Adriano Accattino
“Una di queste morti” da “Poesie rubate”

Gustave Coubert,  Autoritratto, 1844

Gustave Coubert, Autoritratto, 1844

Ah, il lessico specialistico della medicina! E dove non vanno a rovistare i poeti. Sulle molteplici ricerche di Accattino consultare il suo  sito (qui) [E.A.] 

Per le poesie che seguono mi sono esercitato su un articolo di argomento musicale di Giovanni Morelli, intitolato “Musica e malattia”, pubblicato sul secondo volume dell’Enciclopedia della musica, edita da Giulio Einaudi nel
2002. L’articolo è impressionante e ricostruisce le malattie e i percorsi letali di otto musicisti importanti, con un linguaggio sostenuto e un poco aulico. Ho passato il testo attraverso numerose riscritture, secondo il mio gusto personale; ho apportato alcune incondizionate variazioni verbali e l’ho poi strutturato diversamente nella distribuzione di misure e ritmi. Ho ripulito, raffinato, concentrato, con l’intenzione di creare poesia, mentre il testo originale resta ancora rintracciabile.

A un’originaria, grave, ma pazientemente sopporttai
miopia, s’aggiunse un’infiammazione obliterante cronica
dell’arteria temporale che tolse a Johann Sebastian,
giorno dopo giorno, ogni capacità di vedere, con un pro-
gressivo incremento di dolori nevralgici retrobulbari.

Una malattia malintesa che fu poi malcurata
da un dottore oculista che il giornale di Lipsia
aveva annunciato di passaggio alla taverna.
Un oculista-killer che era poi arrivato
per davvero a Lipsia, dove subito tagliuzzò
le cornee del “povero Maestro”, inserendo
nei taglietti piccoli fiotti di unguenti mercuriali
d’effetto cruentissimo, accecandolo del tutto in fine,
e portandolo ottenebrato come una talpa
davanti allo splendore del trono di Dio.

A Georg Friedrich capitò, a partire dal cinquantaduesimo
anno, che diversi sintomi messaggeri di morte,
non di una ma di più malattie, si avvinghiassero
tentacolarmente alla sua intima e ancor creativa esistenza.

Polimialgie reumatiche, offuscamenti del “visus”,
aggravati sino alla semicecità, e anche sintomi rilevanti
di un “diabète sucré”, resistente alle diete, un’emiparesi
accompagnata da acerrime crisi di “febbre etica”
e da compromissioni irriducibili dell’articolazione
verbale, poi l’operazione criminal-oculistica, perpetrata
da quello stesso Dr. Taylor Esq. che, quand’era passato
per la locanda di Lipsia, aveva già accecato,
con due successivi interventi, Johann Sebastian.

Un trattamento della cataratta, messo a punto dal Taylor
sull’un versante, chirurgico, con aghi aspiranti
i liquidi torbidi del retrobulbo; e poi sull’altro,
galenico, con simultanei accanimenti di pozioni
calomelaniche-mercuriali, che trascinò il Maestro
sino a quell’ultima, solenne lipotimia
che lo atterrò nel corso dell’ esecuzione del “Messiah”.
Un deliquio dal quale egli non si riprese
per sei lunghi giorni, prima di morire in fine,
dopo un orribile periodo di vai e vieni della coscienza.

Un’unica, infinita infezione streptococcica, mai risolta,
s’impiantò nel corpo di Wolfgang Amadé sin dai sei anni,
quando esplose in un “erythema nodosum” controllato
a fatica, seguitando poi con alcune gravi crisi anginose
tonsillitiche che, se all’inizio furono imperiosamente
tormentose, quando divennero croniche furono
sempre più spesso accompagnate da crisi di angine
ulcero-necrotiche di Henoch-Schoenlein
e, nelle fasi subacute, da accessi di angina di Vincent.

Sempre all’eziologia di un quadro infettivo
streptococcico sono ascrivibili le giammai guarite
poliartriti e le spondiloartriti rizomieliche anchilosanti
che colpirono Wolfgang alle radici degli arti,
alle ginocchia e ai gomiti, così come anche quelle
febbri, diverse dalle tante altre, ch’erano specificamente
accompagnate da scorticamenti delle labbra,
da sfaldamenti dapprima umidi e poi simil-pergamenacei
delle mucose nasali, da frequenti emicranie, nonché
da brutte e financo laide, a vederle sporgere dai colletti,
eruzioni di bianchicci grappoli adeno-lipornatosi cervicali.

Le frequentissime febbri, peraltro di lungo lunghissimo
periodo, indussero medici dissennati a prescrivergli
sostanze dai poteri devastantemente attossicanti
quali l’antimonio, il calomelano e gli oppiacei.
Nell’ultimo anno di vita vennero infine a umiliarlo
nel corpo e nella persona i deliqui,
pressoché quotidiani, e i rigonfiamenti dolorosissimi
dei piedi, i quali s’aggiunsero ai tormenti
di un’insufficienza renale cronicissima ex-nefrite.

