Ennio Abate
Gli equivoci della poesia sociale

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@ Giarmoleo

Caro Enzo,  prendo spunto da quanto detto incidentalmente nel mio precedente commento (qui ) per allargare il discorso. Non ho sollevato «la questione Polansky», ma  la questione della cosiddetta poesia sociale o civile, varie volte affrontata nel Laboratorio Moltinpoesia di Milano, esperienza a cui tu hai partecipato attivamente per anni e ora chiusa. So che la pensiamo diversamente, ma è utile confrontarci. Poi ciascuno  trarrà le conclusioni che gli paiono più giuste. Seguo perciò il filo del tuo ultimo intervento (qui) che esemplifica secondo me gli equivoci in cui  facilmente si cade quando in poesia si affacciano temi sociali d’attualità: la condizione degli homeless, degli immigrati che arrivano (quando arrivano) a Lampedusa, dei lavoratori precari o disoccupati o delle donne vittime della violenza maschile (il cosiddetto “femminicidio”). E si potrebbe risalire a tanta poesia che in passato ha  trattato il tema della lotta antifascista o della condizione operaia. Per questa basta fare il nome di Ferruccio Brugnaro. Io ricordo  pure che  negli anni Settanta usciva una rivista di poesia scritta esclusivamente da operai, Abiti lavoro. Come poi sono uscite riviste o antologia di poesia femminile o di poesia omosessuale o di letteratura della migrazione (su El Ghibli ad es.). Che hanno avuto una funzione conoscitiva mai disprezzabile, ma hanno anche rafforzato gli equivoci.

Anche per me non esiste «un solo modo di fare poesia». Non ne possono esistere però mille o diecimila. E soprattutto non può esistere una poesia che che si spezzetta per temi o per categorie sociali o fasce di età o  di professione, ecc. Banalizzo un po’, ma non esiste una poesia dei pensionati, una dei pescatori, una delle casalinghe, una dei manager, una degli impiegati, una degli adolescenti, ecc. L’attuale proliferazione delle pratiche di scrittura poetica a livello di massa (scolarizzata) non fa saltare i confini –  magari provvisori, più o meno ristretti o ampi, più o meno permeabili o impermeabili –  che distinguono la poesia da ciò che non è poesia o è parapoesia o similpoesia. O è  quel fenomeno confuso e ambivalente  che ho chiamato dei moltinpoesia. Preciso che confusione e ambivalenza non sono di per sé il negativo in assoluto o una sciagura. Non mi metto dalla  parte dell’élite contro la massa. Ma non ritengo che la massa (o il popolo, gli emarginati, gli oppressi, gli esclusi, gli ultimi, i poveri) di per sé  sia il positivo in assoluto.  O sia già, così com’è oggi, in questa precisa società, il positivo. Proprio perché essere oppressi, esclusi, poveri è un limite non una qualità.  Qui uno degli equivoci peggiori. E bada bene:  non è che solo  gli “amati” poeti, come tu sostieni, non riescono a vedere il positivo (cioé la poesia) che ci sarebbe sicuramente in tutta l’attuale produzione dei moltinpoesia o nelle migliaia di  libri e libretti, o di siti e blog di poesia (compreso questo su cui sto scrivendo, che non a caso ho voluto chiamare Poesia e Moltinpoesia per correggere l’equivoco, che invano ho cercato di non alimentare quando facevamo insieme il Laboratorio moltinpoesia di Milano!). Non è così. Neppure io e molti altri, che non siamo “amati” (cioè riconosciuti come poeti, invitati  nei salotti buoni, premiati, intervistati alla TV o non so dove), vediamo solo il positivo (cioè la poesia) in quanto oggi passa per tale in Italia (ma credo anche altrove).

Quei confini –  è sempre da verificare dove si pongono o vanno posti! – tra poesia e non poesia (o semplicemente altro dalla poesia) sono stati fissati e mutati in continuazione. Ma non possono essere aboliti. Anche oggi, malgrado  prevalga il caos nelle idee, nelle poetiche, nelle pratiche poetiche o parapoetiche,  quei confini ci sono. Ovviamente per chi sa vederli. Meglio: per chi sa vederli e non l’ignora per partito preso.  Perciò posso capire che a te non vadano i confini ristretti e magari fortificati come un castello medievale che separano, come tu scrivi, «un linguaggio più o meno aulico, raffinato o che so io» da tutti gli altri linguaggi (comuni, speciali, tecnici,ecc.). Dà fastidio anche a me che i tentativi – ripeto: confusi e ambivalenti – dei moltinpoesia vengano respinti in blocco e squalificati con termini quasi sempre dispregiativi: barbari, selvaggi, anarcoidi, plebei, populisti, ecc. Anche a me i confini  stabiliti  per difendere interessi corporativi  o accademici o editoriali non vanno. Ma non possiamo allargarli così tanto da farli semplicemente coincidere, come tu fai, con l’«Azione» o, come altri sostengono, con la Vita.

Tutti viviamo. Tutti agiamo. Ma ci sono vite che meritano di essere vissute e vite parassitarie o nocive per l’intera società. E  lo stesso vale per le azioni. La poesia poi non è un fatto biologico. È un fatto culturale. E la cultura nasce proprio separandosi – più o meno, in modi traumatici e “rivoluzionari” o in modi lenti ed evoluzionistici, disgraziatamente per alcuni,  necessariamente per altri – dalla vita, dal biologico. Le culture (oggi almeno una parte dei pensatori ammette che non esiste più una sola cultura: la propria, cioè quella nazionale, europea, occidentale per noi) si sono differenziate nel corso di una lunghissima e  spesso feroce storia. Proprio stabilendo confini. Non a casaccio, ma in base alle spinte di forze sociali e politiche e culturali che hanno portato a restringerli o ad allargarli. Tali confini possono essere e sono continuamente contestati. E, sempre a seconda delle forze sociali e politiche e culturali reali che si scontrano (e che alcuni gruppi o individui riescono a rappresentare nel bene e nel male), ora vengono ristretti a vantaggio di pochi, ora ampliati a vantaggio di molti. Mai di tutti, come  sperarono i rivoluzionari francesi o predicarono i cristiani. E questo avviene senza requie, senza mai raggiungere risultati definitivi. Questa è la storia. Che continua e smentisce tutti i proclamatori (interessati) a stabilire una «fine della storia». Basta dunque studiarsi un po’ di storia sociale o politica (ma anche solo della letteratura o della poesia) per vedere questo pendolo continuo tra epoche che – potremmo dire – “si aprono” all’altro da sé ed epoche che “si chiudono” e si arroccano.

Noi oggi stiamo vivendo ancora una volta lo scontro tra “globalizzatori” (veri e falsi però!), che vogliono spazzare via tutti i confini e “conservatori” (anch’essi veri e falsi!) che li vogliono rafforzare o restaurare. E non sappiamo dove si arriverà. Nella realtà, almeno per il momento, prevalgono, perché in posizioni di vantaggio storico (pensa agli USA dopo il crollo dell’Urss), quelli che spazzano i confini che a loro  non fanno più comodo. Eppure ne mantengono o costruiscono altri ancora più raffinati e rigidi. (Ad es. la circolazione deve essere libera per i capitali e le élites sovranazionali, ma la circolazione degli immigrati poveri viene impedita con le Lampeduse che vediamo in varie parti del mondo).
In una situazione come questa, che sta accrescendo il divario tra certi strati privilegiati delle popolazioni dei vari paesi e gli strati che stanno perdendo i minimi vantaggi dello Stato sociale (o Welfare) oppure quelli che sono restati da sempre emarginati o esclusi, che ha fatto Polansky?  All’incirca quello che fecero i populisti russi prima della rivoluzione d’Ottobre. Quelli andarono verso il popolo. Polansky è andato verso gli emarginati. O, come tu dici benissimo ma troppo idealizzando “l’Azione”, «ha solo vissuto con gli homeless e i vagabondi, come ha vissuto con i rom». Ed è qui un altro equivoco.  Sì, « Polansky è riuscito a creare con gli homeless» una relazione empatica con loro, e questo gli ha permesso di parlare della condizione di queste persone “in presa diretta”  o meno indiretta. E possiamo ammirare la sua generosità, il suo coraggio, il suo altruismo. (Ma senza lasciarsi sfuggire l’altra faccia della generosità, del coraggio e dell’altruismo, che può essere anche il narcisismo, l’esibizionismo, il prestigio che viene dall’essere portavoce di chi non ha voce propria). Quello che si sente leggendo i suoi versi è solo questo: che per lui «sono importanti i temi politici e sociali». Ma basta questo perché i suoi versi siano poesia e soprattutto *buona* poesia, capace di imporsi all’attenzione non solo di chi già è portato a simpatizzare per gli emarginati, ma anche di chi li odiasse o fosse indifferente nei loro confronti?

Non è automatico che, avendo Polansky vissuto con homeless e rom, « ci fa avvicinare ad una realtà che tentiamo di allontanare». Qui è il tuo sbaglio. Lui si è avvicinato, sì, fisicamente ed emotivamente a quella realtà sociale. Ma non è detto che noi (un noi del tutto generico), leggendo questi suoi versi, ci avviciniamo automaticamente a quella stessa realtà sociale. Ammesso poi che questo avvicinamento produca effetti benefici per gli emarginati. Anzi – so che ti scandalizzerai – chiediamoci: e se noi, leggendo i versi di Polansky sulla vita degli homeless, ci sentissimo migliori o più buoni solo perché leggiamo poesia sugli emarginati invece che sui privilegiati?

