Gianmario Lucini
Poesia, potere e ribellione. Nota deontologica

lucini oensiero poeticoIl brano è tratto da “Il pensiero artistico integrale e la critica dell’arte”di Gianmario Lucini, CFR 2013

Recentemente, commentando l’opera di un poeta italiano, la definivo “poesia civile”, per alludere all’impegno morale nei confronti della società e dell’umanità, che è nota tipica dell’opera di questo autore. Il poeta in questione però, ha rifiutato questa categoria per la sua poesia, adducendo il fatto che di poesia “civile” si riempiono la bocca in molti e poi, nei comportamenti, si dimostrano incoerenti. La poesia civile italiana, mi scriveva, ignora del tutto la sofferenza del mondo. Sta chiusa nei suoi piccoli problemi di classe, a volte di casta, innalzando una protesta spesso edulcorata, a volte di maniera, e quasi con la preoccupazione di non disturbare troppo i manovratori e di adeguarsi al modo di pensare il più allargato possibile (una tecnica adottata anche dai politici, quando sono a caccia di consensi). Una poesia civile che spesso è caritativa, compassionevole, languida o che indugia nel ritratto quasi folkloristico-pietistico, a volte nella falsa e pelosa idea ereditata da un cattolicesimo un po’ bigotto.
Egli definisce quel modo di agire e di pensare, “civiltà” dell’ipocrisia, ed io sono in parte d’accordo con la sua analisi, anche se non sono per nulla d’accordo che tutti i poeti civili si comportino in questo modo e nego che la “civiltà dell’ipocrisia” sia ben voluta da tutti i poeti (anzi!) e non mi sembra il caso di accettare per verità questa generalizzazione – che peraltro suona ingiusta verso chi intende la poesia e la vive in ben altro modo, a volte pagando duramente le sue scelte –. Accetto quindi la sua affermazione come un “etiamsi omnes ego non”, ma non nel suo portato radicale. Si dichiara quindi “poeta incivile”, intendendo in questo modo scendere da quel treno impazzito delle idee totalmente asservite a uno status quo (che pure è un aspetto innegabile della cultura), che pare immodificabile e pare anche avere in sé la forza centrifuga di inglobare ogni forma di dissenso, metabolizzandolo e adattandolo ai suoi fini. Scende certo, dal treno, ma lascia soli nel loro difficile viaggio, tutti gli altri che intendono il ruolo della poesia come lui lo intende.
Io credo che questa riflessione vada comunque posta in maniera molto seria e senza polemiche inutili, e che si cominci a tentare di ragionare in termini di “verità poetica”, che ci viene da un “pensiero poetico integrale” piuttosto che catalogare (che è il passo propedeutico al “metabolizzare” di cui sopra) le diverse poetiche in formule che hanno la pretesa di de-finire ciò che non può essere definito, mentre non indagano davvero e in modo adeguato la “poetica” dell’opera d’arte (il definire la poesia come “politica”, “civile”, “erotica”, “religiosa”, “satirica”, “epigrammatica”, “elegiaca”, ecc.), perché nessuna poesia ha un solo carattere e anzi, la Poesia li possiede tutti, anche se in rapporto fra loro diverso, perché è Poesia e basta o, come dice quello stesso autore, “è la voce di chi ha visto le voci”.
Il poeta civile (o “incivile”, come si definisce il nostro autore), laico o credente che sia, invece è del parere che il Paradiso in terra sia possibile (o la “bellezza” che dir si voglia), che sia utopia ma non impossibilità e che però non è dato, a causa di precise responsabilità non certo divine, ma imputabili a una colpevole gestione del potere, sia individuale che collettivo. Se così stanno le cose, la Poesia non è più da considerarsi, di conseguenza, un’attività di rappresentazione della realtà o dell’immaginario estetizzante, ma una forma di ricerca della verità, che consiste nella prefigurazione di un mondo, magari utopico ma possibile e, casomai, irrealizzabile proprio a causa di queste aberrazioni del potere o per altre cause. Il poeta civile dove dunque, per coerenza, essere un ribelle, un socialmente deviante (da una via socialmente ma acriticamente condivisa e tollerata) un “culturalmente fuori-legge” (ma non poeticamente fuori contesto), uno che non accetta la negazione della libertà e le forme di disumanizzazione – quelle che, a nostro avviso in prevalenza, regolano i rapporti fra gli uomini e fra i popoli e sono socialmente tollerate, o anche rimosse dalla coscienza collettiva. Trovo pertanto giustamente provocatoria l’auto-definizione di quel poeta, che si dichiara “incivile” e “fuori-legge”, e se è vera la sua constatazione, non ci resta che dargli ragione e dichiarare che la buona poesia debba distanziarsi da ogni forma di codificata e consolidata ingiustizia, perché non c’è relazione possibile fra bellezza e ingiustizia, fatto che il pensiero classico, a iniziare da Platone, non ritiene rilevante nella poesia, perché ritiene che la poesia non possa avere contenuti di pensiero (e quindi contenuti anche di etici). Per chi scrive, nulla può essere bello, (vero, buono, ecc.) se non è anche giusto, e viceversa, partendo dal fatto che l’arte è pensiero, che deve però essere integrato e non scisso. L’assassinio di un “desaparecido” gettato da un aereo in volo o un buco di proiettile in mezzo alla fronte potrebbero essere astrattamente belli, secondo una certa estetica, immagini espressive e di grande impatto emotivo, ma non possono essere né buone né giuste. Ma spesso la Poesia redime anche queste bruttezze, appunto, dicendole con il suo linguaggio, per pro-vocare una sana reazione contraria e, in un certo senso, una es-piazione. Solo in questo modo, che è un modo etico dell’agire poetico (fatto che il Croce, ad esempio, contesta), posso considerare il buco di proiettile in fronte a un giustiziato, qualcosa di impoetico che viene rovesciato nel linguaggio della Poesia.
Non c’è neppure l’amore, senza giustizia, e anche l’erotismo si trasforma in pornografia, quando manca il senso di giustizia, di bontà, di pietas, di agàpe. Non sfugge che di fronte alle tragedie planetarie, di fronte allo stillicidio delle guerre e delle stragi “regionali”, di fronte al palese sfruttamento delle nazioni ricche su quelle povere, di fronte all’ingiustizia eretta a sistema che regola le relazioni fra i popoli, di fronte alla xenofobia organizzata in associazioni e partiti politici, di fronte al rischio di pagare di persona dicendo la verità, molti fra i poeti più noti (e meno noti) se ne stanno zitti, per paura di un ostracismo sociale, per paura dell’isolamento o delle decisioni di chi detiene il potere, che potrebbe danneggiarli, o anche per questioni ideologiche personali. Non sfugge infatti che di fronte a tutto questo il vero poeta si interroghi e si ponga la domanda se la poesia sia ancora possibile dopo Auschwitz e vi risponda scrivendola, come hanno fatto Paul Célan o Nelly Sachs o Eli Wiesel, ma che non possa essere del poeta ma del filosofo l’affermazione che “Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie, e ciò avvelena la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie”. Il narciso del poeta, inoltre, lo sconsiglia dall’imboccare la strada della verità, perché potrebbe comprometterlo agli occhi dei lettori meno critici – i quali vogliono una rappresentazione del mondo rappacificata e idilliaca, anche oggi, in periodo di crisi, quando stiamo pian piano scoprendo che questa rappresentazione è una idealizzazione di comodo, costruita da una razionalità sufficiente e presuntuosa nel credere di poter dominare gli istinti peggiori, una ideologia mai scritta ma diffusa dai più potenti mezzi di comunicazione di massa.
Vale a dire che, in Italia, in questi ultimi 20 / 30 anni, la stragrande maggioranza degli artisti ha rinunciato al suo ruolo di testimone e di ricercatore della verità poetica, accontentandosi del ruolo secondario di sacerdote officiante l’estetica collettiva e convenzionale dell’uomo di strada (non certo quella filosofica), di scrivano-sotto-dettatura della cultura di élite e delle sue aspettative. Ora, di questi artisti ne abbiamo piene le tasche, ma non per il fatto che, per difendersi, essi accusano i “ribelli” di “revanscismo” o perché le loro vecchie e opache opere riempiono i pochi scaffali delle librerie e i pochi spazi di terza pagina riservati alla poesia, delle mostre, delle sale da concerto e così alla radio o alla televisione: non è questo che si vuole “conquistare”, non sono gli strumenti del potere che fondano la deontologia dell’artista, ma si vuole che la poesia e tutta l’arte, sia ricerca di verità, di tutta la verità, anche quella scomoda. E potremo allora fare nostro quello slogan formidabile e provocatoriamente paradossale, ma in sé vero e ineludibile, se teniamo conto del dato reale: l’innocenza al potere! Quanto all’accusa, che molti ci muovono, di “revanscismo”, possiamo soltanto osservare che il buon vecchio Freud ha indicato, fra i meccanismi di difesa psicologica, anche quello dello Spostamento, e che le personalità narcisistiche, stando a quanto affermano i ricercatori, fanno molto uso di questo meccanismo.
Il poeta, dunque, civile o incivile che sia, non taccia di fronte alle contraddizioni e, denunciando e additando i responsabili (non solo le persone e i nomi, ma anche e soprattutto i meccanismi mentali, i comportamenti, gli atteggiamenti collettivi), possa pre-figurare l’utopia, darle un luogo almeno mentale, perché è soltanto da questo che può iniziare un cambiamento.
Pertanto, se la Poesia non prende posizione quando l’ingiustizia, ad ogni livello, si manifesta, significa che agli artisti le cose stanno bene così come sono, perché non sono sensibili a queste ragioni e, di conseguenza, sono conniventi con l’ingiustizia. Significa, nel più frequente dei casi, che non riescono a creare un nesso chiaro e forte fra la realtà e la loro arte. Oppure che la loro sensibilità è la semplice espressione di un sistema, non dell’energia che vuole rinnovarlo. Significa, spesso, che sono espressione di una cultura stratificata e ingessata, non di una novità. Significa che a loro è estranea la dimensione dell’utopia, che è la dimensione del futuro, del creabile, del nuovo realizzabile. Significa che stanno chiusi dentro il loro tempo fisso e immutabile e non si muovono dentro questo orizzonte che chiamano “arte”, perché l’orizzonte dell’arte comprende tutti i tempi. Significa, allora, che nessuno più si opporrà, sul versante della cultura creativa, all’ingiustizia, che è la prima causa di ogni male più disastroso per l’umanità: la schiavitù, le guerre, la fame e ogni forma di sfruttamento e di imbarbarimento. Per fortuna le cose non stanno così, perché molti sono gli artisti che creano utopie, e non soltanto coloro che creano un’arte “civile”; forse sono ancora troppo pochi e troppo poco ascoltati, perché la loro forza possa determinare l’inizio di un cambiamento. Ma se costoro non ci fossero, probabilmente il mondo sarebbe molto peggiore di quanto non sia.

