LETTURE PER POETI (7)
La lezione di Giorgio Orelli

orelliDa “Per salutare Giorgio Orelli* di Pietro De Marchi” su LE PAROLE E LE COSE (qui)

Negli ultimi anni, chi gli è stato vicino e sapeva che una sua raccolta di versi era pronta o quasi pronta cercava, con tutto il garbo possibile, di convincere Giorgio Orelli ad affidarla finalmente a un editore. Qualcuno addirittura gli ricordava, un po’ per celia, quello che Alessandro Manzoni, citando Petrarca, ripeteva al suo amico parigino Claude Fauriel, per incoraggiarlo a portare a termine e a far conoscere il risultato dei suoi studi: “Non lassar la magnanima tua impresa”. Giorgio Orelli aveva già scelto il titolo del suo ultimo libro di poesie: L’orlo della vita. E anche in questo caso, come per L’ora del tempo, era stato Dante a suggerigli il sintagma che avrebbe dato un sovrappiù di senso all’intera raccolta. Ma non c’era nulla da fare: Giorgio Orelli sorrideva, sapeva bene, meglio di tutti, che il tempo era il suo maggior rivale, ma non si scomponeva più di tanto.

Questa vicenda, di un libro non pubblicato, perché forse non ancora perfetto in tutte le sue parti, stando al suo severo giudizio, ci fa comprendere tante cose di Giorgio Orelli e del suo modo di concepire la vita e la letteratura, nel loro giudizioso accoppiamento. La lezione più importante è che non si deve avere fretta. I libri, come disse una volta, “si fanno con la vita”, e dunque neppure l’approssimarsi della fine deve indurci ad assecondare pressioni esterne, per quanto forti.

*Due giorni fa è morto Giorgio Orelli (1921-2013)

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7 risposte a “LETTURE PER POETI (7)
La lezione di Giorgio Orelli

  1. Dal buffo buio
    sotto una falda della mia giacca
    tu dici: “Io vedo l’acqua
    d’un fiume che si chiama Ticino
    lo riconosco dai sassi
    Vedo il sole che è un fuoco
    e se lo tocchi con senza guanti ti scotti
    Devo dire una cosa alla tua ascella
    una cosa pochissimo da ridere
    Che neve bizantina
    Sento un rumore un odore di strano
    c’e’ qualcosa che non funziona?
    forse l’ucchetto, non so
    ma forse mi confondo con prima
    Pensa: se io fossi una rana
    quest’anno morirei”

    Non è bizzarro, non è bizzarro questo incontro col linguaggio quotidiano che rivela l’infanzia? e quanto amore, quanta gentilezza vi scorre?

  2. Ennio Abate

    Scrivete le fonti da cui pigliate i versi!

  3. emilia banfi

    E questa meraviglia di sensibilità, di vita vissuta e da vivere…

    Dal buffo buio
    Dal buffo buio
    sotto una falda della mia giacca
    tu dici: “Io vedo l’acqua
    d’un fiume che si chiama Ticino
    lo riconosco dai sassi
    Vedo il sole che è un fuoco
    e se lo tocchi con senza guanti ti scotti
    Devo dire una cosa alla tua ascella
    una cosa pochissimo da ridere
    Che neve bizantina
    Sento un rumore un odore di strano
    c’e’ qualcosa che non funziona?
    forse l’ucchetto, non so
    ma forse mi confondo con prima
    Pensa: se io fossi una rana
    quest’anno morirei”

    “Vedi gli ossiuri? gli ussari? gli ossimori?
    Vedi i topi andarsene compunti
    dal Centro Storico verso il Governo? ”

    “Vedo due che si occhiano
    Vedo la sveglia che ci guarda in ginocchio
    Vedo un fiore che c’era il vento
    Vedo un morto ferito
    Vedo il pennello dei tempi dei tempi
    il tuo giovine pennello da barba
    Vedo un battello morbido
    Vedo te ma non come attraverso
    il cono del gelato”

    “E poi?”
    “Vedo una cosa che comincia per GN”
    “Cosa?”
    “Gnente”

    (“Era solo per dirti che son qui,
    solo per salutarti”)
    (tratto da Sinopie)

  4. emilia banfi

    L’ho voluta riportare tutta

  5. emilia banfi

    scusate non è il prosieguo ma un altro capolavoro.

  6. Giuseppina Di Leo

    Dopo la bella poesia postata da Lucio e da Emy, ne aggiungo una anch’io, tratta da “L’ora del tempo”.
    Trovo splendido il verso “La fontana con l’acqua si tiene compagnia.”

    Nel cerchio familiare

    Una luce funerea, spenta,
    raggela le conifere
    dalla scorza che dura oltre la morte,
    e tutto è fermo in questa conca
    scavata con dolcezza dal tempo:
    nel cerchio familiare
    da cui non ha senso scampare.

    Entro un silenzio così conosciuto
    i morti sono più vivi dei vivi:
    da linde camere odorose di canfora
    scendono per le botole in stufe
    rivestite di legno, aggiustano i propri ritratti,
    tornano nella stalla a rivedere i capi
    di pura razza bruna.

    Ma,
    senza ferri da talpe, senza ombrelli
    per impigliarvi rondini;
    non cauti, non dimentichi in rincorse,
    dietro quale carillon ve ne andate,
    ragazzi per i prati intirizziti?

    La cote è nel suo corno.
    Il pollaio s’appoggia al suo sambuco.
    I falangi stanno a lungo intricati
    sui muri della chiesa.
    La fontana con l’acqua si tiene compagnia.
    Ed io, restituito
    a un più discreto amore della vita…
    (da L’ora del tempo)

    I puntini di sospensione finali sono nel testo riportato da P.V. Mengaldo in Poeti italiani del Novecento (Mondadori, 1999).

    Che i libri “si fanno con la vita” è una lezione da maestri, di pazienza e amore per ciò che la vita riserva.

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