Allo stesso modo non è  affatto automatico che, quando vediamo alla TV la tragedia degli immigrati nel mare di Lampedusa, ci avvicinamo a loro. Al massimo ci commuoviamo, ci indigniamo, magari mandiamo un contributo in denaro alle Ong che si occupano di immigrati. Siamo sinceri e onesti. Dobbiamo riconoscere che il tema degli homeless o le immagini spettacolari e commoventi trasmesse dalla TV su tante tragedie di miseria e di guerra possono semplicemente impietosirci  e farci venire qualche scrupolo morale. Quando addirittura non ottengono un altro insidioso effetto: possono allarmarci, impaurirci, rafforzare le nostre pulsioni più egoistiche. Come si vede dalle reazioni viscerali della “gente” o del “popolo” anche “di sinistra” e non solo “di destra” di fronte a tanti fatti di cronaca. E, tra l’altro, è proprio questa paura sociale che viene per lo più alimentata dalla spettacolarizzazione del fenomeno degli sbarchi. Ed amministrata abilmente, come si è visto. Le massime autorità hanno proclamato una bella giornata di lutto nazionale, molto sentita “dalla gente” (da una parte della gente!). E il silenzio subito dopo è calato. Si sono quietate le invettive, le indignazioni, le emozioni vere o artificiali. E i responsabili politici di quelle tragedie restano con le loro facce di bronzo ai posti di comando. Perché?  Perché i “buoni” si sono accontentati ancora una volta di aver provato pietà e non hanno voluto ragionare più a fondo sul fatto che i “cattivi”, che non sono soltanto gli scafisti (o i poliziotti nei versi di Polansky) stanno già preparando il prossimo intervento umanitario a suon di bombe e Tornado o  stanno  continuamente aumentando le spese per  addestrare  nuove polizie e corpi speciali in vista di eventuali rivolte urbane. È questo  insieme di cose che Polasky proprio non vede. È questa realtà, che non si coglie certo vivendo con gli homeless per qualche mese o anno, che non entra nei suoi versi e che non si fa poesia.

Per dimostrarti che non ho i pregiudizi che mi attribuisci, io potrei allargare in teoria i confini della poesia come tu vuoi e farci rientrare anche i versi di Polansky. Resta però il fatto che, anche se riconoscessimo questi suoi versi come poesia, essi  non hanno quella autenticità e qualità per convincere quelli che – a ragione secondo me –  ritengono che non è trattare  in versi certi temi (homeless, immigrati, femminicidio, ecc.)  a garantire che essi raggiungano quel grado di elaborazione  linguistica, comunicativa, di pensiero, che permette di dire: qui c’è poesia e buona poesia che ci fa vedere la realtà daun punto di vista insospettato e… ci mette davvero in crisi.

Non ti puoi accontentare del fatto che in quei versi « riemergono il suo [di Polansky] sapere, la sua empatia, il suo taglio giornalistico, il suo particolar modo di poetare, i finali inquietanti , esplosivi, l’ironia, il ritmo del linguaggio» (tutte cose, tra l’altro da dimostrare). Io, come ho detto, trovo questi versi pietistici, descrittivi, a volte banali («i britannici in cambio/ si presero Hong Kong, /ma alla fine/ l’abbiamo riavuta», p.43), a volte rozzi («La fottuta bandiera americana/ non significa più/ un cazzo», p. 17), a volte piattamente maschilisti («Non importa quel che si dice,/ le donne preferiscono ancora /farlo al buio», p. 79). E, se ci tieni, potrei fare un’analisi più accurata e documentata.
Ritengo perciò sbagliato dire che è «normale per molti prendere le distanze da questo tipo di poesia» perché essa «appartiene ad un altro pianeta diverso dal pianeta dei poeti ufficiali in Italia». No, non sta affatto su un altro pianeta. Sta, ma ai livelli più bassi (sempre per me), nel filone tradizionale della poesia sociale e di denuncia (generica). Non sfiora neppure la forza, la precisione, l’immaginazione ragionata e accurata che  troviamo, ad esempio, nella poesia di un Brecht. E non c’è nessun «approccio fondamentalista» da parte mia nel muovere queste critiche. Né si può dire che Polansky «non rispetta i canoni». Rispetta i canoni di un realismo in modo povero, descrittivo e diaristico. Non si può scambiare «l’empatia di Polansky» verso gli homeless o i rom per poesia. L’empatia è solo l’anticamera di una possibile poesia. Sta prima del linguaggio e del lavorio che il poeta fa su un’emozione, un’esperienza, un’idea.  Quella empatia potrebbe esprimersi in altro modo: con gesti, carezze, atti gentili. Ma questi non sono poesia. (O, se proprio vuoi, lo sono soltanto metaforicamente). E non è neppure, come tu dici, questione di metrica, di metafore, di figure retoriche. Queste possono benissimo esserci in Polansky o in poeti più acculturati di lui. Ma di per sé anche la presenza o l’abbondanza di tali elementi non fa poesia. Certi accorgimenti tecnici o un certo mestiere si possono apprendere facilmente da autodidatti con l’esercizio o, oggi, iscrivendosi a qualsiasi scuola di scrittura. Sono, come ho appena detto a proposito dell’empatia di Polasky, solo l’anticamera della possibile poesia.
Polansky per me resta, dunque, un costruttore di versi che utilizza – non so se furbescamente o ingenuamente o in piena sincerità – alcuni strumenti  della poesia sociale realistica (quelli più elementari, descrittivi, patetici) per attirare l’attenzione del pubblico su certi temi sociali (non a caso è «attivista per i diritti umani»). Ma per me va elogiato come attivista e militante non come poeta.

Per finire. Chiediamoci se troppo facilmente l’importanza che noi diamo ad un contenuto (in questo caso alla condizione degli homeless) non ci faccia essere tolleranti e di bocca buona nel giudicare come quel contenuto viene tradotto in parole e, meglio ancora, in poesia. L’equivoco si ripresenta ogni volta che una questione sociale occupa il nostro immaginario. Quanta poesia sociale si fece durante la Resistenza o attorno al ’68? Riletta adesso che reazioni suscita? Quanta di essa resiste ancora? Accorsi (qui) fa il paragone con l’Antologia di Spoon River di Lee Master. Bene. Sfido a confrontare questi versi di Polansky con quelli di Spoon River. O le immagini di Polansky con quelle di Lee Master. Nel primo caso abbiamo uno schizzo generico. Nel secondo abbiamo una sintesi plastica dell’intera vita di un personaggio e di una società. Non ci prendiamo in giro.

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30 commenti

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30 risposte a “Ennio Abate
Gli equivoci della poesia sociale

  1. emilia banfi

    Nella poesia di Polanski viene evidenziata nella povertà dell’avere la ricchezza dell’essere e la forma da lui scelta è la migliore in quanto racconta questo essere così vero e forte nel modo più efficace usando quella voce che solo la convivenza può dare.

    • Ennio Abate

      @ Banfi

      …povertà dell’avere (!)… ricchezza dell’essere (!)…la forma da lui scelta è la migliore (!)… essere così vero e forte (!) … voce che solo la convivenza (quale? con chi?) può dare (!).

      Chi si contenta gode. Visto che il mondo è pieno di poveri e che la povertà è ricchezza dell’essere vero e forte, gridiamo evviva al capitalismo, che li moltiplica in continuazione. Ed evviva ai paraocchi che permettono questa bella convivenza tra ricchi e poveri.

  2. emilia banfi

    @Abate

    stavo parlando di poesia che nasce convivendo ed aiutando i poveri, certo è la politica che deve pensare a sconfiggere la povertà, ma questo non vieta a nessuno e nemmeno ai poeti la sensibilità necessaria per aiutare e portare la loro voce nel mondo, Non è questione di rassegnazione , né di rabbia , aiutare e parlare della miseria può dare molti frutti e il restare a guardare senza agire per qualcuno è molto più penoso che non aiutare. La poesia certo è solo un veicolo che potrebbe fare più di quanto ci aspettiamo. Quando ho parlato della differenza che esiste tra la povertà dell’avere e la ricchezza dell’essere, mi riferivo alla poesia di Polanski che evidenzia questo proprio per farci capire che nonostante la povertà questa gente ha una sua dignità degna di rispetto e aiuto e diritti che tutti dovrebbero avere. Per quanto riguarda la convivenza è noto che Polanski ha convissuto con queste persone per molto tempo. Le persecuzioni,il razzismo poi fanno tutto il resto…ma anche questo sarà un problema politico, aspettiamo , magari andiamo a votare qualcuno che si merita di più di quanto si merita Polanski.

    • Ennio Abate

      @ Banfi

      La poesia « che nasce convivendo ed aiutando i poveri» non esiste. La funzione della poesia non è questa e non può essere questa.
      La memoria dei lettori di questo blog (e del precedente) è troppo corta. Nel precedente blog avevo proposto e commentato in varie puntate l’intervista ” Che cos’è la poesia?” data da Fortini a RAI Educational nel 1993 (http://moltinpoesia.blogspot.it/2010/10/proposta-di-lavoro-n1-ottobrenovembre.html ).
      A rileggerla, si inquadrerebbe meglio il problema qui in discussione. Stralcio alcuni passaggi tra i più calzanti:

      1.
      In un passo del vecchio Goethe si legge: “quando si hanno delle cose da dire si dicono in prosa, è quando non si ha nulla da dire che si scrivono poesie”, il che è abbastanza sorprendente considerando che chi diceva queste cose aveva scritto credo una massa di poesie sterminata per tutta la sua vita. E tuttavia c’era qualcosa di vero: quando non si ha nulla da dire nel senso di comunicazione, quale può essere la comunicazione prosastica, allora si adopera quel mezzo di comunicazione che dice altro da quello che direbbe la prosa. La poesia non vuole comandare, non vuole persuadere, non vuole indurre, non vuole dimostrare. Si impone con l’autorità dell’ istituzione letteraria che essa evoca o rivive, si impone con l’adempimento di un rituale, di un cerimoniale. Insomma, anche la poesia più apparentemente privata chiama in vita una parte della coscienza collettiva, allude al valore non individuale del linguaggio, produce un senso.