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19 commenti

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19 risposte a “Gianmario Lucini
Poesia, potere e ribellione. Nota deontologica

  1. Io mi accontenterei di una definizione più generica, e raggrupperei le poesie civili, politiche o che dir si voglia, nel termine di poesia pubblica. Con questo termine indicheremmo l’azione del poeta quando si rivolge a qualcuno, a qualcosa fuori di se’. E per proseguire nel dualismo (attenzione ai contrari che sono mentali, bello e brutto se visti a se’ stanti hanno ben altre valenze e si eviterebbero giudizi moraleggianti), comunque: dicendo di poesia pubblica avremmo per contrario la poesia privata, che è l’azione del poeta quando parla unicamente a se stesso, incurante di ogni risvolto comunicativo ( sempre ammesso che ne esistano di poeti così fatti). In questo modo non useremmo il contrario “incivile” per riferirci al civile, che a me sembra una evidente forzatura.
    Sul bello invece, anche qui mi accontenterei di quanto ne dice l’architetto Renzo Piano ( ieri sera in una intervista), che è stato spesso oggetto di polemiche per i suoi comportamenti inestetici, solo funzionali. Piano dice che il bello è tale se bello dentro, quindi se è ben fatto. Così dicendo contesta il bello come “cipria”, come bello di superficie.

  2. emilia banfi

    Giustizia compassione aiuto solidarietà fraternità uguaglianza, oggi li chiedo all’uomo non al politico , la difficoltà ormai sta nel trovare l’uomo.

  3. ro

    Mah…di fronte all’intervento di Lucini, proposto da Abate in questa pagina, nientepopodimenoche a immediato ridosso della ennesima possibilità (del tutto sfumata e rimbalzata) di minima crescita di un desiderio per la ricerca di minimalissimi denominatori comuni, non mi porrei – su temi assolutamente affini a quanto avvenuto fino a ieri(oggi e domani)- come primo avvicinamento il problema estetico(Lucio) o esterno (Emy) :
    mia cara Emy, un quid che non dipende da me, addirittura l’uomo fuori dal mio cercare di esserlo? Non credo che per le cose che sentiamo in comune sia possibile una ricerca lucinianamente possibile fuori dal proprio mettersi in gioco…. voglio dire che in forma e in contenuto l’uomo non di plastica che voglio continuare a coltivare in me, dipende solo da me, al di la della sovrappolazione dell’altro segmento.
    …..
    Se la ricerca continua della verità, è un portamento che una volta avviato, funziona come una droga naturale, da cui è impossibile disintossicarsi, poiché è già in sé disintossicazione, è evidente che da un punto di vista artistico, e in questo caso poetico, sia impossibile ulteriormente segmentare il poeta a tutto tondo, per rinchiuderlo in uno spicchio, vuoi civile o incivile, vuoi privato o pubblico, vuoi personale o impersonale, etc etc…..deto in altre parole, questo è il punto centrale per me delle parole di Lucini. Mi è piaciuto peratnto molto leggere questo pezzo perché, almeno ai miei occhi, centra il bersaglio come sa fare Gianmario, mettendo in primo piano il fulcro o il motore, agli occhi di chi vorrebbe definirisi poeta ( e io dico anche agli occhi dei lettori di poeti)… la necessità imprescindibile della ricerca della verità di sé, degli altri, del mondo, in una parola della Storia è l’unica cosa che dipende da me, che non dipende da nessun altro , né dall’uomo divenuto cuore di pietra o di plastica, né dall’uomo antiuomo che tutto di me vorrebbe controllare, persino come fare il poeta per fingere di esserlo tanto come addirittura l’essere pseudocittadino sol perché riempito da slogan sulla bella e robusta costituzione …
    ….
    Se poi questa “ricerca” venga giocata nelle forme della tradizione o dell’avanguardia, non ha importanza poiché il pre-poetico di cui sopra, è il dato fondante della forma che verrà data dall’artista …senza questo portamento di ricerca continua, difatti, la forma potrà pur essere perfetta, studiata e ricercata in modo sublime, ma totalmente vuota quindi destinata (come è poi la prevalenza della società di cartone in cui siamo) ad avere successo perché appaga la mutazione antropologica voluta dall’alto, impattando infatti con la forma, a che gli pseudoggetti da me affrontati soddisfino le merci della società dell’immagine, la società dell’uomo 2.0 (1.0 analogico; 2.0 rinuncia felice a pensare con la propria testa, e felice perché, solo un esempio, alcuni pensano ormai di essere liberi in quanto capaci di affermare se stessi, semplimente poichè saprebbero andare contro il marito, la moglie, il fratello o l’amico etc….)..’sta cosa non riguarda solo una certa fuffa culturale mediatica, perché questa contagia e riguarda anche una parte di quel mondo culturale laddove si lega per convenienze di “marketing civile” alla pseudo societa civile (pseudo perché anch’essa castrata , comoda ai veri poteri di primo livello, nascosti da quelli più immediati ..quindi preindirizzata e manovrata, nella ricerca a tutto tondo della verità, che diventa quindi ricoperta di mezze verità e molte menzogne).

    Ho appena pubblicato una pagina dove a un certo punto, riprendendo le parole di un grande drammaturgo tedesco egli dice: “Quando mai qualcuno ha baciato il proprio carnefice!”…ecco, è questo il punto centrale all’interno della ricerca di questa pagina di Lucini (oltre ovviamente la speranza conclusiva che a una “pessimista” come me, non può che fare bene) . In un modo o in un altro è sempre su questo stesso punto che infatti ci scontriamo, vuoi perché alcuni non prendono le giuste distanze dai carnefici almeno per metterli a fuoco (nel loro sguardo e nel loro scatto, vedi Salzarulo), vuoi perché altri non ne vogliono proprio sapere di conoscerli in ogni loro forma, veste e programmi.

    • Cara Rò, è difficile trovare dei minimalissimi denominatori comuni se guardiamo le cose da punti di vista diametralmente opposti, tu che osservi la poesia come parte del panorama della tua critica sociale, e me che quel panorama vorrei osservarlo dal punto di vista della poesia ( cosa possibile se riconosciamo alla poesia il diritto di essere un particolare linguaggio del pensiero, e quindi una forma particolare di conoscenza). Eppure i denominatori comuni ci sono, solo è impossibile scovarli perché se ne stanno sepolti dal pre-giudizio di cosa sia o non sia condivisibile. Il non condivisibile sta dalla parte di coloro che ci rendono la vita impossibile, e così ragionando finisce che dividiamo in buoni e cattivi, che sarebbe un criterio infantile se non aggiungessimo quella degli inconsapevoli, vittime designate o complici per ingenuità. Ma la poesia è un treno che corre fuori dai binari, non nasce dal condiviso, in solitudine esplora e inventa. Può farsi politica o rinchiudersi in uno sgabuzzino, è già libertà.

