Rita Simonitto
Appunti per continuare una discussione

lucini oensiero poeticoHo letto con interesse la discussione sul post di Gianmario Lucini (qui) e vorrei riprendere alcuni dei punti  che mi paiono più significativi:

1. Il post era partito da una domanda di Lucini relativa alla “poesia civile” *per alludere all’impegno morale nei confronti della società e dell’umanità*.

Ma, sapendo quanto sia problematico il termine ‘civile’, Lucini stesso aveva preferito approfondire il concetto di Poesia sollecitando a  * ragionare in termini di “verità poetica”, che ci viene da un “pensiero poetico integrale” .

In questo modo si potrebbero  evitare le etichette di poesia “politica”, “civile”, “erotica”, “religiosa”, “satirica”, “epigrammatica”, “elegiaca”, ecc. in quanto  *nessuna poesia ha un solo carattere e anzi, la Poesia li possiede tutti, anche se in rapporto fra loro diverso, perché è Poesia e basta o, come dice quello stesso autore, “è la voce di chi ha visto le voci”.* (Lucini)

2. Questo suo invito ha implicato il discutere sul concetto di realtà/mondo e sul rapporto che l’artista ha con questa realtà.(1) Le lunghe citazioni, che ho messo in nota contengono tutte osservazioni sottoscrivibili se prese nell’insieme, ma richiederebbero ulteriori chiarificazioni, se considerate punto per punto, cosa che in un blog è difficile da farsi. Ma ciò non esclude che ci si possa cimentare.

3. Ennio ha tentato di farlo nelle sue puntualizzazioni dialettiche, anche se in alcuni passaggi il suo ‘contenzioso’ di fondo con le maiuscole (non è la prima volta che lo fa trasparire) rischia di depotenziare le osservazioni stesse. (2). Come se le maiuscole avessero il significato di forme ‘assolute’ e non fossero, invece, espressioni di ‘funzioni’  che, all’interno di una certa invariabilità della ‘forma’, sono sottoposte alla variabilità dei contenuti.

4. Veniamo, però, al concetto di “intelligenza del reale” e alla affermazione di Abate : *Anche se tengo di più all’intelligenza del reale anche in poesia, mi potrebbe andar bene che la poesia (con la minuscola) mirasse alla «ricerca della verità». (Trascuro il problema non secondario della distinzione tra ricerca del reale e ricerca della verità).* (3)

Secondo me, l’intelligenza del reale e la ricerca della verità vanno di pari passo, ma senza che debba esserci una ipotesi ‘finalistica’, proprio perché questi due momenti non vanno incontro ad armoniose equazioni (*vero-bello-giusto- buono*) bensì all’impatto con la ‘catà-strophè’ del ‘fascinans et tremendum’.

 5. Ancora più avanti Ennio tratta del rapporto poesia ‘civile’ e società:

*Non é garantito né automatico che la spinta costruttiva in poesia (o in arte) raggiunga le spinte costruttive sociali o ne nasca una buona alleanza […] moto artistico e moti sociali sono sfasati tra loro. Specie oggi* […] e *Il rapporto tra fare pòlis e fare poesia è molto più complicato*

Oltre che complicato esiste anche una conflittualità di tipo diverso nel rapporto che c’è tra l’individuo e se stesso e quella tra l’individuo e il gruppo.

A fronte di ciò, Abate si chiede quale può essere il posto della ‘ragione’ e chiede: *Ma con chi la faresti questa «ricerca della verità» se non con la ragione?* Poi, citando Lucini, gli obietta: *E cosa sarebbe una poesia, che pretendesse di farla da sola [questa ricerca] e senza tener conto dei risultati raggiunti dagli altri saperi (filosofici, scientifici, storici, ecc)? Chi decide che cos’è questa “intelligenza del reale”?* E più avanti: *Va da sé che la poesia e gli altri saperi attingano a una medesima [(?!)] realtà, pur esprimendola o rappresentandola in forme diverse (logica, analogica, ecc.) a volte complementari a volte invece contraddittorie e che il poeta la raggiunge (la realtà o la verità), se la raggiunge, sì per via poetica, ma questa via poetica può essere lastricata anche di ragione o oggettività*.(Abate)

Qui, però, bisogna fare una differenza fra percezione della realtà  e sua rappresentazione. Nelle due operazioni, infatti, vengono seguiti due processi diversi. La ‘mia’ percezione è ‘in primis’, analogica e pertanto carica di quella soggettività che io metto nella relazione tra me e l’oggetto, soggettività che, a sua volta, è il portato di influenze culturali e storiche. Ragion per cui la realtà mia, quella che io percepisco, può non essere la stessa realtà dell’altro proprio perché cambia il tipo di relazione.