      2.
      La poesia parla di qualcosa e nello stesso tempo parla di se stessa. La voce della poesia dice questo o quello, ma lo dice in modo che un effetto d’eco ci ricorda sempre che non la si può prendere in parola. Naturalmente questo irrita coloro che vogliono opinioni, vogliono scelte, sentimenti immediati. Ebbene questa sua ambiguità fondamentale è la sua lezione, una lezione insostituibile. Insomma, nella poesia ci si trova di tutto ma lo si trova ad una distanza tale che ricorda continuamente la necessità di prendere le distanze

      3.
      Se il dire della poesia non è un dire strumentale dobbiamo immaginare che la poesia non ha nessuna intenzione di agire sulla realtà?

      Spesso – dice Adorno – ciò che apparentemente sembra il più lontano, il più remoto dall’appello all’azione e all’immediatezza, ha la funzione di mostrare l’insostenibilità del mondo che ci sta intorno, la stessa funzione che ha il bicchiere di grappa dato al soldato che deve uscire dalla trincea per affrontare il fuoco nemico. Certo aveva ragione quel grande scrittore e poeta cinese che negli anni Trenta circa diceva che una canzone battagliera anche di pessima qualità, come possono essere gli inni patriottici, serve benissimo per incitare gli animi, per commuoverli, ma che per battere il nemico – Lu Hsun parlava degli ufficiali di artiglieria – è meglio usare i cannoni. E tuttavia esistono opere poetiche apparentemente lontanissime dall’impegno che hanno avuto la funzione di indirizzare gli animi ad azioni generose, a scelte moralmente ricche come è il caso per esempio della poesia di Leopardi, cosa che il nostro De Sanctis aveva visto benissimo.

  3. Credo che il discorso di Ennio, col quale mi pare di essere d’accordo, nella sostanza ponga una questione forse complessa ma forse no: dipende da cosa ci sta “dietro” questo termine, “poesia civile”, che a mio modo di vedere NON delinea un genere letterario allo stesso modo in cui si dice poesia”lirica” o “elegiaca” o “satirica” o altro, che rende conto di un modo di scrivere, di una categoria letteraria. “Poesia civile” invece non si riferisce a un modo di scrivere, ma a un oggetto descritto, un insieme di problemi e temi che indagano un ambito collettivo, un ambito esistenziale e vitale, l’orizzonte della cronaca e della storia. Tant’è che la poesia civile è “anche” altro, appunto “anche” lirica o elegiaca o giocoso-satirica o quello che si vuole. “Civile” sta dunque per una distinzione di comodo, una informazione sui contenuti e non sul genere di poesia. Così come è dire “poesia femminile”, poesia “erotica”, “omoerotica”, ecc. In altre parole, la poesia “civile” come genere letterario non esiste e, se volessimo essere ancora più precisi, non esistono suddivisioni neppure letterarie che abbiano un significato critico, e anche la distinzione fra “generi” di poesia, a mio avviso, lascia il tempo che trova. Ci sono soltanto due generi di poesia: la buona poesia e la cattiva poesia e questa distinzione è lecita soltanto se suffragata da adeguate argomentazioni critiche che reggono nel tempo. Il tempo e la fortuna letteraria dell’opera poi, saranno loro a stabilire la validità di una certa poesia, non certo noi contemporanei che, più o meno criticamente, entriamo con i nostri giudizi a far parte della fortuna dell’opera (giudizi che col tempo verranno avvalorati o spazzati via da una critica sempre più approfondita e meglio argomentata – ovviamente se l’opera sopravvive nel tempo).
    Se un certo poeta ha deciso (sente dentro di sé) che è portato a scrivere poesia civile, è inutile che scriva poesia naturalista (e perché non potrebbe esserci una poesia “naturalista”?) o scientista (e perché non potrebbe esserci una poesia “scientista”?) o altro: se è davvero questo che sente e vuole: fare altro sarebbe scrivere cose false. Ma se scrive poesie “civili” per un imperativo morale o per dare sfogo alla sua indignazione o per “dare voce a chi non ha voce”, credo sia fuori strada, perché la sua ispirazione non è autentica ma ideologica; non parte da un imperativo della sua integrità di persona ma da un ragionamento, una filosofia, un ideale. Certo, all’interno di questa composizione, magari troveremo dei momenti di vera ispirazione e di autentica poesia, che in qualche modo la salva dalla finzione letteraria e dalla inautenticità, ma bisogna vedere a quale livello. Non dimentichiamo che il poeta è un uomo, non un fabbricante di versi e io voglio sentire l’uomo (o la donna ovviamente) che scrive, non un “pensiero” (sociale, femminile, ecc. ecc.). Se io sento l’uomo o la donna e vedo che scrivono poesia civile o femminista, mi sta bene, ma non perché scrivono poesia civile o femminista, ma perché scrivono poesia autentica, vera, non un vezzo letterario che maschera una intenzione diversa. Leopardi, ad esempio, nella sua poesia riversa molto del suo pensiero filosofico (non così brillante ma neppure grezzo) e certo lo sappiamo individuare, ma scrive da poeta, non da filosofo. Tanta poesia civile che leggo, invece, assomiglia a un reportage giornalistico o a un racconto (scritto male) con qualche “cazzo” ogni tanto disseminato nel testo, qualche lagrimuccia pietista di chi sta bene e vuole in qualche modo sgravarsi di un rimorso, che vuole così darci ad intendere che, anche se appartiene alla ricchezza, tuttavia fa il suo dovere civile di scrivere sulla povertà: un modo insomma per autoassolversi, per distinguersi narcisisticamente e proporsi all’attenzione come “caso” letterario, come poeta “diverso”. Non ci sono le voci di chi non ha voce: chi non ha voce non ce l’ha e basta. Interessante sarebbe invece, senza suonare tante campane, che noi aiutassimo chi non ha voce a trovarla, perché la poesia e la cultura umanistica non hanno bisogno di grandi budget finanziari ed aiuti economici particolari: basta poco, ma anche quel poco oggi è negato e, che io sappia, non c’è nessun gruppo culturale che si cura di aiutare chi non ha voce a trovare la sua voce (poetica): tutti vogliono rappresentarla, ossia snaturarla; oppure, in un rigurgito di retorica carducciana, magari nella sostanza anche se la forma è diversa, vogliono rappresentare il sentimento collettivo, fare i vati, i poeti delle masse o delle piazze. leggiamo (cito a caso) “I dodici” di Blok: quella è poesia civile, anche se l’ideale o l’ideologia lì vi sono rappresentati: il problema è “come” e il “come” è lo stile, il sentimento, l’emozione che Blok mette nel suo testo e che ci contagia, ci sobilla, ci rende diversi da prima, che arricchisce il nostro orizzonte. L’orizzonte di certa poesia civile odierna è invece molto meglio rappresentanto nelle cronache giornalistiche o nel pensiero di qualche sociologo: allora leggiamo i libri di inchiesta o di sociologia e faremo molto meglio, ne ricaveremo qualcosa che resta, non acqua fresca che passa su una pietra e va oltre…
    La poesia civile invece è una grande poesia quando esprime il sentimento di chi la scrive e si pone in atteggiamento colloquiante: magari provocatorio ma vocativo, comunicativo, contagiante e non retoricamente freddo e giornalistico/descrittivo. La poesia infatti è una lingua integrale, una lingua di contagio, immediata, senza sovrastrutture ideologiche intenzionali, ossia senza l’intenzione di farne uso per qualche cosa, per qualche scopo che sia diverso dallo scrivere poesia.

  4. Michele Arcangelo Firinu

    SULLA QUESTIONE DELLA POESIA DI PAUL POLANSKY
    Riporto qui sotto tre “poesie” di Paul Polansky (dal sito http://www.settemuse.it/poesia/poesia_paul_polansky.htm).
    Poi rielaboro le andate a capo.
    Le ricopio tali e quali come se fossero prose. E non ho alcun dubbio che si tratti
    di prose.
    Apprezzo la sensibilità di Polansky, sono solidale con le sue prese di posizione,
    ma leggo solo delle prose. Neppure poetiche. Neppure eccelse.
    Michele Arcangelo Firinu

    PIETRE TOMBALI
    un anno dopo la morte di Shemo
la moglie mi chiese di andare a prendere
due grandi pietre
da un fiume limpido
in montagna
per la tomba di suo marito
secondo la tradizione dei Rom
i morti non hanno acqua in cielo
a meno che qualcuno non metta
due grandi pietre di fiume
sulla loro tomba

senza le pietre
sono costretti ad elemosinare l’acqua
il che va bene sulla terra

ma non in cielo.
    Paul Polansky

    PIETRE TOMBALI

    Un anno dopo la morte di Shemo
la moglie mi chiese di andare a prendere
due grandi pietre da un fiume limpido in montagna per la tomba di suo marito.

    Secondo la tradizione dei Rom i morti non hanno acqua in cielo
a meno che
    qualcuno non metta due grandi pietre di fiume sulla loro tomba.
Senza le pietre
    sono costretti ad elemosinare l’acqua,
il che va bene sulla terra, ma non in
    cielo.

    PARADISO E INFERNO

La volta che sono stato più vicino
a vedere un bagliore celestiale
è stata guardando la luna
salire
sopra il tetto di tegole
di una casa di zingari
a Preoce.
La volta che
gli abitanti
di quella casa
sono stati più vicini a vedere
le fiamme dell’inferno,
è stata quando la NATO
ha bombardato
il loro cortile.
Come succede a molti
missili da un milione di dollari,
quello
non è esploso.
Ha solo ucciso
un vecchio gallo
che non la smetteva di cantare
alle tre
di mattina.
Non è sempre un male
avere l’America
che ti bombarda il cortile.