  4. DONATO SALZARULO

    Molto interessante questo post. Meriterebbe una discussione approfondita. Per quanto mi riguarda, alla prima lettura, devo dire che mi sono fermato a lungo su questa frase:« Il poeta civile (o “incivile”, come si definisce il nostro autore), laico o credente che sia, invece è del parere che il Paradiso in terra sia possibile (o la “bellezza” che dir si voglia), che sia utopia ma non impossibilità e che però non è dato, a causa di precise responsabilità non certo divine, ma imputabili a una colpevole gestione del potere, sia individuale che collettivo.»
    Mi sono fermato e mi sono ricordato che una trentina d’anni fa, prima della caduta del Muro e dell’impero sovietico, mi capitò di leggere «La città moribonda», un’opera in versi di Antonio Lapenna, mio compaesano e famoso latinista. All’ultima strofa della seconda poesia, saltai sulla sedia: «O viandanti , / dicono che l’utopia / nutriva i germi della peste […]» Ma che scrive professore! Il Paradiso in terra, l’utopia è possibile, basta che…
    Andando avanti nella lettura, mi ritrovai a fare i conti con questo “Commento di Eumolpo alla Menzogna Suprema”
    «Lo so, compagni: voi sentite ancora disgusto delle mie menzogne: non vi siete ancora completamente assuefatti a convivere con la peste. Voi credete ancora che l’egoismo dei potenti, l’astuzia dei preti e dei mandarini siano le sole fonti perenni della Menzogna.
    Ma avete mai visto, compagni, il santuario di Asclepio, i lunghi portici dei miracoli, dove le folle di storpi inebetiti dal dolore si accalcano, avide e bavose, aspettando il mostro benefico, la Salvezza che sibila dalle profondità della terra. Darete a quelle folle il pane della Ragione? le consolerete con la lucidità senza miti?
    Se alcuni non cercheranno più nel cielo l’immortalità, i mandarini inventeranno l’immortalità nella Storia; e se questa immortalità non basterà per le masse, inventeranno la Rivoluzione. La Rivoluzione è necessaria, ma non ha scadenze; rimandata di decennio in decennio, di secolo in secolo, sarà una promessa non meno sicura ed efficace del paradiso.
    Il peso della vita è sopportabile solo per chi non è abbastanza malato, o per chi è abbastanza malato ma non abbastanza lucido: quanti sono abbastanza forti per sopportare insieme la ferocia della vita e la crudeltà della Ragione? Volevate illuminare tutti gli uomini; ma non è la prima volta che gli opposti si ricongiungono: la Ragione democratica è uno dei più aristocratici privilegi.
    Credetemi, compagni: io sono il più rozzo, ma non l’ultimo dei falsi profeti.»
    È da questa lettura che, di fronte ad affermazione del tipo: “Il Paradiso in terra, l’Utopia sono possibili…”, civili o incivili che siano i poeti, controbatto: “Sì, ma rendiamolo possibile subito, qui ed ora…” Altrimenti, sarai coerente; non sarai ipocrita; avrai un mare di virtù, ma la tua “promessa” o la tua “prefigurazione” è omologa a quella di tutte le religioni. Poi, si sa, anche tra i cattolici c’è chi è più bigotto, chi lo è meno e chi non lo è.

  5. DONATO SALZARULO

    Perdonami, Lucini!…Tutto preso dalla possibilità del Paradiso in terra, ho dimenticato di chiederti il nome di questo poeta “incivile”…Chi è? Cosa ha scritto? Dove posso trovare le sue opere?
    Grazie

  6. ro

    (((Anche a me ha incuriosito e ho dato per scontato, sbagliando sicuramente, che fosse Francesco Di Stefano di qualche pagina fa sempre in questo sito..che non conosco ma mi ha incuriosito tanto tanto)))

  7. “Ma la poesia è un treno che corre fuori dai binari, non nasce dal condiviso, in solitudine esplora e inventa. Può farsi politica o rinchiudersi in uno sgabuzzino, è già libertà.”

    gentile Lucio, le considerazioni che ti ho sollevato, erano come dirti: rispetto al tema di questo post, che è , che ti piaccia o meno, che ci siano o meno dei buoni o cattivi, etc etc: quando, come, perché un poeta sia tale ..infatti se fin dal titolo si chiama non a caso “nota deontologica”, al di la che ti piaccian o meno certe regole(leggi binari) tratta di quella dose e strumenti di ribellione orientata in modo mirato al bersaglio. che sempre nel titolo è il potere. Non credo che su questi temi, non altri, ce ne debba fregare una mazza di quanto privatamente si senta libero un individuo, peraltro tanto quando sia che quando non sia artista. Non credo che sia in discussione la libertà interiore, di espressione artistica o meno, che uno può sentire anche dentro due metri per due dentro una cella. L’esplorare o l’inventare che dici, giusto per rimanere nel tema di questa pagina, non altre, ma questi e solo questi binari, è qualcosa che mette in gioco la capacità di essere corpo “ribelle” addirittura all’etichetta di “civile”, motivata dalla presa di coscienza, che piaccia o meno, dello sguardo sul mondo e la sua storia. Non ha importanza se in quello sgabuzzino sia cieco, ergo senza finestre e senza porte, perché come diresti tu basta avere la forza ribelle di inventarsi un buco per perforare la realtà, con il proprio talento, surreale o neorealistico che sia etc etc

    facciamo l’esempio su Alfonso Guida, che ci ha fatto conoscere Arminio, e che è stato trasferito amorevolmente qualche pagina indietro da Di Leo…ammesso e non concesso che si senta libero come intendi tu, sarebbe ben poco “ribelle” nella sua battaglia anche artistica poetica, per e con le cose della vita, se il rimanere “analogico” fosse rappresentato dal solo fatto che non ha il p.c….

    altro esempio , forse più adatto allo spazio in cui ci troviamo.. visto che “in teoria” si chiamerebbe “molti”, ogni due per tre, sempre più frequentemente, mi sono chiesta che significhi in pratica, perché in questa non esiste, tranne che nella molteplicità di testi e autori proposti da Abate…se non parti da denominatori minimalissimi comuni, dove si può pensare di andare se non a sbattere ogni volta contro gli stessi muri di gomma della volta precedente? potrebbe essere o no il desiderio costante di “ricerca” che, nel rispetto di ogni essere originale a se stesso, sicuramente remerebbe peraltro a favore dell’individualità che ogni volta rivendichi…un sentire comune “il ribelle”, il ribelle dentro il se stesso poetico, libera sicuramente individualmente, e tanto più pratica l’utopia reale di uno dei testi più poetici in tal senso (itaca-kavafis)…non è uno stato coercitivo a un noi ideologico, stalinista, imposto, ma molto piu semplicmente una tensione , uno stato d’animo senza il quale tanti altri esempi di “molti” artistici non sarebbe mai nati. Pensa solo in ambito musicale. L’affiatamento “deontologico” è una ricerca che dovrebbe in teoria appassionare anche i poeti, infatti mi sembra che la biografia di un Lucini sia una pratica che da speranza per la costruzione di una certa polifonia, infatti le “voci”, quelle stesse che nel microcosmo di un sol poeta girano a mille e più dentro le vene.

    • A me sembra, nel mio primo intervento, di aver suggerito delle regole comportamentali meno restrittive quando ho parlato di poesia “pubblica”, cioè di poesia rivolta al vivere sociale. Con questo intendevo limitarmi alla nominazione di un atteggiamento mentale e comunicazionale che secondo me non può essere limitato negli ambiti del discorso politico. Il problema per me nasce dal fatto che si finisce col mettere dei paletti nel luogo sbagliato, anche nel caso di paletti di umanità o senso di giustizia. Ne consegue che il poeta dovrà scegliere se parlare o essere parlato. A nessuno è dato di porre delle regole (perché è così che va a finire) in quel suo territorio. Il tentativo deontologico di Lucini andrebbe rivolto ai lettori, ma perché offrirgli dei piatti precotti?

