Antonio Sagredo
Oriana

                                                                                                         Francis-Bacon-Three-studies-of-Isabel-Rawsthorne

Francis-Bacon-Three-studies-of-Isabel-Rawsthorne

                          Se l’ignoranza è vita, che sarà dell’ignoranza rinnovata dalla vita?
                           (parafrasi da V. Holan)


Questi putridi anni…

 

Non è un venerdì

viola  – di passione nemmeno l’ombra –

non è un rauco presagio

un tremore di ghiaccio

uno sgomento marcito

uno stupore d’obitorio

è una liturgia questa tecnica lirica

una dissipazione…

 

Oh, Dio, perché non esisti davvero,

ti amerei di più”- come disse un poeta –

ti accetterei anche incestuoso

coi tuoi parenti vicini e lontani,

ma il fatto è che tu esisti davvero

e questa è la nostra tragedia!

 

Ma la tragedia è una farsa cucita coi nostri sogni pelosi

e non è ancora la Notte delle ceneri

una notte greca di vigilia

una notte di dettagli e di litanie

non è la notte del salmista

che recita:

 

Mi aspettava sulla torre più alta

sull’ultima torre dai merletti sinistri

mentre il falco rosicchiava l’orecchio destro

l’artiglio beccava le froge e l’occhio basedowico,

ma la vita non ama la risurrezione a richiesta

quando il suicida gioca d’anticipo sulla risposta

e avverte le gazzelle che il salto è più esteso dell’essere!

 

Cosa ne è del corpo quando finisce il sogno?

Il nodo è: se diligenza o freccia rossa…

va a finire come la favola… scorsoio o gordiano?

ma è più veloce e gradito lo zoccolo duro del suono!

Il necrologio non ama gli addii,

gli sventolii dei nastri funebri

o i lamenti mestruali delle puttane

quando il cavatappi giudaico si muta in rasoio.

 

È quel prima e quel dopo,

quel tic-tac metafisico

che sconcerta la carezza scimmiesca… e la domanda:

c’è un qualcosa o un qualcuno con cui giocare

a nascondino con l’immortalità

o discutere sui tarocchi con l’eternità?

Ma non è così…

E così cadono i frutti dell’essere,

come Luciferi!

La Natura c’era prima che uscisse dal cilindro

umano di Dio.

O era un coniglio?

Non certo una colomba,

e se bianca l’azzardo  è una farsa.

Ma i corvi, allora?

 

– A Dio manca l’anima – disse il Poeta-

non vede se stesso, ha paura…

 

Lo specchio s’incurva prima del Tempo!

I frutti distruggono il giardino, delizie…

Pure è incarnato l’albero, e il patibolo

geme come una banderuola di sughero su tumuli e cipressi!

 

– Avevate ragione, Lazzaro, si risorge solo per finta,

altrimenti è terribile  il viaggio verso l’ignoto!

 

Un sentiero di rame… martelletti, timpani…

i rimorsi mi squillano le tempie!

E dietro di me la casta Verbania che ridacchia col suo mento peloso

e dissimula le lacrime con gli occhi  di Eleusina,

e i grani purulenti di un requiem… scabrosa letania

era la mia maschera saldata in piombo di Sassonia,

era caduta in prescrizione la mia aristocratica rovina,

come un recitar cantando la passione sottratta al gesto recidivo.

 

Sul rogo la vastità assordante della carne,

quale canto il carnefice in lacrime scarnifica?

Un applauso d’ossa che non fosse  come la lancetta

che misura il ritorno infame dell’eterno…

 

Federico,

io amai la tua arte del volo,

l’ogiva

e quell’arco moresco,

la tua mente che condanna in contumacia

l’antico ordine imperiale…

Non posso fingere l’infinito come il vostro poeta – mi disse –

tanto meno esser più grande del cordigliero aquilino

o più lento del tardo e saggio passo latino.

Non posso – mi disse – che celebrare l’inventore del numero,

sperare che la babilonica Roma uccida se stessa…

l’interdizione mi reclama e sventola i ceppi, come vessilli!

Come se i giorni non sapessero il passato futuro d’Oriente!

 

– Devo scendere al Sud, qui solo è possibile il canto e il volo!

