Ennio Abate
Unio. Psicoscrittoio (9 – 13 )

1980 ca. PASSANTE anni 80

9.

Nel paesaggio urbano di SA sfatto dalle bombe – luoghi della precarietà e dell’allarme – un muro coperto di glicini violetti che abbaglia. Unio avanza su un muretto che spunta in mezzo alle macerie del dopoguerra. È Unio bambino o adulto? Ha le timidezze di allora o di adesso? O entrambe? Certo, cammina lento e impacciato, come attirato dal vuoto in basso. E s’accorge di avere addosso solo una maglia di lana grezza e d’essere nudo dal ventre ai piedi. Come i bambini poveri dei vicoli o di campagna che si vedevano in giro in quei tempi di sconfitta e miseria. Un po’ più indietro rispetto a lui, sullo stesso muretto, procedono vispe una donna e delle bambine. Ma ora che fa? Si blocca. All’improvviso, mentre incerto guardava davanti a sé, s’è accorto di quanto le sue gambe magre siano bianche, quasi cadaveriche. La donna e le bambine che lo raggiungono non paiono scandalizzarsi per la sua seminudità né colgono quell’attimo d’angoscia. Sembrano piuttosto meravigliate e un po’ divertite per la sua difficoltà di andare avanti sul muretto. Che poi sarebbe la vita, quella che ci tocca. E va presa com’è, insomma. Per la donna e le bimbe è naturale muoversi nelle sue ristrettezze. E sanno essere indulgenti anche verso uno impacciato come Unio. Si guardano negli occhi e pare dicano: Su, incitiamolo noi! Rivestiamolo noi con la fiducia che gli manca. Non facciamolo sentire così nudo, sciocco e inerme. Ma la faccenda non è tanto semplice. Noi notiamo, infatti, che proprio la donna è di nuovo svanita. E Unio si ritrova attorniato soltanto da bambine e bambini come lui. Sì, non sembrano cattivi. Ma un po’ troppo incuriositi di quelle parti basse del suo corpo seminudo. Alcuni di loro cominciano a dire che i corpi sotto i vestiti sono piatti e non voluminosi. Sì, perché loro li dipingono così. Come i pittori primitivi, aggiungiamo noi. Ed ora, invece, scoprono che quello di Unio è magro ma ha un volume. E poi – risatine – indicano la parte molliccia in mezzo alle cosce di cui hanno sentito dire – aggiungono con malizia – cose stupefacenti o orride. Che emozionano soprattutto gli adulti. Qualcuno più navigato dice che loro questo tipo di emozioni insolite le conoscono già. E poi si possono vedere a cinema avvolti nel buio.

10.
Tanto per intenderci, ecco qua una scena anche per voi. Una bellissima diva dal corpo pieno è immersa nell’acqua insaponata di una elegante vasca ovale. Un giovane le si avvicina e si piega voglioso verso di lei. Che si volta languida e si fa mordere dolcemente sulla spalla nuda. Anzi vuole che lui la tocchi. E Unio, che noi abbiamo rivestito e fatto diventare giovane per strapparlo all’imbarazzante scoperta della propria seminudità e all’angoscia di morte che la sue gambe bianche gli procurano, si tira su la manica della camicia, prima di immergere la mano e l’avambraccio nell’acqua e cominciare a toccarla. Tutto sembra lusso calma e voluttà come nel quadro di Matisse o nei film americani.

