Ennio Abate
Due precisazioni: sulla poesia civile e sul rapporto tra poesia e altri saperi 

lucini oensiero poetico

@ Gianmario Lucini (Cfr. qui )

Capisco che tu sia preso da vari impegni e non voglio importi la fatica di rispondere ancora a una mia dettagliata controreplica. Ci saranno altre occasioni di confronto, magari a una delle presentazioni del tuo saggio. Per ora, però, mi preme ragionare almeno su due punti:


1. Scrivendo «… è impossibile produrre una vera poesia civile in un Paese che si sta disfacendo politicamente e culturalmente e barbarizzando o incarognendo socialmente » volevo e voglio sottolineare la relazione indispensabile tra incivilimento della poesia e incivilimento della società. Non é garantito né automatico che la spinta costruttiva in poesia (o in arte) raggiunga le spinte costruttive sociali o ne nasca una buona alleanza. Quest’incontro è in parte avvenuto in Europa con il romanticismo associatosi nell’Ottocento alle lotte di liberazione nazionali. E stava per accadere con le avanguardie artistiche del primo Novecento (in particolare il futurismo russo) che tentarono di legarsi alla rivoluzione d’Ottobre in Russia. Questo il senso vero della mia provocazione. So bene, però, che moto artistico e moti sociali sono sfasati tra loro. Specie oggi. Ma non accetto però surrogati e non sopporto nessuna retorica apologia della Poesia (o dell’arte) come valori assoluti in sé o sempre positivi. È vero che singoli poeti o artisti sono in grado di raggiungere risultati eccelsi anche se la vita sociale e politica attorno a loro boccheggia o si degrada. Di solito si fa l’esempio del Rinascimento sorto con grande splendore in un periodo che per l’Italia fu di decadenza sociale e politica. Eppure è sempre bene tenere a mente l’avvertimento di Benjamin ricordato da Roberto Bugliani (qui): anche il più alto patrimonio culturale di un’epoca non potrà mai far dimenticare che «ha immancabilmente un’origine a cui non si può pensare senza orrore. Esso deve la propria esistenza non solo alla fatica dei grandi geni che lo hanno creato, ma anche alla schiavitù senza nome dei loro contemporanei. Non è mai documento di cultura senza essere, nello stesso tempo, documento di barbarie” (W. Benjamin, Tesi… cit., in Angelus Novus, Torino 1962, pp. 75-6).
Del resto non ho negato che, anche in questo momento di crisi, ci possano essere poeti che scrivono ottima poesia civile e pezzi di società che resistono all’imbarbarimento. Ma le minoranze artistiche o politiche non si dovrebbero illudere. Da sole e senza precise condizioni favorevoli, che non possono essere create soltanto col desiderio o con la volontà, non riusciranno mai a mutare gli attuali rapporti di forza (ingiusti, violenti, distruttivi, ecc.). Certe opere resteranno, per così dire, ammirevoli “cattedrali nel deserto”. E l’ammirazione per la loro bellezza non cancella lo sgomento per la persistenza del deserto. La mia provocazione, poi, mirava pure ad evitare che il discorso sulla poesia si chiuda inter nos, cioè tra poeti. Specie se si sa (e tu lo sai) quanto i poeti siano tentati dalle “torri d’avorio” (o oggi da loro surrogati, magari virtuali). Non ci sono due tempi nel mio discorso. Non dico «fare prima la pòlis e poi la poesia politica». Solo, come detto sopra, non credo che la poesia, anche quella ottima, costruisca automaticamente la pòlis. Né che ce la possiamo prendere solo coi poeti narcisi, ”gastronomici”, ecc. Il rapporto tra fare pòlis e fare poesia è molto più complicato. Fortini lo sapeva. Noi lo stiamo dimenticando.
2. Io non vedo una netta separazione o addirittura contrapposizione tra poesia o pensiero poetico e pensiero razionale, filosofico o scientifico o critico. Mi basta pensare a Dante e a Leopardi per dire che non sono d’accordo con alcune tue ripetute affermazioni (1) che mirano a saldare in modi per me unilaterali (e rischiosi) poesia, soggettività e utopia (2). Senza che quanto sto per dire suoni come svalutazione, la tua è una visione romantica della poesia (3). E non capisco come si possa fondare una deontologia dell’artista sulla libera soggettività. Una deontologia, cioè un insieme di doveri o regole che i poeti dovrebbero darsi nella loro attività artistica o addirittura nelle loro scelte di vita – con le tue parole:« si vuole che la poesia e tutta l’arte, sia ricerca di verità, di tutta la verità, anche quella scomoda» (obbiettivo che tra l’altro io apprezzo e non a caso ho richiamato Brecht (qui); oppure: la Poesia deve prendere posizione «quando l’ingiustizia, ad ogni livello, si manifesta» – non può appoggiarsi esclusivamente sulla soggettività. Che – a fine Novecento lo dovremmo sapere bene – è attraversata da passioni, desideri, fantasie, spinte contraddittorie (nevrotiche, paranoiche, ecc.), immaginazioni, sì, di grande potenza, ma sia costruttive che distruttive. In essa forse davvero si manifesta «qualcosa di molto più profondo e umano», come tu dici. Ma anche – aggiungo io – qualcosa di molto banale e a volte disumano. E non posso che tirare in ballo a questo punto la critica, la ragione, che tu vedi quasi come una nemica o vuoi tenere in un’altra stanza, ben separata da quella della Poesia. (È vero – per essere precisi -che usi il termine ‘razionalità’; e penso che abbia in mente la ragion pratica, quella operante nelle scienze applicate, nelle tecnologie, nell’industrializzazione …). Ma con chi la faresti questa «ricerca della verità» se non con la ragione? E cosa sarebbe una poesia, che pretendesse di farla da sola e senza tener conto dei risultati raggiunti dagli altri saperi (filosofici, scientifici, storici, ecc)? Quando sbotti « chi decide che cos’è questa “intelligenza del reale”? Se un artista dovesse PRIMA cercare questa cosa e POI creare la sua opera, che minchia di arte ne nascerebbe? », ti lasci sfuggire: 1. che poesia e altri saperi attingono (sempre per me) a una medesima realtà, pur esprimendola o rappresentandola in forme diverse (logica, analogica, ecc.) a volte complementari a volte invece contraddittorie; 2. che il poeta la raggiunge (la realtà o la verità), se la raggiunge, sì per via poetica, ma questa via poetica può essere lastricata anche di ragione o oggettività; e persino coincidere con la realtà o la verità evidenziatesi negli altri saperi (nelle forme a loro propri). Non è che la poesia si riduca a mettere in versi un sapere già raggiunto da filosofi o scienziati. Non è che Lucrezio sia stato un semplice divulgatore in versi dell’epicureismo o Dante della Summa di Tommaso d’Aquino o Brecht del Capitale di Marx. Ma certo tutti si sono nutriti dei saperi del loro tempo e non si sono affidati soltanto alla propria singolare soggettività, al proprio «pathos (passione) o com-passione». E quando ti chiedi: « E Ligabue, era un artista? Eppure non trovo nessuna pretesa di capire nelle sue opere, ma solo quella di mostrare un mondo che egli sentiva», ti correggerei: capiva sentendo, se vogliamo usare le tue parole. Quel mondo che sentiva lo capiva, esprimendolo in pittura e non scrivendo un saggio sulla propria pittura. Quella – nelle sue condizioni materiali, esistenziali, storiche – era la sua intelligenza del reale. Non è che non ce l’avesse. Non è che dovesse frequentare l’accademia di belle arti o l’università per averla. E perciò mi pare una forzatura  anche la distinzione netta che fai tra il tuo saggismo e la tua poesia (5). E quando ancora sbotti: «E poi, come artista dico: chi se ne frega di Marx? (: certo che se quello che ha detto mi convince mi cambia e quindi anche la mia arte ne sarà cambiata», poni il problema del rapporto tra poesia e altri saperi in modi rigidi e piattamente concorrenziali. C’è forse da dire, invece, che un poeta si può ritrovare o non ritrovare sulla propria strada Marx o un altro filosofo o uno scienziato. Li può accostare o non accostare magari nelle proprie letture, ma se sei un poeta che guarda certe cose del mondo, t’accorgi ad un certo punto di essere anche tu un po’ marxista o di pensare cose simili a quelle dette da Marx, magari senza averlo letto. Proprio come capitava al borghese gentiluomo di Molière che s’accorse di parlare in prosa e senza saperlo da più di quarant’anni (5). La stessa cosa diceva ai suoi tempi Lukàcs degli operai che lottavano da marxisti senza certo aver letto il Capitale. Insomma, per concludere ora, se, contrapponendoti a Croce, fai entrare l’etica nella critica dell’arte o nel discorso critico sulla poesia, non vedo perché non dovrebbero entrarci anche la filosofia o le scienze, ecc.