Sordità violata da violenti tinniti intracranici, coliche
addominali, scompenso cardiaco, crisi di prostrazione
da intossicazione etilistica cronica, enormi versamenti
ascitici conseguenti alle due, tre, forse quattro
malattie cirrotiche emergono in stato di disordinata
evidenza, giorno dopo giorno, nell’intimo giornale
della vita-martirio di Ludwig.
Un conglomerato di patologie investe la sua esistenza,
in un dispiegamento di titaniche prove di afflizione
sulle quali si accanirà, a maestro morto,
la ricerca patologica speciale e anatomopatologica.

Il fegato fu visto piccoletto, duro, verde-bluastro,
rattrappito e tubercolato in superficie come un torrone.
La colecisti tutta piena di un mosto d’odor fetido
e color marrone scuro. La milza dura, di dimensioni
fra il triplo e il doppio del normale.
Lo stomaco e gli intestini tutti imponentemente rigonfi
d’aria. I bacinetti dei reni massivamente occupati
da una concrezione verrucosa e calcificata.
La matassa delle anse intestinali immersa in otto litri
di liquido ascitico, intorbidato da concomitanti infezioni
mesenteriche. Nei pressi del timpano, il canale acustico
tutto invaso da formazioni scagliose, la mucosa
della tromba di Eustachio ispessita e aderita
all’osso, le piccole cavità del processo mastoideo
del temporale fittamente stipate di formazioni
membranose molto vascolarizzate e anche nella sezione
petrosa dell’osso grossi vasi innaturali induriti
e di color rosso carminio. I nervi acustici grinzosi,
sguainati e attorti; i nervi faciali inusualmente spessi.
Le circonvoluzioni della massa cerebrale abnormemente
fessurate in profondità, straordinariamente larghe
e oltremodo numerose.

Segnato dagli sviluppi ineluttabili di una sifilide
contratta in uno stato di esaltazione etilica, nel corso
di frenetiche frequentazioni di partner occasionali, Franz
patì per la sommazione algogena-deprimente delle tante
sintomatologie dermatopatiche dello stadio secondario
della malattia: esantemi, papule, vescicole, alopecia,
tricoclastie, tricoptilosi ecc., tutte condizioni fisiche
di piccola sconcezza, che si sovrapponevano
a una costituzione già sernigrottesca.

L’infezione mortale che lo aggredì nell’ultimo mese
di vita, quella che indusse la setticemia intestinale,
era un’infezione bestiale, trasmessa dalle carni di suini
affetti dal colera del porco (morbo di Salmon).
Franz fu colto da crisi di rifiuto “tragico” del cibo,
da un orrore panico per gli alimenti, da una esasperata
fame d’aria, da astruse sensazioni d’impotenza fisica,
da accessi di culto feticistico per l’assunzione
dei medicinali; seguirono i deliri, le farneticazioni,
gli annaspamenti aggressivi, gli sproloqui in gran parte
concernenti il nome di Beethoven.

Bell’uomo, elegante, Felix si era portato addosso,
inscritta nel codice genetico, la tara dell’ereditarietà
di una malattia impegnativa, silente in genere fino
al momento delle massime compromissioni di organi
vitali: una ipertensione essenziale maligna.
Genitori, nonni e molti parenti erano morti a seguito
di crisi apoplettiche diversamente sviluppate, quasi sempre
accompagnate, in esito, da una totale perdita di coscienza,
annunciate da episodi minori sempre sottovalutati:
fuggevoli lipotimie, modeste, inspiegabili e remittenti
paresi e altri quadri sintomatici sempre collegabili a piccole
vicende emorragiche, accompagnati da improvvise
sudorazioni fredde, epistassi, formicolamenti o sensazioni
di algida pesantezza agli arti superiori e alle dita.

Nell’ orribile anno 1847, in un decorso lungo
ma non troppo, Felix morì seguendo la traccia
della diatesi ferale: un’emorragia subaracnoidea
intracerebrale da rottura di un aneurisma encefalico
congenito. Cadde in stati aspecifici di breve durata
– depressioni, astenie, incontrollabile sonnolenza;
quindi fu la volta del grande dolore alla testa,
improvviso, ricorrente per crisi in costante incremento
di gravità, accompagnato dalla gravissima bradicardia,
dal grande freddo, dall’ansia, dal sudore, dalla gastrodinia.
Infine, dal primo al tre novembre, una serie di “ictus” aprì
la strada all’emorragia massiva, quella che diede l’avvio
a un lungo episodio agonico che mosse dal cosciente,
atroce, urlo dello schianto al capo e al collo delle ore 14,
progredendo nello stato stuporoso-affannoso che cessò
in obito poco dopo le 21.