11.
Ripeschiamo ora Unio in un’aula di scuola. Sulla cattedra sono sparpagliati parecchi libri . Gli studenti si avvicinano a turno e ne scelgono uno da prendere in prestito. Sono ansiosi. Per loro scegliere un libro da portare a casa è come, affamati, vedersi offrire del cibo speciale esposto su un tavolo da pranzo. E poco importa se poi – questo lo strano compito imposto da chissà chi – dovranno svolgere nientemeno una tesi di laurea sul libro scelto. Eh, sì, siamo in una scuola che mescola sadicamente insieme piaceri e doveri! Un assistente del professore – non si conosce per ora chi sia – annota meticoloso le scelte. L’amico più caro di Unio, quello che ha il padre magistrato, prende un libro intitolato Uomini famosi. Quando viene il suo turno, Unio sceglie I romanzi di Svevo. Ma proprio in quel momento entra il professore. È un vecchietto con la barba bianca e gli occhiali neri. Somiglia al solito Freud (già apparso al capitoletto 6). E ha subito da ridire sulla scelta di Unio. Svevo è un autore estraneo alla sua disciplina. Quale? Pur somigliando a Freud, il professore s’occupa di storia. Di conseguenza Unio la tesi su Svevo non può darla con lui. Dovrà rivolgersi ad altri. Unio però insiste. Vuole a tutti i costi preparare e discutere la sua tesi proprio con lui, con il simil-Freud. Che gli ispira – così dice – fiducia. E suggerisce lui stesso una possibile scappatoia: potrebbe ad esempio trattare i romanzi di Svevo inserendoli all’interno della storia delle idee. Che fa il professore secondo voi? Le discipline hanno i loro statuti. A mescolarle si crea disordine. E dal disordine possono venir fuori mostri. Ma che può fare Unio se si sente espulso dalla storia e dalla politica e si ritrova (Cfr. capitoletto 8) incerto su cosa fare? Inoltrandosi su terreni ignoti, dove intravvede a stento alcuni sentieri tracciati, prenderà qualche cantonata o si romperà la testa, come si dice. Si arrangerà da solo? Troverà qualche aiutante?

12.
Ora osserviamo Unio proprio mentre, come tanti suoi coetanei risvegliati dal ’68, segue un congresso politico della Compagnia, in cui è entrato volenteroso apprendista politico. S’è forzato non poco. Ha messo da parte libri di religione, letteratura, poesia e arte che gli occupavano la mente. E vuole crescere – la maturità è tutto, come diceva il Piemontese del mestiere di vivere – occupandosi di politica. Con l’ansia, sospetta per noi che lo conosciamo, di chi sente di aver perso tempo o addirittura di essere corso dietro favole popolari. È l’ora del materialismo scientifico. Tenete presente che fino ad allora aveva sempre guardato le faccende politiche con disinteresse. O con la coda dell’occhio, quasi pezzo di un paesaggio in ombra. Non diciamo che le ombre non vanno a un certo punto diradate. Per quel che è possibile. Ma che fa in fondo la Compagnia in cui è entrato? Dopo la sfuriata in cui tutti hanno parlato di rivoluzione, s’è organizzata per imporre all’attenzione degli elettori tre sui dirigenti abbastanza in vista. Tutto qua. C’è da entusiasmarsi? Qualcuno già li chiama le tre volpi. Sono lì. Si aggirano solenni e seri nel salone fra i partecipanti al congresso. Quell che gira pavoneggiandosi di più è il primo delle tre volpi. Ha sul capo un cappuccio medioevale, come quelli che usano a Granada durante la processione della settimana santa. Sopra sta scritto: io sono il capo. Poi si fanno notare anche altri dirigenti. Sono quelli fuori dal giro delle tre volpi. Ma anche loro, sulla fronte però, portano scritto: io desidero essere il capo. E attorno a loro tanti giovani che discutono in modi accaniti, ma superficiali. Un’accolita di ambiziosi e confusionari, pensa deluso Unio. Vorrebbe rimproverarli. E sa anche che dovrebbe rimproverare se stesso. Ma ora sul palco è salito un dirigente di secondo piano, un bonaccione accomodante e cauto. Presiederà il congresso. Ma subito è in difficoltà. Deve difendersi da un’accusa infamante: si sarebbe appropriato del danaro della Compagnia. Tutti sanno che è una falsità. Ma a muovere l’accusa contro di lui, sono dirigenti ben più potenti di lui, coalizzatisi per liquidarlo. E nessuno nella Compagnia osa fiatare. Unio vorrebbe gridare: Perché vi mettete tanto facilmente dalla parte delle tre volpi, che è dopotutto solo una fazione della Compagnia e nemmeno ascoltate più le ragioni degli oppositori? Ma è troppo tardi. I giochi sono stati fatti. E lui con la sua preparazione politica da apprendista non conta proprio nulla.

