Ennio Abate
Unio. Psicoscrittoio (1- 5)

1980 ca. PASSANTE anni 80Pubblico i primi capitoletti di un lavoro finora tenuto nel cassetto. La materia base è quella limacciosa e disordinata dei sogni registrati in vari quaderni durante alcuni anni di analisi con P.A. nei primi anni Novanta. Nella scrittura o riscrittura d’oggi vorrei rielaborarla senza più preoccupazioni psicanalitiche o d’altro tipo (compresa quella letteraria che distingue tra poesia e prosa). Non ho chiaro – almeno per ora – dove questa ricerca – esodante appunto! – vada a parare. La pubblicazione a puntate su questo blog ha lo scopo di saggiare e magari d’incorporare nella ricerca stessa le eventuali reazioni dei lettori. [E.A.]

1.
Noi, amici miei, osserviamo dall’alto di un ponte lo scorrere delle disgrazie altrui. Guardare ci preserva – fino a quando? – dal provarle. Se fossimo appena più vicini a una di esse, smetteremmo di osservare. Giocoforza ci toccherebbe agire. Magari impauriti, vedremmo quelli sudare, altri bestemmiare, altri ancora piangere, urlare, vomitare. Ecco una jeep sbanda, rompe la staccionata e precipita nell’acqua. Sprofonda. Ora riemerge ed è trascinata al largo da una corrente impetuosa.
Noi gridiamo il nostro orrore per la sorte di quelli che vi sono intrappolati dentro. Forse ne abbiamo intravisto di sfuggita i volti poco fa, mentre il mezzo ci passava accanto. Qualcuno ha colto persino il sorriso di una donna. Ma che succede? A sorpresa la jeep s’arresta su uno spuntone di roccia, rovesciata, le ruote in su. All’interno qualcuno si muove. Esce un giovane. Non può essere che bello e robusto. Si muove tranquillo, come si fosse appena svegliato da un lungo sonno. Sembra ignaro di quanto è capitato, dei rischi che ha corso. Non aspetta neppure i soccorritori che già si stanno dirigendo verso di lui. Guardate. Si tuffa e nuota verso la sponda, mentre gli abitanti delle case prossime al fiume si affacciano incuriositi alle finestre. Distraiamoci un attimo. Nel cortile di una delle case che bella festa si svolge. Sarà per quel giovane che l’hanno preparata? E sui, al centro del cortile, troviamo Unio. Chi è? Ce ne vorrà per capirlo. Cominciate a studiarvelo. Vedete che proprio adesso, imitando divertito la posa di un lanciatore di peso, sta per scagliare in aria una statuetta di donna. Gliel’hanno regalata? Forse se l’era costruita lui stesso, amandola troppo? Era il suo idolo? La butterà via davvero? E proprio nel fiume, da cui è uscito a nuoto quel giovane?
2.
Siamo ora in un camerone disadorno. Ci sono pochi mobili e di poco valore, libri, abiti, scatoloni di cartone disposti alla rinfusa. Qui tutto sembra provvisorio e in disordine come dopo un frettoloso sgombero. Ma allora perché Unio se ne sta a guardare la televisione, mostrandosi tranquillo? Qualcuno dovrebbe ricordargli che lì ci sono i muri da imbiancare, i mobili da sistemare, gli oggetti da collocare. Qualcuno dovrebbe spegnergli il televisore, scuoterlo dall’apatia. Che non è calma. E ricordargli che quella non è una casa, ma una tana, dove, animale ferito, si è rifugiato. Come fa ad illudersi, a comportarsi come fosse già sfuggito alla caccia feroce della vita?