Nella ‘rappresentazione’, invece, posso utilizzare le due forme, analogica o logica (o ambedue, come accade nel dire poetico), a seconda dei ‘campi’ di interesse.

6. Quando Lucini parla del corpo (4), fa una inversione cronologica: il nostro sentire, l’affezione, passa prima attraverso la corporeità (il somatopsichico, ovvero un corpo che traduce ‘analogicamente’ le emozioni) e poi passa (se, fortunatamente, passa) alla mentalizzazione il cui processo può godere sia della modalità ‘analogica’ (iconica, sincretica, continua) per rappresentarsi e sia quella ‘logica’ (verbale, analitica, discreta).

Ma Lucini fa anche una veloce equivalenza fra corpo e pensiero: il corpo, sì, ‘pensa’ (se possiamo utilizzare questo termine), ma in modo arcaico, concreto; e  l’affermazione *il pensiero è corpo* è valida nella misura in cui le nostre fantasie, pur essendo costrutti mentali, hanno la stessa forza della realtà. Poi egli fa una aggiunta importante: * perché emozioni, sentimenti ecc. ecc. ci sono perché c’è il corpo, sono direttamente connesse ai sensi*.

Sì, è verissimo. Trascura però che i nostri sensi sono fallaci, poco affidabili.

Eppure oggi, guarda caso,  abbiamo un diffuso  ‘sentire di pancia’ e si invita a reagire di pancia,  come se questo fosse davvero l’indice del sentire ‘genuino’. Si sopravvaluta così il sentire dell’istante, in un eterno presente che non ha né un prima né un poi.

C’è inoltre una riottosità di tipo regressivo che porta a credere a ciò che la vista – il senso analogico per eccellenza – ci pone davanti agli occhi; e ad un sentito dire che non ha bisogno di contraddittorio, perché la maggioranza afferma che le cose stanno così.

L’osservazione di Lucini, perciò, pur corretta nell’essenza circa la estromissione della ‘pazza di casa’, è inesatta nei tempi: è il sonno della ragione, vituperata perché traditrice delle utopie di ‘magnifiche sorti e progressive’, che ha aperto le porte, senza alcun controllo, alla ‘pazza di casa’ lasciandola correre a destra e a manca. “L’imagination au pouvoir” si recitava nei ‘mitici’ anni della rivoluzione ’68 e post.  Adesso, nel mentre ci crogioliamo per ‘gli asini che possono volare’’ (vedi Moltinpoesia 10.07.2013, C. Rovelli , Nel paese dove gli asini volano…), assistiamo alla s-governanza da parte di incapaci che ci danno da bere qualsiasi fandonia per farci tirare la carretta mostrandoci, come si fa con gli asini (che NON volano), la classica carota davanti al muso.

7. Accolgo, sia pure a denti stretti, la parafrasi di Lucini * “ogni società ha la poesia che si merita”*: è vero, ce la siamo davvero voluta ed è inutile andare a cercare capri espiatori. Ma un’occhiata ‘critica e disillusa’ alla storia, quello sì.

Per cui quando Lucini riporta questa sua esperienza personale *la mia amica Fiammetta tempo fa mi disse una frase di suo padre che mi ha profondamente colpito: “se vai al mercato e hai due soldi, con uno compra cibo e con l’altro compra dei fiori”* a me viene in mente il finale del film “Quien sabe?”,  1966, di D. Damiani, e la presa di coscienza di El Chuncho nei confronti della miseria del popolo messicano. Al povero campesino – cui lui voleva dare dei soldi perché  quello mendicava un po’ di pane  – vedendo poi come subiva in silenzio il maltrattamento da parte del gringo americano, gli grida: “con questi soldi non prendere pane, compera dinamite!!”