13.
Torniamo a scuola. Anzi è Unio che torna al liceo frequentato da giovane. Accompagna suo padre nella sala dove, quando era studente, i professori ricevevano i genitori. La trova più solenne di allora. Sembra un teatro greco. Ci sono capannelli di persone attorno a qualche professore. Unio ne saluta con familiarità uno che conosce. Lui e suo padre sono in ritardo. Ma il padre continua a camminare piano. E Unio è costretto ogni poco a girarsi indietro e ad aspettarlo. Avanza sempre più silenzioso e impacciato. E, quando raggiunge Unio, mostra il volto di un paesano intimidito da un mondo che teme e non conosce. Ora è Unio che si deve imporre di essere il padre di suo padre. E quasi lo rimprovera, come se fosse un ragazzino. Avanzano ancora una decina di passi. Ma in un punto, dove Unio sa che ci vuole una certa cautela nel muoversi, suo padre mette un piede proprio dove non doveva. Sconsolato lo vede che tenta di ripulirsi alla meglio la scarpa sporca di merda. Ma cosa ci fa una merda nei corridoi di un liceo?

* I precedenti capitoletti si leggono qui e qui

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26 commenti

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26 risposte a “Ennio Abate
Unio. Psicoscrittoio (9 – 13 )

  1. Annamaria Locatelli

    Ho esitato a scrivere anche questa volta, va scontato che non ho reali strumenti per interpretare i sogni, mi limito a ricavarne dei racconti…
    Nel primo sogno, Unio lo vedo bambino tra le macerie di una città del sud del dopoguerra mentre percorre in bilico un muretto ricoperto di glicine,
    una bella nota di colore tra tanto degrado. Indossa un maglione, ma dalla cintola in giù é nudo, come del resto molti bambini trascurti allora.
    Sopraggiunge una donna con della bambine , non si meravigliano della
    sua nudità e neanche provano disagio, se mai la vorrebbero coprire per proteggerla. Ma la donna scompare e arriva un gruppo di bambini e bambine che, con la loro inconsapevole cattiveria, prendono in giro Unio per le sue parti esposte e molli (tra loro non c’é forse anche il maggiorato fratello?). In questa scena drammatica per il bambino indifeso ( non piace ma soprattutto non si piace) manca la presenza di figure protettive adulte che più che coprire le nudità( non sono vergogne) siano in grado di ribaltare il giudizio
    espresso dai compagni agli occhi di Unio in “Il mio corpo é bello così com’é”…Umiliazione, rabbia, senso di inferiorità
    Nel secondo sogno Unio si trova davanti ad una bellissima ed invitante donna immersa in una vasca, é adulto, si é adeguato al prototipo maschile, ma non sembra provare reale interesse affettivo o sessuale per la donna, non é il suo tipo…Unio rimpiange ancora la signora gentile che stava sul muretto con lui..
    Oggi ho qualche difficoltà di scrittura con il computer e mi limito a due sogni

  2. Ennio Abate

    Tutte le interpretazioni possono cogliere qualcosa. Ci terrei però a precisare che qui non siamo più di fronte a dei sogni, ma a trascrizioni (di secondo o terzo grado…) di sogni. Mi chiedo: se non avessi detto all’inizio che la materia prima (sottolineo!) è onirica, l’accostamento da parte del lettore a questi capitoletti sarebbe diversa?

  3. Giorgio Mannacio

    Non azzardo alcuna interpretazione convinto come sono che essa – se possibile – può essere solo il risultato di una pratica psicanalitica strutturata nel tempo attraverso colloqui con l’analista.Da ” letterato ” mi pongo altre questioni che attengono al rapporto tra l’evento sogno come rappresentazione visiva ( determinata da fattori neurofisiologici e neuropsicologici salvati dalla memoria ) e la trascrizione del sogno come narrazione soggetta al controllo di razionalità pur nella considerazione dell’irrealtà del proprio oggetto.Come è noto molti scrittori hanno seguito la strada dell’annotazione diaristica dei loro sogni e molti pittori ne hanno tratto ” ispirazione ” per le loro realizzazioni pittoriche.Nella catena di queste sperimentazioni artistiche si pone anche il cinema. Ricordo che il famoso film di S.Kubrick Eyes wide shut è tratto dalla novella Doppio sogno di A.Schnitzler. Informo che tale autore ha trascritto i propri sogni e che tra trascrizione di essi èpubblicati o in corso di pubblicazione nel nostro paese.
    Giorgio Mannacio. .