Fryderyk soffriva, fin da bimbo, d’una estrema
inclinazione alla stanchezza: se mai suonava
il pianoforte per un periodo di tempo superiore
ai venti minuti, di fatto sveniva.
La sintomatologia che l’accompagnò dalla nascita
alla morte era collegabile in tutto e per tutto a una
gravissima insufficienza respiratoria, la quale
dovrebbe essere, però, interpretata nel sistema
della sindrome di Lansteiner. Diversamente nominata,
tale sindrome induce sintomatologicamente molte
possibili manifestazioni, quali diarree acute e subacute,
meteorismi, intolleranza per burro e strutto e salsicce,
tossi convulse con esiti in escreati di spettacolare
aspetto e quantità. Uno stato di tubercolosi latente,
ereditaria, a progressione lentissima, sembrò uscire
dall’assoluta asintomaticità, localizzandosi al laringe.

Dell’autopsia non sono state conservate le documentazioni,
corre però la leggenda che non avesse portato a riscontri
validi della malattia tubercolare (in effetti, la lunga storia
ventennale delle emottisi, delle grandi “scodelle piene
di sputi sanguinolenti”, delle cachessie impressionantemente
funeree, dei sollievi mattinali susseguenti a intere notti
impegnate a reggere parossismi di tosse, ecc., non conforta
l’ipotesi di uno stato di autentica tisicità primaria). Non è
altresì facile definire altrimenti la patologia polmonare,
che senz’altro comportò alcune polmoniti a eziologia ignota,
così come importanti manifestazioni di dilatazioni
bronchiali cilindriche composte con bronchiettasie
“moniliformi” e, forse, con un cuore polmonare.

La vicenda di Robert è indubbiamente segnata
dal male e dalle più patetiche ricorrenze di un disagio
esistenziale estremo e finanche istrionico.
Egli ebbe a sviluppare dei veri e propri stati
semi-psicotici: paralisi psicosomatiche, allucinasi,
deliri paranoici, stati rilevanti di bipolarità affettiva,
compulsioni, depressioni involutive, ecc .. I tratti
fobici e gli stati vertiginosi non possono
essere scollegati dal notevole alcolismo,
mai valutato con la dignità di un primo piano
anamnestico, e anche dalla gravissima,
trascuratissima miopia.
Alla dipsomania e alla semicecità si dovrebbe anche
aggiungere un’inclinazione smodata all’assunzione
di farmaci, condotta alla cieca, con “exploits”
d’improvvisazione e innumerevoli forsennate
autoprescrizioni. In particolare sia uno stato protratto
di ipertensioni vascolari estrinseche (verosimilmente
dovute a ignote intossicazioni da prodotti erboristici
o da sali minerali impropri), sia l’immissione in circolo
per decenni di pozioni mercuriali, autoprescritte
in relazione a una paventata e forse inesistente
infezione luetica, potrebbero essere all’origine
dapprima degli stati umorali catastroficamente
eccessivi, poi di stati d’irritabilità a loro volta
inclini a risolversi con sempre rinnovate assunzioni
di alcolici e di altri farmaci, poi di stati para-
demenziali effettivi, intervallati da stati di eccitazione.

Prima di morire, Robert parlò per sei mesi soltanto
a monosillabi, dilatando fino all’incomprensibile
la configurazione fonematica delle parole dei pochi,
insulsi messaggi verbali che ancora affidava
ai rari contatti interpersonali.

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3 commenti

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3 risposte a “Adriano Accattino
“Una di queste morti” da “Poesie rubate”

  1. Federico Bock

    Vorrei ricordare, a proposito di musica e malattia (o morte), la musica vocale di Federico Incardona, musicista maudit, scomparso prematuramente nel 2006, palermitano, con “lieder” tratti da vari poeti, praticamente introvabile (salvo you tube), e che meriterebbe per la sua ricerca, e per il suo valore, di essere ben più conosciuto.

  2. Ennio Abate

    Su Federico Incardona provo a mettere questo link

  3. Ringrazio per la segnalazione. Non sono un esperto musicologo ma questa composizione, che ho ascoltato con completo interesse, mi ho trasportato in un clima non gravitazionale, e quindi nell’assenza di tempo. Credo che questo sia dovuto all’assenza di metro musicale ( forse solo apparente, per me che non ne so molto), alla mancanza di scansioni ritmiche. Mi è parso che questo tempo stellare, privo di scansioni cronometriche, se trasportato in poesia possa influenzare positivamente l’annosa questione della musicalità e del ritmo della scrittura. Rinunciando ai mattoni tradizionali se ne otterrebbero delle costruzioni sintattiche, non rivolte al nuovo ma forse più vicine al tempo dell’ispirazione. Qualcuno l’avrà già detto, tutto è stato detto, ma sicuramente non qui.
    Ringrazio anche Adriano Accattino per aver detto la verità, particolarmente ai poeti, circa il loro timore più frequente, che a me sembra non essere tanto quello di soffrire di qualche malattia corporale ma di impazzire; che poi sarebbe questo l’altro male collettivo che sta solitamente a fianco, o immediatamente al seguito, del timore di morire. Ma sono mali che servono: quello di dover morire per vivere meglio e più intensamente, e quello di impazzire per tenersi aggrappati alla ragione ( sebbene non è certo che questi benefici interessino alla totalità dei poeti).

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