NOTE

(1)

a. Il pensiero poetico sarebbe/dovrebbe essere « una formadi pensiero “anche” razionale ma “anche” analogico, perché poi non pensiamo soltanto razionalmente e la poesia NON è pensiero razionale, altrimenti, se lo fosse non sarebbe poesia»;
b. «La filosofia sì, DEVE essere pensiero SOLO razionale e dunque esercitare la critica: lei soltanto può farlo (anche in veste di sociologia, di psicologia sociale, ecc.»;
c. « l’arte NON è pensiero critico»;
d. « Una poesia “scomoda” se vuoi, o anche “critica”, ma non nel senso di critica come strumento logico.»;
e. « non mischiare la poesia con altre cose, non renderla funzionale se non a se stessa, anche (e soprattutto) quando è poesia politica o “civile”, altrimenti diventa ideologismo in versi. Il poeta non è uno che critica, ma uno che “sente”, che “ascolta”»;
«f. «L’artista esprime un atto di libertà, non un atto logico».
g. La logica NON è libera, DEVE osservare delle regole valide per tutti i pensanti (il principio di non contraddizione in primis e le altre regole a seguire) ma l’arte NO. Pensa all’ossimoro: logicamente è impossibile, ma artisticamente è quasi una banalità…
h. « Questa è la forza della poesia, che non viene dalla razionalità ma da qualcosa di molto più profondo e umano»;
i. La poesia «dà un’intelligenza del reale ma soggettiva, NON può percorrere le vie dell’oggettività, altrimenti diventerebbe filosofia e ruberebbe un ruolo al pensiero filosofico trascurando il ruolo che deve assolvere lei».

(2)

« La poesia è DI PARTE, insegue certo una verità, ma una verità soggettiva, quella del poeta, la sua visione del mondo, il mondo come lui se lo prefigura, la sua utopia»

(3)

Quando dici «: è una visione che implica pathos (passione) o com-passione, per dirla con la filosofia orientale» sei vicinissimo, mi pare, alla formula romantica dello «sturm und drang»».

(4)

L’artista casomai può farlo, ma non da artista. Io quando scrivo un saggio non sono un artista, ma quando scrivo una poesia non sono un saggista. Se metto insieme le due cose, c.s. Dicevo, ne esce solo casino.

(5)

* http://www.tiraccontoiclassici.it/opera.php?id=170

JEAN BAPTISTE MOLIÈRE
Il borghese gentiluomo

Sono innamorato d’una persona del gran mondo –chiede Jourdain all’astuto filosofo- e vorrei che mi aiutaste a scrivere qualcosa in un bigliettino che voglio lasciarle cadere ai piedi…”(II,6). Lo vuole in versi o in prosa, il signor Jourdain, questo bigliettino, si informa il maestro: “no, non voglio né prosa né versi” risponde il nostro povero borghese, che viene così a sapere, invece, che “per esprimerci non abbiamo che i versi o la prosa… e tutto quello
che non è prosa è versi e tutto quello che non è versi è prosa…”. E scopre, Jourdain, di parlare in prosa, senza saperlo: “Come? Quando dico a Nicoletta: portami le pantofole e dammi il berretto da notte, questa è prosa?… Ah!
Straordinario! Da più di quarant’anni parlavo in prosa e non lo sapevo…”(II,6).
È una battuta celebre, una delle più celebri battute di Molière…

Annunci

15 commenti

Archiviato in DISCUSSIONI

15 risposte a “Ennio Abate
Due precisazioni: sulla poesia civile e sul rapporto tra poesia e altri saperi 

  1. Scrivendo «… è impossibile produrre una vera poesia civile in un Paese che si sta disfacendo politicamente e culturalmente e barbarizzando o incarognendo socialmente » volevo e voglio sottolineare la relazione indispensabile tra incivilimento della poesia e incivilimento della società.

    Beh, la penso quasi all’opposto. Con una parafrasi direi “ogni società ha la poesia che si merita”. Io credo che la società non ha nessun dovere pedagogico nei riguardi della poesia e viceversa. L’incivilimento è un fatto di sinergie, dove ognuno lavora nel suo campo: l’artista con l’arte, il filosofo con la filosofia, l’operaio con la sua responsabilità, e così l’insegnante o la cuoca di leniniana memoria. A ognuno il suo dovere e nessuno si tiri indietro o peggio, invada il campo altrui (o se lo fa, lo faccia usando i criteri disciplinari di quel campo, non da artista criticare o da filosofo poetare). La civiltà è il frutto di sinergie, che magari ruotano intorno a idee dominanti di un certo “paradigma”, grandi idee che a volte prendono un po’ tutti i settori, come è stata la teoria sistemica o il positivismo o quella olistica o altro, un “paradigma” insomma, per dirla con Kuhn, ma le idee che cosa sono, se non visioni del mondo che partono dalla convinzione di aver scoperto una certa “legge naturale” e a loro modo, fin quando realizzate, utopie? Non sta in piedi stabilire nessi sequenziali in questo campo: la società è anche un insieme fisico e logico, che impercettibilmente cambia, sempre, e pure regredisce a volte (e la storia lo mostra). Ma regredisce da cosa o progredisce verso cosa, se non verso un’utopia, una società teleologica che nessuno ha mai visto per immagini, sia pure mentali, se non nelle opere degli utopisti? (pensa, nel tempo, a Moore, a Campanella, alle pazze proposte di Swift, all’ironia di Erasmo, ecc. ecc. e poi certo, mettici Marx, mettici chi vuoi, ma io non parlo di filosofi, che non mi interessano in questo saggio se non per contrapposizione – infatti una delle tesi più importanti che sostengo, è che l’estetica NON è un criterio valido per giudicare un’opera d’arte). Non puoi chiedere alla poesia di essere critica, altrimenti devi buttare a mare il 90% della poesia mondiale, che non potrebbe resistere 5 minuti alla “critica” (intesa come inferenza logico-razionale sulla realtà) di un ragazzotto della terza liceo… Ma gli stessi romanzi, anche quelli così complicati nel calcolo della trama come i gialli o i “noir” e gli stessi film “storici”, se davvero li critichi con un minimo di distacco e solamente seguendo un filo logico-realistico, li devi sputtannare perché non sono congruenti fra verità dei fatti e narrazione poetica. Ma ovviamente al regista o all’artista non gli importava un baffo della congruità logico-realistica, il suo messaggio NON è quello e NON va letto secondo quel tipo di pensiero, ma con, appunto, i principi del “pensiero poetico”, che fonde insieme, nell’arte, logica e analogia e produce non tanto verità, ma SENSO, che è INDIVIDUALE e mai collettivo, se non come idea mediata per rendere possibile una convivenza (più o meno come nel caso dell’etica). Non è infatti la verità che ci aiuta a vivere, ma piuttosto il*senso della verità*, il significato che essa ci fa intuire, che non è universale ma sempre individuale (gli unici significati davvero incontestabilmente universali sono quelli matematici ma, anche qui, non è poi sicuro che esista una sola matematica e una sola fisica o una sola geometria possibili). Io e mia moglie ci divertiamo spesso a “smontare” le poesie, i film, le musiche, la pittura, facendo finta di essere soltanto logici e basta: è una cosa che ci fa ridere, magari un po’ da sciocchi, ma perché? perché soltanto di logica e di critica si muore, il cervello muore, si atrofizza, diventa acido. Buttarlo sarebbe un dovere morale, che almeno non fa danni.