  4. Sogno e realtà si confondono, al punto che la disanima diventa impossibile o comunque si fa irrilevante. Ciò che rende artistici questi scritti è quel che non viene detto, le domande taciute, la considerazione che in fondo tutto il nostro vissuto sia un sogno. Si tratta quindi di scrittura onirica, priva di nessi logici apparenti, un patchwork. Il surrealismo è semantico, non arriva allo stile che si mantiene lucido e prosaico. Non fosse così ne nascerebbero versi, o quella cosa che chiamiamo linguaggio della poesia. Ma è interessante che Ennio unisca il politico con la psicanalisi, sembra essere un passaggio inevitabile per molti anche se temuto o vissuto conflittualmente. Infatti l’ideologia non consente personalismi, però poi capiamo che le ragioni del disagio o del dolore, non sono sempre e solo esterne a noi. O se lo fossero, comunque nessuno verrà a risanarle per noi. Il viaggio introspettivo è sempre un viaggio nel dolore, l’inconscio è una stanza da riordinare, ma per farlo bisogna entrarci.

  5. La scrittura prosastica rende agevole l’indagine introspettiva, anche se scombinata dall’onirico consente di procedere con ordine, ma viene a mancare la rivelazione, l’epifania del verso che dà risposte. Si procede quindi con domande mute che a stendo riescono a farsi condivisibili, specialmente per chi non abbia vissuto gli stessi contesti dell’autore. D’altra parte questo è il prezzo da pagare quando si intraprende il percorso introspettivo che è per forza di cose da farsi in solitaria. Che poi tanto solitaria non sembra se istintivamente penso a Dante o a Joyce. Forse qui sta la scommessa di Ennio, certo non pensando al paragone tra queste eccellenze, ma nel tentare di mettere luce in questo viaggio negli inferi. E vediamo dove se ne va… comunque sappiamo della sua scrittura spedita e capace: il talento è una qualità non estensibile, che non si evolve, ma è strumento fondamentale, il più adatto per esplorare l’ignoto.

  6. emilia banfi

    Mi fermo, aspetto , non dico.
    Solamente ciò che scritto al punto 13, mi ha commossa…tanto.

    • Annamaria Locatelli

      …a Giorgio dico che anche prima della psicanalisi, fin dall’antichità gli uomini sentivano il desiderio di condividere miti, fiabe, sogni, penso per cercare e ricevere calore, chiarezza, storia comune, mistero…non hanno aspettato Freud , ma certo la psicanalisi ha fornito validi strumenti di interpretazione. Personalmente i sogni mi affascinano in quanto racconti a briglia sciolta…a cui collegare altri racconti. Così stanno dentro chi scrive e chi legge…
      Il terzo e il quarto racconto, ops sogno, sono per così dire collegati…
      Nel terzo, Unio pensa di “crescere” impegnandosi politicamente negli anni della contestazione, ma conosciuti da vicino i tre capi della Compagnia che potevano essere scambiati per eroi si rivelano persone unicamente amanti di quel potere contro il quale dicono di schierarsi. E’ così che nel quarto sogno Unio studente sceglie come argomento della sua tesi di laurea Italo Svevo, lo scrittore dell’antieroe, ai confini tra diverse culture…Come Unio, esodante.
      Nel quinto sogno Unio ritorna al problema dei problemi, il suo rapporto con la parte maschile…Certo nel padre come nel fratello non trova un alleato. Quando trascina il vecchio genitore nel suo liceo( nel ricordo, una sorta di tempio greco, luogo di sacralità e di tragicità) per un colloquio con i professori, dove spera di dimostrare il suo valore, l’uomo rallenta il passo, mostra il volto del paesano stanco( una nota di tenerezza o di disprezzo?) ed infine inciampa proprio nella merda. Perchè voler umiliare così il figlio?

