risurrezione comune ad entrambi… e….

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