    Non é garantito né automatico che la spinta costruttiva in poesia (o in arte) raggiunga le spinte costruttive sociali o ne nasca una buona alleanza.

    Beh, mi sembra normale che non sia garantito! Ma ti pare che una buona cosa automaticamente sia buona per tutti? Non mi pare una novità.

    Eppure è sempre bene tenere a mente l’avvertimento di Benjamin ricordato da Roberto Bugliani (qui): anche il più alto patrimonio culturale di un’epoca non potrà mai far dimenticare che «ha immancabilmente un’origine a cui non si può pensare senza orrore. Esso deve la propria esistenza non solo alla fatica dei grandi geni che lo hanno creato, ma anche alla schiavitù senza nome dei loro contemporanei. Non è mai documento di cultura senza essere, nello stesso tempo, documento di barbarie” (W. Benjamin, Tesi… cit., in Angelus Novus, Torino 1962, pp. 75-6).

    Io non conosco questo testo di B., ma, così a naso, lui parla dei grandi monumenti che sono costati lagrime e sangue e ora sono l’orgoglio della collettività (si pensi a quanti poveracci sono stati affamati con le tasse non soltanto per fare guerre, ma per costruire chiese, palazzi di signori, conventi, statue, dipinti, ecc. ecc., per mantenere i “Musicisti di corte” con le relative “Cappelle” e cori e orchestre ecc. ecc. A me comunque non piace questo ragionamento, che è vero solo in parte, perché trovo giusto che uno Stato, pur senza la rapina di cui ho detto sopra, sovvenzioni l’arte e gli artisti (e non solo quelli che fanno spettacoli, ma anche la Poesia ad esempio, che oggi conta come il due di picche – ma che comunque alcuni Stati in qualche modo sovvenzionano, se pure miseramente). Se B. si riferisce alla modalità, sono d’accordissimo: non si può levare il pane di bocca ai bambini per dipingere santini e madonnine. Ma la mia amica Fiammetta tempo fa mi disse una frase di suo padre che mi ha profondamente colpito: “se vai al mercato e hai due soldi, con uno compra cibo e con l’altro compra dei fiori”. Ecco, equilibrio sì, ma dire che il Colosseo o S. Pietro o altro sono opere del male, ci starei attento: sono opere egregie realizzate in modo indegno, ma sempre opere egregie rimangono. Non posso accusare Michelangelo di indegnità, perché l’affamatore non era lui e anche perché, nella cultura di quel tempo, queste associazioni mentali non erano possibili (e qui il marxismo, Proudhon, ecc. ecc. hanno effettivamente introdotto elementi di riflessione che hanno mostrato la relazione sistemica fra arte e società, per cui, se Michelangelo esistesse oggi e costruisse una bella villa per qualche tiranno affamatore o qualche dittatore africano, effettivamente direi che è un fetente di primo rango). Io direi che nel primo caso la cultura ha redento la barbarie e non credo affatto che per fare S. Pietro o altro si sia affamata la gente: le guerre costano centinaia o migliaia di volte le opere d’arte. Valga per tutti l’esempio del cavallo di Leonardo: la barbarie dello Sforza (che guarda te, aveva anche lui la fissa per il biscione…) c’è comunque stata e peraltro a scapito dell’arte. Con i soldi di quella guerra, lo Sforza avrebbe potuto commissiomnare migliaia di cavalli o, meglio, affamare meno la gente, visto che uno bastava. Ma è giusto che gli antichi mecenati, politicamente sanguinari dittatori, abbiano pensato all’arte: certo è schizofrenico da parte loro, ma questo non è colpa dell’arte o dell’artista (anche Hitler amava accarezzare i bambini, era pittore – oddio…- aveva progetti architettonici, amava l’arte, ma non è colpa di Furtwängler o di Karajan o di Karl Orff, che erano costretti ad essere iscritti al partito per fare arte: certo, non avevano la statura morale di Brecht, ma da allora, in questo campo, molto si è riflettuto e le sensibilità erano diverse da oggi – e questo grazie alla riflessione degli artisti e dei filosofi, recepiti in qualche modo da tutta la cultura, con forte sacche di resistenza dure a morire e pericolose, contro le quali devono combattere l’arte e la filosofia, con gli strumenti di loro competenza, non la politica).

    Non ci sono due tempi nel mio discorso. Non dico «fare prima la pòlis e poi la poesia politica». Solo, come detto sopra, non credo che la poesia, anche quella ottima, costruisca automaticamente la pòlis.

    Ma non dico questo neppure io: dove l’ho scritto? Io parlo di sinergie fra intellettuali che, ognuno nel suo campo e con gli strumenti della sua disciplina, fa quello che deve fare. Ma se per il filosofi a dimensione è naturalmente quella collettiva (perché la logica è un fatto per forza di cose vocato al collettivo), l’artista non lo può fare, perché non c’è un pensiero poetico collettivo, perché il pensiero poetico è analogico prima e forse ancor di più che logico. Ora, l’analogia diventa collettiva soltanto per convenzione, come accade nel mito, ma il mito è, appunto una re-ligione, qualcosa che tiene insieme la gente perché la gente vuol stare insieme e ha bisogno di un certo “totem” attorno al quale trovarsi nello spazio del vuoto e dell’indefinito. L’arte non crea totem (casomai li tematizza ma sempre nella dimensione della sua libertà formativa – ed ecco il senso dell’arte re-ligiosa). L’arte che sottostà alla convenzione, è una gran palla, come il razionalismo italiano del periodo fascista, quello tedesco o quello russo, oppure lo zdanovismo, ecc.). L’arte è individuale perché è libera e la libertà collettiva (nel senso del pensare e dell’esprimersi e non del contratto sociale che regola comportamenti) è somma di tante libertà individuali. Se nel contratto sociale la mia libertà finisce dove incontra il diritto dell’altro, nell’arte non c’è questo limite, o comunque non è in questi termini – non voglio qui sollevare un altro tema infinito, che è quello di che cosa sia questa libertà dell’arte, altrimenti non ne veniamo più a capo. Ma sto andando fuori tema. La pòlis comunque la si fa insieme, ognuno nel suo ruolo, con le sue competenze, con i suoi doveri civili e morali e con i suoi diritti. L’individualismo è altra cosa, è pensare ai cazzi propri e usare gli altri per prevaricare, in un modo o nell’altro. Questo non ha molto a che fare con l’arte, anche quando l’artista è un narciso o uno che sgomita per emergere: bisogna vedere quello che fa e come lo fa e perché lo fa e che cosa dice, ma questo è compito del critico.