  7. emilia banfi

    @ Annamaria
    In quel momento è il figlio che fa da padre è lui che sogna la merda è la sua visione il padre è costretto ad inciampare. Il nuovo che il figlio_padre mostra al vero padre è ciò che sente e che non può nascondere al vecchio fragile padre , qualcosa come il non poter nascondere una realtà che Unio non accetta o comunque subisce. Unio è in quesro momento meno forte del padre. Quanto è interessante questo viaggio onirico!

  8. emilia banfi

    Certo Ennio è la regìa dei suoi sogni

    • No, dico proprio che Ennio è sia il padre che il figlio, è l’università, i ragazzi ostili e, non me ne voglia, perfino la merda. Non c’è un “fuori” nell’inconscio, né un regista, se mai uno spettatore sbigottito del proprio se’. Quando ti rivolgi ad uno psicanalista prima o poi arriva il momento in cui ti rendo conto di parlare a te stesso, lo psicanalista è uno specchio vivente. A quel punto tutte le tue ragioni smettono di abbaiare e accade la resa. La terapia finisce e torna il coraggio della solitudine.

  9. Giorgio Mannacio

    Mi lascia qualche dubbio – almeno se presa nella sua astrattezza – l’affermazione di Lucio secondo cui l’ideologia non consente personalismi.Come se l’individuo che ne segue una fosse scisso dalla realtà che lo circonda e dal suo mondo interno.Situazione impossibile. Se c’è qualcosa – oltre l’analisi dell’inconscio – che il sogno ci insegna è proprio la struttura olistica della nostra persona,una continua interazione tra
    ” natura ” e ” cultura “. Dice nulla il rilievo che – nell’evoluzione – il sogno sia posteriore al sonno e si sviluppi ” in parallelo ” allo sviluppo del cervello?
    L’ideologia è vissuta da ciascuno a proprio modo,cioè secondo quello che ciascuno è in concreto. Come l’adesione ad una ideologia così l’abbandono
    determina reazioni emotive differenziate secondo ciascun individuo e nella memoria di ciascuno si depositano ed interferiscono con altro materiale.
    Ecco perchè la storia vissuta e la storia visualizzata nel sogno vanno analizzate assieme. Non sono noti i meccanismi attraverso i quali la sofferenza morale si trasferisce nel soma,ma l’interazione tra i due livelli è ormai certa.Il sogno nel momento in cui segna il confine tra realtà e irrealtà ne rivela anche la contiguità/ continuità.
    Ad Anna Maria Locatelli dico che fa bene a ricordare gli antichi che sempre più ci sorprendono. Se già Artemidoro avvertiva che l’interpretazione dei sogni non può astrarre dalla situazione storica del sognante, Stratone di Lampsaco ( III sec. A.C ! ) dava al sonno una definizione che molto si avvicina a quella data da alcune correnti della attuale neurofisiologia.
    Giorgio Mannacio.

    • Il personalismo deve fare i conti con tutti gli “ismi” dell’ideologia, e badare a non oltrepassare gli steccati. Personalismo è individualismo (esaltazione borghese del se’, meritocrazia ecc), separazione egoistica dal noi… il segnale di pericolo lampeggia. E perché mai sarebbe impossibile la scissione tra realtà circostante e mondo interiore? Hai mai visto qualcuno portarsi in assemblea i calzini da lavare, o magari mettersi a piangere senza motivo, così, per sovrabbondanza di lacrime represse? o scrivere di generalissimi teoremi mentre dentro tutto sembra andare in pezzi? Il fatto poi che il sogno sia posteriore al sonno mi dice della natura dell’essere. Ma ovviamente dovremmo distinguere tra i sogni, perché non tutti sono di tipo psicologico.

  10. emilia banfi

    I sogni sono noi. Nessuno può interferire, il fatto è che nel raccontarli , l’esito, l’impressione, non sarà mai uguale al sogno. Penso che nulla sia più vero , più vicino a noi dei nostri sogni.

