Assunta Finiguerra
Una poesia e una nota di Carla Saracino

Finiguerra

Cume è brutte a vite si nun a cambe
te sscéppe pure re scarpe da i piede
te face sende nu diàvele ca crede
angóre a trenetà pe ddalle ngape

Aggia tuzzuluate a ccendenare de porte
facenne a pezzénde a ciéle apiérte
e cume u luandernine d’a notte
mane mane ca facije juorne me stutuaje

Com’è brutta la vita se non la vivi / ti toglie anche le scarpe dai piedi / ti fa sentire un diavolo che crede / ancora alla trinità per darle in testa // Ho bussato a centinaia di porte / facendo la pezzente a cielo aperto / e come il lanternino della notte / man mano che albeggiava mi spegnevo

Nota di Carla Saracino

Il 30 Maggio del 1946 a San Fele, piccolo paese della zona del Vulture, in Basilicata, nacque una delle più grandi poetesse dialettali che la Letteratura contemporanea riconosca: Assunta Finiguerra.

Come spesso accade, i poeti sorgono e maturano per molti anni senza che nessuno se ne accorga, lontano dai salotti intellettuali, mille anni luce fuori dal politico errare in lungo e in largo di tanti scriventi che, non avendo alcun talento, vanno procacciandoselo senza pudore o senso di umiltà; come spesso accade, i veri poeti vivono un’esistenza dibattuta nel piccolo della loro sofferenza, in geografie anche minime, occasionali, anonime.

Assunta Finiguerra è salita all’attenzione della critica solo un decennio prima che la morte, sopraggiunta il 2 Settembre del 2009, la portasse con sé, ma la vocazione alla poesia – possiamo dirlo con certezza – la chiamò fin dalla nascita, all’atto del suo venire al mondo e trovò spazio per manifestarsi quando i tempi si responsabilizzarono dentro una forma, quella che sarebbe diventata la lingua dialettale, la lingua viva e frontale del suo paese.

L’infanzia di Assunta Finiguerra si svolse interamente a San Fele. Terminata la scuola elementare, il padre non le permise di proseguire gli studi e la indirizzò verso un destino comune alle ragazze allevate nei piccoli centri di un Sud d’Italia a quell’epoca tanto struggente e fascinoso in bellezza quanto autoritario e castrante in termini di educazione del femminile. Assunta Finiguerra, stando ai dettami del padre (che lei stessa descriverà come un uomo austero e rigoroso), doveva sposarsi e prepararsi ad essere una brava moglie e madre. Il matrimonio ci fu e anche la maternità. Come unico momento creativo il lavoro in sartoria, a 18 anni, che lei avviò dopo aver frequentato un corso di ricamo presso delle suore.

Proprio in questi anni di conduzione domestica, la poesia fece le sue prime apparizioni, spingendo la poetessa a scrivere ovunque vi fosse uno spazio bianco su cui poter fissare un verso o un pensiero poetante: e così la carta pane, i cartoncini delle confezioni dei collant divennero bianchi approdi per l’inchiostro, un disperato inchiostro da cui versare per intero la sofferenza di uno spirito inquieto e ribelle. Tutta la poesia della Finiguerra è un grido di amore che passa attraverso l’idea della ribellione. Una donna vitale e curiosa come lei, tramortita nelle ambizioni, oppressa dalle strutture arcaiche e bigotte di una realtà paesana, frustrata nell’aspirazione alla libertà, non poté che, a un certo momento, esplodere in ferocia poetica e usare il dialetto (non a caso) come arma vincente da sguainare contro se stessa e contro gli altri. Ad accorgersi per primo del suo talento fu un parente, proprietario della casa editrice Basiliskos, che la incoraggiò a pubblicare lo svariato materiale inedito prodotto tra un lavoro di sartoria e l’altro. Al 1995 risale la sua prima raccolta Se avrò il coraggio del sole. L’opera, nonostante sia stata scritta in lingua italiana, già prelude a una forte crisi ovvero a un cambiamento radicale, a una seconda nascita. Assunta Finiguerra, in quegli anni, stava diventando ciò che era stata da sempre e ciò che sempre sarebbe stata. Il dialetto stava per comparire nel suo orizzonte immaginifico e metaforico. Al 1999 risale Puozze Arrabbià, seguono Rescidde nel 2001, Solije del 2003 e Scurije nel 2005, fino alle ultime produzioni che vedono la casa editrice Lietocolle sostenitrice commossa e promotrice caparbia della poetessa e del favore nazionale che il suo lavoro continua ad esternare.

La poesia della Finiguerra affonda le unghie nella terra di origine, ne coglie i dissapori e le contraddizioni, ma è anche una poesia che potremmo definire classica, zeppa di risorse mitiche e archetipi trasfigurati che esprimono l’amore per un tu, un tu mai svelato in un’identità precisa e che sconvolge i sentimenti della poetessa fino a chiuderla zoppicante in una passione dolorosa. Indipendentemente dal canto strozzato e sofferto che sicuramente è una marca identitaria di buona parte della sua produzione, Assunta Finiguerra ormai è entrata nel novero delle voci liriche più radiose e importanti. Una poetessa che ha avuto il coraggio del sole e ha cambiato la propria vita, al di là del bene e al di là del male.

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