 

L’epitaffio – mi disse – è una gioia postuma, come la Poesia

o come la delusa Oriana che al Trivio delle Blatte incontrò il surrogato

di un uomo o  un qualcosa che non posso dire indicibile,

come  il mistero della fede a gettoni.

Ma la ragione – aggiunse – ha fine

e inizia col mercimomio delle stimmate:

prostituzione del sacro è epifania del  profano!

 

Ah, i tempi pagani…

quando su ogni gradino c’era un sogno ad aspettarti,

quando nelle fucine il tabernacolo era sugli altari

e il volo degli ossessi… erano  bianchi di sangue!

Demoni e angeli hanno generato un serpente sulla croce

e il vessillo lupesco delle notti,

perché le danze di Golgotha e Valpurga

generassero il canto del falco

che sanguina, sanguina…

 

Sapete – mi disse – anche la castità ha il suo prezzo taurino:

non riflette il sesso di una donna, ma il suo male oscuro!

E non c’è tormento minore che recitare sul palco la purezza

di una misericordiosa colomba dallo sguardo equino,

e le sue ali che non hanno immacolata portanza

o l’implume desiderio di una vergine che accetta un finto amplesso!

 

Che farò io, che dirò  in questa Città dei Tormenti senza strade,

non sobborghi, né sentieri, ombre, luci…

dove tutti i ponti hanno la tisi e  incestuose ferraglie vomitano

e sputi di ruggine ad ogni passo collerico.

Amanti del retrogrado tempo,

io m’invecchio

disatteso

ai trivi

e sono soffocato da gorgiere barocche!

 

– Guinzagli obliati – disse il poeta – di appuntite metafore!

 

Non capisco, parlate più chiaro nel Mese dei Morti,

l’immortalità non è un credito a tempo scaduto.

I suicidi non comprendono la sorte normale,

l’ignominia  di una congiura tradita

gli amori dei bramiti autunnali…

 

ah, l’ostia delle Ceneri!

eclissi – in nero esilio!

Un convivio… le palme… l’acqua…

l’alchimia delle costellazioni.

Accordiamo gli strumenti con gli occhi,

violini, viole d’amore, violette!

le destinazioni agli otto angoli universali,

e che i falchi ricordino più che il volo le traiettorie

sui tamburi africani dove s’impiglia la vista non acuta dei passeri,

gli ex-voto dei pellegrini in gramaglie, metastasi di speranze,

ma il miracolo è un  perdono irrisolto come l’estasi

di quella troia di Penelope che tramava mestrui e coiti altrui,

sì, sì… di quella troia che simulava  l’orgasmo ruttando come una chiavica:

il trivio ha fatto ottusa più d’una generazione umana!

 

E pure così sognava i desideri dei Morti che sono ultramondani

e i sette chiodi della passione unti per una penetrazione spettrale,

l’Imperatore delle Sofferenze altrui!

 

Il falco… fermato d’un tratto dalla sua stessa statua,

marmo insipiente, vista implume…

venature orientali – incensi!

 

Il granchio romano spolpava e avvelenava la sua arte…

 

Maddalena, sono tuoi i sette pugnali!

Scòpati i tredici apostoli!

 

Oriana, ultima castellana, salutami le tue sorelle!

E altre, e altre ancora che il destino e la condanna

già conoscono – dal futuro!

Marina, Ipazia, Saffo, Emily, Gaspara Stampa!

 

Un sentiero di rame m’incerta il cammino.

Sono spine d’argento queste foglie d’ulivo.

 

Il selciato a brandelli era piagato dai tasti deformi del piano,

le note tradivano un refrain per un invito di  Risurrezione

alla Bettola delle Scosciate in via Meretricio, 69…

Il festino dei sacerdoti sfogliava le oziosi lordure

e sputtanava il libro mastro e il Verbo.

L’Uomo era in lacrime confortato dal lutto dei demoni:

è dal tempo dei torbidi che era  all’indice  nero,

perché il dubbio strizzasse le lacrime

dai loro occhi in ceppi!

e i loro pianti bruciati non fossero d’angeli,

ma finzioni di donna le grida di trivio

per mostrare che sono più immortali di Dio

i fuochi d’artificio dei loro piaceri carnali…

per questo esistono gli uomini: non hanno bisogno

di un qualsiasi intervento divino!