  11. Giuseppina Di Leo

    Mi limito ad evidenziare un solo aspetto. Trovo significativa la somiglianza che c’è tra l’andatura del bambino che “cammina lento e impacciato, come attirato dal vuoto in basso”, del primo sogno/racconto (il 9), con l’incedere lento del vecchio padre nel finale, quando Unio “è costretto ogni poco a girarsi indietro e ad aspettarlo”.
    Assistiamo cioè ad una ‘metamorfosi’ che trasforma il giovane in anziano, cosa che viene evidenziata nel racconto (“Ora è Unio che si deve imporre di essere il padre di suo padre. E quasi lo rimprovera, come se fosse un ragazzino.”).

    • Annamaria Locatelli

      Vorrei cercare di chiarire una mia affermazione, forse fraintesa…
      Quando dico che il sogno é come un racconto a briglia sciolta penso ad un cavallo libero nella prateria di inseguire felice un suo simile in corsa, di nitrire spaventato alla vista di un leone, di dirigersi al fiume, di ritornare sui suoi passi…insomma si muove senza la costrizione di una mano e di una voce imperiosa che lo diriga che lo censuri. Nel sogno soprattutto si ha il coraggio di chiamare pane il pane e vino il vino. Mi é capitato durante un sogno di capire quanto avevo paura di una persona, nella realtà pensavo di amarla. Certo che il sogno é attinente alla vita di chi lo fa, ma questo mi sembra ovvio. Il racconto interpretativo di un’altra persona rispetto a chi sogna, a meno che non si tratti di uno psicanalista, non può che essere che una ricostruzione ibrida di due vissuti, un altro racconto. Di solito avviene tra persone amiche, perchè ci si espone nel racconto di un sogno, perciò ringrazio Ennio Abate che ha dimostrato fiducia nei suoi lettori. Aggiungo una cosa: trovo convincente l’idea che il sogno rappresenti una realtà olistica, come mi sembra affermare Mayoor, e che i personaggi e le realtà lì descritti facciano parte inscindibile del nosto io…l’amico, il nemico, il maestro, il finto eroe, l’antieroe, il proprio doppio, l’aspetto maschile e quello femminile, l’impegno verso gli altri… Un unico dramma, tutti fanno parte di noi, come noi nei sogni degli altri…Chi diceva: Noi siamo gli altri?

  12. Giuseppina Di Leo

    Nel sogno sciogliamo il freno delle nostre inibizioni, un aspetto, questo, che ci permette di volare o di scalare una montagna dal suo interno. Trovo molto bella l’immagine del sogno come un cavallo libero di Annamaria Locatelli, la stessa libertà che fa sì che il bambino Unio non trovi strano presentare al mondo la sua nudità.
    Interessante anche il pensiero di Mannacio del sogno come continuità/contiguità con il reale, come anche l’immedesimazione padre/figlio avanzata da Mayoor, da me poi ripresa.