    PARADISO E INFERNO

La volta che sono stato più vicino
a vedere un bagliore celestiale è stata guar-
    dando la luna
salire sopra il tetto di tegole di una casa di zingari a Preoce.
    La volta che gli abitanti di quella casa sono stati più vicini a vedere
le fiamme dell’inferno, è stata quando la NATO ha bombardato
il loro cortile. Come succe-
    de a molti missili da un milione di dollari,
quello non è esploso. Ha solo ucciso
    un vecchio gallo che non la smetteva di cantare
alle tre di mattina. Non è
    sempre un male avere l’America
che ti bombarda il cortile.

    UN LAVORO DA BAMBINI

    Tutti a Lety dovevano lavorare,
    anche noi bambini.

    Ogni mattina venivamo
    portati nella foresta
    a prendere legna secca.

    Dovevamo accatastare questa legna
    accanto ai cadaveri
    in modo che potessero essere bruciati.

    Dietro il campo era stata scavata
    una buca profonda in modo che
    gli zingari che scappavano
    ci sarebbero caduti dentro.

    Se un prigioniero veniva trovato
    nella fossa gli sparavano.
    Poi dovevamo portare la legna
    per bruciare anche il suo corpo.

    Dovevamo anche portare la legna
    per bruciare i corpi nudi
    delle donne usate dalle guardie,
    e di quelli che morivano di tifo,
    e di quelli che le guardie affogavano
    nei fusti di acqua piovana e nel lago.

    Quando i bambini si ammalavano
    il dottore faceva
    un’iniezione sul
    cuore, e dovevamo
    bruciare anche i loro corpi.

    Ricordo quando ho dovuto
    portare pezzetti di legno
    per bruciare il corpo
    del mio fratellino appena nato.

    Gli avevo dato il mio pane,
    ma non è stato sufficiente.

    UN LAVORO DA BAMBINI
    Tutti a Lety dovevano lavorare, anche noi bambini. Ogni mattina venivamo portati nella foresta a prendere legna secca. Dovevamo accatastare questa legna accanto ai cadaveri in modo che potessero essere bruciati.
    Dietro il campo era stata scavata una buca profonda in modo che gli zingari che scappavano ci sarebbero caduti dentro. Se un prigioniero veniva trovato
    nella fossa gli sparavano. Poi dovevamo portare la legna per bruciare anche il suo corpo. Dovevamo anche portare la legna per bruciare i corpi nudi delle donne usate dalle guardie e di quelli che morivano di tifo e di quelli che le guardie affogavano nei fusti di acqua piovana e nel lago. Quando i bambini si ammalavano il dottore faceva un’iniezione sul cuore, e dovevamo bruciare anche i loro corpi. Ricordo quando ho dovuto portare pezzetti di legno per bruciare il corpo del mio fratellino appena nato. Gli avevo dato il mio pane,
    ma non è stato sufficiente.

  5. alberto accorsi

    Riporto qui sotto una poesia di Montale. Poi rielaboro le andate a capo.
    Le ricopio tale e quale come se fosse prosa. E non ho alcun dubbio che si tratti
    di prosa.
    Apprezzo la sensibilità di Montale , sono solidale con le sue prese di posizione,
    ma leggo solo delle prosa. Neppure poetica. Neppure eccelsa.

    L’alluvione ha sommerso il pack dei mobili, delle carte, dei quadri che stipavano un sotterraneo chiuso a doppio lucchetto.
    Forse hanno ciecamente lottato i marocchini rossi, le sterminate dediche di Du Bos, il timbro a ceralacca con la faccia di Ezra, il Valèry di Alain, l’originale dei Canti Orfici – e poi qualche pennello da barba, mille cianfrusaglie e tutte le musiche di tuo fratello Silvio. Dieci, dodici giorni sotto un’atroce morsura di nafta e sterco. Certo hanno sofferto tanto prima di perdere la loro identità…
    Ma occorre proprio riportarla tutta?

  6. emilia banfi

    Nella prosa non può esistere poesia? o viceversa?

  7. Ennio Abate

    POESIA IMPROVVISATA
    IN ATTESA D’ESSERE MESSA IN P(R)OSA

    Amici, cosa fate!
    Ragionate.

    La prova dell’otto
    per dire se Polansky o Montale
    son poeti in assoluto
    non esiste.

    Non sta certo
    nello stirare i versi in righe continue:
    Toh, questa è prosa!
    O tagliuzzare quelle a spezzatino, e gridare:
    Poesia!

    La buona poesia è gemella della buona prosa.
    La cattiva è anche brutta prosa.
    E viceversa.

    Non è il verso
    o la sua lunghezza
    a fare poesia.

    Pure nella (buona) prosa
    (sdraiata, celata) se ne sta la poesia.

    Prosa e poesia
    amoreggiano spesso
    nello stesso letto.

    O se lo scambiano
    (e litigano pure):

    Stanotte ci stai tu là!
    Giammai, non mi va!
    Vacci tu!
    Ci son già stata!
    Bugiarda!
    Screanzata!

    Qualcuno le vuole
    separate.

    Bambina lirica possibilmente folle
    la poesia.
    Adulta posata tutta argomentata
    la prosa.

    È una grande boiata.

  8. emilia banfi

    @ Abate
    io la lascerei così
    è una boiata
    ma…spiegata!

  9. emilia banfi

    @ Abate
    La poesia che nasce aiutando un povero non esiste…Questa è bella!
    Sul fatto che tu non ritenga poesia quella fatta da Polanski, posso accettare il tuo parere anche se non lo condivido, ma che non possa nascere poesia nell’aiuto e nella solidarietà , davvero mi sorprende questa tua affermazione. La poesia nasce quando non si ha nulla da dire? Io rispondo : la poesia se poesia deve essere nasce quando vuole.

  10. Giuseppina Di Leo

    A proposito di homeless, un articolo apparso lo scorso anno citava che in America, nel 2012, erano circa 636.000 le persone che vivevano per strada, un dato che, se pure allarmante, era comunque in calo dell’1% rispetto a quello dei tre anni precedenti. Ai senzatetto la ricerca della felicità è una promessa negata, scriveva la giornalista (F. Colonna). Se non hanno una casa gli homeless hanno però un «indirizzo online e una storia e, aiutati da associazioni come Invisible People (www.invisiblepoeple.tv) […], la raccontano in Rete». Una sorta di ‘opportunità’ data per esprimersi e che sembrerebbe dunque vantaggiosa per condividere con gli altri le proprie esperienze, ma che, proprio per questo motivo, io leggerei come un maniera per controllare, un’anagrafe di chi non ha nome, o un ‘chi l’ha visto’, le cui finalità non sono così difficili da capire in un sistema di controllo mediatico (e non solo) com’è quello in cui viviamo, globalizzante totalizzato.

    Per quanto riguarda la poesia di Polansky, anch’io come Gianmario Lucini condivido, in linea generale, la visione di Ennio Abate, soprattutto quando afferma che «non può esistere una poesia che si spezzetta per temi o per categorie sociali o per fasce d’età o di professione, ecc.», per evitare i famosi “equivoci” di buonismo di cui parla, ma anche per la mancanza di quel “noi” che avvicini alla verità e distinguerla dal falso (se ho ben inteso). Convengo dunque nel discorso di Ennio che la realtà degli zingari o degli homeless in generale è l’altra faccia della ricchezza, allo stesso modo in cui la marginalità del meridione o il suo sottosviluppo è il prodotto dello stesso sviluppo capitalistico (Mangano).
    Resto perplessa sulla condanna della «denuncia generica» (Abate), troppo limitante a mio avviso, perché a questo punto l’intera produzione poetica dovrebbe essere mandata al macero, mentre invece io non lo credo. Penso cioè che occorra sempre denunciare, usando le forme e i modi che sono propri di ciascun poeta, fosse pure in maniera “generica”. Perché, se è vero, com’è vero, che la poesia “non è un fatto biologico bensì culturale” (Abate), a maggior ragione anche da un ‘risultato imperfetto’ potrà sempre nascere una poesia che sia tale con tutta la sua realtà, prima intravista solo in parte.