    Senza che quanto sto per dire suoni come svalutazione, la tua è una visione romantica della poesia (3). E non capisco come si possa fondare una deontologia dell’artista sulla libera soggettività.

    Riconoscere che l’uomo è fatto di sentimenti, passioni, intuizioni, emozioni, ecc. ecc. e non solo di razionalità, non è “Sturm un drang” ma schierarsi contro la dicotomia platoniana “anima/corpo”, dove il corpo è contenitore. Il corpo (che “sente” anche attraverso i sentimenti, che lasciano su di lui una traccia ben chiara, che si muove e si commuove, che usa se stesso nella relazione, ecc. ecc.) è il grande estromesso dal pensiero. Il corpo è pensiero e il pensiero è corpo. Noi pensiamo così perché siamo corpo: se fossimo aria non penseremmo ovviamente così. I sentimenti ecc., ossia la “psicologia” e tutta quell’area che non definiamo “razionale”, è la pazza di casa buttata fuori da ogni riflessione, perché rompe con le sue esigenze, la sua corporeità – perché emozioni, sentimenti ecc. ecc. ci sono perché c’è il corpo, sono direttamente connesse ai sensi. Se posso correggerti, suggerirei che questa visione è “materialistica”, non “romantica”, nel senso che la materia viene, finalmente, assunta alla stessa dignità dello hegeliano “spirito”, alla faccia anche di Platone e di tutti gli altri. I romantici invece (non tutti, per fortuna) hanno usato malissimo questa loro intuizione, ne hanno fatto qualcosa di falso e di letterario, che nulla ha a che fare con la vita. Intendo in questo modo la definizione di “arte borghese”, che sta sulla bocca di molti. Anche un poveraccio può fare arte borghese così come un dandy può fare arte vera (vedi ad es. la “Ballata dal carcere di Reading”, di Wilde). Il romanticismo non c’entra molto con quello che io dico, perché ha messo troppa enfasi sui sentimenti e li ha “letterizzati”, li ha resi stomachevoli e freddi in molte opere romantiche. Ma poi è una dimensione, questa dei sentimenti, che è importante in tutta l’arte, da quella greca (che la amava molto meglio di noi, a cominciare dalle grandi tragedie di Eschilo – e chi potrebbe negare che sono “romantiche” a loro modo?) alla musica di Bach (prendi la grande Messa in Si- e non ascoltare le parole, se sei ateo, ascolta la musica, oppure la “Mathäus Passion”, o le partite per violino…) a un’infinità di altri esempi, anche in pittura. Solo che la nostra civiltà cervellotica e sempre pronta a idealizzare la ragione, si è dimenticata che l’uomo non è soltanto ragione e che la sua parte non razionale è come la pazza di casa, che buttata fuori a calci in culo dalla porta principale, rientra dalla finestra e prende il comando della situazione (e così avremo la “scienza pura” che fa ricerca ben pagata dalle più squallide Multinazionali come la Monsanto, o le ricerche sociologiche commissionate per scopi politici, o l’assurdo che per molte questioni scientifiche che riguardano l’uomo nella sua interezza (economia, ecologia, medicina, ecc. ecc.) esistono pareri contrastanti, talvolta diametralmente opposti, ma tutti “scientifici”, perché la pazza di casa si è travestita da scienza, le ha rubato il mestiere e così bene che noi non sappiamo che cosa dire).

    Una deontologia, cioè un insieme di doveri o regole che i poeti dovrebbero darsi nella loro attività artistica o addirittura nelle loro scelte di vita… non può appoggiarsi esclusivamente sulla soggettività.

    E’ ovvio: la deontologia non poggia sulla soggettività, perché la deontologia non ha nulla a che fare con l’arte, ma con l’etica, come tutte le deontologie di questo mondo. Certo che la deontologia deve essere basata sul pensiero logico-razionale e non sul pensiero poetico: ci mancherebbe. Sarebbe ripetere l’errore che fa la scienza quando dichiara (la stessa Montalcini anni fa, ad esempio) che sulle questioni che riguardano la scienza, nessuno può mettere becco, dimenticandosi che però la scienza riguarda le persone, non se stessa; ovvio che una deontologia o una bioetica hanno il diritto di mettere becco sulle questioni che riguardano la ricerca genetica o la ricerca nucleare, o altre cose. Il problema è che la scienza ha sempre fatto i cazzi suoi con la scusa della ricerca pura, e così ci troviamo con un sesto continente di plastica, figlio della scienza, che non sappiamo come smaltire. Bastava che la scienza avesse adottato una semplicissima regola deontologica: non si crea nulla se non si può anche distruggere e far tornare agli elementi di base. Ma se così fosse, la “pazza di casa”, il desiderio di onnipotenza o di sviluppo o vattelapesca, sarebbe riconosciuta e controllata. Invece nulla si controlla, ognuno fa quello che gli pare. E certo, quando affermo che l’arte non può non essere libera, non dico che l’arte può fare quello che gli pare, ma questo è un particolare che ho sviluppato poco nel saggio (soltanto una lunga nota sull’etica, in polemica con il Croce). La deontologia comunque non vincola, a mio avviso, la libertà dell’artista ma tutela la collettività dall’arte male usata e mette a nudo alcuni punti cruciali (come ho cercato di fare) sui quali ci sarebbe molto da discutere: non può certo essere risolta nel paragrafo di un saggio.

    Ma con chi la faresti questa «ricerca della verità» se non con la ragione? E cosa sarebbe una poesia, che pretendesse di farla da sola e senza tener conto dei risultati raggiunti dagli altri saperi (filosofici, scientifici, storici, ecc)? Quando sbotti « chi decide che cos’è questa “intelligenza del reale”? Se un artista dovesse PRIMA cercare questa cosa e POI creare la sua opera, che minchia di arte ne nascerebbe? », ti lasci sfuggire: 1. che poesia e altri saperi attingono (sempre per me) a una medesima realtà, pur esprimendola o rappresentandola in forme diverse (logica, analogica, ecc.) a volte complementari a volte invece contraddittorie; 2. che il poeta la raggiunge (la realtà o la verità), se la raggiunge, sì per via poetica, ma questa via poetica può essere lastricata anche di ragione o oggettività; e persino coincidere con la realtà o la verità evidenziatesi negli altri saperi (nelle forme a loro propri).