  13. Giorgio Mannacio

    Grazie a G.Di Leo per il suo giudizio sul mio pensiero circa la continuità/contiguità. Partendo dall’ormai certa acquisizione secondo cui durante il sonno si sviluppa una intensa attività mentale,la mia conclusione (( che ho elaborato leggendo e dunque non è farina del mio sacco ) è necessaria.In un certo senso,allora, si può parlare di ” sogni ad occhi aperti” rispetto a tante nostre esperienze: la costruzione dei sistemi filosofici,la concezione di utopie politiche e, naturalmente, le esperienze artistiche.Si possono però cogliere anche delle differenze in base al criterio
    del ” principio di realtà ” che finisce per porre determinati confini.Per quanto questi ultimi possano essere incerti e labili,è possibile sempre capire ( salvo situazioni di tipo ” patologico ” ) quando si è svegli e quando si sogna.Trasportato all’estremo il discorso – che trovo di estrema suggestione – porta a domandarci: se il sonno fosse eterno come distinguerlo dalla morte ? Direi che nel momento in cui ciascuno di noi
    “trascrive ” un sogno ne riconosce,ambiguamente, da un lato l’evanescenza e dall’altro la rilevanza.A prescindere dall’ utilità terapeutica dell’analisi e dei suoi esiti. Ribadisco che non ritengo
    ” legittimo”interpretare i sogni altrui e dunque me ne astengo rigorosamente. In questa mia scelta Il sogno trascritto diventa ” letteratura ” e sconta la sottoposizione ai criteri di critica letteraria.Il controllo della razionalità è insito nella trascrizione senza la quale il sogno resta tale ( con tutta la sua evanescenza e rilevanza ) .Il mio punto di vista ( che forse non coincide del tutto con quello di G.Di Leo ) è che – accolta in pieno la ” rilevanza ” – questa non si limita alla funzione di liberare da un freno le inibizioni. Credo che su questo punto la posizione di Freud sia decisamente riduttiva e poco argomentabile. Il contenuto del sogno è molto più ricco e polifunzionale. La mia esperienza personale – che si svolge al di fuori di una pratica psicanalitica mai affrontata- è nel senso della costruzione di un mondo interno in cui lo ” scioglimento dal freno delle inibizioni ” è quantitativamente e qualitativamente poco significativo. So qual’è l’obiezione: anche questa è ” censura “.
    Ma di queste petizioni di principio non so che farmene..
    L’obiezione di Lucio mi sembra astratta. La sua immagine del lavare i calzini in assemblea ( che trovo un po’ oscura ed eccessivamente metaforica ) mi pare – almeno secondo il senso che ad essa attribuisco –
    dimostri il contrario di quanto sostiene Lucio.Se ” il borghese ” portasse i sui calzini da lavare in assemblea potrebbe incorrere in fiere contestazioni ( o addirittura in atti di violenza dai più facinorosi .Razionalmente si astiene dal farlo e li lava in sogno.Questo cambia non il suo stato di ” borghese ” ma semplicemente il suo rapporto con la
    ” collettività”. Buona domenica e un carissimo saluto da Giorgio Mannacio.

  14. L’insorgenza del sogno è involontaria tanto quanto lo sono le parole epifaniche, solo che in poesia queste arrivano spesso al seguito di una domanda e di un’attesa premeditata. Trovo curioso questo parallelismo: il sogno si manifesta per enigmi, la poesia con risposte rivelatrici. E tuttavia non sono certo che il tutto si debba ricondurre all’inconscio. Esiste in poesia una semi-coscienza in grado di sovrintendere l’incontrollato, così come ci sono persone, credo pochissime, in grado di muoversi coscientemente nel sogno.

    • Annamaria Locatelli

      …secondo me, anche il sogno può avere risposte rivelatrici. Nel racconto del sogno si può cercare chiarezza ma anche risoluzione dei conflitti. Sono d’accordo con Giuseppina Di Leo quando parla di ribaltamento di ruoli nell’ultimo sogno, dove il vecchio padre diventa bambino e Unio si sdoppia nel padre. Il tempio greco all’inizio e la merda alla fine rappresentano due mondi solo apparentemente lontani, possono essere riconciliati: da una parte la tradizione culturale acquisita attraverso studi classici, con il suo bagaglio di saggezza e di saperi, dall’altra la tradizione del mondo contadino d’origine con il suo patrimonio vitale ( merda é sterco di animali concime per i campi nutrimento vita per l’uomo rispetto per la natura). Due mondi da avvicinare, ma la letteratura e l’arte hanno molti esempi
      Sarà questo

  15. emilia banfi

    Secondo le più recenti ricerche il subconscio sembra essere una specie di ghetto dei pensieri. Ora molti di essi hanno nostalgia di casa.

    Karl Kraus, Di notte, 1918

  16. Giuseppina Di Leo

    Rileggendo, mi sono accorta che nei miei vari commenti ho usato almeno per due volte la parola ‘metamorfosi’ per indicare alcuni passaggi di Unio nel racconto delle sue peripezie mentre va alla ricerca di quel “significato” che i sogni hanno, cosa che condivido con quanto Mannacio ha detto nel commento del 22 novembre 2013 alle 12:53.

    Preciso di non avere alcuna conoscenza della materia e di essere solo una timida lettrice, per cui il pensiero lo esprimo fondamentalmente sulla base della mia esperienza e del mio gusto personali.