  11. enzo giarmoleo

    @ Abate
    Ennio,

    Quando parlo di P. non parlo di poesia civile parlo solo di quello che questa poesia mi trasmette, le emozioni che mi fa scatenare, le riflessioni infinite che mi spinge a fare. Non capisco perché vuoi trascinare Polansky dentro scenari che ti sono congeniali dove ti muovi con destrezza, per demolirlo. P. ha scritto poesie sugli zingari in particolare sui rom, sui vagabondi , gli homeless, sui boxer senza pensare ai catologhi di cui tu parli ma solo per scrivere poesia. Ma poi perchè non vi può essere una poetica degli homeless o anche una poesia per ogni homeless? Chi lo dice che questa debba essere necessariamente poesia pietistica. Siamo ben lontani da quel tipo di poesia. Non si parla qui di generosità o altruismo, anzi emergono limpide la rabbia, la sfida contro il potere. Senza contare che invece al contrario di quello che dice Abate vi sono delle tecniche nella narrazione poetica di P. che hanno effetto estraniante e non del tutto gastronomico proprio simile a quello del teatro brecthiano. Resta un disagio, segue una riflessione dopo la lettura di queste poesie perché in ognuna di esse il lettore ha la possibilità di uscire dal racconto proprio ad evitare la condizione pietistica. Come si può dire che un servizio giornalistico serve a farci conoscere gli immigrati, gli homeless, più di una poesia. Forse non hai letto bene le poesie o non le hai lette tutte. Hai volutamente estrapolato alcuni versi dandogli un significato estremamente negativo; è un pò quello che fanno i censori o i moralisti senza capire che chi sta parlando (un homeless) è uno come noi, non diverso da noi. Si fanno sempre degli errori quando si estrapolano parole fuori dal contesto. Lo hanno fatto i giudici che volevano condannare l’autore e l’editore di “ Howl “ alla fine dovettero cedere ma non capivano che le parole e la perversione di Howl non erano quelle di Ginsberg ma quelle del sistema come la rozzezza di cui tu ti scandalizzi . Tu li trovi rozzi questi homeless ma prova a pensare, anche tra noi ci sono i maschilisti o solo noi possiamo esserlo? E’ come l’homeless “pazzo” quando ci vuole far capire che nessuno può dire loro cosa mangiare fumare spararsi in vena , sniffare, proprio come noi, non c’è alcuna differenza. Quando dico che la poesia di P è azione voglio solo dire che non nasce in uno studiolo ma sulla strada perché la gente che fa parte della sua poetica viene dalla strada. Azione vuol dire difendere i diritti degli ultimi della terra. E’ da questo background che nasce la sua poesia. Si, è vero l’empatia è elemento importante e si sente nei suoi scritti, l’empatia gli è servita per creare un rapporto con gli homeless e anche per diventare uno dei più grandi difensori dei diritti umani a livello globale e a denunciare pubblicamente istituzioni internazionali come le Nazioni Unite. Ma questa è un’altra storia! Indubbiamente queste esperienze emergono nelle sue opere, d’altra parte non credo a canoni fissi standardizzati che servano per sempre e che ci suggeriscono come deve essere la poesia . Questo di P oltre che essere il suo modo di fare poesia, mi sembra un nuovo approccio, un modo nuovo di intrecciare sociologia, antropologia, giornalismo. Il risultato è diverso dalla sola sociologia, antropologia etc. in questo caso e’ Poesia ! Senza neanche ideologia proprio perché nasce dall’esperienza. Lo stesso P dice “Penso che le poesie debbano essere vissute prima di essere scritte.” O è vietato?
    E poi a che serve dire che ci sono poeti più acculturati di lui. Dove ci può portare tale affermazione ? Mi sembra una continua esagerata spinta al confronto alla competitività una strumentalizzazione, un continuo mettersi a confronto per non si sa quale vantaggio. Bisogna essere ciechi per non vedere attraverso gli occhi e le parole degli homeless uno spaccato di questa strana società. Mi sembra che tu poni molti recinti che sono strumentali ai tuoi canoni, alla tua ideologia. Da una parte sembra che tu mostri grande apertura a varie possibilità poi quando vuoi distruggi il giocattolo perché non vuoi distaccarti dal gioco di quelli che pensano di comandare anche nella poesia. Mentre dici “io potrei allargare in teoria i confini della poesia come tu vuoi (?), e farci rientrare i versi di Polansky…”, affermi che quei versi non hanno quella autenticità e qualità per convincere quelli che a ragione secondo me ….
    Chi sono “quelli che a ragione” di cui ti rendi servile e che non fanno altro che mettere paletti. Non credo che P. o altri scrivano per soddisfare le esigenze di costoro. Chi scrive non pensa mai a queste dosi massicce di controllo che serve solo ad omologare.
    Ma che senso ha tutto questa operazione distruttiva. La poesia non si fa condizionare dai canoni etici,estetici o di origine controllata.

    Vi mando una poesia di Polansky che trovo molto poesia. Chi parla è Doroty . Nel libro, per ogni homeless c’è una biografia breve.

    MY SCISSORS

    In the county home
    I used to sew all day.
    Darning socks,
    crocheting dollies.

    But they wouldn’t
    let me carry
    a pair of scissors
    in my apron.

    That’s what I like
    about living on the streets.
    These days, no one takes away
    my scissors.

    LE MIE FORBICI

    Nel centro d’accoglienza della contea
    cucivo tutto il giorno.
    Rammendavo calze,
    e lavoravo all’uncinetto.

    Ma non mi permettevano
    di tenere
    le forbici
    nel grembiule.

    Ecco quello che mi piace
    del vivere in strada.
    Oggi nessuno, mi porta via
    le forbici.

  12. Ennio Abate

    @ Giarmoleo
    L’ho detto subito che abbiamo posizioni contrastanti. L’utilità allora di una discussione tra noi sta nel chiarire lealmente le rispettive posizioni. E poi amici (o nemici) come prima. Io non ho nessuna Verità assoluta da importi. Dico la mia opinione, quello che penso e stop. Non mi propongo di convincerti. Se ci stai, possiamo continuare, se no chiudiamo qui.

    Per il momento tengo a precisare:

    1.Che ti sbagli ad attribuirmi secondi fini: «vuoi trascinare Polansky dentro scenari che ti sono congeniali dove ti muovi con destrezza, per demolirlo»; « Hai volutamente estrapolato alcuni versi dandogli un significato estremamente negativo; è un po’ quello che fanno i censori o i moralisti»; « Ma che senso ha tutto questa operazione distruttiva».
    Sai che non ho alcun potere editoriale o politico. Non posso né promuovere né abbassare nessuno. E Polansky poi conta cento volte più di me e può farsene un baffo delle mie critiche.

    2. Non ho scritto che un homeless non «è uno come noi» (come se lo considerassi un sub-umano o altro); ma, certo, vive in una condizione diversa dalla mia e dalla tua. Cosa innegabile e che pone varie domande sugli homeless, su noi, sulla società e, visto che si è tirato in ballo la poesia sul rapporto tra problemi sociali e poesia.

    3. Non ho scritto che trovo gli homeless «rozzi». Ho scritto che trovo rozzo il verso di Polasky (da lui inventato o trascritto): «La fottuta bandiera americana/ non significa più/ un cazzo», p. 17-

    4. «I diritti degli ultimi della terra» sarebbe bene che se li difendessero loro direttamente. Ci sarebbero meno equivoci. Quando li vedo difesi da quelli che non sono gli «ultimi della terra», so che il discorso si complica. Tra questi difensori “d’ufficio” ci sono delle onestissime persone, ma ci sono anche dei volponi. Oggi poi i diritti umani li difendono tutti. E anche con gli eserciti, a suon di bombe. Quindi il discorso è come minimo pieno di ambiguità.

    5. Il punto massimo di dissenso tra noi sta in questo: tu fai coincidere difesa dei diritti umani (da parte di Polansky) e poesia. Io la penso diversamente: «per me [Polasky] va elogiato come attivista e militante non come poeta». E l’affermazione di Polansky che tu riporti (“Penso che le poesie debbano essere vissute prima di essere scritte”) per me alimenta gli equivoci: le poesie non si possono *vivere*; sono altra cosa dalla vita ( ho fatto la distinzione tra fatto biologico e fatto culturale); le poesie si scrivono (e vanno giudicate come scritture per come trattano un contenuto e non per l’importanza che alcuni attribuiscono a quel contenuto).

    6. Ho chiarito che i poeti più acculturati non sono poeti *perché più acculturati*. La poesia può nascere da chi ha una cultura elementare e da chi ha una cultura complessa.

    7. Sarebbe bene riportare interamente quanto ho scritto: i versi di Polansky «non hanno quella autenticità e qualità per convincere quelli che – a ragione secondo me – ritengono che non è trattare in versi certi temi (homeless, immigrati, femminicidio, ecc.) a garantire che essi raggiungano quel grado di elaborazione linguistica, comunicativa, di pensiero, che permette di dire: qui c’è poesia e buona poesia che ci fa vedere la realtà da un punto di vista insospettato e… ci mette davvero in crisi». Non posso mettere nessun paletto o divieto (per quanto detto al punto 1), E non sono servo di nessuno dicendo la mia opinione.

    • enzo giarmoleo

      Rispondo solo ad alcuni tuoi punti che sono quelli che più di altri hanno generato attrito. Gli altri riguardano visioni diverse.Ti invio anche una poesia di Bukosky. Questa poesia un po’ “rozza “ assomiglia molto ai racconti degli homeless, a quello che loro dicono. E’ una testimonianza di vita. Bukosky anche se non era un homeless ha passato parte della sua vita facendo lavori precari e vivendo in pensioni senza stelle :

      2
      estrapoli come sempre parole da un contesto, la mia frase era : ..“è un po’ quello che fanno i censori o i moralisti senza capire che chi sta parlando (un homeless ) è un uomo come noi, non diverso da noi”.

      3
      E vero, per estensione ho detto che trovi rozzi i senzatetto ma che senso ha dire che il verso di Polansky è rozzo se è solo una dichiarazione di un senzatetto. E perché pensare che Polansky sia maschilista se solo riporta di nuovo le parole di un senzatetto. Non posso pensare che tu non abbia capito che sono parole dei senzatetto. E che senso ha dire che sono versi rozzi ? Perché? Perché insinuare poi che i versi possono essere “inventati”. E non si capisce cosa vuoi dire con quel “non so se furbescamente ……” Lo tratti come uno che vive di espedienti nell’utilizzare alcuni strumenti della poesia sociale realistica (quelli più elementari , descrittivi, patetici) per attirare l’attenzione del pubblico su certi temi sociali …….“. Credo che le tue provocazioni farebbero arrabbiare anche i santi in paradiso.
      6
      non ancora capisco la sottolineatura “in poeti più acculturati di lui”

      POESIA di Charles Bukosky

      ALLORA CAPISCO PERCHE’
      Quando vedo quei cowboy che vanno in autostrada
      con il loro pick-up rosso fiammante
      diciamo,
      un giorno di sole di marzo
      con un bel cane
      (o dei cani)
      slegati e sobbalzanti sul
      pianale
      mi viene da chiedermi, con
      che filosofia vivono e quale
      seguono,
      quali nobili sentimenti
      li muovono,
      e quando mi accosto per
      dare un’occhiata
      prima agli animali impauriti
      e poi ai loro padroni incuranti,
      non sono mai preparato
      all’eccesso di
      rabbia
      che mi monta dentro,
      una disperazione dello spirito
      talmente forte che
      la percepisco
      come qualcosa di
      fisico,
      come una mazzata
      su stomaco, testa e
      mente, e
      allora capisco perché
      ho avuto tanti guai
      nelle fabbriche
      nei bar
      alle feste
      i picnic
      a ogni riunione della
      gente,
      grande o piccola:
      quella gente non è altro che
      braccia, gambe, teste, orecchie, occhi, parti
      vuote
      cucite insieme
      senza
      alcun significato dentro.
      Non c’è proprio niente che gli si
      possa dire e
      imprecargli contro sarebbe
      come
      sparare in un mucchio di
      merda.