  8. Torno ora da Milano e leggo.
    Il poeta (in)civile… non posso dire chi è: si tratta di corrispondenza privata (e poi sono anche un po’ incazzato con lui per altre cose, come editore e non come poeta (ma è un bravo tipaccio).
    Il “Paradiso in terra” ovviamente non è nulla di trascendentale, appunto perché “in terra”. Mi riferisco all’idea che la nostra infelicità ce la costruiamo da soli, sia collettivamente che nelle relazioni interpersonali (e a volte proprio da soli, da buoni nevrotici “tirati su” da una società nevrotica…).
    L’estratto non è tutto il paragrafo (dico anche infatti che non c’è nessuna equivalenza fra poesia civile=buona poesia (anzi!!), ecc. ecc.
    Ma vedo meglio domani: ora devo preparare la cena e poi… sono a pezzi.
    Il problema di una deontologia del “mestiere” di artista, a mio avviso è comunque da porsi, ma lo si può fare soltanto partendo dal fatto che l’arte è anche pensiero (pensiero come la filosofia intendo, o con la stessa importanza per so sviluppo e il progresso della civiltà (o dellE civiltà), di quanto non abbia la scienza e la tecnica. L’estetica crociana nega lo status di pensiero all’arte, considerandola come una sorella un po’ cretinotta della filosofia (esagero ovviamente), ma soltanto recuperando il concetto di arte come pensiero, potremo capire che cosa davvero è l’arte. E ovviamente il Croce ha tprto marcio e lo si può facilmente dimostrare (come ho fatto).
    Vabbé mi fermo e vado a far le costine e ci sentiamo domani :-))

  9. Ennio Abate

    PRIMI APPUNTI SULLA “DEONTOLOGIA DELL’ARTISTA” DI G. LUCINI

    1.
    Le riserve verso la recente produzione di “poesia civile” mi paiono giustificatissime. Varie volte mi è capitato di dire che è impossibile produrre una vera poesia civile in un Paese che si sta disfacendo politicamente e culturalmente e barbarizzando o incarognendo socialmente. (Queste sono le tendenze di fondo. E non dimentico le eccezioni: minoranze resistenti, gli immancabili e oscuri “uomini di buona volontà”, ecc.). Ribadisco questa mia opinione. Anche se in questo momento ci fossero poeti che ne scrivessero di buona o di ottima. Resterebbero “profeti” e parlerebbero solo a lettori futuri (si spera…). Non potrebbero comunque assolvere alla funzione *civile* della vera poesia proprio perché – insisto – manca una *società civile*, cioè una massa consistente di lettori *civili* e non delle sparute minoranze, che, in quanto tali, potrebbero essere epigoni e non necessariamente preannuncio di essa.

    2.
    Oggi a riempirsi la bocca della parola ‘poesia civile’ sono in genere poeti o aspiranti poeti “di sinistra”. Sono essi che coltivano la nostalgia degli ultimi modelli di poesia civile, che a me paiono quelli nati nel breve periodo a cavallo della Resistenza. L’accusa che muoverei a costoro (che anzi ho già mosso a suo tempo – Cfr. http://www.poliscritture.it/index.php?option=com_content&view=article&id=145:critica-ennio-abate-sullantologia-qcalpestare-loblioq&catid=7:arte&Itemid=24 ad alcuni di loro che avevano pubblicato l’ antologia «Calpestare l’oblio», tirando dentro anche un poeta da me ammirato come Roberto Roversi) non è tanto quella di ignorare «la sofferenza del mondo». Su questo tema la «passione ideologica» o umanitaria è davvero straripante e – a me pare – quasi sempre pura retorica. Piuttosto rimprovererei l’assenza di rigore politico, la facilità con cui si accetta come *pensiero politico-poetico* quello annacquato che circola in una vasta area di sinistra, trasformatasi senza una decente spiegazione da anticapitalista e comunista ad un generico antiberlusconismo “antifascista”. Rimprovererei a tali poeti di non saper usare la poesia come *strumento di critica* contro quanti hanno ridotto a macerie il patrimonio della sinistra e si servono del mito della Resistenza antifascista per approvare guerre USA/NATO/ONU oppure una gestione culturalmente ipocrita, economicamente fallimentare e socialmente ingiusta della crisi, non passeggera ma “epocale”, che stiamo vivendo.

    3.
    Perciò posso condividere sia l’insofferenza di Lucini sia il suo invito a non generalizzare. Ma per scendere dal treno degli ipocriti non c’è alcun bisogno di ribaltare il termine ‘poesia civile’ e fregiarsi del titolo di “poeta incivile”. Io preferisco usare come termine distintivo il termine *esodante*. Ed ho comunque chiaro che la vera questione non sta solo nel nominare le cose diversamente. Per differenziarsi da parole e comportamenti divenuti equivoci o generici bisogna praticare sia parole che comportamenti non equivoci né generici. Bisogna sviluppare, per quanto riguarda la poesia, una poesia *critica*.

    4.
    Non credo, perciò, come mi sembra faccia Gianmario, che si debba pensare ad una Poesia (Ah, uesta maiuscola!) che conterrebbe in sé come una Dea Madre tutti gli ovuli indispensabili a produrre la poesia che poi definiremmo «“politica”, “civile”, “erotica”, “religiosa”, “satirica”, “epigrammatica”, “elegiaca”, ecc.». Non c’è mai stata una «Poesia e basta». Né «la voce di chi ha visto le voci», una sorta di sintesi universale che mette tutti d’accordo, insomma. Qui egli, secondo me, commette un errore: sfugge all’analisi reale, politica, storica; e pone la questione della costruzione di una vera poesia civile ( inscindibile dalla costruzione di una vera polis o politica) in termini di credere o non credere all’utopia o alla possibilità che «il Paradiso in terra sia possibile».

    5.
    A me questo credere o non credere (entrambi rispettabili) sembrano del tutto secondari rispetto al vero compito (pur accennato da Gianmario!) di individuare le «precise responsabilità non certo divine» degli orrori della storia in cui viviamo. Credere è qualcosa che ha a che fare con la nostra soggettività. *Capire*, invece, richiede qualcosa di più: l’intelligenza del reale. Questa, sì, che è indispensabile. Ci dovrebbe essere. E oggi manca. Anche in poesia. Poi, se ci fosse, come diceva Gramsci, si potrebbe anche continuare ad «opporre al pessimismo dell’intelligenza l’ottimismo della volontà». Ma prima viene l’intelligenza del reale. Credere nell’utopia non basta. Specie oggi. Anche perché, in forme degradate e “di massa” di “piccole utopie” ne abbiamo tante e ad esse ci attacchiamo ben più del dovuto. Walter Siti, ad es., ha sostenuto giustamente che le masse (qui da noi, ma anche altrove…) hanno oggi da inseguire o consumare «troppi paradisi». (È il titolo di un suo romanzo…).

    6.
    Anche se tengo di più all’intelligenza del reale anche in poesia, mi potrebbe andar bene che la poesia (con la minuscola) mirasse alla «ricerca della verità». (Trascuro il problema non secondario della distinzione tra ricerca del reale e ricerca della verità). Mi chiedo, però, se sia corretto sostenere che la ricerca della verità consista «nella prefigurazione di un mondo, magari utopico ma possibile». Non mi permetto di ironizzare. Cercare la verità – storica o scientifica o persino metafisica – e avere il coraggio di pronunciarla è un’impresa complicata e che costa lacrime e sangue (avevo pubblicato un post di Brecht in proposito: http://www.sinistrainrete.info/cultura/2398-ennio-abate-sulle-lcinque-difficolta-per-chi-scrive-la-veritar-di-b-brecht.html ). Ma devo pur dire, specie in questi tempi di ritorno prepotente delle religioni e di mobilitazione religiosa delle masse nei paesi arabi, che l’utopia può anche accecare; e persino ostacolare la «ricerca della verità». Come la storia socialista e comunista ci ha svelato. ( E non mi pare un caso che Marx fosse stato cauto e conciso nella «prefigurazione» del comunismo e abbia sempre contrastato gli “utopisti”).

    7.
    Non condivido neppure che questa «ricerca di verità» sia affidata, come mi pare faccia Lucini, innanzitutto al poeta. (Tutti possono assumersi con i loro mezzi questa fatica…). Né che il poeta per essere «poeta civile» debba «per coerenza, essere un ribelle, un socialmente deviante (da una via socialmente ma acriticamente condivisa e tollerata) un “culturalmente fuori-legge”». No, molte verità, addirittura decisive per la storia umana, sono state dette da studiosi conservatori (Darwin ad es.) o psicologicamente miti, tranquilli e borghesi. Galilei non mi pare un ribelle. Freud non è stato un socialmente deviante. Pasolini, che passa per “culturalmente fuori-legge”, lo è stato in effetti, ma fuori dalle mitologie alla Belpoliti che oggi sommergono la sua figura (come ha dimostrato Fortini in «Attraverso Pasolini» e come ho cercato di ricordare qui: http://www.poliscritture.it/index.php?option=com_content&view=article&id=149:ennio-abate-le-ceneri-di-pasolini&catid=1:fare-polis&Itemid=13). Non capisco, insomma, perché Lucini debba rinverdire questo mito del poeta romantico ribelle. Anche perché la ricerca della verità in poesia (o in altri campi) non può essere preordinata, programmata, avere già in sé il Fine. E – ripeto – le ribellioni possono essere generose ma anche cieche. Inoltre – dato da non trascurare (qualcuno ricorderà Marcuse e i suoi discorsi sulla “tolleranza repressiva”…) – nel nostro contesto culturale occidentale l’esaltazione della libertà o la condanna delle forme di disumanizzazione mi pare sia diventata così martellante e condotta con tanta raffinata ipocrisia “democratica” che dei veri ribelli dovrebbero pensarci due volte prima di ripeterla e chiedersi – ahimè – se parlano *in proprio* o *sono parlati* dalla Voce del Padrone, che definisce “umanitarie” persino le sue guerre e le fa, ovviamente, in nome della “libertà”. «Cercare la verità», sì. Ma come la mettiamo con le sue falsificazioni? Ci assumiamo la fatica di smontarle una per una (poesia critica) o ci libriamo verso l’utopia?