    Per quanto riguarda la ‘funzione’ di liberarci dai freni inibitori, la mia osservazione metteva in evidenza un aspetto (per me importante) del sogno, ma non è il solo ad interessarmi.
    Un altro aspetto che trovo interessante è ad esempio la sua dinamicità, come quando incontriamo persone o luoghi mai conosciuti, quasi ci trovassimo in un set cinematografico (o davanti a uno schermo) o in un teatro di avanguardia. Trovare il bandolo della matassa diventa allora un’impresa, ma alle volte sono proprio i sogni più ‘irreali’ che – interrogandoci – possono condurre a una risposta, come afferma Annamaria Locatelli. O almeno così è stato per me in alcune circostanze.
    Volendo fare un esempio, le ‘stanze sconosciute’, di cui parlo in una delle poesie postate recentemente, è stato un tormento (ne ero angosciata) che tornava a più riprese, fino a che, ricordando un vecchio brutto episodio, non ne ho capito la ragione; e da quel momento l’ho come ‘archiviato’.

    In qualche maniera la metamorfosi la vedrei come un saper attraversare il sogno per poter giungere al punto nodale che sembrerebbe coincidere con quello di partenza. Per questo ero rimasta incuriosita dalla coincidenza (l’andatura del figlio e quella del padre) del racconto di Ennio.
    Naturalmente sto solo ipotizzando, non essendo supportata da teoria, come ho poc’anzi detto . Sospetto però che i sogni più che rivelatori di verità apotropaiche terrificanti o di verità trascendentali (che pure possono esserci), ci conducano ad una sorta di agnizione, laddove sembrerebbe che l’altro da riconoscere sia proprio il proprio sé.

    L’approccio al testo di Ennio Abate deve restare quello critico, su questo sono pienamente d’accordo con Mannacio. A questo proposito, noto che negli ultimi episodi i periodi sono molto più brevi e meno discorsivi dei precedenti.

  17. emilia banfi

    @ Giuseppina

    …aveva fretta di crescere.Forse Unio aveva molto coraggio e poca esperienza. Si sta liberando del passato faticosamente. Del passato, nei sogni, non ci si libera mai. Nella realtà il passato è solo è una scatola che chiudiamo, la chiave se la prende l’inconscio.

    • Giuseppina Di Leo

      Cara Emilia, quello che dici lo trovo giusto per il riferimento ad una sorta di ‘romanzo di formazione’, meno d’accordo sulle modalità che i sogni sembrano dettare, come se chi sogna decida aprioristicamente il da fare. Vedrei meglio semmai avere o trovare la forza di rompere il lucchetto anziché fare la scelta di ‘ingabbiarsi’, perché non c’è dubbio che, chiudendo tutto il passato in una scatola, o gettando addirittura la chiave, si corre il rischio di rimanerci dentro a vita (ma poi perché una scatola con il lucchetto e non un semplice cassetto?…).
      Con la trasposizione letteraria Ennio sta di fatto ‘pubblicando’ (esponendo in pubblico) il suo passato insieme ai sogni; e, così facendo, dimostra di aver rimesso in discussione buona parte dei tanti ma e perché.

  18. emilia banfi

    Certo cara Giuseppina, ,
    Ennio dimostra di aver messo in discussione la sua vita. Ma io parlavo dei sogni, il passato non tutto viene ricordato , ciò che non vogliamo ricordare viene rimosso ma l’inconscio lo riporta a noi, è una necessità, qualcosa a cui noi dobbiamo sottometterci. Nel sogno spessissimo c’è tutto quello che non vogliamo dire nemmeno a noi stessi, Il sogno è libero non accetta compromessi e se noi nella vita cerchiamo di essere ciò che non siamo o ci nascondiamo dietro una pena o ad una delusione soffocando rabbia , coraggio, felicità solo perché la vita sembra imporcelo, ecco che il sogno scava e trova la chiave per liberarci dalle nostre schiavitù. Coraggioso e nobile rimettere poi in discussione tutti i ma e perché. Unio l’ha fatto.
    Come vedi sono molto interessata alla parte onirica.

  19. Giuseppina Di Leo

    Emy, e di sogni infatti si parlava…

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