      Gli animali schiacciati che vedo
      lasciati sul ciglio
      dell’autostrada
      già morti o morenti –
      non li lasceremmo mica degli uomini
      così
      a spirare e marcire al sole,
      ci ricorderebbe
      troppo
      delle nostre deboli morti a venire
      che,
      il più delle volte
      passato il funerale
      sono di gran lunga
      più farsesche che
      profonde.

  13. emilia banfi

    “La poesia è il gesto sociale di un uomo in solitudine” (William Butler Yeats)

  14. Ennio Abate

    COINCIDENZE

    Sto insistendo in questo post sulla questione dello scarto tra vita e scrittura. E ho appena scritto (commento sopra): ” le poesie non si possono *vivere*; sono altra cosa dalla vita ( ho fatto la distinzione tra fatto biologico e fatto culturale”.
    Leggo ora, nelle mie incursioni su altri siti e blog, per caso queste parole di Stefano Del Bianco:
    “Mettersi a scrivere di una cosa significa perderla, perdere l’esperienza di quella cosa, perché il momento della scrittura non può essere il momento vissuto. Per scrivere mi devo allontanare dall’esperienza sensibile che sto vivendo. E allora quella ‘cosa’ descritta forse non è più vera, o comunque nella scrittura è un’altra da quella che è nella realtà.

    Inoltre, il problema della rappresentazione coinvolge il rapporto tra chi scrive e chi legge: non è possibile porsi il problema di come dire una cosa, un’esperienza, senza occuparsi di chi sta dall’altra parte, cioè di chi ascolta.” (http://www.laletteraturaenoi.it/)

    Sono un autocommento ad una sua poesia. Si parla di un platano invece che di homeless o di morte o di amore o d’altra cosa. Ma il problema è simile. E’ una conferma di quanto sia complicato il rapporto tra vita e scrittura, che troppo viene semplificato (o è del tutto assente) in Polansky.

  15. Rita Simonitto

    L’articolazione del post di Ennio Abate mi trova d’accordo così come l’intervento di G. Lucini per cui, nell’insieme, li sottoscrivo entrambi.

    *La poesia poi non è un fatto biologico. È un fatto culturale. E la cultura nasce proprio separandosi – più o meno, in modi traumatici e “rivoluzionari” o in modi lenti ed evoluzionistici, disgraziatamente per alcuni, necessariamente per altri – dalla vita, dal biologico.* (Abate)
    Importante passaggio.
    Infatti, elaborare il lutto e la sofferenza di questa cruciale separazione (preludio e piattaforma delle separazioni future) si accompagna a svariati fattori di natura soggettiva (la configurazione emotiva nei suoi specifici elementi) e oggettiva (le condizioni socio-familiari più o meno sensibilizzanti), e tutto ciò andrà a costituire e implementare l’apparato poetico e i suoi strumenti.
    Apparato poetico che c’è in ognuno di noi, più o meno sviluppato qualitativamente e quantitativamente, in quanto noi necessitiamo di ‘narrazioni’, storie, costruzioni ideologiche, che solitamente esprimiamo in prosa, anche poetica, se vogliamo. Invece, come afferma Goethe – nella citazione di Abate -, *è quando non si ha nulla da dire che si scrivono poesie*, ovvero quando è impellente il bisogno di dar forma a pensieri che ancora non hanno trovato una forma rappresentativa adeguata.

    Nello stesso tempo il poeta, da un lato, trascende dalla sua esperienza soggettiva e, dall’altro, entra nei ‘contenuti’ ma non ne rimane intrappolato. Ed è sì ‘portatore’ dell’ideologia del suo tempo (tutti lo siamo), ma non ne fa un uso ‘intenzionale’ al fine di ottenere una qualche ‘sensibilizzazione’ politica, nè persegue uno scopo (mostrare la bontà o la rabbia) che sia diverso dal fine di scrivere poesia.
    Perché l’osservazione e la comunicazione del poeta ci fanno *vedere la realtà da un punto di vista insospettato e ciò ci mette veramente in crisi* come afferma Lucini.
    Ed è l’entrare in contatto con questa ‘crisi’ che è l’implicito del poeta e che si esplicita nella sua poesia.
    In questo ‘implicito’, però, c’è anche il conflitto tra il continuare a mantenere enigmatica la realtà ricorrendo a stratagemmi stilistici (ermetismo, giochi di parole) o smascherarla nominandola crudamente (abbondanza di eloquio scurrile).
    In ognuno di questi due casi ciò che viene evitato è il lutto: nel primo, viene mantenuta l’idealizzazione, nel secondo viene mantenuta la concretezza.
    Ma la poesia è una lingua che dovrebbe ‘integrare’ questi due momenti e non tenerli separati.

    Lucini, riferendosi a Leopardi, sottolinea che *scrive da poeta, non da filosofo*, pur mettendo nel poetare il suo pensiero filosofico. E penso che ciò sia da ritenere valido non solo per la poesia ‘civile/sociale’, oggetto di questo post, ma per ogni poesia quando si prefigge di essere portatrice di ‘messaggi’ di qualche genere: altrimenti, nel voler rappresentare altro da sé, rischia di perdersi e non essere più ‘poesia’.

    R.S.

    Carmelo Bene recita Aleksandr Blok – I dodici

    http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&frm=1&source=web&cd=2&cad=rja&ved=0CDQQtwIwAQ&url=http%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DaWjZ3JUAznQ&ei=Nhh9UvGpBrLH7AbjmIGoDA&usg=AFQjCNFdj7L9ViDRrVxFREzULZnlBPN60g

    Da notare la dinamica ‘ideologia/realtà’ rappresentata dall’enfasi con cui Bene recita i versi di Blok e la rigidità del suo volto.

  16. emilia banfi

    Sì sì Rita, leggendoti e leggendo Ennio dovrei rendermi conto finalmente e senza ripensamenti di non essere poeta. Spero che anche la mia “poesia” lo capisca altrimenti dovrebbe essere un vero guai per entrambe. Ciao bacio

    • Ennio Abate

      @ Banfi

      Ma che modo è questo di discutere e confrontarsi? Si parla di poesia e la preoccupazione maggiore sarebbe di vedere se quanto gli altri dicono conferma o smentisce l’idea che mi sono fatto di me come poeta? Come se gli altri avessero il potere di stabilire se Polansky o Banfi o chicchesia sono o non sono poeti?

      Eppure in un commento precedente l’avevo PREMESSO:

      Amici, cosa fate!
      Ragionate.

      La prova dell’otto
      per dire se Polansky o Montale
      son poeti in assoluto
      non esiste.

      Aggiungo ora: lasciate i vostri ombelichi, non costruitevi altri fantasmi (ce ne sono già tanti!), discutete , controbattete nel merito… e scrivete meglio che potete. Poi si vedrà.

      • Giuseppina Di Leo

        Ennio, al posto di quel ‘voi’ (lasciate… – non costruitevi… discutete… ecc.) ci sarebbe stato meglio un noi. Non ti/vi pare?

  17. emilia banfi

    No no Ennio , bisogna capire . E poi i miei dovrei e dovrebbe sono emblematici non ti pare? Non posso giudicare né Polanski né Montale…li leggo volentieri come leggo Raboni, Abate, Marcella Corsi, Mannacio, Manzi ,Salzarulo, Accorsi, Mayoor Tosi e altri, mi piacciono mi prendono molto , mi interessano che dire mi fanno sentire molto vicino a loro , Sono poeti ? Non sono Poeti? non so dire, posso dire solamente che sento la loro poesia, immediatamente e senza dubbi. “Dovrebbe” essere un difetto ingoiare immediatamente queste sensazioni senza pensare a quanto bene o male mi potrebbero fare ma così è e ancora una volta se vi pare.
    Scrivo , scrivo ma che mi importa se poi si vedrà.

  18. Rita Simonitto

    Cara Emy, visto che tu la metti sul ‘personale’ posso dirti che, quanto a me, nemmeno io mi ritengo un poeta: ho ancora in corpo troppa ‘dimostratività’ e troppo ‘vissuto’ che in poesia, proprio per quanto vado sostenendo, non ha da esserci o, per dirla meglio, non deve occupare troppo l’avanscena ma, eventualmente, emergere dal discorso.
    Mi è sembrata utile la chiarificazione di Ennio fra Poesia e Moltinpoesia: a me sembra di poter stare tra questi ultimi, senza timore di ‘guai’ per la mia ‘poesia’.
    Ho cercato di riflettere ancora sulla citazione di Goethe e sulle cose da dire. Se mi posiziono sulle ‘cose da dire’ per metterle in versi, trovo sempre qualche cosa e lo strumento poetico mi segue ‘docile’: un certo ritmo, l’uso evocativo delle immagini…Ma non è poesia, è una ‘costruzione’ ad hoc.
    Invece, se cerco di ‘stazionare’ nel *non aver nulla da dire*, non posso che accettare l’attesa, aspettare che qualcosa venga, che si formuli un pensiero, una idea, con tutta l’angoscia di impotenza che ciò porta con sé.
    Sì, certo, che parlare è *Azione*. E’ proprio per uscire dall’annichilimento e dalle nostre paure arcaiche che ci siamo dati una mossa e abbiamo ‘agito’ con la parola.
    Che è sì comunicazione, ma anche espressione di dominio e di controllo (continuo a ricordare lo slogan di Dario Fo che scriveva “l’operaio conosce 100 parole e il padrone 1000: per questo lui è il padrone”, dando il via ad equivoci deleteri sul potere che si acquisirebbe attraverso la conoscenza e il parlare).
    Il rischio di una *Parola/Azione* che, con l’obiettivo (non sempre in malafede, sia chiaro) di difendere i diritti degli ultimi della terra o dar loro voce, cerchi di risolvere problemi personalistici o di sanare un proprio narcisismo è abbastanza elevato.

