Gianmario Lucini
Sull’editoria di poesia. Quasi uno sfottò

jacovittiOrmai nessuno (a parte i grandi editori) oggi riesce più a pubblicare poesia gratuitamente, ed è noto che i grandi editori hanno le loro impenetrabili (se non per ragioni quasi sempre estranee alla qualità dell’opera) “scuderie” di autori, che pubblicano soltanto con loro, a parte sciocchezzuole o al massimo “plaquettes”, sempre col permesso dell’editore. Condizione a mio modo di vedere umiliante, come l’ovile per le pecore o le vacche o la cuccia per i cani, ma sicura e così è. Peraltro, queste “scuderie” sono sempre piene e, morto un cavallo, si fa a gomitate per ereditarne il box e la biada, ma non si costruiscono più box nuovi, appunto perché la gente non legge poesia e le pubblicazioni poetiche sono un che di decorativo, dalle quali ci si aspetta di ricavare almeno le spese di edizione ma non certo di guadagnare (giurerei che non c’è neppure un”Meridiano” in attivo, fra quelli di poesia, e già parliamo di volumi prestigiosi e di autori noti).
Io credo invece che l’autore abbia diritto ad essere rispettato se vuole pubblicare con chi gli pare.
La pubblicazione di poesia non è ormai più proponibile, nei termini tradizionali, ma fra non molto tempo lo sarà anche per la narrativa e la saggistica letteraria. Rimarrà esclusa la pornografia, i libri di cucina e di hobbistica e poco più. E i libri per bambini, perché loro hanno il dovere di leggere, noi invece il piacere (e, appunto, non ci piace). Troveremo dunque in libreria soltanto questo: libri di pornografia per bambini e libri di cucina per saggisti, i classici e, ma non tutti e non sempre, i cavallini o i ciuchini delle scuderie editoriali (ed è anche una delle ragioni che mi spinge lontano dalle librerie, anche come lettore e non soltanto come editore, e anche una delle ragioni perché non comprerei mai un libro targato Mondadori o Einaudi, a parte pochi e solidi nomi che si possono comprare a occhi chiusi, ma che certo non sono “gridati”).
Questo dipende anche dal fatto che il piccolo editore non ha spazi per proporre la sua opera al grande pubblico, ma soprattutto perché la contrazione degli acquisti ha colpito pesantemente l’editoria e, al suo interno, i settori più deboli, che sono appunto quelli citati della saggistica, poesia e molto meno la narrativa. Fino al 2011/inizio 2012 si vivacchiava, ma ora non si vive più, si langue in attesa che passi il Letta e i prossimi che verranno a torturarci, sperando che S. Francesco patrono d’Italia chiami a sé tutti gli imbecilli che hanno conciato l’Italia in questo modo e, con l’aiuto di Tex Willer, li sprofondi con un serafico sorriso fra le corna di Belzebù.

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16 commenti

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16 risposte a “Gianmario Lucini
Sull’editoria di poesia. Quasi uno sfottò

  1. Federico Bock

    Non sarei così pessimista, per riguardo ai posteri. La civiltà occidentale ha fatto a meno di Lucrezio (epicureo e illuminista ante litteram) e del suo messaggio d’amore e di scienza per più di mille anni, fin quando venne (ri) scoperto da Poggio Bracciolini nel 1417. Fèstina lente.