3.
Unio ha lasciato il camerone disadorno. Va in mezzo a una folla. Si confonde in essa e non lo vediamo più. Possiamo guardarci la folla però. Non è quella delle grandi città. Non brulica in un’ampia piazza. Scorre lenta, oscillante, lungo vicoli stretti. È una folla non più esistente. Di morti dunque. Cammina in una città meridionale. È quella dell’infanzia di Unio. Ve lo diciamo noi narratori che Unio sappiamo chi è. E vi preghiamo di non obiettare e interrompere per ora il racconto. È gente malvestita, come se ne trova pure oggi in tutti i paesi devastati dalle guerre. Qua e là vedete i segni lasciati dai bombardamenti: muri diroccati, interni di appartamenti squarciati e anneriti dal fumo. La folla, sì, è come in un film in bianco e nero. Si accalca, fa compere in negozietti alla buona, con ingressi così stretti che i corpulenti faticano a entrare. E, se piove – ma in questo momento non piove – è un parapiglia di ombrelli che si chiudono, s’aprono, s’inclinano, si scontrano o incastrano. Noi la vediamo dall’alto. Ci piace dire: come in un presepe. In un angolo un suonatore di flauto chiede l’elemosina, ma ha uno sguardo cattivo e testardo. Non vuole spartire il posto con altri. Teme chi potrebbe fargli concorrenza. E allontana con insulti due zampognari, i quali avanzavano fra la folla suonando e forse non volevano neppure fermarsi lì. Ora che è rimasto unico padrone del campo il flautista si rilassa e riprende a suonare. La folla sembra respirare per la sua musica e questa modularsi sul ritmo lento della folla. Ma a lui la cattiveria resta dentro lo stesso.

4.
Se Unio non sta più in una casa (perché ne è fuggito o è stato scacciato? Questo è problema da trattare a suo tempo…), ma in un camerone da sfrattati, come può ancora pretendere che una donna vada a dormire con lui? Noi vediamo che il suo camerone (il cuore, dicevano una volta) è disadorno, freddo e inabitabile, senza acqua, luce e gas. E poi – ci vuole poco a capirlo – è insicuro. Sentite anche voi che sibili preoccupanti provengono dalle condutture ancora scoperte e qua e là malamente cementate. Potrebbero di botto sprizzare dell’acqua da un tubo. O addirittura del gas. Quanti guai. Come succede a chi cade d’improvviso sui sentieri, le strade o le autostrade della vita, le complicazioni s’accavallano una all’altra e fiaccano la resistenza di chi dovrebbe sopportarle. Con animo indomito secondo gli idealisti. Unio poi pare non si sia ancora accorto che il muro di una parete – quella che separa il suo camerone da uno accanto del tutto simile, abitato da un ignoto vicino, anche lui disperato e alle prese con problemi simili ai suoi – sta cedendo e pare accartocciarsi in basso a causa dei lavori che un idraulico e un muratore vi stanno facendo. Glielo diciamo. Unio vorrebbe subito bussare ala porta del vicino e dirgli che quei lavori stanno danneggiando la parete divisoria con danno reciproco. Ma il suo vicino è assillato in continuazione da visite di parenti che discutono con lui e gli danno consigli gridandoglieli ad alta voce. Così Unio, sentendo tutto, capisce che l’altro sta ancora peggio di lui. E non se la sente per il momento di andare a protestare o semplicemente a parlare.