    8.
    Quando poi Lucini arriva a una sorta di precettistica (la devo chiamare così, anche se egli non lo dice e forse non lo pensa…), per cui bisognerebbe « dichiarare che la buona poesia [deve] distanziarsi da ogni forma di codificata e consolidata ingiustizia, perché non c’è relazione possibile fra bellezza e ingiustizia» o arriva a dire che « per chi scrive, nulla può essere bello, (vero, buono, ecc.) se non è anche giusto, e viceversa», i rischi di una «ricerca della verità», etica quanto si vuole, ma preconfezionata da una soggettività che vuole essere *per principio* buona crescono a dismisura. Come facciamo a dire che la verità che cerchiamo è di sicuro una verità che soddisferà la nostra sete di giustizia o di bellezza? Non potremmo, man mano che la ricerca va avanti, accorgerci che la verità va contro le nostre attese di giustizia e bellezza? Solo una visione finalistica (o che presupponga il Bene come fine dell’evoluzione della storia, o la Felicità, il Progresso, il Benessere, la Pace, il Socialismo, il Comunismo) può *credere* ma non *dimostrare* che la ricerca della verità sboccherà di sicuro in un’armoniosa equazione di vero-bello-giusto- buono. Per quanto il pensiero miri ad essere integrato e non scisso, non può però predeterminare la verità da scoprire. E sbaglierebbe a farla coincidere con la propria soggettività che vuole la bontà, la giustizia, ecc. Non sarebbe pensiero critico.

    8.
    Perciò quando Lucini scrive: «L’assassinio di un “desaparecido” gettato da un aereo in volo o un buco di proiettile in mezzo alla fronte potrebbero essere astrattamente belli, secondo una certa estetica, immagini espressive e di grande impatto emotivo, ma non possono essere né buone né giuste», devo purtroppo ricordargli che il suo giudizio non è affatto universale. C’è da sapere che operazioni di questo tipo possono essere approvate e considerate buone e giuste da chi le compie, convinto di farle per un Bene superiore e anche da quanti volentieri le sostengono politicamente anche se “non le condividono” o non se la sentirebbero di compierle loro. La verità spesso è molto molto amara o addirittura tragica. E proprio il fatto che « spesso la Poesia redime anche queste bruttezze» è la prova – direi- della sua ambivalenza. Da apprezzare in parte di fronte ai portatori di una Verità “senza se e senza ma”, ma anche da guardare con guardingo sospetto. Troppo facilmente, invece, i poeti (e non solo loro) trascurano questo aspetto e anzi spesso esaltano questa “redenzione” o sublimazione, che – ammettiamolo – è una boccata d’aria in un mondo orrido, ci consola e ci permette anche (un po’ anestetizzandoci!) di *sopportarlo*, ma non ci aiuta di per sé a cambiarlo (ammesso che sia possibile…).

    9.
    E non è neppure detto che di fronte a tragedie, bruttezze e ingiustizie che ci assillano che la poesia (o l’arte in genere) provochi «una sana reazione contraria» . Non illudiamoci. I nazisti si commuovevano ascoltando Beethoven e poi amministravano disciplinatissimi i lager. Troppo spesso la *catarsi* o l’«es-piazione», di cui parla Lucini e che è qualcosa di molto legata alle origini magiche e religiose della poesia, ci inducono a restare nel campo (interiore) dell’etica e a non sporcarci con quello ben più rischioso delle scelte politiche.

    10.
    Ed è per questo che il monito di Adorno («Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie») per me ha un senso ben più profondo che un banale interdetto a non scrivere più poesia. E il fatto che l’avvertimento sia venuto da un filosofo non lo rende strambo. A me non è parso mai un invito a non scrivere più poesie, ma a scriverne – se se ne è capaci – facendo i conti con gli orrori crescenti e smisurati (da un’ottica umanistica) che mettono in discussione alle radici la superiorità della nostra civiltà occidentale. E se Célan riuscì a scrivere poesia dopo Auschwitz, a me pare che non smentì affatto il monito di Adorno. Semmai, seppe accoglierne la sfida in esso implicita. Non mi pare però che tutti i poeti che hanno scritto dopo Auschwitz siano riusciti a farlo come Celan. Spesso hanno preferito snobbare quel monito. Anzi molti l’hanno usato come un lasciapassare per fare la Poesia di sempre: quella narcisa, sublimante, bonacciona, giocherellona, “ gastronomica”, come denunciava in parte giustamente Linguaglossa. Oppure, come dice Lucini, si sono accontentati « del ruolo secondario di sacerdote officiante l’estetica collettiva e convenzionale dell’uomo di strada» ( o, aggiungerei io, dei tanti “popoli di sinistra” inventati dopo i vari crolli di muri etc.). Occhio all’ambivalenza della poesia, amici! Omero ha narrato la guerra di Troia abbellendola. Simon Weil , rileggendolo nel clima della Seconda guerra mondiale, se ne scandalizzò. Ha ragione Omero o Simone Weil?

    11. Concludendo, a me pare davvero ingenuo e tardo sessantottesco e troppo “francescano” lo slogan proposto da Lucini: « l’innocenza al potere!». Il problema di come la poesia possa e debba prendere posizione «quando l’ingiustizia, ad ogni livello, si manifesta» è più aperto e problematico di quanto possa sembrare. È molto sentito. E direi che non è una questione per soli poeti. Di proprio i poeti hanno secondo me una responsabilità: non lasciare che gli altri credano che la poesia possa essere la salvezza nel caos storico o il grimaldello per aprire le porte della Verità o accettare di farne un surrogato di religione più o meno laica. (Ultima preoccupazione: non vorrei che qui si riaffacciasse l’ombra del Poeta Vate…).

    P.s.
    Mi spiace dopo aver dissentito su questo blog con Linguaglossa e con Salzarulo, doverlo fare subito anche con Lucini. E spero che non si irriti troppo lui pure. Giuro che non lo faccio apposta! E non sono mosso da alcun rancore o invidia. Come ho avuto modo di dire a Franco Arminio, che di questo mi ha rimproverato per aver io criticato su LE PAROLE E LE COSE la sua Lettera al Presidente della repubblica e a Letta dopo i morti di Lampedusa, la critica è critica. Per quanto puoi attenuare, evitare il sarcasmo, a meno di non renderla insignificante, fa sempre un po’ male. Anche a me che la faccio. E ne ricevo. È la realtà che ci contrappone e ci costringe a scegliere la “verità” ( quello che ciascuno di noi ritiene, a ragione o per istinto tale). E, anche quando le mie critiche mi alienano le simpatie dei “bersagliati” o dei loro simpatizzanti, m’illudo che come un tarlo li lavorino; e che essi possano trarre autonomamente qualche giovamento per continuare sulla loro strada più vigili di prima e meno storditi dagli applausi.