8. Tornando all’analogico, sono d’accordo con Lucini quando sostiene : *Ma se per il filosofo la dimensione è naturalmente quella collettiva (perché la logica è un fatto per forza di cose vocato al collettivo), l’artista non lo può fare, perché non c’è un pensiero poetico collettivo, perché il pensiero poetico è analogico prima e forse ancor di più che logico*.

Ma il pensiero poetico, se non vuole rimanere confinato nel solipsismo, deve affrontare la dimensione del collettivo.

9. Veniamo al Mito (con la maiuscola perché rappresenta la struttura ‘formale’ entro la quale i vari miti – in minuscolo – parlano delle loro singole storie); e ricordiamoci che il Mito rispondeva ad una esigenza narrativa laica più che re-ligiosa, anche se, indubbiamente, legava gli affari degli dei a quelli degli uomini.

Attraverso la suggestione del simpatico ‘teppista’ Buffagni (come si definisce lui in 18 ottobre 2013 alle 16:53)   – con il suo *l’arte è come l’amore (erotico)* – veniamo condotti al tema dell’amore come passione (Eros).

Egli poi, come un abile ballerino, prima cede il passo alla Di Leo (19 ottobre 2013 alle 00:15) che ci introduce all’importante mito di Amore e Psiche e poi si riprende il passo di danza quando afferma : *Però, condizione preliminare per il poeta è accorgersi che si va in malora, situare con precisione il punto da cui si parla, il tono di voce che corrisponde esattamente all’andare in malora.*

Un conto, dunque, è l’amore vissuto nel ‘reale’ e altro è il poetare l’amore vissuto.

Il mito citato, al pari di altri dello stesso periodo  (Semele, ad esempio, sul versante femminile e Atteone e lo stesso Tiresia, sul versante maschile – solo per citarne alcuni) inerisce al rapporto con la conoscenza  – vista come appannaggio del Dio e non dell’uomo, vedi anche il Dio testamentario nei confronti dell’albero della conoscenza – e le vicissitudini che ad essa sono correlate.

 Giuseppina di Leo scrive: * l’azione di Psiche è prova di coraggio, un coraggio e una curiosità senza le quali non ci sarebbe la narrazione, che è poi il cedimento o l’elemento negativo che più ci colpisce di una storia* e, a seguire, cita Gabriella D’Anna *Ha bisogno, la letteratura, di raccontare il cedimento, fosse anche, come è per Apuleio, per renderlo esemplarmente negativo. E in qualche modo la letteratura – più forte della volontà di chi la fa – soddisfa a tal punto questo desiderio di cedimento, che la sua negatività diventa l’unico elemento interessante dell’amore; oppure, addirittura, finisce per non essere negativa*.

Ma la ‘forma’ del Mito non ci presenta mai una posizione soltanto, bensì ci permette di avvicinarci al tema con uno sguardo binoculare. Potrebbe, dunque, diventare un problema se l’accento viene posto esclusivamente sul desiderio di conoscere di Psiche e non anche sulla ‘violazione’ dell’interdetto.

[In questo caso sarebbe come invadere un paese sostenuti dalla ideologia che lo si fa a fin di bene].

Non a caso, le prove alle quali Psiche – ovvero la nostra parte mentale – dovrà sottoporsi per riconquistare l’amore perduto, rappresentano le precise tappe che accompagnano lo sviluppo della conoscenza: a) la divisione dell’unità, la separazione e la differenziazione; b) la capacità dell’attesa per cogliere il momento adeguato; c) l’intuizione come capacità importante per l’uscita dalla confusione. E, infine, l’invito a diffidare sia della pietà e sia dell’onnipotenza del desiderio di ricongiungimento con la bellezza divina: questa si può solo avvicinare, asintoticamente, ma mai ‘possedere’.

Quello che è importante in questo mito non è dunque il raggiungimento del ‘risultato’, quel ‘risultato’ che, tradotto nell’ambito poetico, si potrebbe richiamare a quella * forma di ricerca della verità, che consiste nella prefigurazione di un mondo, magari utopico ma possibile e, casomai, irrealizzabile proprio a causa di queste aberrazioni del potere o per altre cause* (Lucini), ma essere in grado di entrare nel processo della conoscenza.