5.
E poi, sì, anche Unio è assediato. Non può fidarsi più della donna che fino a ieri l’altro era sua moglie. Né dei figli, che pur tentano di mostrarsi neutrali. Sì, hanno aiutato Unio a portare le sue poche cose nel camerone. Ma Unio teme che anch’essi, come la loro madre, avevano voluto liberarsi di lui. Perché i padri, si sa, sono un ostacolo alla libertà. E adesso, pur mentre l’aiutano, egli sospetta che stiano rovistando nei suoi cassetti, dove ha sistemato gli indumenti di una donna che, malgrado lo stato penoso del camerone, ha accettato di dormire di tanto in tanto con lui. Sappiamo che quella di Unio non è una casa. È a pianoterra. Ha una finestra su una stradina di passaggio. E tutti, o almeno i più curiosi, possono gettarci un’occhiata dentro e magari anche entrarci da quella finestra in un suo momento di assenza o di distrazione. Unio non è padrone in casa sua. Come disse Quello. In questo momento, infatti, vediamo che si presentano davanti a Unio degli estranei. Uno è un muratore. L’altro è un idraulico. Gli stessi che stanno sistemando il camerone del suo disgraziato vicino. Gli chiedono, senza preamboli anzi con arroganza, se ha bisogno anche lui di riparare «la casa». La chiamano così. E ci sarebbe già da insospettirsi. Come hanno saputo così tempestivamente del suo arrivo lì? Unio pensa subito che il muratore sia un pregiudicato. E l’altro, l’idraulico, mentre finge di esaminare le tubature scoperte o sposta il telone di plastica che sostituisce le imposte mancanti della finestra, vuole dargli ad intendere che «la casa» non potrà mai davvero essere riparata. Forse vuole alzare il prezzo profittando della sua difficile situazione. Forse vuole soltanto umiliarlo e godere della sua disperazione. Allora Unio accetta la sfida. Va in mezzo al cortile. Sente addosso lo sguardo dei due e quelli solo in apparenza curiosi  ma in fondo indifferenti di quanti da tempo abitano lì. Sono quasi tutti vecchi. Lo stanno osservano. Come inebetiti. Alcuni nascosti dietro le finestre dei loro appartamenti ben riscaldati e arredati. Forse scommettono in cuor loro: se la caverà o non ce la farà. Unio per loro è solo un intruso. Sanno cose vaghe su di lui. Se le sussurrano di nascosto e a bassa voce. Allora Unio va proprio al centro del cortile. E si mette a gridare:«Sì, sì, mi chiamano Unio… e lo sono davvero».

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10 commenti

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10 risposte a “Ennio Abate
Unio. Psicoscrittoio (1- 5)

  1. emilia banfi

    Forza Unio! Alla prossima!
    Io ti credo

    • Annamaria Locatelli

      …no, invece io non ti credo e spero di non offendere nessuno. Il tuo racconto mi ha molto incuriosito perchè mi sembra che riguardi i rapporti sempre molto complessi e complicati che intercorrono tra fratelli, ancor di più tra fratelli gemelli…parlo per esperienza personale, anch’io sono una gemella. Il primo giovane, bello atletico e soprattutto fortunato si salva miracolosamente dalle acque del fiume, ma egoisticamente non si preoccupa della donna che gli siede accanto ; tornato a riva, é accolto nel cortile di casa con una grande festa. L’altro giovane, invece, getta nello stesso fiume, le radici comuni, il simulacro di una donna amata reale o immaginata e incomincia la sua vita solitaria…e povera. Si costruisce per contrasto al fratello “realizzato”, che forse in cuor suo disprezza e cerca altre strade, ma la delusione é dietro l’angolo, persino il sonatore di flauto che incanta la folla con la sua musica non convince… condivide ( soltanto una finta parete li separa) la nuova “casa”, uno squallido camerone , con un altro poveraccio. Vorrebbe costruire con lui un’alleanza contro gli sfruttatori ed invasori del loro spazio, già così esposto, ma non gli riesce. Allora affronta i cattivi da solo, con coraggio, troppo coraggio per essere vero…lui é uno, é intero…
      In realtà é profondamente lacerato, devo ancora capire chi é davvero, cosa vuole davvero….solo ritornando alle origini e rimettendo in discussione i suoi rapporti con il fratello “fortunato” perchè amato, la famiglia e la sua sempre rimpianta gente potrà ritrovare il bandolo…
      Per quanto riguarda la mia storia sono ancora qui che lo cerco, purtroppo, ma qualche passo l’ho fatto . Forse mi sono inventata tutto e mi scuso…Da qualche anno per caso mi sono imbattuta in testi che riguardano i gemelli e tanto mi sono piaciuti quanto mi hanno confuso le idee, l’ultimo é il tuo..