    • Mi dispiace un po’ di aver proposto questo post a Ennio, perché vedo che non riesco a seguire la discussione che ne nasce (il tempo… a me serve per campare e ne ha poco per discutere…).
      In ogni caso, è quantomeno giusto rispondere alle obiezioni di Ennio Primi, perché entrano ne”in medias res” con passione e decisione, anche se con un po’ di fraintendimenti su alcuni punti. Risponderò dunque “per pillole”, punto per punto.
      1. «… è impossibile produrre una vera poesia civile in un Paese che si sta disfacendo politicamente e culturalmente e barbarizzando o incarognendo socialmente…Resterebbero “profeti” e parlerebbero solo a lettori futuri (si spera…)».
      La mia semplice obiezione: e che cacchio me ne importa se mi chiamano “profeta” o ciarlatano? Mi preoccupo se scrivo poesia o cazzate: il resto proprio non me ne frega niente. Quanto all’impossibilità di produrre poesia civile in “questo” tipo di società dissociata, ribatto: “e che, faremo poesia civile in una società ideale?” Ottimo, continuiamo allora a scrivere poesia sulle margherite e i ciclamini che “alludono a un ulteriore” indicibile ma sommamente “civile”, in attesa che arrivi la società ideale. Il titolo di una mia raccolta si chiama proprio “A futura memoria”, perché poetare per oggi… meglio dare caramelle agli asini. Domani si capirà. Ma quelli di domani capiranno tutti tutto di oggi, senza capire i problemi del domani, com’è da secoli
      2. “Poeti di sinistra”? E dove sono? Io so che tanti poeti sono “di sinistra” e proprio non ci mettono una faccia “di sinistra” nella loro poesia e tanti ci mettono la facciata di “sinistra” ma se parli 10 minuti con loro ti accorgi che sono più carogne dei leghisti. Non esistono poeti di sinistra o di destra. Esistono poeti e basta. Non c’entra l’ideologia con la poesia, c’entra l’ideale ma non l’ideale collettivo ma la tua proposta ideale, la tua visione del mondo, la tua verità. Io ad esempio penso che non andrò più a votare: la sx mi sta ultimamente stomacando sempre più. Scrivo in un libro di satire che uscirà fra un mesetto, se il buon Fedeli si decide a finire la prefazione: Tramontata è la destra / sparita è la sinistra. /Ci han messo nel guano da tempo; / è tempo: io fo’ il cane sciolto.
      «*pensiero politico-poetico* quello annacquato che circola in una vasta area di sinistra, trasformatasi senza una decente spiegazione da anticapitalista e comunista ad un generico antiberlusconismo “antifascista”. Rimprovererei a tali poeti di non saper usare la poesia come *strumento di critica*».
      Non è colpa tua: in quel capitolo non è chiaro che cosa si intende per “pensiero poetico”, perché lo spiego in un paragrafo apposito. In ogni caso, quello che io chiamo così NON è affatto un pensiero critico: mischiare la poesia con la critica è come mischiare la cacca col risotto: il risultato fa schifo. A ognuno il suo lavoro: il pensiero critico fa il suo lavoro e quello poetico fa il suo. Ho definito “pensiero poetico” una forma di pensiero “anche” razionale ma “anche” analogico, perché poi non pensiamo soltanto razionalmente e la poesia NON è pensiero razionale, altrimenti, se lo fosse non sarebbe poesia. La filosofia sì, DEVE essere pensiero SOLO razionale e dunque esercitare la critica: lei soltanto può farlo (anche in veste di sociologia, di psicologia sociale, ecc.), NON la poesia. Se io faccio della critica in versi, rendo un cattivo servizio sia alla critica che alla poesia, perché la critica non può servirsi del pensiero analogico e la poesia non può servirsi (soltanto) del pensiero razionale: farei sociologia o filosofia in versi (il che è stomachevole). La poesia è DI PARTE, insegue certo una verità, ma una verità soggettiva, quella del poeta, la sua visione del mondo, il mondo come lui se lo prefigura, la sua utopia. Pensi tu che questo sia ozio e non serva a nulla? Io dico che serve, perché la critica stessa se ne serve (della poesia, intendo), così come la poesia si serve della critica, ma per i suoi scopi, non per quelli della critica. Tante idee, scientifiche sono nate dall’arte (quella che io chiamo Poesia con la P maiuscola e che potremmo chiamare “istinto poetico” dell’essere umano – ma lasciamo perdere: detto così è da schifo). La creatività dell’arte è potentissima e se ci fai caso CAMBIA le persone. In bene o in male è tutto da vedere. I tedeschi amavano Beethoven? Appunto perché l’arte NON è pensiero critico: se avesse avuto l’arte di Beethoven una funzione critica (civile), probabilmente i nazisti non lo avrebbero amato (e poi attenzione: quanti di loro? Non credo poi molti). Ma il fatto che proibissero la musica di Mendelssohn perché era di origine ebraica, la dice lunga sulla vera natura di questa “sensibilità” per la musica. Anche la Chiesa del 7/800 da una parte predicava l’amore e dall’altra fucilava i carbonari o gli ebrei. Anche Licio Gelli scriveva poesie, ma che cosa vuol dire? Come si fa a prendere ad esempio dei dissociati e dei criminali per fare, appunto, un discorso critico? Parlami invece di poeti nazisti o di pittori nazisti e del mondo che prefiguravano nelle loro opere e vedrai che il discorso cambia. Ma anche questo l’ho trattato, da qualche parte, nel saggio.
      3. Non bisogna “sviluppare” una poesia, ma “farla”. Una poesia “scomoda” se vuoi, o anche “critica”, ma non nel senso di critica come strumento logico. Io credo di farla e credo che molti la facciano. Certo non parlo di partiti, di politica, di Berlusconi (mai nominato nei miei versi e forse due o tre volte negli altri scritti), anche se la prossima raccolta lo vede protagonista di almeno una ventina di liriche e anche se alludevo alla sua politica, dicendo le porcherie e non il porco).
      4 «Non c’è mai stata una «Poesia e basta». Né «la voce di chi ha visto le voci», una sorta di sintesi universale che mette tutti d’accordo, insomma. Qui egli, secondo me, commette un errore: sfugge all’analisi reale, politica, storica; e pone la questione della costruzione di una vera poesia civile ( inscindibile dalla costruzione di una vera polis o politica) in termini di credere o non credere all’utopia o alla possibilità che «il Paradiso in terra sia possibile».
      Se mi stai dicendo che il poeta non può spogliarsi del suo retroterra culturale e fare “epoché” del giudizio, piove sul bagnato. Non esiste qualcosa del genere se non nella filosofia di Husserl: l’uomo non parte mai da un dato “nullo”, neppure nella ricerca scientifica. Il suo pensiero procede sempre per schemi che si sostituiscono. “Poesia e basta” si riferisce all’intenzione, ossia quello che spiegavo sopra: non mischiare la poesia con altre cose, non renderla funzionale se non a se stessa, anche (e soprattutto) quando è poesia politica o “civile”, altrimenti diventa ideologismo in versi. Il poeta non è uno che critica, ma uno che “sente”, che “ascolta” e il “vedere le voci” (espressione non mia) sta per lo sforzo di empatia e di presenza (reale e non teorica) che il poeta compie verso la realtà – che non è affatto una visione critica, o può esserlo in parte ma secondo un “criterio” che è del poeta non di una teoria, che può coincidere con quella ma non è quella: è una visione che implica pathos (passione) o com-passione, per dirla con la filosofia orientale. Se non c’è passione cancella tutto, brucia il libro. Se non c’è il “sentire” empatico non c’è poesia ma sono belle parole, concetti alti, quello che vuoi, ma non poesia o perlomeno non buona poesia. E’ più antimilitarista la tragedia “I persiani” di Eschilo, (che è poesia), di tanto antimilitarismo, anche “critico”, che gira oggi, perché Eschilo si è messo nei panni del nemico, ha cercato di capire la sua sventura, ha attivato una sorta di “pietas” che nessuna razionalità potrà mai spiegare – o forse spiegare sì, ma non “far provare” a chi legge. Questa è la forza della poesia, che non viene dalla razionalità ma da qualcosa di molto più profondo e umano. E questa cosa, che non capiamo noi, i greci l’hanno capita e apprezzata, altrimenti non conosceremmo quella tragedia. E se la poesia (l’arte intendo – tutta l’arte esprime una Poesia con la P maiuscola, comune a tutte le arti) non fa questo, tradisce se stessa, perché non svolge un compito che nessuna altra disciplina può svolgere. E dunque rinnega la sua essenza e priva la società di qualcosa di insostituibile per la sua crescita. Troppo facile fare prima la pòlis e poi la poesia politica: non ti pare? La poesia costruisce la pòlis, come ha fatto Omero, che non ha scritto leggi o condotto eserciti, ma di fatto ha creato la koiné greca.
      5 «*Capire*, invece, richiede qualcosa di più: l’intelligenza del reale. Questa, sì, che è indispensabile. Ci dovrebbe essere. E oggi manca. Anche in poesia.».
      Ribadisco: l’intelligenza del reale, in senso oggettivo, non la può dare la poesia. Essa dà un’intelligenza del reale ma soggettiva, NON può percorrere le vie dell’oggettività, altrimenti diventerebbe filosofia e ruberebbe un ruolo al pensiero filosofico trascurando il ruolo che deve assolvere lei. La poesia esprime una visione del mondo soggettiva, non oggettiva o tendente all’oggettivazione. Ma anche questo è un tema che ho trattato a lungo nel saggio, in diversi paragrafi, e mi vien fuori dagli occhi. Ma poi: chi decide che cos’è questa “intelligenza del reale”? Se un artista dovesse PRIMA cercare questa cosa e POI creare la sua opera, che minchia di arte ne nascerebbe? Allora ha ragione Zdanov! Oppure riconosciamo artista soltanto chi ha questa illuminazione particolare (avvallata da chi?) E Ligabue, era un artista? Eppure non trovo nessuna pretesa di capire nelle sue opere, ma solo quella di mostrare un mondo che egli *sentiva*. Non trovo nessuna particolare intelligenza della storia e nessuna particolare intelligenza del reale, se non la SUA intelligenza del reale.