    Forse non ci capiamo, ma io dico la stessa cosa: se affermo che la cultura è un sistema dove ognuno fa la sua parte, non escludo che un artista prenda dalla filosofia o dalla ragione come la vuoi chiamare, e viceversa. Ma è chiaro che questo suo “prendere” è suo e viene vissuto come lui lo intende, esattamehte come ognuno di noi vive la stessa verità: tutti in maniera diversa dagli altri, nessuno allo stesso modo, magari coincidento al 99,99% ma mai al 100%. Ho scritto anche, se non erro che ogni artista si informa, legge, ecc. ecc., e che questa cultura che egli assorbe in qualche modo la strasmette nell’opera d’arte (è banale ripeterlo) come sostrato (ecco ho usato questa parola). Ma cosa significa “la Poesia da sola indaga la verità”? E’ per me, peraltro, un assurdo logico, perché la poesia non indaga ma mostra un orizzonte che è personale dell’artista, ed è ovvio che l’artista mica descrive qualcosa di trascendentale ma qualcosa di cui egli stesso è imbevuto, un qualcosa che noi stessi potremo condividere (e comprendere!?) magari al 99,99% ma mai al 100%. Ma questo non significa che egli non possa dire la sua verità, che è sua e non di altri, che può essere o non essere condivisa in tutto o in parte, per il semplice fatto che non esiste una verità condivisa, un’autorità di riferimento alla quale egli debba attenersi, in qualche modo. L’unica, dicevo, è la matematica e la fisica, posto che vi sia una sola matematica e una sola fisica.
    In ogni caso io sostengo che in questa ricerca della verità, l’artista NON ha nessun obbligo di rivolgersi al pensiero logico, perché il pensiero poetico (che pure è razionale), non necessariamente è logico (e anzi, spesso non lo è per nulla – ricorda il caso dell’ossimoro). Io credo comunque che un artista colto abbia una marcia in più rispetto ad un artista non colto, ma non è però una verità dimostrabile e tanto meno sostenibile. Tornando al caso di Ligabue, egli poco o nulla sapeva dei grandi temi della cultura del suo tempo, eppure ha espresso qualcosa che ha profondamente inciso nella cultura del suo tempo, usando il pensiero poetico e non la logica razionale. Questo volevo dire. Poi se capiva sentendo o se sentiva capendo… non mi importa molto: il dato di fatto è che il “pensiero poetico” ha ugualmente la stessa dignità del pensiero razionale e ne può benissimo fare a meno: certo, non auspico questo, ma voglio soltanto enfatizzare la pari dignità fra le due forme di ricerca, quella poetica e quella critica, ambedue indispensabili alla cultura. Certo, se ho due strumenti e ne uso uno solo… d’accordo, ma quasto non porta all’equivalenza che il pensiero razionale “per forza” migliori l’opera d’arte: è un sillogismo che non sta in piedi (a proposito di logica…).

    E perciò mi pare una forzatura anche la distinzione netta che fai tra il tuo saggismo e la tua poesia (5).

    Su questo non sono d’accordo: la saggistica può (e lo affermo nel saggio) avvalersi anche del pensiero poetico, ma quando argomenti “perché” qualcosa in un’opera d’arte è A e non B, non puoi sottrarti alla logica: devi creare un nesso logico o resti nel campo dell’opinione: tertium non datur. Tieni presente che, per me, la critica non può giudicare l’opera d’arte, appunto perché il giudizio di valore è sempre soggettivo, non è oggettivo, nell’arte, e quindi se esprimi un giudizio di valore non fai critica ma esprimi una tua opinione. Se ad esempio dici, questa poesia mostra una ritmo piuttosto pesante (meglio sarebbe, “che a mio modo di vedere è troppo pesante”), esprimi una critica intellettualmente impeccabile, perché indichi qualcosa che posso verificare (l’accentazione metrica) e casomai confutare se non è così (e quindi ho un “criterio” oggettivo, lì da vedere), ma se dici: il ritmo di questa poesia è sconveniente, non fai una critica ma dai un giudizio di valore, una tua opinione non una verità e in qualche modo cerchi di condizionare chi legge, gli usi violenza. A me infatti la poesia potrebbe piacere ma, trovandomi nel ruolo del lettore inesperto di fronte al critico che sa tutto, potrei essere negativamente influenzato nella mia libera decisione. Questo ha portato non pochi torti nella fortuna delle opere di molti artisti, ma anche dei torti ai fruitori di arte.

    Insomma, per concludere ora, se, contrapponendoti a Croce, fai entrare l’etica nella critica dell’arte o nel discorso critico sulla poesia, non vedo perché non dovrebbero entrarci anche la filosofia o le scienze, ecc.

    “Chi se ne frega di Marx” ovviamente l’ho detto pensando al momento formativo dell’arte, ma ho anche detto altre cose, di Marx e una battuta resta una battuta (si sta chiacchierando, spero).
    Certo che la filosofia e le scienze entrano nella critica dell’arte (ho detto anche questo nel saggio, ma qui tutti gli aspetti si incrociano e prenderne uno a caso, li tira in ballo tutti). Ma come? Oggi come oggi, esistono diverse discipline scientifiche (intendo come scienze umane e non come scienze esatte) che analizzano l’arte come fenomeno, dal punto di vista dei loro criteri disciplinari (la sociologia della letteratura, la psicologia dell’arte, ecc. ecc. e ovviamente “le” estetiche, in filosofia). Ma quando io faccio queste cose, non faccio critica letteraria, ma faccio sociologia, psicologia o filosofia. Ora, mi rendo conto che non è facile capire perché, se queste discipline sono scientifiche e usano il pensiero logico-razionale, non possano essere considerate “critica dell’arte”. Il saggio è appunto una proposta teorica che consiste nel fondare la critica su una proposizione epistemologica autonoma, che si distingua dalle altre discipline. Oggi, non possiamo parlare di critica dell’arte, perché non c’è una disciplina, una scienza umana, che abbia definito una sua epistemologia, sui criteri, suoi strumenti, sue regole disciplinari coerenti in una epistemologia. Dal momento che un’epistemologia viene definita (e lo faccio, anche se la chiamo “debole” perché è, per sua natura, “aperta”), allora è chiaro quali siano i criteri, i metodi e gli strumenti disciplinari ed è altrettanto chiaro che potrò usare le altre discipline e la filosofia, per quanto compatibili con questa epistemologia, in senso isomorfico. Il “focus” che tiene in piedi allora la mia critica, non sarà la teoria di una delle infinite estetiche (che peraltro sono sempre filiazioni dirette di una qualche metafisica) o una certa sociologia, ecc., ma sarà la proposizione epistemologica che ho messo alla base di ogni ragionamento possibile. Per fare un esempio più chiaro: la proposizione epistemologica della pedagogia potrebbe essere la seguente: “l’uomo è un essere educabile”. Il secondo passo consiste nel mettersi d’accordo sul significato di uomo, e di educazione (per alcuni significa riproduzione sociale, per altri agevolazione di qualcosa di innato, per altri ancora altre cose). Qui sorgono allora le discussioni, ma queste discussioni porteranno a dei problemi che possono essere affrontati anche con la sperimentazione (che comunque non sarebbe il caso dell’opera d’arte, ma certo possibili in pedagogia) oppure con lo studio dei documenti ma con un occhio critico che ha il fuoco spostato rispetto a prima: non più un’ottica sociologica o psicologica o filosofica, ma tutte queste cose insieme, tenute insieme dalla comune base epistemologica che non ha nulla in comune con le altre epistemologia: è tipica e soltanto della critica dell’arte. Ma è ovvio debba essere così, perché noi non siamo soltanto psicologi o sociologi o filosofi o critici dell’arte, ma sempre tutte queste cose insieme, soltanto che uno di questi aspetti predomina sempre sugli altri (e anzi, molto spesso non predomina proprio nulla perché il “critico” spara quello che gli tira e lo spaccia per critica e non per parere personale affatto discutibile) e se uno deve prevalere sugli altri, non può essere definito “critica dell’arte” se è sociologia o filosofia dell’arte. Se invece metti un’epistemologia solida a fondamento della critica dell’arte, allora ne circoscrivi il campo e il tuo sguardo non sarà più vagante dall’uno all’altro punto cardinale a caso (o spesso come fa comodo, magari per avvalorare idee personali e “stiracchiando” il pensiero poetico dell’artista a interpretazioni paradossali). Si tratta insomma di rigore e di coerenza, che in molti casi ci sono anche ora, ma SOLTANTO nell’ottica di una delle tante discipline umane che sono state elaborate per altri scopi, non per la critica dell’arte. Certamente tutti coloro che scrivono di arte dicono qualcosa di vero, sottoscrivibile (anche il Croce stesso e tutti i critici dell’8-900), ma se non c’è questa idea fondativa, tutto ciò rimane sempre in qualche modo nel campo dell’opinione.