  2. Ma noi diciamo : ci sei tu se dio vuole , Gianmario ..
    E’ non è una sviolinata , è la realtà .

  3. Maria Grazia Di Biagio

    Egregio prof. Lucini,
    mi permetto di dissentire, piccole e oneste case editrici non a pagamento esistono, lo so perché io pubblico con una di queste. E’ vero che i tempi sono duri e che carmina non dant panem, ma a maggior ragione, non sarebbe più onesto non pubblicare poeti piuttosto che farli pagare? C’è da dire che i libri delle case editrici NO EAP sono snobbate da certi critici letterari che le considerano di serie B, perché pubblicano seguendo solo ed esclusivamente i propri gusti, così come sono snobbate da certi poeti e narratori, in quanto ritenute non prestigiose. Ora, mi domando, è la casa editrice che deve dimostrare e imporre la validità di un autore o l’autore vale a prescindere da chi lo pubblica? Se davvero i grandi nomi come il suo e di molti altri che seguono questo blog, vogliono cambiare le cose, potrei consigliare loro di dare un’occhiata a questa lunga lista di case editrici free?
    Sono editori che amano il loro mestiere, non pubblicano chiunque, anche chi non sa scrivere, basta che si accolli l’acquisto di 100 o più copie al 40% di sconto. Ho acquistato tanti di quei libri di editori che vanno per la maggiore, fidandomi del nome… scusate lo sfogo, ma credo che la responsabilità della crisi della poesia italiana, sia dovuta soprattutto a loro.
    Questo è il link http://www.writersdream.org/2008/12/lista-editori-a-pagamento/

  4. Interessante e piccante al punto giusto. Ma è la qualità dell’editoria che impoverisce il pubblico o anche la povertà del pubblico stesso che influenza (ahinoi, in negativo!) le scelte dei grandi editori?

    • Maria Grazia Di Biagio

      Bella domanda. Credo sia sotto gli occhi di tutti che il livello culturale del popolo italiano sta precipitando inesorabilmente per una volontà politica per niente nascosta. Siamo nell’era del panem et circenses, basti come esempio la sfilza di talk show come, che so…il grande fratello e roba del genere. Anzi, presto non avremo più nemmeno il panem. Ci stanno diseducando al pensiero, ci drogano di scemenze, hanno sostituito l’oppio della religione con quello di Benedetta Parodi e Maria De Filippi. E su questo non ci piove. Le grandi case editrici si adeguano, lei era a Torino alla fiera del libro? Ha visto quanti libri di cucina, di calcio e altre amenità c’erano negli stand dei grandi editori?

  5. Dalla Letteratura dono delle Muse alla lettura d’evasione prima di andare a dormire. E non mi si ripeta che è un’ovvia conseguenza dell’allargamento culturale alle masse: come dice bene Gianmario, la verità è che il pubblico vi è stato condotto per mano da parte dell’élite culturale, per guadagno personale. Paulo maiora cecinimus…

  6. Ennio Abate

    PAGARE O NON PAGARE, QUESTO E’ IL DILEMMA?

    La realtà delle case editrici è poco indagata e quindi in buona parte ne parliamo per sentito dire. A volte ci azzecchiamo, a volte no. Certo, « piccole e oneste case editrici non a pagamento esistono». Ma è pur vero che esistono o sono sempre esistite quelle che in forme più o meno mascherate ( contributo dell’autore, acquisto di un certo numero di copie, ecc.) fanno pagare l’autore. O – cosa da prendere in considerazione, se non vogliamo giudicare l’ ”onestà” soltanto dal fare o non far pagare l’autore – *sono costrette*, per stare nel mercato, a far pagare *qualcosa*(e, se sapessimo i costi della carta, del lavoro del tipografo, ecc, sulla cifra richiesta possiamo ragionare e anche distinguere la casa editrice “esosa”, che per varie ragioni – anch’esse da indagare – chiede di più, da quella “onesta” che chiede di meno) all’autore.
    Scandalizzarsi di questi fenomeni mi è sempre parso il segno di una visione idealistica del mondo. Come se il capitalismo valesse per i macellai o i fruttivendoli e non valesse per gli editori. No, vale anche nell’editoria, che s’è industrializzata e segue – malgrado le lamentele e le nostalgie degli umanisti – criteri industriali. Ma, anche se non volessimo addentrarci in un’analisi seria dell’industria culturale, andando all’osso e semplificando il ragionamento, ci potremmo chiedere: ma per fare un libro i soldi chi ce li mette? Risposte: 1. Lo Stato; 2. Un editore – mecenate generoso o calcolatore, grande o medio o piccolo – ma comunque un “ricco”, uno che possiede un patrimonio o un capitale (minimo o massimo), accumulati – questi – nei vari modi in cui si possono accumulare dei patrimoni e dei capitali (e qui sorvolo i processi di accumulazione rimandando a Marx).
    Se l’editore è grande (ha molto capitale e potere) può essere più facilmente ( ma sempre in casi ristretti) un mecenate, mettere lui tutti i soldi per fabbricare il libro, pubblicizzarlo, farlo circolare a livello di intenditori e di massa, costruirsi un nome prestigioso e dare all’autore e ai lettori l’illusione che pubblica quel libro solo esclusivamente perché quel libro lo merita, è proprio un capolavoro. Se l’editore è medio o piccolo farà in medio o in piccolo queste medesime operazioni e, oggi sempre più spesso (perché la poesia non si vende, i lettori diminuiscono, la crisi morde, ecc.) sarà costretto a chiedere il “contributo” all’autore. (Non può certo chiederlo ai lettori, sempre più radi e sfuggenti; ma ci sono anche autori che ricorrono a stratagemmi più o meno originali e fanno una specie di raccolta di fondi tra gli amici o tra lettori che già li apprezzano per pubblicare il loro ultimo libro con il loro “contributo”, che – si sa – venendo dagli amici ( che provano l’ebrezza di essere dei mecenati in sedicesimo) si ammanta dell’alone del *dono* e risulta meno rozzo e diretto).