    R.S.

  19. emilia banfi

    Cara Rita,
    è facile risolvere il problema di quel rischio, basta diffidare di tutti ma proprio di tutti. D’altra parte il poeta è un uomo solo.

  20. enzo giarmoleo

    @ Abate

    Sotto forme e linguaggi diversi molti hanno trattato “la distinzione tra fatto biologico e fatto culturale”. Dici che la poesia non è un fatto biologico che non ha a che fare con la vita nel senso che “il momento della scrittura non può essere il momento vissuto.” Riporto senza alcuna volontà di volerlo coinvolgere, una suggestione di Giorgio Mannacio del laboratorio di Ogginpoesia : Anche Rilke diceva che : “I versi significano poco se scritti presto. Si dovrebbe aspettare a farne, raccogliere saggezza e dolcezza. I versi non sono – come si crede sentimenti- ma esperienze … Bisogna saperli dimenticare .. e attendere che tornino .. Solo quando essi diventano sangue .. allora può succedere che la prima parola di un verso .. si alzi ed esca…” (R.M. Rilke I quaderni di M.L. Brigge). Parole bellissime che sprizzano fascino ma credo che bisogna considerare la possibilità che i tempi tra scrittura e tempo vissuto possano cambiare da individuo a individuo e che per ognuno di noi ci possano essere modi e tempi diversi di fare poesia. Le parole degli homeless arrivano da una elaborazione già fatta dal parlante e il poeta (Polansky) registra come sa perché ha già fatto nella sua mente una elaborazione del linguaggio e delle immagini poetiche che fa parte della sua vita e forse è continuamente attiva. Non siamo noi a stabilire i tempi e i modi in cui la la prima parola di un verso decide di nascere. Ci sono i casi in cui il gap si restringe come in Kerouac che rimuovendo inibizioni letterarie, grammaticali e sintattiche produce poesia, prosa o prosa poetica in modo spontaneo. Con lui le parole sorgono senza alcun freno, in modo automatico, improvvisato, un po’ come il bebop di Charlie Parker. Tutto questo è il frutto di una elaborazione di un mondo che è già nella testa del poeta, del musicista, del mondo interiore del poeta. enzo

  21. Luca Chiarei

    Che la poesia si debba definire per differenza con ciò che poesia non è, che tutto quello che è scritto e che si definisce tale non lo sia per automatismo ma per eventuale consenso critico e permanenza nel tempo, direi che è quasi banale affermarlo.
    Altrettanto banalmente la mia opinione personale mi fa aggiungere che nel valutare qualsiasi testo non si possa prescindere anche dai propri gusti personali – di cui si dovrebbe essere consapevoli – non essendo, per quello che ho capito io, la funzione critica una scienza esatta. Dunque che Polansky possa piacere o no a prescindere dal contenuto dei suoi testi è un dato di fatto. Ho sempre pensato che quello che rende valida una poesia non sia l’argomento (ho sentito tante poesie sulla classe operaia terrificanti…) ma la relazione che s’instaura tra il contenuto e la forma adottata.
    Spesso in questo blog si è discusso sulla necessità che il fare poetico abbia al suo centro le contraddizioni sociali, gli ultimi, le tragedie dell’immigrazione, le guerre e chi più ne ha più ne metta; ed ancora la necessità del superamento della metrica tradizionalmente intesa. Allora quello che mi lascia perplesso è il dato che quando c’è un poeta (certo né unico, né primo) che mette al centro della sua riflessione alcuni aspetti dell’ingiustizia sociale si storce il naso. Possibile che qualunque percorso o qualsiasi soluzione formale sia sempre sbagliata, contraddittoria, falsa ecc. Se Polansky è un narcisista (come credo sia chiunque non tiene i suoi versi in un cassetto), o un buon operatore di marketing o un’anima bella o un ipocrita…beh saranno affari suoi; avrà le sue contraddizioni come i tanti poeti che scrivono su qualsiasi argomento, come le abbiamo tutti noi con i nostri reading, gli slam, le poesie in tondo o quadrato…e come lo è qualsiasi essere umano. Perché il poeta dovrebbe essere migliore?
    Mi domando allora quali attese uno si faccia dalla lettura dei poeti. Anch’io cerco l’autenticità in chi scrive, nel senso che dice Lucini ma quali strumenti ho poi per verificarla e giudicarla se c’è o no? Bukowsky in questo senso è invece un modello? Anche se poi appena ne ha avuto la possibilità dalla condizione di indigente è fuggito a gambe levate…
    Sull’esito formale poi della poesia di Polansky posso anche concordare con la riflessione di Ennio. In questo libro, in effetti, mi pare esserci un appiattimento del verso eccessivo – forse in analogia all’appiattimento umano della condizione descritta?- rispetto al libro precedente “undefeated”, oltre ad un’empatia quasi romantica con gli homeless, che sono pur sempre anche il frutto dell’ingiustizia sociale e non solo un’opzione esistenziale. Dire però che non sia poesia è una affermazione che semplicemente non condivido.

  22. Ennio Abate

    @ Chiarei

    Sì, su questo blog abbiamo insistito spesso (io in particolare) sull’importanza che i poeti non distolgano lo sguardo dagli orrori della storia, dai conflitti sociali. Ma perché non storcere il naso « quando c’è un poeta (certo né unico, né primo) che mette al centro della sua riflessione alcuni aspetti dell’ingiustizia sociale», se quello che egli ci passa per poesia non ci convince?
    Nel caso di Polansky tu dici: «Dire però che non sia poesia è una affermazione che semplicemente non condivido.». Benissimo, l’utile della discussione – l’ho già detto a Giarmoleo – sta nel portare argomenti a favore o contro. Io ho scritto:«Quello che si sente leggendo i suoi [di Polansky] versi è solo questo: che per lui «sono importanti i temi politici e sociali». Ma basta questo perché i suoi versi siano poesia e soprattutto *buona* poesia, capace di imporsi all’attenzione non solo di chi già è portato a simpatizzare per gli emarginati, ma anche di chi li odiasse o fosse indifferente nei loro confronti?». E più avanti: «Resta però il fatto che, anche se riconoscessimo questi suoi versi come poesia, essi non hanno quella autenticità e qualità per convincere quelli che – a ragione secondo me – ritengono che non è trattare in versi certi temi (homeless, immigrati, femminicidio, ecc.) a garantire che essi raggiungano quel grado di elaborazione linguistica, comunicativa, di pensiero, che permette di dire: qui c’è poesia e buona poesia che ci fa vedere la realtà da un punto di vista insospettato e… ci mette davvero in crisi».
    Come si fa a stabilire se siamo di fronte a poesia o a buona poesia? Insistendo a trovare buoni argomenti a favore o contro, portando a fondo onestamente e senza trucchi facili (nella critica l’elemento soggettivo non potrà mai essere espunto…) il *conflitto delle interpretazioni* che continuerà anche dopo che noi saremo morti.

    P.s.
    Pubblicherò appena mi sarà possibile una recensione sui pareri che diede Franco Fortini come consulente editoriale su varie raccolte di poeti italiani tra anni ’50 e ’80. I problemi erano gli stessi che abbiamo noi che consulenti editoriali non siamo. E lui li risolse a modo suo, con il grado di soggettività che alcuni troveranno accettabile altri no. Qui vi anticipo un brano che ha a che fare con la nostra discussione:

    « Prima domanda: cosa cercava Fortini nei testi letti da consulente editoriale? Marrucci e Tinacci indicano tre elementi: l’autenticità del contenuto o della materia “pre-poetica”; l’unità del tono o dell’organizzazione del testo; un severo controllo della materia linguistica e ritmica.
    Fortini apprezza persino il diarismo, se si presenta come moto iniziale verso l’autentico e non si limita a parlare dei “casi propri” o a scorciatoia per aggirare la fatica della scrittura poetica. Ed è pronto, se c’è, a cogliere l’autenticità anche sotto la «rozzezza». Sembra perciò dire: senza vissuti autentici e profondi e una loro relazione col mondo, la poesia ce la sogniamo. Se il dato personale non viene “bruciato” per diventare altra cosa (secondo Fortini, per afferrare almeno un di più di «conoscenza dell’umano»), si spremono parole, ma il succo che viene fuori è quello del narcisismo e basta.
    Cerca poi la qualità delle immagini e delle parole. Per Fortini, scrivono le curatrici, «la poesia ha a che fare con la precisione, l’esattezza, anche la durezza dell’espressione». È per questo che «fa continuamente cozzare, anche nel particolare campo dei giudizi editoriali, la precisione con l’imprecisione, la nitidezza con la nebbiosità».
    Seconda domanda: cosa, invece, non sopportava? La «sciatteria linguistica e ritmica», la simulazione di «passioni e sentimenti inesistenti, o troppo superficiali e generici» dell’io, la trascuratezza nel rapporto con il lettore, specie se ammantata di pose oracolari; la «letterarietà» fumosa, scolastica, decorativa, consolatoria o dedita ai buoni sentimenti. Sull’ altro versante, quello del noi, però, contrastava anche i tentativi di usare la poesia come «sponda retorica per un gruppo politico», fosse pure radicalmente «anti-establishment» o intenzionalmente “democratico”. Poiché per lui, in poesia, le posizioni ideologicamente più avanzate non erano, di per sé, più produttive delle conservatrici o arretrate. »

  23. emilia banfi

    Leggendo Leopardi….e scusate se mi dilungo:

    Leopardi assegna alla poesia un posto di assoluta centralità nella sua visione del mondo e dell’uomo, affidandole una vera e propria funzione redentrice, o quanto meno consolatrice. La poesia è come l’ultimo rifugio della natura, porta l’uomo al cuore delle cose,laddove la ragione astratta ve lo allontana ; la poesiasvela i legami profondi delle cose, la ragione invece separa,divide, frammenta. La poesia si appoggia sui sentimenti del vago e dell’indefinito, sui flussi incontrollabile della memoria, su quell’ingenuo rapporto con la natura che l’uomo civilizzato ha perduto . Solo unendosi con la poesia la filosofia può recuperare la sua autenticità, liberandosi dalle trappole dell’astrazione analitica della amtematica e tornando a quella visione sintetica che è la sua vera vocazione. Nella visione di Leopardi il “genio”è l’essere eccezionale in grado di compiere questa sintesi fra poesiae filosofia .