  2. Ennio Abate

    @ Lucini

    1. Ho evidenziato in corsivo i miei pezzi che commenti.

    2. “Non ci sono due tempi nel mio discorso. Non dico «fare prima la pòlis e poi la poesia politica». Solo, come detto sopra, non credo che la poesia, anche quella ottima, costruisca automaticamente la pòlis.”(Abate)

    “Ma non dico questo neppure io: dove l’ho scritto?” (Lucini)

    Qui:
    “Troppo facile fare prima la pòlis e poi la poesia politica: non ti pare? La poesia costruisce la pòlis, come ha fatto Omero, che non ha scritto leggi o condotto eserciti, ma di fatto ha creato la koiné greca.” (Gianmario Lucini
    15 ottobre 2013 alle 19:32)

  3. Tutto molto interessante, e per me condivisibile, solo Lucini dovrebbe riconoscere all’estetica e all’emozione che ne deriva, gli stessi diritti di relativa indipendenza che riconosce alle altre discipline nei loro numerosi aspetti. E’ tipico degli autori di contenuto, ai quali anche Ennio appartiene, sottovalutarne l’importanza, a meno che non si tratti di Michelangelo, Dante o altre meraviglie pressoché indiscutibili, mi pare. Però poi, nel farsi dell’opera, è una cosa di cui si tiene conto pure che ci si avvalga dell’espressionismo più distruttivo.

  4. roberto buffagni

    Mah, non so un granché di estetica. Butto lì il mio parere un po’ teppistico. L’arte è come l’amore (erotico). Fa quello che gli pare, spunta nei luoghi e fra le persone meno prevedibili, è molto bello ma a volte fa enormi disastri, ed è di un egoismo ed egocentrismo poco educati. Se uno pensa un attimo alla vita di merda, da vero marginale e sconsiderato, sciagurato figlio di mamma fannullone di Baudelaire, e poi legge le sue poesie, un momento di perplessità gli s’impone.
    Ci vuole l’amore (erotico)? Certo che ci vuole, Ci vuole l’arte? Come no.
    Poi sorge il problema: è vero amore? E’ vera arte? O come a volte capita nella vita intima, sbollita la passione ti chiedi, “Dov’è finito, tutto il dolore e l’emozione che provai per quella donna insulsa, fastidiosa?”
    Nel caso dell’arte, resta il monumento, lo scritto, lo spartito, il quadro, Sbollito, dopo qualche decennio o secolo, il colpo di fulmine, ci ragioniamo su.
    L’Italia sta andando in malora. E’ possibile fare poesia in un paese che va in malora? Sì, come è possibile innamorarsi mentre si va in malora di una persona che va in malora (o di una che non ci va). Però, condizione preliminare per il poeta è accorgersi che si va in malora, situare con precisione il punto da cui si parla, il tono di voce che corrisponde esattamente all’andare in malora. Se questo manca, non ti innamori e non fai poesia: ti fai una pippa.

    • Questa nota sull’estetica, in apparenza tanto cosmetica, deriva da questa frase di Lucini: “una delle tesi più importanti che sostengo, è che l’estetica NON è un criterio valido per giudicare un’opera d’arte”. Come dire che il giudizio estetico non è giudizio, se mai è partecipazione emotiva, piacere, comprensione dei significanti, insomma in questo contesto è fuffa (o pippa). Ma in questo modo, ad esempio, non si risolve la questione tra ideologia ed espressività, tra pensiero e forma. L’estetica non è nemmeno questione deontologica, come dire che di Michelangelo conta quel che è riuscito a fare e non come ci è arrivato, e a me questo non sembra un ragionare tra artisti. Sarà che io guardo anche ai segni dello scalpello, o leggendo alle scelte lessicali, se non altro per constatare i miei limiti, affinare le armi, poter fare delle scelte. Si vede che nasciamo al nuovo millennio già sbolliti e “ci ragioniamo su”, che è la cosa massima che riusciamo a fare dal momento che si sta andando in malora. Come per l’amore, le valutazioni emotive non hanno valore scientifico, ma questo accade perché ne siamo inconsapevoli.

  5. Ennio Abate

    @ Buffagni

      né fu sua dura legge
      nota a quell’alme in libertate avvezze,
      ma legge aurea e felice
      che natura scolpì: «S’ei piace, ei lice».
      (T. Tasso, «Aminta», Coro del primo atto)

    Se l’arte è come «l’amore (erotico)» – l’aggiunta tra parentesi è da epoca post-rivoluzione sessuale – e con quei caratteri («Fa quello che gli pare, spunta nei luoghi e fra le persone meno prevedibili, è molto bello ma a volte fa enormi disastri, ed è di un egoismo ed egocentrismo poco educati»), il problema che Lucini tenta di affrontare non ha ragion d’essere. Alla natura non si comanda. Si obbedisce allora e sempre? Non mi pare affatto. E non solo per gli «enormi disastri» che si producono in base ad una contrapposizione senza mediazione ad un assolutistico principio del piacere da contrapporre ad un altrettanto assolutistico principio del dovere o della responsabilità. Tutta la faccenda è molto più complicata. Come si accorse Freud, quando accanto alla pulsione di vita (Eros), sottolineò la presenza (massiccia?) della pulsione di morte (Thanatos). E come s’accorse anche l’ultimo Foucault della «Storia della sessualità»: L’uso dei piaceri (1984), trad. Laura Guarino, Feltrinelli, Milano 1984. La cura di sé (1984), trad , trad. Laura Guarino, Feltrinelli, Milano 1985, poiché l’eros è qualcosa che si coltiva…
    La questione, perciò, non mi pare si possa porre nei termini astratti del « Ci vuole l’amore (erotico)? Certo che ci vuole, Ci vuole l’arte? Come no». Come se si fosse all’alba dell’umanità o nel Paradiso terrestre. Io la porrei così: in un immaginario viaggio nell’*al di qua* della cosiddetta Vita al giovane che l’intrapredesse chi suggeriremmo come guida? Se non più di un Virgilio (troppo veccio e ragionevile!), un Artaud o un Marcuse o un Freud o un Deleuze-Guattari?
    Dallo “sbollimento della passione”, poi, mica risulta solo se abbiamo avuto a che fare con una «donna insulsa, fastidiosa» (o un uomo…), ma anche la *qualità* della passione che abbiamo vissuto. I ricordi (precisi o imprecisi) equivalgono – in arte – al monumento, allo scritto, allo spartito, al quadro. Il giudizio su di essi è un giudizio anche su di noi.
    Ora, nel tentare questi ragionamenti sul risultato (il ricordo, la poesia, il quadro), ci sono quelli che lo vogliono considerare *in sé* (forma bella o brutta, riuscita o non riuscita, ecc) secondo un’estetica formalistica; e quelli che come minimo – diciamo così – vorrebbero tener presente *anche* la qualità della passione del poeta o dell’artista, se non la sua *visione del mondo*, facendola entrare nella valutazione, secondo un’estetica che non so neppure se chiamare ‘contenutistica’.
    Questa seconda tendenza (positiva per me) colgo nel discorso sulla «deontologia dell’artista» delineato da Lucini. Anche se, come detto nei miei commenti, trovo discutibile il fondamento su cui vorrebbe poggiarla: la libertà dell’artista (nel mio linguaggio: il soggettivismo, che molto finisce per avvicinars al «s’ei piace ei lice» del giovane Tasso).
    A me, comunque, ragionarci su non pare vano né segno che siamo «sbolliti».