    [Prima puntata. Devo interrompere questa mia riflessione per ragioni contingenti e materiali (“essenziali”)… Proseguirò appena possibile.]

    • Maria Grazia Di Biagio

      In attesa della parte seconda le dico subito: stampare un libro con il sito di feltrinelli – copertina morbida, 100 pagine, formato 150×230, per 100 copie, sono 615,68 euro IVA inclusa. Ma non è questo il dilemma.

  7. Ennio Abate

    Riprendo daccapo e qua e là amplio il commento precedente interrotto.

    PAGARE O NON PAGARE, QUESTO E’ IL DILEMMA?

    1.La realtà delle case editrici è poco indagata; e quindi in buona parte parliamo per sentito dire. A volte ci azzecchiamo, a volte no. Certo, « piccole e oneste case editrici non a pagamento esistono». Ma è pur vero che esistono o sono sempre esistite quelle che in forme più o meno mascherate (contributo dell’autore, acquisto di un certo numero di copie, ecc.) fanno pagare l’autore. E non lo dicono o lo sussurrano in privato, per una sorta di ossequio (ipocrita, ma in buona parte quasi ineliminabile…) al Feticcio della Cultura, che siamo indotti (fin dalla scuola) a immaginare come Libera, Pura, ispirata da un Dio, dalle Muse, dal Genio Umano; e dunque mai mescolata alle cose materiali e “sporche”: l’economia, la politica, gli interessi sociali contrapposti.
    Ma possiamo ridurre la questione ad un fatto (morale) di “onesta”? E, in secondo luogo, giudicare l’”onestà” di un editore soltanto dal fare o non far pagare l’autore? Problema ancora più spinoso: la qualità di un’opera viene sminuita dal fatto che l’autore abbia “ceduto” pubblicando a pagamento o è garantita nel suo valore dal fatto che un editore la pubblichi senza fargli sborsare una lira?

    2. Molti editori – i piccoli e i medi, soprattutto quelli “di nicchia” o che non possono compensare i pochi o quasi nulli ricavi di libri di poesia (comunque d’élite o acquistati da esigue minoranze di lettori) con introiti derivati dalle pubblicazioni più commerciali e “di massa”, in genere le uniche (Cfr. sopra Lucini…) che vengono acquistate (anche per il martellamento pubblicitario o televisivo) , *sono costretti*, per stare nel mercato (o a volte solo per campare di questo *lavoro*), a far pagare *qualcosa* agli autori. (E a chi sennò?).