Ci siamo sempre fatti allettare – appunto nella *prefigurazione di un mondo magari utopico ma possibile* – dall’idea che la ‘verità’ stesse fuori, una specie di divinità ex-estetica, visto che i nostri sensi contano come il due di picche.

Il mito invece ci mette in guardia nei confronti delle posizioni ideologiche che isolano un solo fattore:  il coraggio della curiosità (e non anche la paura); o che sostengono il valore del proprio desiderio che dev’essere portato avanti ad ogni costo secondo l’impulso o la ‘necessità’ di infrangere le regole (senza prima capire il senso che ha avuto il porre quelle regole, ecc.).

L’umiltà nel seguire il faticoso processo della conoscenza (o intelligenza) del reale è un distintivo che implica la Poesia stessa, sia in quanto facente parte del reale e sia, soprattutto, come quella ‘dotazione’ che permette di viverlo – ammesso che lo si viva davvero e non lo si ‘mimi’ – e  di rappresentarlo.

 10. Tornando, dunque, alla poesia ‘civile’, è ovvio che, come scrive Lucini , *l’artista mica descrive qualcosa di trascendentale ma qualcosa di cui egli stesso è imbevuto.* E che *L’arte non crea ‘totem’ (casomai li tematizza)*.

Ma, quando osserviamo che molti ‘poeti’ scrivono tutti allo stesso modo, non si tratta forse di un ‘totem’ attorno al quale la ‘gente’ si raccoglie perché ha bisogno di ‘rifuggire’ dal vuoto e dall’indefinito invece che ‘affrontarlo’ con tutti i rischi che si corrono?

*Note

(1) Ha scritto Lucini: *la Poesia non è più da considerarsi […] un’attività di rappresentazione della realtà o dell’immaginario estetizzante, ma una forma di ricerca della verità, che consiste nella prefigurazione di un mondo, magari utopico ma possibile e, casomai, irrealizzabile proprio a causa di queste aberrazioni del potere o per altre cause* (Lucini). Se ne deduce, dunque, che il poeta deve essere *uno che non accetta la negazione della libertà e le forme di disumanizzazione – quelle che, a nostro avviso in prevalenza, regolano i rapporti fra gli uomini e fra i popoli e sono socialmente tollerate, o anche rimosse dalla coscienza collettiva*.

Invece *in Italia, in questi ultimi 20 / 30 anni, la stragrande maggioranza degli artisti ha rinunciato al suo ruolo di testimone e di ricercatore della verità poetica, accontentandosi del ruolo secondario di sacerdote officiante l’estetica collettiva e convenzionale dell’uomo di strada (non certo quella filosofica), di scrivano-sotto-dettatura della cultura di élite e delle sue aspettative*.

E ancora: *Pertanto, se la Poesia non prende posizione quando l’ingiustizia, ad ogni livello, si manifesta, significa che agli artisti le cose stanno bene così come sono, perché non sono sensibili a queste ragioni e, di conseguenza, sono conniventi con l’ingiustizia. Significa, nel più frequente dei casi, che non riescono a creare un nesso chiaro e forte fra la realtà e la loro arte.

…. Significa che a loro è estranea la dimensione dell’utopia, che è la dimensione del futuro, del creabile, del nuovo realizzabile. Significa che stanno chiusi dentro il loro tempo fisso e immutabile e non si muovono dentro questo orizzonte che chiamano “arte”, perché l’orizzonte dell’arte comprende tutti i tempi.

… Per fortuna le cose non stanno così, perché molti sono gli artisti che creano utopie, e non soltanto coloro che creano un’arte “civile”*

(2) Ennio: *Non credo, perciò, come mi sembra faccia Gianmario, che si debba pensare ad una Poesia (Ah, questa maiuscola!) che conterrebbe in sé come una Dea Madre tutti gli ovuli indispensabili a produrre la poesia che poi definiremmo «“politica”, “civile”, “erotica”, “religiosa”, “satirica”, “epigrammatica”, “elegiaca”, ecc.». Non c’è mai stata una «Poesia e basta».*