 

“Ah, mi presero gli occhi!” – disse il Poeta.

 

Girati, Maddalena, non devi guardare la mia corona di spine!

Le spine sono vere, ma io sono soltanto un sosia con l’obbligo

di fare miracoli… penetrare la tua conoscenza, al suo posto, ad ogni stazione

è la mia missione… anche la più alta Giustizia è merda divina!

Apriti, Maddalena, apri il tuo tabernacolo, fammi vedere il mistero!

E non guardare i miei occhi, o vedrai come il male si nasconde

anche sulla croce!

 

Sono sfinito dalla parte, sono stufo di trombare, trombare, trombare…

 

Io so che giunsi a Patmos  da un finto esilio veleggiando

dalla Tauride sulle macerie dello spirito intramoenia

e non avevo ancora smaltito i miti invernali,

il numero delle notti,

ancora non cantavo gli inni e i carmi!

Il viaggio resterà inattuale, come il cammino riflesso di un bavoso verme

in una cornice d’ambra e d’ossidiana!

Dilaniatemi il sangue!

La vecchiaia non è un conforto se è solo – urina!

Ma quale sangue si poserà sulle palpebre come un vomito di tramonto e di catrame

e si muterà in salmo quasi fosse sorgente di pietà o di purezza?

 

Una sfera di rovine, di ricostruzioni nella sfera della mia mente:

è “questa altra parte dell’Universo d’un cerchio lui comprende,

sì come questo li altri”, e l’altra sfera in circolo piombata

è il solstizio insonne della carne e della parola

“parecchio inchiuso da quel ch’ell’inchiude”.

 

– La prossima volta mi metterò il frak, il cilindro e la marsina! –

così la Morte mi disse, come una scosciata accattona sui gradini infedeli

d’una chiesa sconsacrata… aveva il pudore infantile come quello

di una fossa appena scavata per una vergine in gramaglie.

 

Va bene – le risposi – va bene, io amo il livido lusso premortale

e non ho la libido del lavoro! Per questo il settentrione è osceno:

pensa in calcoli, non in miracoli! La bettola è la chiavica

del suo essere-non-essere, il resto è sterminio da consumare!

 

Il custode della follia cerca un futuro – non ci sarà!

La follia del custode cerca una risurrezione – non ci sarà!

Cos’è questa corsa in avanti che ci riporta indietro,

forse perché non la vita è mortale, ma la morte, si?

 

La risposta a una domanda inaccessibile  è una risposta.

 

(Roma/Vermicino, 13/25/29 ottobre   2010)

 

 

 

*Antonio Sagredo, nato a Brindisi, ma vissuto a Lecce.Dal 1969 è a Roma e si iscrive al compartimento di Filologia slava. Vincitore di borse di studio va a Praga per perfezionarsi. Traduce dal ceco e dal russo diversi poeti. I poeti di Saragoza gli pubblicano due volumetti di sue poesie su loro richiesta: Tortugas (Testuggini) e Poemas. Pubblica due poemi di un poeta ceco, Vitezslav Nezval: Edison e Il Becchino assoluto (“uno dei vertici del surrealismo mondiale- A. M. Ripellino).Del celebre slavista ha curato i corsi sui poeti: Majakovskij, Pasternàk e Mandel’stam. Nel settembre 2013 sulla rivista Poesia di N. Crocetti  ha pubblicato 17 poesie del maggior poeta simbolista ceco, Otokar Brezina.

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1 Commento

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Una risposta a “Antonio Sagredo
Oriana

  1. Ennio Abate

    Numerosi sarebbero i chiarimenti da chiedere ad Antonio Sagredo su questo suo poema (o pometto?).
    Spero che almeno una manciata di suggerimenti arrivino e proprio dall’autore. Per il momento io fisso qui in poche parole la mia impressione immediata. A colpirmi è il registro alto, pieno di echi biblici e richiami a un’atmosfera opprimente, cupa, rotta poi da violente esplosioni di rabbia plebea e da immagini barocche e repellenti. Un dramma: senso di colpa e dissacrazioni confliggono tra loro.

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