    3. Oggi, rispetto agli anni Settanta all’incirca, è quasi la norma (ma lo era forse anche prima, quando gli autori o gli aspiranti autori erano di meno). Non mi pare perciò che si possa dire che “onesti” sono gli editori che non fanno pagare l’autore e “disonesti” quelli che fanno pagare. E perciò trovo discutibile e moralistica la classificazione in editori a pagamento, editori a doppio binario ed editori free che si legge al link indicato da Maria Grazia Di Biagio (http://www.writersdream.org/2008/12/lista-editori-a-pagamento/).
    Al massimo, se fossimo economicamente più competenti e sapessimo valutare i costi della carta, del lavoro del tipografo, ecc., potremmo ragionare sulla cifra richiesta da un editore; e distinguere la casa editrice “esosa”, che per varie ragioni – anch’esse da precisare caso per caso – chiede di più, da quella “onesta”, che chiede di meno all’autore perché se lo può permettere. Quella classifica ai miei occhi indica soltanto che ci sono editori meglio piazzati sul mercato (in parole povere più “ricchi”) ed editori meno piazzati (più poveri). Come ci sono autori che possono spendere di più e altri di meno. Non si scappa, C’è un dato non trascurabile che il discorso sull’”onesta” neppure prende in considerazione: quello che possono permettersi editori e autori “ricchi” non possono permetterselo i “poveri”.

    4. Scandalizzarsi di questi fenomeni, invece di considerarli *politicamente*, mi è sempre parso segno di una visione comoda, (falsamente) armoniosa e idealistica del mondo. Come se il capitalismo valesse per i macellai o i fruttivendoli e non per gli editori. No, vale anche nell’editoria, che in alcuni settori s’è industrializzata e in altri si muove ancora sul piano dell’artigianato. E’ vero che quest’ultimo ci appare più accettabile e “umano”. Ma i poeti e gli editori operano oggi in questo sistema; e dovrebbero contrastare gli effetti perversi dell’industria culturale muovendosi al livello dei problemi che questa realtà economica e politica pone. Non possiamo sognare un Editore Mecenate che riconosca i mille o diecimila Orazi che oggi scrivono poesie e gli passi una pensioncina.

    5.Tuttavia, anche se non volessimo addentrarci in un’analisi seria e realistica dell’industria culturale, possiamo semplificare il ragionamento e chiederci: per fare un libro i soldi chi ce li mette? Risposte: 1. lo Stato; 2. un editore – mecenate generoso o calcolatore, grande o medio o piccolo – ma comunque un “ricco”, uno che possiede un patrimonio o un capitale (minimo, medio o massimo), accumulati – questi – nei vari modi in cui si possono accumulare dei patrimoni e dei capitali (e qui sorvolo il discorso sui processi di accumulazione rimandando a Marx); 3. una cooperazione tra autori ed editori “emarginati” o “periferici” su un progetto chiaro che limiti i danni e le perversioni commercialistiche e corporativistiche della grande editoria capitalistica (sia chiaro: nient’altro che una forma di resistenza, essendo venuta meno l’ipotesi di un’economia socialista o l’ipotesi comunista; e non essendoci in vista, per ora, nessuna ipotesi di superamento del capitalismo o dei capitalismi). In quest’ultima ipotesi il discorso della pubblicazione a pagamento assume un significato non semplicemente moralistico (onesto/disonesto) ma di resistenza politica: si fanno libri che dovrebbero dire – cosa da verificare caso per caso – qualcosa di diverso e magari di meglio rispetto a quelli pubblicati dalla grande editoria, che censura o manipola o uniforma stili e contenuti letterari.

    6. Non è una bella situazione per una produzione e un’editoria di ricerca. Rileggersi in «Lettura per poeti (4): Sul futuro della letteratura quanto ha scritto Alberto Casadei (https://moltinpoesia.wordpress.com/2013/10/18/letture-per-poeti-4sul-futuro-della-letteratura/):

    L’insieme di questi fattori [crescita mondiale dell’alfabetizzazione, editoria centrata sui bestseller, emarginazione ( o“selezione innaturale”) degli autori che non rientrano nel canone bestseller] produce […]un primo macrofenomeno, e cioè la quasi totale impossibilità di generare una letteratura effettivamente alternativa, sperimentale nel senso più alto della parola, perché persino quella che può rientrare in questa categoria esiste solo di vita riflessa, grazie al sostegno di gruppi ristretti di lettori e critici, di fatto marginalizzati nel campo di potere attuale.