(3) Ennio aggiunge: * la ricerca della verità in poesia (o in altri campi) non può essere preordinata, programmata, avere già in sé il Fine. E – ripeto – le ribellioni possono essere generose ma anche cieche* e che *come facciamo a dire che la verità che cerchiamo è di sicuro una verità che soddisferà la nostra sete di giustizia o di bellezza? Non potremmo, man mano che la ricerca va avanti, accorgerci che la verità va contro le nostre attese di giustizia e bellezza? Solo una visione finalistica (o che presupponga il Bene come fine dell’evoluzione della storia, o la Felicità, il Progresso, il Benessere, la Pace, il Socialismo, il Comunismo) può *credere* ma non *dimostrare* che la ricerca della verità sboccherà di sicuro in un’armoniosa equazione di vero-bello-giusto- buono.* (Abate)

 (4)*Il corpo – che “sente” anche attraverso i sentimenti, che lasciano su di lui una traccia ben chiara, che si muove e si commuove, che usa se stesso nella relazione, ecc. ecc. –  è il grande estromesso dal pensiero. Il corpo è pensiero e il pensiero è corpo*)

 

 

 

 

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2 risposte a “Rita Simonitto
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  1. Il pensiero è linguaggio (pensato, scritto) , introduce alla ragione e alla creatività, ma non sempre chi fa l’esperienza utilizza il pensiero. Ad esempio è quasi impossibile pensare (verbalizzando) mentre si danza o si sta facendo l’amore, in questi casi basterà la coscienza, la presenza del testimone che compie l’esperienza. Basterà questa consapevolezza per indirizzare le nostre azioni nel migliore dei modi, perché la danza è espressione del corpo tanto quanto lo è la sessualità. Anzi, la presenza del pensiero potrebbe sarebbe d’ostacolo. Non sono d’accordo con quanti sostengono che il pensiero erotico sia utile all’amore: lo è ma solo per l’amore emotivo nell’accoppiamento, che poi è spesso dobbiamo proprio all’emotività i nostri fallimenti e l’origine di ogni perversione. Ma Lucini ha ragione quando afferma che il pensiero è corpo, non a caso mentre pensiamo, in silenzio, cambiamo postura, accavalliamo le gambe, ci grattiamo la testa…. sono tutti indizi che fanno capire che quella persona sta pensando intensamente. Pensando, muovendo i pensieri abbiamo bisogno di muovere anche il corpo. Ed è vero anche il contrario, che immobilizzandoci, lentamente anche i pensieri verranno meno. Questo è un principio fondamentale nelle cosiddette meditazioni spirituali, ma normalmente, e non a caso, nell’immobilità le persone finiscono con l’addormentarsi. La cosa importante, secondo me, è che si riesca a distinguere tra ciò che attiene al corpo e ciò che riguarda la psiche. L’intelligenza del corpo non è soggettiva, è animale, è di specie; se compresa e rispettata ne avremo giovamento, se per qualche ragione dovessimo reprimere quanto abbiamo di naturale nel corpo ( vedi i divieti delle religioni sulla sessualità), ci sentiremo costantemente infelici e insoddisfatti. Sto semplificando, ma è indubbio che lasciando il corpo alla sua intelligenza, naturale ma con coscienza, ci toglieremmo il peso di quelle responsabilità che per errore e consuetudine consideriamo come ego-riferite. E questo ci porta al principio di realtà, dove per reale s’intenda ciò che è naturale, in contrapposizione con l’innaturale, l’artefatto. L’indeterminatezza del reale sarebbe quindi dovuta principalmente alla scarsa conoscenza che abbiamo di noi stessi. Come conseguenza avremo la falsificazione dei bisogni, che poi sarebbe questo il perno su cui ruota la società dei consumi, e spiegherebbe il meccanismo, in chiave psicologica, di ogni altra azione volta al controllo della collettività.
    Non abbiamo più “la carota davanti al muso”, com’era nel dopoguerra, oggi siamo alle minacce dell’economia: se non ti sacrifichi staremo tutti peggio e sarà anche colpa tua! insomma, finite le carote siamo alle bastonate. E qui s’impongono almeno due parole sulla poesia civile e “l’impegno morale nei confronti della società e dell’umanità” : la poesia è sempre civile se nasce dalla realtà, dai bisogni reali, da ciò che è naturale. La realtà così intesa è definibile e rappresentabile. Non altrettanto si può dire della verità: dietro ogni verità se ne nascono altre ( vedi l’illimitata debolezza della filosofia), ne deriva che la verità è necessariamente scelta di verità.

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