  6. roberto buffagni

    E chi lo dice che l’amore non ha ragioni? e che non valga la pena di ragionarci su, sui motivi, i perché, i percome, le sue varie poetiche, forme aperte e chiuse, etc.? Lo dite voi: io no, perché non lo penso.
    Ho tirato in ballo l’amore (e ci ho messo la parentesina “erotico” perchè l’amore fraterno, agapico, amicale, funziona diverso e qui non mi serve) non perché quando amore spira, o tira, tout va: ma perché ci si può innamorare anche se tu, o lei, in linea teorica o etica o sociale non dovreste né potreste amarvi. Volete l’esempio nobile? pronti con l’esempio nobile. Tolstoj, che non era un coglione, muore correndo dietro, a ottant’anni, a una sedicenne. Baudelaire, non proprio un pirla, convive con una puttana che gli mette più corna che in un cesto di lumache. A Dostoevskij pare piacessero le bambine, non so se sia passato all’atto. Céline… bè, mi fermo qua. Ci sono ragioni per questi comportamenti da porci svergognati? Hai voglia se ce ne sono! Psicologiche, sociali, pure artistiche, se volete (io voglio). Vale la pena di pensarci su? Sì.
    Io sono un superfan di de Sanctis, ma ho sempre trovato sbagliata, benché commovente, la sua idea che quando una nazione è in spolvero etico e politico lo sia anche la sua poesia. Ha ragione quando dice che certa poesia, certa arte, si può fare solo quando hai le spalle coperte e solide, e quando davanti vedi qualcosa di diverso da un muro o un burrone: in breve, anche se sei molto bravo, Dante adesso non lo puoi essere (anche l’amore tipo Beatrice, adesso lo possono esperire solo i bambini, beati loro). Però la poesia, e l’arte, che s’interessano e accendono il particolare (che poi si universalizza, etc.), si possono interessare e possono accendere qualsiasi particolare, pure la merda: “j’ai pris ta boue et je n’ai fait de l’or”. (E la merda che ha preso Baudelaire era vera merda, no cioccolata, pensate che aria tirava nel Secondo Impero e mi darete ragione). Proprio come tu puoi essere un disastro d’uomo, e innamorarti di un disastro di donna: e a volte (solo a volte, sennò è troppo facile) questo amore disastroso può essere un vero amore. Perché dentro la merda, dentro l’uomo disastroso, la donna disastrosa, l’oro e l’amore vero, almeno come virtualità, ci sono per davvero, e sempre: tutto sta a vederceli, e a sapercelo raccontare bene. Hai detto nulla!

  7. Giuseppina Di Leo

    E chi lo dice che l’amore non ha ragioni? e che non valga la pena di ragionarci su, sui motivi, i perché, i percome, le sue varie poetiche, forme aperte e chiuse, etc.? Lo dite voi: io no, perché non lo penso. (Buffagni)
    La storia di Amore e Psiche è emblematica dal punto di vista delle ragioni, come dice Buffagni. Istigata dal dubbio (le sorelle invidiose), Psiche, mediante una lucerna, scopre il volto del suo amato, procurandogli una ferita che lo farà letteralmente volare via.
    La donna dovrà affrontare una serie di peripezie come prove del suo amore, per ritrovare quel dio che l’oracolo Apollo, con toni terribili, aveva descritto uno «nato da stirpe mortale, ma un crudele, un feroce, un mostro viperino, che volando con le ali dà il tormento a tutti […] che lo stesso Giove teme, di cui gli dèi hanno il terrore ed anche i fiumi infernali e le tenebre dello Stige» (IV, 32). Un dio irresistibile nella sua potenza e tremendo nella sua continua irrequietezza. L’azione di Psiche è prova di coraggio, un coraggio e una curiosità senza le quali non ci sarebbe la narrazione, che è poi il cedimento o l’elemento negativo che più ci colpisce di una storia.
    «Così, la letteratura dimostra di essere fatta di curiosità e debolezza. […] Ha bisogno, la letteratura, di raccontare il cedimento, fosse anche, come è per Apuleio, per renderlo esemplarmente negativo. E in qualche modo la letteratura – più forte della volontà di chi la fa – soddisfa a tal punto questo desiderio di cedimento, che la sua negatività diventa l’unico elemento interessante dell’amore; oppure, addirittura, finisce per non essere negativa. Quasi quasi, diciamo noi che leggiamo, se Orfeo non si fosse girato, se Psiche non avesse tentato di conoscere, allora noi non avremmo creduto alla forza del loro amore. Come se l’amore forte si esprimesse soltanto attraverso la debolezza. (dall’Introduzione e nota di Gabriella D’Anna -Apuleio, La favola di Amore e Psiche, GTEN, 2011).
    Ragionarci su è un buon segno, come dice Ennio, vuol dire che siamo ancora capaci di provare qualcosa. Non c’è dubbio che ‘rappresentare’ implica il mettere fuori, l’esternare qualcosa che si ha dentro. La forma d’arte, come anche l’amore sono sinonimi di moti / impulsi contrari dai quali sembrerebbe siamo spinti malgrado la nostra razionalità.
    Con quella prova di coraggio, Psiche abbandona definitivamente la timidezza che fino ad allora non le aveva permesso di guardare per trasformarsi e diventare un’altra donna.
    Nella vita come in poesia direi che occorre infrangere le regole (i divieti dell’amato) per riuscire a guardare con i propri occhi. E, aggiungo, innamorandosi sempre, anche di ciò che è lontano dalla nostra sfera.
    Al contrario, non ci resta che sacrificare al grande moloch ogni desiderio.