    7. Se l’editore è grande (ha molto capitale e potere), può essere più facilmente ( ma sempre in casi ristretti: per cinque o dieci o trenta autori) un mecenate e mettere lui tutti i soldi per fabbricare il libro, pubblicizzarlo, farlo circolare a livello di intenditori e di massa; e costruirsi anche un logo prestigioso o dare all’autore e ai lettori l’illusione che Tizio pubblica quel libro *esclusivamente* perché il suo libro lo merita, è proprio un capolavoro.
    Se l’editore è medio o piccolo tenterà, nella dimensione media o in piccolo, queste medesime operazioni. E, oggi sempre più spesso (perché la poesia non si vende, i lettori diminuiscono, la crisi morde tutta la società e pochi ingrassano e moltissimi stringono la cinghia, ecc.) sarà costretto a chiedere il “contributo” all’autore. Non può certo chiederlo ai lettori, sempre più rari e sfuggenti. Poi ci sono stratagemmi più o meno originali che devono arrivare al medesimo risultato: coprire le spese di produzione e diffusione della merce-libro. Qualcuno ha fatto persino una specie di colletta tra gli amici o tra i lettori che già avevano apprezzato un suo precedente libro; e così, con il loro “contributo” anticipato, ha potuto pubblicare presso un piccolo o medio editore il suo ultimo libro che la grande casa editrice aveva rifiutato. Sempre “contributo” è. Si potrebbe anche ironizzare: in questo modo gli amici dell’autore hanno provato l’ebrezza di essere dei “mecenati in sedicesimo” e l’operazione ha ottenuto l’alone del *dono* e del *merito*. Ma siamo sempre nella logica cooperativistica. Non disprezzabile. Anzi da elogiare se davvero veicola contenuti forti e cancellati dalla grande editoria.

    8. Nel suo commento Di Biagio si chiede anche: «non sarebbe più onesto non pubblicare poeti piuttosto che farli pagare»? Ma così si rischia di fissare delle false equivalenze: editore che non fa pagare l’autore= editore onesto; editore che fa pagare l’autore=disonesto o poco onesto.
    Non mi pare si possa risolvere la questione affidandosi fiduciosamente alla valutazione (spesso anzi allo snobismo) di «certi critici letterari», perché la critica di una volta langue o è quasi scomparsa. Chi poi se la sente di dire che le case editrici che non fanno pagare l’autore pubblichino solo testi validi, di buona qualità e significativi? Possono/debbono essere queste l’unico filtro valido per l’attuale produzione poetica o parapoetica? Dobbiamo davvero fidarci degli «editori che amano il loro mestiere [e] non pubblicano chiunque». A me pare che anch’essi, in assenza di una vera critica, finiscano per scegliere con criteri prgmatici più o meno soggettivi e amicali, non troppo dissimili in fondo da quelli della grande editoria che ha una posizione di rendita e un prestigio oggi quanto mai dubbio.

    9. Ci sono grandi problemi *teorici* che fanno da sottofondo a qualsiasi discussione sull’editoria (e, nel nostro caso, a quella di poesia). Da tempo sono stati persi di vista. È faticoso riprenderli. Ma bisogna farlo. Altrimenti discuteremo sempre un po’ alla cieca e soltanto sulla base delle nostre singole esperienze, rispettabili ma che spesso non colgono l’insieme dei fenomeni e le forze ideologiche, economiche e politiche che li producono.