      parete li separa,

  2. Giuseppina Di Leo

    Trovo invece bello questo racconto, nato da più sogni, come mi sembra di capire, i cosiddetti sogni seriali, o giù di lì. L’immagine dell’acqua, vista inizialmente come “corrente impetuosa”, accoglie finalmente il giovane scampato al pericolo, per trasportarlo sull’altra sponda. Non tutto sembra perduto quando si è in grado di trovare un’alternativa (l’acqua/la riva opposta in questo caso). Ma del giovane non si hanno altre notizie, come un’immagine, appare per poi scomparire (diremmo all’orizzonte).
    Sto fantasticando anch’io, senza alcuna pretesa di dare una versione mia, ma soltanto lo sguardo e le sensazioni che il dettato mi procura.
    Ci sono molte storie in una storia, normalmente è così, nei sogni ce ne sono anzi di più, qui tutte racchiuse in Unio. Ma Unio, “Chi è?”, si chiede il narratore Ennio; “Ve lo diciamo noi narratori che Unio sappiamo chi è”. Sappiamo, dice. Strano allora come, nel finale, il personaggio Unio senta il bisogno di gridare il suo nome, quasi a voler trovare conferma di sé, della sua storia ‘sbagliata’. Ma come diceva quello scrittore (non ricordo bene chi) durante una presentazione, citando Kipling, non esistono storie sbagliate, ed io condivido questo pensiero. Il tema dell’errore sembra essere il centro del racconto: l’errore di aver amato, l’errore di non comprendere gli altri (ciò che dicono o vogliono) e, paradossalmente, di non essere compreso.
    Mi verrebbe da dire che siamo tutti Unio, nell’errare come nel sentire.
    La folla. All’inizio impaurita, diventa festante, per trasformarsi ancora in spettri; diventa più avanti invadente per poi tornare ancora spettatrice (come all’inizio). Tuttavia la metamorfosi si compie, passando dal guardare all’essere guardati, dal noi all’Unio, e cioè si passa dal bisogno di guardare a quello di essere guardati o di non guardare (“Lo stanno osservando”). E allora Unio “si mette a gridare” il suo nome, quasi non lo conoscessero, e noi con loro.
    Il racconto offre una infinità di spunti, sarei curiosa leggere un’interpretazione più compiuta di questa mia brevissima.
    Un rimando forte l’ho colto con i racconti di Borges, e come Dunraven, nel mostrare le rovine, anche Ennio sembra dire: “questa è la terra dei miei antenati”.