  8. Ennio Abate

    @ Buffagni

    1.
    Certo che «ci si può innamorare anche se tu, o lei, in linea teorica o etica o sociale non dovreste né potreste amarvi». E gli esempi nobili non fanno che confermare quanto accade anche a chi nobile non è o non arriva alla fama che può coprire o attutire il giudizio dei moralisti o dei bacchettoni. E io non vedo neppure perché parlare di «comportamenti da porci svergognati». *Omnia munda mundis* mi ricordava un amico. L’arte o la poesia hanno rappresentato per secoli una zona franca, che almeno i moralisti meno biechi hanno finito per rispettare o tollerare (almeno in alcune parti del mondo o in alcuni ambiti sociali). Ma io invitavo a pensarci su e facevo certi nomi di pensatori ( Freud, Foucault, ecc.) non per negare che certe passioni si scatenano persino contro la volontà dei singoli o delle morali ufficiali, ma per dire quanto siano complesse, a volte insondabili e comunque non semplificabili. Per mantenere aperto il problema e vigile, curioso ma non accondiscendente o fatalistico, lo sguardo. Tutto qua.

    2.
    Mi pare di aver sottolineato a sufficienza la sfasatura (o scarto) che sempre esiste tra « la spinta costruttiva in poesia (o in arte)» e le «spinte costruttive sociali»; e pure quanto sia difficile che tra esse «nasca una buona alleanza». E perciò di De Sanctis condivido quello sguardo *strabico* che allora teneva sotto osservazione – diciamo insieme – il processo artistico-poetico e quello politico-sociale. Certo in un ambito nazionale, che nella sua epoca era fondamentale. (Oggi vedo questo *strabismo” necessario un po’ più problematico, Come ho avuto modo di dirti in vari commenti su «Le parole e le cose»…). E ho anche aggiunto che « in questo momento di crisi, ci possano essere poeti che scrivono ottima poesia civile e pezzi di società che resistono all’imbarbarimento». Se al posto del termine ‘crisi’ vuoi usare quello di ‘merda’ non me ne scandalizzo. Ma il problema dell’artista – per non dimenticare la questione “deontologica” posta da Lucini – è quello di crogiolarsi nella ‘crisi’ ( o nella ‘merda’ o nel ‘male’) per cavarci i ‘ fiori’ o l’ ’oro’ o nel tirarsene fuori, magari dopo aver toccato il fondo, come si dice ( e magari uscendo anche da un certo solipsismo che fa da dorga compensatoria)? Insomma, a me non pare così sicuro che i «fiori» o «l’oro» o «l’amore vero» stiano proprio lì ( nella «merda») e «tutto sta a vederceli, e a sapercelo raccontare bene». La buona o grande arte non cede al fascino dell’Abisso (o alla follia). Semmai l’attraversa, vi reagisce. Come ricordava Adorno.

    @ Di Leo

    Mi pare che la lettura del mito di Amore e Psiche proposta da Gabriella D’Anna e da te riportata contenga una sorta di apologia della «negatività» (della «crisi» o per dirla con le parole di Buffagni della «merda») che è ben poco problematica; e quindi fa *ragionare* ben poco sull’ambivalenza del mito stesso, se poi ti fa concludere con il solito e unilaterale “dogma anarchico” qui in una versione para-femminista: « Nella vita come in poesia direi che occorre infrangere le regole (i divieti dell’amato) per riuscire a guardare con i propri occhi. E, aggiungo, innamorandosi sempre, anche di ciò che è lontano dalla nostra sfera». Se innamorarsi diventa quasi un dovere e bisogna innamorarsi «sempre», beh…

    • Giuseppina Di Leo

      I pochi stralci riportati dalla introduzione sicuramente non rendono appieno il senso del discorso intorno al mito. Per cui è probabile che ne venga fuori il lato della “negatività”, che però io non condivido.
      Come non condivido, e quindi rigetto, la catalogazione “dogma anarchico” e “para-femminista” della mia affermazione. Se innamorarsi può essere assimilabile a un ‘obbligo’, il beh ce lo metto io.

  9. roberto buffagni

    Ciao, Ennio. Guarda che il “comportamento da porci svergognati” è scherzoso, mai mi verrebbe in mente di sgridare o deridere qualcuno perché desidera come desidera. E chi scaglia la prima pietra, sia condannato a portare le mutande di filo spinato.
    Anche quando (soprattutto quando?) ci comportiamo da porci svergognati, manifestiamo un bisogno di trascenderci, di sbucciarci dalla nostra pelle, che è quanto di meglio e di peggio abbiamo.
    Poi sul resto, concordo. Il problema, non solo per l’artista ma per tutti, è quello di tirarsi fuori dalla crisi, personale e/o generale. Il fatto è che per l’artista come artista (non come uomo) il modo di tirarsene fuori è diverso, strano, indiretto. Io ho pochi dubbi, qualcuno dirà troppo pochi, riguardo a quel che è bene e male, giusto e ingiusto, e via dicendo. Dico però una cosa: che per un artista, l’uscita dalla crisi si compie vicariamente. Non è lui che ne esce, ne esce una parola, una immagine, un suono. L’arte che rappresenta, o meglio evoca, l’uscita dalla crisi, e usiamo ‘sto parolone: la salvezza, non è la salvezza di un uomo, non è la salvezza di una società. E’, se vogliamo , un manuale di istruzioni per la salvezza. Però, per capire il manuale tu devi, dopo averlo letto con la massima attenzione, buttarlo via. Perché devi fare non quello che ha fatto lui, ma come ha fatto lui. In breve: l’arte non salva nessuno, neanche l’artista. L’arte fa vedere come ci si potrebbe salvare, se si portasse al proprio problema, crisi, prossimo, mondo, la stessa attenzione e cura e tenacia che l’artista ha portato alla sua opera. Succo: l’arte è un surrogato, o chissà, magari una preghiera. (Poi per essere equanime aggiungerò che quasi tutto è un surrogato, anche la politica che pretende di essere the real thing).
    Ciao. E grazie alla signora di Leo per il bel commento.

    • Ennio Abate

      Siamo d’accordo. Al di là di alcune sfumature lessicali (salvezza, surrogato, preghiera, ecc) su cui non faccio le pulci.
      Io resto ancora affezionato alla definizione adorniana/fortiniana dell’arte come “promessa di felicità”. Con l’accento (vigile, guardingo, cauto, realistico!) su ‘promessa’ e non su ‘felicità’.

  10. Giuseppina Di Leo

    Un sentito grazie a Roberto Buffagni.
    Dal suo commento colgo un senso di fiducia verso l’arte e gli artisti, con quel sapersi spogliare dalle remore come segno di grande maturità.

    • roberto buffagni

      Cara signora di Leo,
      grazie a lei delle sue parole affettuose.

      Caro Ennio,
      “La beauté n’est que la promesse du bonheur ». Lo diceva Stendhal, no?
      E del poeta, Noventa non scriveva “sue no’ xé che le prime falìve, / e po’ i santi e l’eroe vignarà”?
      Ciao.

  11. roberto buffagni

    Dimenticavo una cosa forse importante. Premesso e ribadito il mio filiale o nipotale rispetto per de Sanctis, l’errore vero, profondo e seriamente dannoso della sua idea “spolvero etico-politico = spolvero artistico” è questo: che comporta la tendenza ad assorbire le categorie di “vero” e di “falso” in quelle di “progressivo” e “reazionario”.
    Questo è terribilmente sbagliato, e ha conseguenze che se al tempo di de Sanctis ci voleva il mago Merlino per vederle, oggi basta un buon paio di occhiali. Volendo la controprova, basta rilevare la presenza dell’Himalaya Dante all’inizio della letteratura italiana, in un momento che di spolvero etico-politico proprio non era (certo, in confronto a oggi sembra il paradiso).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...