Ennio Abate
Dialoghetto 2013 n. 2 tra Samizdat e il Poeta esodante

1980 circa IL MATTINO DELL'IMPIEGATO anni 80 circa

Il poeta –

Per riprendere il discorso. Grama è la vita dei poeti esodanti. Ma in fondo ha gli stessi alti e bassi di quella della gente comune. Gramo davvero è invece il posto che la buona poesia occupa, e da tempo, in questa società. Diciamocelo: è un culto privato che i suoi fedeli credono di far diventare pubblico organizzandosi in cenacoli, riviste o ora anche  in blog.

Samizdat –
Ah, buoni quelli! Sono organizzatori di piccole babilonie di piccoli arrivisti!

Il poeta –

Ne ho frequentata qualcuna pure io. Sì, all’inizio feci l’errore di prenderle troppo sul serio. Avevo ancora il cervello che nostalgicamente  ricascava nei miti del passato: “salotti illuminstici”, “patrie lettere”, “comunità ermeneutiche”. E mi sbracciavo per precisare, controbattere, citare saggi, discutere poetiche. Qualche volta mi divertivo pure. Ma di solito, è vero, era tutto un discutere alla leggera di problemi grandiosi riducendoli a pillole. Era una gara di prime donne un po’ acide davanti a codazzi di attendenti ossequiosi in attesa del loro turno. Sì, l’esercizio più ripetuto era quello di gonfiare troppo il petto. Però col tempo imparai la pazienza. Imparai pure a guardare con distacco quella inevitabile ipocrisia che s’insinua come polvere in qualsiasi legame sociale. Dopotutto erano mes semblabes, mes frères, come  capì Baudelaire. Concimavano coi loro piccoli deliri di grandezza una passione in fondo sincera per l’Enigma Poesia.  Erano patetici, ma spesso anche simpatici. E qualcuno persino eroico. Bastava non farsi attirare da quel rito giocoso e sadico.  E così, invece di disprezzarli, imparai a starci in mezzo con più distacco.  Avendo in mente le tragedie di secoli di ferro, confesso che li trovavo  pure io un po’ troppo innocui. Non disturbavano né i potenti né i sottomessi. Si limitavano a lanciare invettive ai primi e a commuoversi per le miserie dei secondi. E forse, in fin dei conti, facevano più male a se stessi con quei loro sogni da cui non volevano risvegliarsi. La Poesia era la loro nuova religione. Ma a che pro sbeffeggiarli o tentare di convertirli a fare i conti con l’Amica/Nemica Realtà?  Mi parve più giusto seguirli e interrogarmi sul senso di quel loro testardo folleggiare.

Samizdat –

Ma così ti accompagni alla loro deriva! Non pensi più che bisognerebbe contrastarla, resistervi? Io, orecchiando dal Vecchio Scriba (pace all’anima sua), insisto a pensare che ci voglia un buon uso delle rovine. Anche un poeta lavoratore precario o di periferia o non laureato dovrebbe porsi questo problema. Perché nutrirsi solo di immediatezza, di cinguettii, di messaggini estatici, di complimenti evanescenti?

Il poeta –

Ma ci sono oggi rovine buone e alla nostra portata? Abbiamo detto che il cibo degli Spiriti Magni non riusciamo più a masticarlo. Non abbiamo nemmeno il tempo per provarci. Anche se strappassimo al lavoro, alla TV, a FB e via dicendo degli intervalli per leggere o rileggere un Capolavoro del Passato, esso non potrà più rivivere nella nostra mente. Quella pienezza e bellezza forse ci daranno ancora una piccola scossa. Ma sarà un soprassalto, nulla più. Il duro Mondo Reale, più o meno globalizzato come dicono, smorza e cancella ogni Ideale.  E poi a quali altre buone rovine potresti avvicinarti? Le novecentesche, in apparenza più vicine alla nostra nevrotica sensibilità? Quelle della sagrestia ermetica? Dicono ancora qualcosa gli assemblaggi patchwork delle neoavanguardie? O le nenie e i cori internazionalistici del populismo neorealista?

Samizdat –

No, non dico che dobbiamo rivolgerci ai bacchettoni della Poesia ermetica o neoermetica che vorrebbero tornare a un Ordine Spirituale per anime elette e hanno fatto di Ungaretti il prete novecentesco della Parola, della sporca religione dei poeti. E neppure ai post-avanguardisti  tutti più o meno americanizzati o ai post-arrabbiati che confondo Vita e Poesia. Tu sai che il Vecchio Scriba aveva bacchettato tutti costoro.

Il poeta –

Direi che proprio la sua opera potrebbe essere una buona rovina in questa confusione in cui navigano alla cieca anche i miei cari moltinpoesia. Ne riparliamo…

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