    10. Ovviamente questi problemi appaiono del tutto trascurabili e queste discussioni del tutto oziose per chi ritiene che la grande letteratura e la grande poesia finisca per imporsi sempre da sé e a tutti; e che il mercato (qualificarlo come capitalistico per costoro è del tutto irrilevante o scandaloso) è quello che è – immutabile e tutto sommato accettabile così com’è. Esempi? Riporto stralci di due commenti letti su LE PAROLE E LE COSE in un post (http://www.leparoleelecose.it/?p=12465). Anche se lì si parlava di editoria in generale ( e soprattutto di romanzo) certi modi di pensare valgono anche per la poesia:

    a.
    The Real Guy
    19 ottobre 2013 alle 14:05
    Non capisco cosa c’entri il sistema di distribuzione e di vendita del libro con la qualità della letteratura prodotta. Il cinema adotta questo principio per la distribuzione e la vendita di film da anni eppure dire che non esistono bei film sarebbe ridicolo.
    D’altra parte la presunta decadenza del mercato editoriale, almeno in termini quantitativi non esiste. Un buon libro, un grande classico antico o contemporaneo resta un longseller, tanto che le grandi case editrici debbono assicurarsi una quota di longseller se vogliono restare a galla. E le comete che si spengono in un mese trainano gli altri. Le posso assicurare che Flaubert, Dostoevskij, Melville ma anche Roth, DeLillo, Houellebecq o Munro vendono moltissimo. E come ha scritto @Dwf vs Jf nel passato spesso le condizioni di distribuzione della letteratura erano molto più dure e peggiori di quelle attuali.
    Il resto, mi sembra, sono lamentele di chi non vuole arrendersi a un mondo che ha trovato altre, nuove forme, altrettanto interessanti e ricche di quelle di un passato (spesso tutto immaginario e mitizzato), di pensare, immaginare, costruire se stesso e la realtà circostante.

    b.
    Francesca Vennarucci
    21 ottobre 2013 alle 22:22

    Il mercato editoriale non è che lo specchio di una situazione oggettiva e non ha a mio avviso nessuna “colpa” particolare. È sempre esistito chi sceglieva cosa pubblicare, quali autori inserire e quali autrici espungere dal canone, eppure abbiamo ben avuto i nostri grandi e a tratti immensi poeti e scrittori. Di tanti altri e soprattutto di tante altre si è perso anche il nome.
    La domanda a mio avviso non è: “Cosa è importante chiedere a un libro?” Perché chiunque è libero di pretendere svago, divertimento, storie facili. Perché no? Va benissimo.

    • Maria Grazia Di Biagio

      Probabilmente mi sono spiegata male. Lungi da me atteggiarmi a moralista. Molti dei miei amici scrittori validissimi pubblicano con piccole case editrici che richiedono contributi e non escludo di poterlo fare anch’io un domani, così come sono consapevole che le grandi case editrici, più ricche, non pubblicano solo cose valide. Quello che trovo ripugnante è il proliferare di piccoli sciacalli nel mondo dell’editoria, i quali, facendo presa sulle ambizioni delle persone, pubblicano dietro pagamento, scritti di nessuna qualità letteraria. Credo che di questo mi debba dare atto, caro Ennio. Non mi sento, in questa sede, di portare esempi concreti, se vuole lo farò volentieri in privato.

  8. Ennio Abate

    @ Di Biagio

    Nella sostanza siamo d’accordo.

