Francesco Di Stefano
A carci in culo

l'asino di podrecca

Pe tant’anni c’è stato Berlusconi
che un po’ de cazzi propi se l’è fatti.
Sfruttanno de quer posto l’occasioni
der bilancio s’è accommodato l’atti.

Poi Prodi ha vinto un paro d’elezzioni
co maggioranze che da cani e gatti
se daveno in capoccia li bastoni
da diventacce tutti mezzi matti.

Er Governo der Grosso Professore
cià regalato pena e più dolore
e questo che se dice a larghe intese

chissà ‘ndo’ manna a sbatte sto Paese.
Ripeto io testardo come an mulo:
“Ma quanno li pijamo a carci in culo?”

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3 commenti

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3 risposte a “Francesco Di Stefano
A carci in culo

  1. Francesco sta componendo una specie di cronaca in sonetti, come facaveno i medievali, ma soltanto che qui la cronaca diventa satira, quella dei menestrelli e non la cronaca degli Eginardo o dei Paolo Diacono. Il gusto popolare della satira politica e di costume risale tutto il medioevo e il rinascimento, si modernizza nel Belli e nel Trilussa, assumendo una veste più colta, ma sostanzialmente lo spirito è sempre quello degli antichi “Saturnalia”, del mondo rovesciato, del servo che punisce il padrone e dei morti che danzano coi vivi.
    Di Stefano non è nuovo a questo genere, che pure ha contaminato anche me, con una raccolta che sto pubblicando. Egli ha composto numerose raccolte imperniate sulla mala politica e sul malcostume tutti italiani (e per questo parlo di “cronaca”), con diversi libri destinati agli amici ed anche una pubblicazione CFR proprio quest’anno, intitolata “Er monno gira ancora come allora”, che insieme abbiamo presentato a Roma e nella sua Amatrice.
    Non c’è molto da dire, dal punto di vista critico, su tali composizioni che, come già sottolineavo nella prefazione di quel libro, stanno sandamente nella tradizione del sonetto romanesco e nella scia del Trilussa e del Belli, con altrettanta mordacità. Più che da dire c’è da riflettere sulle sue trovate paradossali (appunto, che capovolgono il pensare comune) perché dalla risata può nascere la folgorazione e il poeta che “ridendo castigat mores” non è da meno del poeta che intona filippiche di scarmigliata poesia civile che spesso fanno ridere più della satira, ma non per il loro contenuto quanto per la forma, la prosopopea, l’esibizione dell’indignazione. Qui invece la satira purifica, con la sua spontaneità e la sua immediatezza reattiva, le esagerazioni della letterarietà, di quello scrivere sopra le righe che irrimediabilmente scade nella retorica e nella prosopopea.

  2. E anche questa, ad esempio, una distefanata fresca fresca…

    La voce der popolo

    Sta maggioranza de le larghe intese
    più che un Governo pare un farmacista
    che a grammi leva e mette ner Paese
    risorze come gocce pe la vista.

    De resto co litiggi e fra contese
    de chi regge er volante ne la pista
    nun ponno èsse mejo le pretese
    de st’obbolo spacciato pe conquista.

    Chi fa le nozze co li fichi secchi
    nun cambia certo sto gran brutto andazzo
    e nun se po’ mai di’ che ce s’azzecchi

    si nun ce stanno sòrdi drent’ar mazzo.
    Ma si nun levi ar ricco nun ne becchi
    tant’è che s’attaccamo sempre ar cazzo.

  3. ermanno salvatore

    Ho letto i sonetti di Francesco Di Stefano.Peccato che nessun quotidiano della Capitale approfitti della vena satirica del poeta romano per farci tornare indietro negli anni e ricordare le famose 32 righe giornaliere di satira politica di Fortebraccio. Speriamo che qualcuno se ne accorga….

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