      6 «Cercare la verità – storica o scientifica o persino metafisica – e avere il coraggio di pronunciarla è un’impresa complicata e che costa lacrime e sangue. Ma devo pur dire, specie in questi tempi di ritorno prepotente delle religioni e di mobilitazione religiosa delle masse nei paesi arabi, che l’utopia può anche accecare; e persino ostacolare la «ricerca della verità». Come la storia socialista e comunista ci ha svelato. (E non mi pare un caso che Marx fosse stato cauto e conciso nella «prefigurazione» del comunismo e abbia sempre contrastato gli “utopisti”)».
      Cercare la verità (intesa come “storica o scientifica o persino metafisica”), c.s., a mio avviso è dovere delle scienze e della filosofia. L’artista casomai può farlo, ma non da artista. Io quando scrivo un saggio non sono un artista, ma quando scrivo una poesia non sono un saggista. Se metto insieme le due cose, c.s. Dicevo, ne esce solo casino. E poi, come artista dico: chi se ne frega di Marx? Devo chiedere a Marx come io immagino la società del futuro o come giudico la storia sulla mia pelle (ANCHE, come dicevo, con i miei sentimenti e la mia capacità empatica)? E come mai, visto che sono io che “sente” e non Marx?). Casomai avrò il dovere di studiare Marx e capire quello che ha detto, ma come artista non me ne fa meno di un baffo: certo che se quello che ha detto mi convince mi cambia e quindi anche la mia arte ne sarà cambiata. Ma non perché la mia arte parte da Marx, ma perché io esprimo qualcosa di cui sono convinto e che è quindi sostrato al mio pensiero poetico. E questo è mio, non di Marx, perché io sfido chiunque a trovare due interpretazioni del pensiero di Marx che siano identiche. Ma è ovvio che Marx fa parte della cultura occidentale, nonostante i marxisti lo abbiano quasi distrutto, così come Hegel o Croce o Gentile o Bakunin. Chi di questi ha il monopolio della verità e del pensiero critico? Io credo nessuno. Non credo che Marx abbia scritto le sue opere con questo proposito. E peraltro, l’utopia a cui si riferisce Marx non è quella dell’arte, credo… altro pianeta. Quanto alle “primavere” arabe… bisognerebbe capire quanto sia una nostra e non una loro utopia, o piuttosto stupidaggine e non senso degli “esperti” nel leggere quegli avvenimenti.
      7. «dei veri ribelli dovrebbero pensarci due volte prima di ripeterla e chiedersi – ahimè – se parlano *in proprio* o *sono parlati* dalla Voce del Padrone, che definisce “umanitarie” persino le sue guerre e le fa, ovviamente, in nome della “libertà”». Questa non l’ho capita: uno che definisce le guerre come “umanitarie” sarebbe un “ribelle”? Io lo chiamo conformista e inquadrato. Ma non solo io. Non vorrei passare per uno di destra perché ho sputtanato la guerra umanitaria di D’Alema… Ma se averlo fatto significasse essere di destra, non me ne potrebbe fregare più di tanto, come si dice appunto a destra. Io cerco coerenza dentro un mio orizzonte, che non è quello della politica di destra o di sinistra. Questo significa essere ribelli: significa essere coerenti con la tua idea “utopica”, con quello che senti insieme a quello che ragioni, perché prima o poi ti scontri con tutti e devi scegliere se vuoi essere libero di essere quello che vuoi essere, oppure se ti attacchi alla tetta del partito o della filosofia perché fuori dal partito o fuori dalla filosofia c’è la notte. La mia utopia mi suggerisce un mondo dove non ci sono partiti, ma esseri umani colloquianti, possibilmente senza rivoltelle sotto il tavolo.
      8 Credo che le argomentazioni di sopra rendano superfluo rispondere su questo punto.
      8(2) «…devo purtroppo ricordargli che il suo giudizio non è affatto universale. C’è da sapere che operazioni di questo tipo possono essere approvate e considerate buone e giuste da chi le compie, convinto di farle per un Bene superiore e anche da quanti volentieri le sostengono politicamente anche se “non le condividono” o non se la sentirebbero di compierle loro». E allora li lasciamo fare senza dire niente? Appunto: e che sto dicendo? Il Croce afferma che l’etica non deve entrare nella critica dell’arte: io invece sostengo il contrario e mi scuso se non si capisce (c’è una lunga nota, nel saggio, che spiega questa posizione, in polemica col Croce). Quanto al “sostenere politicamente anche se non condivido”, per me è una cosa che non ha senso. Se uno si comporta così è in contraddizione con se stesso e il suo agire non è limpido ma dettato da altri scopi. Ma come si fa a sostenere (da artisti intendo, e quindi con il “sentire” e non solo con il “capire”) una cosa che non senti e sulla quale non sei d’accordo? L’arte redime la zozzura rappresentandola, come ha fatto Picasso in Guernica o Goya nei suoi quadri o altri e non c’entra nulla con la sublimazione come scrivi sotto – che è un meccanismo di difesa: l’artista in questo caso è offensivo, non difensivo e non è per nulla una “boccata d’aria in un mondo orrido, ma una bella martellata in testa a chi dorme. Certo, uno potrebbe anche dire che Guernica è l’esaltazione di un macello… Ma insomma, fàmmo a capìsse… L’artista interviene appunto perché il suo giudizio non ha la pretesa di universalità: quello è compito del filosofo. L’artista esprime un atto di libertà, non una atto logico. La logica NON è libera, DEVE osservare delle regole valide per tutti i pensanti (il principio di non contraddizione in primis e le altre regole a seguire) ma l’arte NO. Pensa all’ossimoro: logicamente è impossibile, ma artisticamente è quasi una banalità…
      9 … non ci siamo. Qui non diciamo la stessa cosa e comunque ho già argomentato sopra.
      10 Beh, io mi scandalizzerei molto di più leggendo certi passi della Bibbia che l’Iliade. Se vuoi una lunga serie di barbarie e di macelli compiuti nel nome di Dio e del Bene, prendi ola Bibbia, non prendere un altro libro. Oppure prendi i Veda. Ma l’Iliade è roba da educande in confronto. Non si tratta di ragione o torto. Simone Weil (filosofa che stimo moltissimo) qui ha preso una cantonata, perché non si può leggere l’Iliade in quel modo, avulso dalla Storia: sarebbe come leggere la “Comedia” di Dante dimenticandosi del Medioevo… Questo è un problema che riguarda l’ermeneutica dell’opera d’arte, ma qui, ripeto, se la Weil si scandalizza vuol dire che ha preso una cantonata o forse stava male e di conseguenza non aveva il suo solito limpido pensiero (non conosco però quell’opera: mi piacerebbe trovarla). Adorno comunque, con quella frase, ha dimostrato di non capire che cosa significa essere poeta (e infatti non lo era, che io sappia). Nessuno peraltro può dire a un poeta o a un macellaio, come deve fare il suo mestiere, ma solo i poeti e i macellai, e non sempre. Voglio dire, che sarà anche una bella frase ad effetto, ma, a costo di essere sgradevole, “a me me sembra ‘na strunzata”. Ma che cosa c’entra la barbarie con la poesia? Della serie: siccome siamo stati così barbari, è inutile o non serve a nulla o è proibito o demenziale scrivere poesie? La poesia redime appunto la barbarie raccontandola. E’ il silenzio che la assolve e non per nulla si parla di necessità della “memoria”. E la poesia che deve fare? Lasciare la memoria agli storici e occuparsi di altro o chiudere bottega? Ma come può pensare un filosofo che un poeta non sia più capace di scrivere poesia dopo Auschwitz? Ma che razza di sfida è? E’ come sfidare un corridore a fare i 100 metri in 20 minuti. A me sembra, come poeta, che appunto perché c’è stato A. è il caso di mettersi a scrivere poesie vere e non quelle panzane (a cui ti riferisci dopo): quelle ci sono sempre state e sempre ci saranno, e sono d’accordo. Ma se A. viene detto con la poesia, si trasforma da negativo della storia in positivo della memoria (e dei sentimenti e pure della razionalità, ossia della koiné culturale).
      11 «Concludendo, a me pare davvero ingenuo e tardo sessantottesco e troppo “francescano” lo slogan proposto da Lucini: « l’innocenza al potere!». Niente affatto. Dimmi che è utopico, ma non ingenuo. Se dici che è ingenuo parti da una sfiducia di base nell’essere umano. La mia utopia è che il potere sia innocente (ma di che altro parliamo quando parliamo di politica? Di gente che NON è innocente perché corrotta, perché fa guerre, perché affama i poveracci e arricchisce i ricchi, ecc. ecc.). L’innocenza al potere! E che altro? La razionalità al potere? Ma la razionalità è uno strumento, non un atteggiamento. Il popolo al potere? La fantasia al potere? Ma anche queste sono utopie. E chi vogliamo al potere, i rappresentanti del popolo? Allora ci teniamo quelli che ci sono, perché degnamente ci rappresentano (oh certo, collettivamente, come “massa”, tutti gli altri meno chi scrive e chi legge queste note… troppo facile!). Chi vogliamo al potere? E che cos’è questo potere? Come deve essere, innocente o no? Qui non c’entrano i frati e neppure il 68, che al potere voleva ben altro. Diverso se avessi detto “Il potere non deve esistere”, colme sostiene qualche anarchico, ma si dimentica che il potere c’è e lui stesso lo esercita, tutti i giorni. E dunque, in che modo deve esercitarlo se non con l’atteggiamento dell’innocenza? L’alternativa è Machiavelli, se piace…
      Volevo essere telegrafico e ho scritto di getto, ma la giornata di oggi è stata bestiale per mille motivi e sono stato poco al PC. Ma purtroppo sono sempre logorroico e mi scuso.
      G.