  9. Mah! Ho seguito in parte il ragionamento (il tempo mi morde sempre le chiappe), ma vorrei fare un esempio:
    a) la piccola casa editrice che pubblica gratis, se l’autore acquista 100 copie al 60% del costo effettivo, sarebbe secondo voi editoria gratuita? E CFR passerebbe fra gli stronzi che fanno pagare gli Orazi nostrani per avidità di danaro? Ebbene, vi invito a passare su http://www.edizionicfr.it/Progetti/Pubblicazioni.htm e lì troverete (credo sia l’unico editore in tutta Italia), le condizioni “trasparenti” di pubblicazione. Dire “ti pubblico gratis se acquisti cento copie al 60% del prezzo di copertina”, NON E’ una condizione trasparente, a meno che non sai prima QUANTO SIA IL PREZZO DI COPERTINA :-))
    Un mio amico, poeta MOLTO noto, ha pubblicato recentemente un volumetto di 80 pagine al prezzo di copertina di € 14,00. Allora se la logica è questa, egli acquista 100 copie per un controvalore di 840 €, mentre io chiedo, per 130 copie (fatte certamente un po’ meglio del libro che ho davanti a me…) l’esosa somma di 560 €. Solo che io metto il prezzo di copertina a 10 € (ed è già alto), mentre il mio amico editore lo mette a 14, con poca trasparenza anche verso il lettore (perché è ovvio che a più di 10 € non sarà mai venduto). Questo lo si chiama editore onesto e intraprendente perché pubblica “gratis” e io sarei disonesto (certo, nessuno lo afferma, ma vorrei vedere…!) perché offro allo stesso autore il 30% in più di libri e gli faccio pagare 200 € in meno? Ma dove cazzo abbiamo la testa quando ragioniamo? Ma fosse anche 10 € il prezzo del libro del mio amico, e 600 € il costo per cento libri, vivvaddio, io offro sempre 30 libri in più, che stando a quelle logiche valgono 180 €, mica bruscolini!
    Io ho abbassato subito i prezzi, prima che scoppiasse questa cazzo di crisi, vedendo come andavano le cose, ma i poeti preferiscono pubblicare gratis per principio? OK, accomodatevi signori, pubblicate gratuitamente le vostre novelle Divine Commedie e fatevi fregare perché è giusto che sia così. Se uno è bambo, non è colpa dell’editore. Ma porca puttana, io ho editato quasi 50 titoli quest’anno, e sono sotto nel CC e ho i coccoloni a fine mese e faccio fatica a dormire: mi spiegate come fa un editore ad essere disonesto con un CC del genere? Mi spiegate come fa a fare 50 libri all’anno, da solo, compresa l’impaginazione, la grafica di copertina (l’editing) ecc. ecc. per hobby? Se dunque non è un hobby, allora ho diritto anch’io alla mia giusta mercede, evangelicamente!
    Certo, se riuscissi a vendere 100, 150 copie ogni titolo che edito, francamente non saprei cosa farmene dei contributi degli autori, li darei in beneficienza e andrei in giro con un’auto decente. Ma vivaddio, mi spiegate come cazzo faccio a vendere 100 copie senza distribuzione, senza librerie? Sì, perché se vuoi distribuire, devi far stampare almeno 6 / 700 copie; e mi dite voi chi anticipa la stampa di (50 titoli per 600 copie) 3000 libri con la prospettiva di venderne sì e no 300? Ma di che cosa stiamo parlando? Giù dal fico gente: io posso fare questo, se non va bene, rivolgetevi a Mondadori o a chi stampa gratis! Sapete che un titolo a colori di 48 pagine costa a me oltre 5 € e farne stampare 700 significa anticipare 3500 € e magari andare da qui a Como per vendere 7 copie, nonostante si trattasse di una delle migliori poetesse italiane? Ma chi sono io, Onassis? un cretino? un gonzo da buggerare e per giunta guardare con sospetto perché chiede soldi per vivere? Lo ripeto: giù dal fico per favore.
    Beh, mi fermo al punto a), altrimenti la bile mi va di traverso e no bbuono.

    • Maria Grazia Di Biagio

      Non era mia intenzione urtare la sensibilità di quanti operano nel mondo dell’editoria con serietà e competenza, so bene in quali condizioni versa l’editoria, vorrei tanto essere marziana ma purtroppo vivo in Italia. Intendevo, forse con troppa veemenza, porre l’attenzione sulla responsabilità che oggi più che mai si devono assumere gli intellettuali nei confronti dei lettori e degli autori stessi, aiutarli ad orientarsi nel labirinto della letteratura non sempre di qualità che viene editata in nome del profitto. Mi spiace, prof. Lucini, averle procurato “un po’ di collera”.