    “Fra le letture , quella che meno lascia l’animo desideroso del piacere, è la lettura della vera poesia. La quale destandoci mozioni vivissime, e riempiendo l’animo di idee vaghe e indefinite lo riempie quanto più si possa a questo mondo. ( Zib. 1821)

    “cagiona nell’animo dei lettori una tempesta, un impeto , un quasi gorgogliamento di passioni in cui consiste principalmente il diletto che si riceve dalla poesia, la quale ci deve sommamente muovere e agitare e non già lasciare l’animo nostro in risposo e calma” (Zib. 1823)

    “La rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico e il poetico si trova sempre consistere nel lontano, nell’indefinito , nel vago. (Zib.1828)
    “Tutto ciò che è poetico, si sente piuttosto che si conosca alla sola immaginazione ed al cuore spetta il sentire e quindi il conoscere ciò che è poetico l’entrare e il penetrare addentro nei grandi misteri della vita, dei destini gli uomini discorrendo per via di SEMPLICE RAGIONE discordano per lo più tra loro infinitamente laddove discorrendo per via di sentimento e d’immaginazione bene spesso e costantemente convengono del tuttofra loro”
    (Zib.1823)
    Forse è passato troppo tempo , qualcosa è cambiato? La mia è stata solo una voglia che ho voluto sottolineare…un voler riportare l’uomo a casa sua.

  24. Ennio Abate

    Vorrei tornare sull’autocommento a una sua poesia di Stefano Dal Bianco, che ho segnalato qui (10 novembre 2013 alle 12:08). L’ho presentato come un esempio di consapevolezza da parte di un poeta di « quanto sia complicato il rapporto tra vita e scrittura, che troppo viene semplificato (o è del tutto assente) in Polansky».

    Faccio notare innanzitutto che l’autore non si muove in un’ottica politica (quella che io preferisco e sento doverosa). Il suo potrebbe essere definito uno sguardo filosofico minimalista o fenomenologico. Si occupa, infatti, *soltanto* della «possibilità di rappresentare nella scrittura una certa esperienza percettiva», cioè quella che egli dice di aver avuto guardando un platano. E non dei giganteschi problemi sociali (homeless, immigrati, precari, ecc.) che richiedono secondo me un’attenzione vigile ben maggiore e mettono in gioco non solo il nostro sistema percettivo ma ben altro (la nostra morale, la nostra visione della storia, della politica, del mondo).

    Eppure, nel suo minimalismo, Dal Bianco non sbaglia, non cade negli equivoci di cui stiamo discutendo. Non c’è nessuna confusione tra vita e scrittura, come in Polansky, difeso da Giarmoleo. Sarà perché lui è un poeta europeo e non americano, sarà perché lui è un letterato e non uno che ha fatto l’esperienza dell’emarginazione, sarà perché si ritrova in una poetica classicista e non romantica, fatto sta che il suo pensiero del rapporto fra vita e scrittura è preciso e netto. Egli sa che «mettersi a scrivere di una cosa significa perderla, perdere l’esperienza di quella cosa, perché il momento della scrittura non può essere il momento vissuto». Non confonde – ingenuamente, ambiguamente, furbescamente (le tre possibilità vanno soppesate caso per caso…) – le due cose. E si assume la responsabilità della scelta (di poetica) magari anche a malincuore e sapendo quale sarà e non può non essere la conseguenza:« Per scrivere mi devo allontanare dall’esperienza sensibile che sto vivendo. E allora quella ‘cosa’ descritta forse non è più vera, o comunque nella scrittura è un’altra da quella che è nella realtà».

    Siamo, dunque ( io direi: almeno…), fuori dal naturalismo o dal vitalismo, che ancora illude molti. I quali scrivendo pensano di continuare a vivere (biologicamente è vero, ma il taglio del passaggio a “modi di vivere culturali” c’è; e non si può far finta di niente) o che, magari, aggiungiamo semplicemente alla vita un qualcosa in più, soltanto un piacere in più: la scrittura (anche questo è vero in parte, ma comporta limitazioni e contraccolpi). No, se prima eravamo nella vita, innamorati appassionatamente di una donna, di un luogo, della politica, della classe operaia, ecc., quando ne scriviamo, tutto questo va sullo sfondo. Una cosa è vivere coi rom per un certo tempo o condurre con loro ed altri una battaglia a favore dei loro diritti. Un’altra è scrivere poesie sull’esperienza che abbiamo avuto coi rom.

    Mentre Dal Bianco si muove nell’orbita di quel pensiero estetico novecentesco, che nel 1948 suggerì a Magritte il quadro famoso raffigurante una pipa e sotto un cartiglio con la scritta «Ceci n’èst pas un pipe» (una chiara distinzione vita/scrittura), Polansky o il Polansky nella versione di Giarmoleo si muove entro un’altra orbita: quella che Giarmoleo ha chiamato dell’Azione e io chiamo del vitalismo (e della confusione fra vita e scrittura).

    Può Polansky fare poesia e buona poesia anche con questa visione, muovendo da questa poetica? Sì, in teoria. Ma per accertarlo dobbiamo valutare i testi prodotti. Essi, alla luce delle interpretazioni contrastanti, devono dimostrare di essere poesia e “buona poesia”. Con la coscienza che mai saremo tutti d’accordo nel giudizio, certo. Devono però dimostrare che il modo con cui Polansky elabora quel contenuto (la vita degli homeless in questo caso) è poetico, non ripete cose che già sappiamo, dà una scossa al lettore che simpatizza o antipatizza coi rom, ecc. Non si può far derivare dall’importanza sociale o politica o emotiva o spettacolare che per noi ha quel contenuto ( la vita degli homeless, gli immigrati, la classe operaia di una volta, ecc.) che quei suoi testi siano poesia e buona poesia.

    A me pare che questo scarto tra vita e poesia (o scrittura) è un problema arduo e pieno di implicazioni dolorose per chi se lo pone e fastidiose solo per chi vuol semplificare le cose e continuare ad illudersi. Di recente la questione è stata ripresa su «Le parole e le cose». Il blog ha pubblicato un inedito di Michel Foucault con un titolo che i sostenitori del legame diretto e pacifico tra vita e scrittura troveranno sconcertante: «La scrittura è la morte degli altri».( http://www.leparoleelecose.it/?paged=2). Foucault senza mezzi termini dice: « Ciò che è chiaro, ciò che ho subito sentito, quando verso i miei trent’anni ho cominciato a provare il piacere di scrivere, è che questo piacere comunica sempre con la morte degli altri, con la morte in generale. Di questo rapporto fra la scrittura e la morte oso a stento parlare, perché so bene che uno come Blanchot ha detto a questo proposito cose molto più essenziali, generali, profonde, decisive di quanto possa dire io adesso».

    Ma torniamo a Dal Bianco. Egli non sceglie la strada della letteratura come pura finzione o come «menzogna» (Manganelli) o come gioco. Ne ha una concezione, diciamo, meno postmoderna. Ci tiene ancora a « salvaguardare al massimo (del tutto è impossibile) il contenuto di verità del platano nel momento in cui lo si mette per iscritto». Il che è possibile secondo lui: 1. se il poeta nella sua poesia parlerà proprio del platano, magari di quel platano e non di sé; 2. se farà il possibile per far arrivare il suo messaggio al lettore; 3. se il lettore a sua volta farà il possibile per cogliere il messaggio e l’intenzione dello scrittore (operazione complicata dal fatto che il lettore non ha partecipato all’«esperienza originaria della percezione dell’albero»).

    Dal Bianco a questo punto, però sviluppa il discorso in una direzione che mi ha lasciato perplesso. Parla di una poesia che dovrebbe sorgere da un «cortocircuito d’amore» fra scrittore, albero e lettore; e insiste fin troppo sul fatto che tutto debba svolgersi «senza utilizzare troppa energia, cioè anche senza crederci troppo, senza sforzarci». A me pare che così enfatizzi l’idea della poesia come «epifania» (Joyce?) e l’idea dell’esperienza poetica come *unicità* («un’esperienza è tale solo se è unica. Non si può cercare di ripeterla, pena anche il mancato rispetto per il lettore, e insomma la riproposizione in forma raffinata, ma non meno bieca, del solito solipsismo autoriale, del suo narcisismo»).

    Ora sarà pur vero che come uomini d’oggi «abbiamo meno tempo e meno concentrazione e meno forza di quelli che ci hanno preceduto», ma non mi pare che neppure i poeti possano vivere solo aspettando epifanie e senza fare un qualche sforzo in qualche direzione più o meno precisa. O che la libertà di cui abbiamo bisogno possa essere simboleggiata da un genericissimo mare (quello del primo verso della poesia verso il quale il poeta cammina). Né condivido la svalutazione del narrare rispetto al poetare: «chi racconta sa già che sta mentendo», come se chi scrive poesie dicesse di sicuro la verità («nel verbo “scrivere” c’è dentro tutto: c’è molta più responsabilità»). O l’idea che la lingua sia «falsa per statuto». Non lo credo. La lingua ha le sue ambiguità. Ma è anche, grazie alla lingua, che da esse possiamo uscire.

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