  10. Tito Truglia

    Io voto Ennio “Prolisso” Abate. Sia detto con estrema simpatia… Di Ennio trovo discutibile il primo punto, quando dice che non può esserci poesia civile perché non c’è un contesto sociale adeguato. La scrittura poetica non è come un pesce che muore se non ha la sua porzione di acqua salata (o dolce), per fortuna l’arte viaggia e si crea comunque. Su tutto il resto ben vengano le sue stoccate (anche se a volte una qualche rete è meglio tenerla sana…). Dell’intervento di Lucini troviamo discutibile l’uso di formule come vero poeta o vera poesia, ma anche lo stesso concetto di Bellezza e anche la “buona poesia” estraniata dall’ingiustizia… Troviamo che il discorso, pur onesto e sincero, non riesca ad andare a fondo. Ma bisognerebbe leggere tutto il saggio forse per dire meglio su questo punto. Ad ogni modo le perplessità generiche rimangono. A proposito con le Edizioni Farepoesia avevamo pubblicato un autore che anche lui si definiva “incivile” (Guido Michelone) ma anche altri l’hanno usata. Aggiungo questo “appunto” scritto dopo brevissima lettura dell’intervento di Lucini:

    Cercando la poesia civile che non c’è (VOL. 1)

    La poesia ha una potenza generatrice sovrumana

    Ma molto spesso noi la utilizziamo per disegnare la

    Nostra isola che non c’è. Ecco, la poesia civile

    Dovrebbe essere una poesia che integri

    La poesia puramente utopica (la poesia che riflette

    Solo sul dover essere).

    Certo il dover essere è fondante di prospettive e

    Inoltre contiene in sé una critica alla realtà esistente

    Ma se eccede sposta pericolosamente i piani, l’obliquità

    Crea disequilibrio e perdita di coscienza.

    Dunque occorre una mediazione, la poesia civile

    Dovrebbe intervenire quotidianamente per

    Ristabilire le connessioni esistenziali intorno al qui

    Ed ora.

  11. del prezioso intervento di Ennio, che fa chiarezza su tante cose non ultima quella del suo specifico portamento “critico”, riassumo a mio uso e consumo e/o di altri, il fulcro di tutti i passaggi per ottenere, pur nel labirinto e nel gioco degli specchi, una bussola di tutti i punti della “ricerca”, ovviamente anticonformista, ribelle o classica che sia.. che è anche un punto inscritto, compreso, o incorporabile, nella ricerca di minimi denominatori comuni, di pensiero e comportamento/azione, pratica e filosofica, poetica e non, artistica o artigianale, simbolica e non:

    ——Credere è qualcosa che ha a che fare con la nostra soggettività. —–

    —–*Capire*, invece, richiede qualcosa di più: l’intelligenza del reale. Questa, sì, che è indispensabile. —–

    ps
    non mi soffermo per ora su cosa debba intendersi per intelligenza e tantomeno per intelligenza del reale, perché a sua volta, per necessità stessa della non soggettivazione del punto che la prevede, contiene una ricerca d’insieme dei minimi comuni denominatori che la liberano dalla gabbia (costruita a più mani, altrui e/o proprie, per vari scopi, non ultimo il proprio controllo sulle situazioni e il più massivo controllo mentale di tutti gli operatori culturali-politici ufficiali, di destra o sinistra, sotto o sopra e grilli e civili, liberi e giusti che siano)

  12. emilia banfi

    Se si potessero mischiare i cervelli di Abate, Salzarulo e Lucini ne verrebbe fuori un uomo quasi perfetto, quasi…siete davvero grandi!

  13. DONATO SALZARULO

    Poesia “è la voce di chi ha visto le voci”. È una definizione che mi intriga. Poi ci penso su: la prima voce rivendica un’universalità, una gerarchia di visione e di esperienza rispetto alle singole voci. UNA lei, MOLTEPLICI le altre. Lei ha visto le altre che non hanno visto lei. Cos’è la voce di Dio o di una Dia? E perché mai la Poesia dovrebbe avere tutta questa potenza di visione-esperienza che le altre voci non hanno?… La definizione mi intriga, ma riflettendoci mi sembra che questo poeta “incivile” abbia un’idea di poesia molto spiritualistica. Direi anche molto tradizionale. Perché mandare la Poesia in direzione del divino e continuare a fare dei poeti “i mendicanti d’azzurro”? Non sarebbe meglio spingere la Poesia verso la molteplicità, la singolarità, i corpi gioiosi o sofferenti, la fragile animalità di ognuno di noi?…Autocitarsi è antipatico, lo so, però in QUESTA VITA NON MI VA, ad un certo punto, ho scritto: «meglio lasciare da parte, in occasioni simili, la richiesta di “nuovi umanesimi”, la sottolineatura etica sul valore assoluto delle persone create tutte “a immagine e somiglianza di Dio”. Non perché non sia giusto. Ma perché le prediche sono inutili. Dei miei simili non capisco come possano giustamente prendere a cuore l’agonia di un cane, di un gattino, di un colombo e non avere compassione per chi cerca di sfuggire alla morte.» E poi nei versi: «Che il colombo stesse per morire / l’avevo intuito dal mattino, / quando l’ho visto intontito / restare immobile e col capino arruffato / in un angolo di porta del garage. / “Sta morendo”, mi son detto / e per un attimo una vena di compassione / mi ha illanguidito il corpo./ Poi dovevo scappare / e l’ho lasciato lì a morire /
    in un angolo.» Cercavo confusamente di spingere /spingermi verso la nostra animalità.
    Credo che il progetto umanistico (democratico-borghese) si sia schiantato ad Auschwitz. E quello socialista si sia schiantato nei Gulag. Ogni giorno noi non facciamo che assistere alla replica di questi schianti. Nei giorni in cui ho scritto QUESTA VITA NON MI VA, stavo leggendo un libro di Felice Cimatti, «Filosofia dell’animalità». Ecco una citazione che mi ha fatto molto riflettere: «Io sono “io” perché tu non lo sei. Si diventa umani soltanto condannando all’inumanità qualcun altro. In questo senso Auschwitz era ed è inevitabile, perché si diventa umani soltanto precludendo a qualcun altro la possibilità di diventarlo. Diventare umano significa escludere qualcuno o qualcosa da questa condizione, a partire dagli animali, per finire con la propria stessa animalità.» Ribellarsi ai manovratori è giusto. La prima ribellione, credo debba riguardare la nostra scissione originaria, quella fra la “vita vissuta” (immanenza) e la vita “progettata, pensata, immaginata, fantasticata” (trascendenza).

  14. antonio sagredo

    sono 50 anni che cerco di farvi cacciare in testa a tipi come voi che cianciate sulla poesia – ma non sulla POESIA, per la quale lager e gulag non sono che dettagli… e sopravviverà…
    ————————————-
    (finale):
    La selce… è lei!… è, per me, morire!
    Non è mio il tempo del tuo futuro!
    Sono gli occhi i passaporti per la cecità:
    certificati d’ansia, autostrade infelici.

    Tradussi gli amori, le orchestre dell’orrore,
    tutte le speranze in disamori!
    Non cercate più il mio canto eterno nel furore:
    una condanna, un disonore la Destinazione.

    Quale eredità noi lasciamo per i loro occhi?
    Sarà l’età dell’oro delle carneficine – senza nome!
    Sommario di stermini, di massacri – senza requie!
    Scandaglio delle ossa – carne!

    “la pupilla armata convoca il delirio”:
    dubita come coltelli che latrano alla Gioia.
    Quanto lo spazio fra il morire e la morte?
    E va bene: fine della teologia e del suo girovagare!

    antonio sagredo

    Roma-Vermicino, 06/27 settembre 1999

  15. emilia banfi

    a Sagredo:

    Inservibile è la morte
    quando nel finto vivere
    già la carne è fredda
    e il respiro ladro
    ruba al neonato sole
    tutti i suoi raggi.

    Emilia B.

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