  10. Ennio Abate

    @ Di Biagio

    Quella frase («non sarebbe più onesto non pubblicare poeti piuttosto che farli pagare») era un po’ ambivalente… E mi sono dato da fare anch’io nel commento precedente per dire che le cose sono più complicate.
    Lucini ha una posizione chiara anche perché è poeta/editore e conosce da vicino sia certe attese sballate dei poeti sia certi stratagemmi degli editori per approfittarne.
    Il problema decisivo per me è questo: si può stabilire tra poeti ed editori un rapporto meno individualistico e che miri a far uscire la poesia sia dalle tendenze all’autoclausura compiaciuta sia da una proliferazione di scritture in prevalenza narcisistiche?

  11. Andrea Rompianesi

    Dibattito interessante. La conclusione è una: esiste un’ editoria che si può definire di qualità, in quanto presuppone una linea editoriale, quindi compie una selezione (sempre relativa e opinabile). Sussiste poi un’altra realtà che pubblica tutto ciò che riceve se coperto economicamente. Azione assolutamente lecita ma che caratterizza più un’agenzia tipografica che una casa editrice. Detto questo, è comunque certo che anche la piccola sigla più seria e selettiva in assoluto, in ambiti prettamente letterari e particolari come la poesia o la prosa poetica, non può assolutamente pensare di coprirsi solo con le vendite. Molte librerie non danno spazio alcuno alle piccole…se poi qualcosa riesce a passare, ha la formula del conto deposito che certo non significa la vendita. Se una sigla vuole comunque realizzare una distribuzione, servizi stampa, partecipazioni alle manifestazioni espositive, i costi ingenti ci sono. Altra cosa è se una casa editrice rifila qualche copia all’autore non realizzando poi nessuna delle necessarie operazioni per far girare il titolo all’interno, almeno, di un determinato circuito. Anche le grosse sigle spesso hanno modo di coprirsi in vari modi (certo non lo fanno con il nome anche qualitativamente valido ma non in grado di fornire l’adeguato contraccambio). Morale…per una piccola che debba pubblicare testi letterari particolari di nomi non commerciali, e realizzare davvero (e non in modo fittizio) le operazioni editoriali previste, è più che giustificata la richiesta dell’intervento di uno sponsor o un minimo acquisto copie da parte dell’autore. Chi non ammette questo nega volutamente l’evidenza.

  12. Ennio Abate

    @ Rompianesi

    Il dilemma è sempre quello: qualità/quantità. Ci siamo – credo – rassegnati alla coesistenza di testi di qualità in circuiti ristretti ( o persino “di nicchia”, come si dice) e di testi commerciali o “di massa” nei gradi circuiti (nazionali o internazionali). Pensate ai grattacieli di certe grandi città che sorgono a poca distanza dalle baraccopoli. Coesistenza passiva, però, e pericolosa da un punto di vista etico-politico. Poiché il testo di qualità produrrà la sua benefica funzione su ristretti ambiti della società e il resto di essa si alimenterà soltanto di valori stereotipati: quelli veicolati dalla circolazione commerciale. Resta la barriera tra cultura alta e cultura bassa. Non ci sono interferenze, disturbi, rimescolii, attriti tra esse. Tranne eccezioni o trucchi ( per cui un aroma della cultura lata viene fatto assaggiare anche nei prodotti di massa). E’ come se fossero due fiumi che scorrono l’uno accanto all’altro, divisi da una barriera invisibile, e senza mai mescolare le loro acque. Risultato etico-politico: la conservazione nelle menti e nelle pratiche delle gerarchie reali, anzi la loro fissazione sotto il mantello ideologico detto “democrazia”.
    Il lavoro encomiabile di piccole case editrici, ma anche di alcuni settori delle grandi, che a volte dirottano un centesimo del flusso di profitti proveniente dalle vendite commerciali di massa (persino dalla pornografia) per pubblicare qualche buona opera (collane fiore all’occhiello), si adatta però a questo stato di cose. E non fa anch’esso che confermarlo: qualità per pochi/ valori stereotipati per molti.
    Manca un pensiero e una pratica coerente per rimettere in discussione il sistema e fludificare la circolazione tra alto e basso, tra pochi e molti.

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