  3. Giorgio Mannacio

    Caro Ennio,benvenuto il tuo esperimento onirico-narrativo.Sul sonno e il sogno – fenomeno antichi quanto il mondo -si è scritto molto e profondamente.Sarebbe estremamente presuntuoso aggiungere qualcosa.Perciò mi limiterò a comunicare qualche notizia e a fare qualche osservazione marginale e forse ” non pertinente “. Per fortuna il sogno è di per sé ” impertinente ” Shakespeare chiamava i sogni ” i figli di un cervello ozioso ” ( Romeo e Giulietta atto I scena V ) ma si può formulare qualche fondato dubbio sulla esattezza di una così brillante e suggestiva definizione. Intanto sappiamo oggi che anche gli animali sognano. Alcuni neurofisiologi affermano che fanno eccezione ( forse ) solo i serpenti.Non è una curiosa notizia da collegare alla sua mitica malvagità? Ma vado oltre.
    Per essere pertinenti si deve puntualizzare: a ) che si crede che i sogni abbiano un significato; b ) che per attingere tale significato occorre una quantità di materiale onirico consistente; c ) che bisogna avere cognizioni specifiche. Dò per scontato il primo punto. Sul secondo osservo che le storie oniriche dateci sono scarne e parziale; c ) sul terzo che sono assolutamente incompetente.
    Sempre sul terreno della pertinenza occorre chiedersi perchè si sogna e perchè il sogno assuma modalità strane e inconsuete( con la frattura dei nessi causale,spaziali e temporali) Con estrema approssimazione e da incompetente mi sembra di poter collegare tali modalità allo stato di sonno e alle particolarità neurofisiologiche in cui lo stato di sonno ci immette.
    Da parte mia io sogno molto,non ho mai affrontato avventure psicanalitiche ed ho letto qualche contributo teorico su sonno e sogni. Non ho mai creduto del tutto alla teoria di Freud secondo cui la funzione del sogno sia quello di rimuovere dei contenuti per così dire sgradevoli e condivido l’affermazione – che capovolge l’impostazione freudiana – secondo cui è il sonno a preparare il sogno e a custodirlo e non che sia il sogno a garantire il sonno ( vd M.Mancia: Il sogno religione della mente ) .Se il sonno è un istinto ed ha quindi funzioni ” conservative ” occorre chiedersi il perché esso ” conservi ” i sogni. Questi ultimi coinvolgono – mi pare – sensazioni ed esperienze e attraverso la memoria ne perpetuano la permanenza. Il sogno dunque rappresenta una storia interna a ciascun individuo, storia che rappresenta- per ciascun individuo – una specifica ” utilità “. Azzardo: per gli animali che sognano questa utilità è rappresentata dalla memoria degli istinti primordiali di conservazione ” fisica “Per gli uomini la storia interna rappresentata e memorizzata dai sogni è una sorta di legame
    ( religio nella interpretazione di Mancia )che “unisce in una complessa relazione gli elementi emotivamente più significativi che nel tempo si sono stratificati nel nostro mondo interno ” ( Mancia ).Il sogno – dunque -individuale nell’esperienza ha contenuti collettivi
    Sempre nel campo della pertinenza, ai poeti potrà interessare la problematica tra esperienza onirica e surrealismo e la pretesa di quest’ultimo movimento di vedere nell’arte una semplice ” trascrizione ” dell’inconscio. Spero di essere stato utile in qualche ancorchè minima misura. Un acro saluto. Giorgio

    • Annamaria Locatelli

      Grazie a Giorgio per le chiarificazioni sulla natura dei sogni, che mi sembrano molto giuste. Questo racconto di Ennio Abate, che ringrazio, é come una trapunta di sogni e nel lavoro di cucitura, secondo me, si é trsformato in una sorta di autobiografia fantastica. E’ stato certo affrettato e presuntuoso da parte mia volervi leggere la trasposizione di un rapporto conflittuale tra gemelli, forse in quanto é un argomento che mi toca da vicino…ma potrebbe anche trattarsi del rapporto non risolto con la propria dualità…o niente di tutto ciò. Ora, pertanto faccio silenzio e resto in attesa di leggere le prossime puntate e i commenti

  4. Ennio Abate

    Preferisco per ora soltanto ringraziarvi per la lettura e i commenti. Quando avrò pubblicato almeno una cinquina di puntate come questa dirò la mia. Ad Annamaria Locatelli: non trovo niente di male o addirittura di presuntuoso nella tua interpretazione.

  5. Ne sono entusiasta! Seguirò tutte le puntate.

  6. semplicemente: trovo questo esperimento terribilmente affascinante.

  7. emilia banfi

    Unio datti da fare! Aspetto

  8. Maria Maddalena Monti

    Questo “narratorio” onirico mi appare come un percorso di conoscenza di se stesso, ma anche di persone e eventi esterni.
    Un viaggio che ci coinvolge con lo straniamento proprio del sogno, nelle varie tappe: quella di intatta bellezza del giovane, poi l’amara rivisitazione di luoghi difficili da amare e dai quali distaccarsi ed infine la parte più drammatica.
    Unio tocca il fondo, ma forse con quel grido inizia la liberazione.
    Aspetto le altre puntate per capire di più e meglio questa storia interessante.
    Maria Maddalena Monti

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