Annamaria De Pietro
Ancora su una poesia di Antonio Sagredo

Santa_Cecilia_DomenichinoPubblico, preceduta da una mia mail d’invito, un’altra approfondita riflessione sulla poesia di Sagredo (qui). [E.A.]

Ennio Abate

Cara Annamaria,
leggendo questa, per me notevole e complessa, poesia di Antonio Sagredo mi sono ricordato della tua Prosopopea di Orfeo (qui) . Anche lì c’era un Orfeo che sembra sfuggire il suo stesso mito (“e per non più vederla io mi voltai”), interpretazione che Sagredo esaspera. Mi piacerebbe che tu la leggessi e mi dicessi la tua opinione.

Annamaria De Pietro

Caro Ennio,

ti ringrazio del “lancio” che mi porgi, da questo Orfeo di città e fango, indietro al mio Orfeo viaggiatore per luoghi indomabili. Anche a me piace il testo di Sagredo: è modulato in una partitura complessa di situazioni (stazioni) e linguaggio; e, attraverso tale modulazione, come tu dici sfugge il suo stesso mito. Ma del resto affrontare in scrittura il repertorio dei miti (racconti, non dimentichiamolo: mito vuol dire racconto) non può essere che riscriverli, ereticamente. E’ questa la loro forza di significato e senso, il potersi negare perdurando. E ogni variante è una stazione. Non esiste il mito icona eterna – archetipo, una qualsivoglia verità -; esistono coloro che, di volta in volta, raschiano e riscrivono il palinsesto.

Il linguaggio, appunto: il racconto di Sagredo alterna, nella definizione di luogo e tempo di Orfeo in movimento, la prima e la terza persona, più volte (ritornava/ ritornavo; la sua lira/i miei sguardi). Orfeo è diviso, la sua identità si sdoppia in una duplicità di sguardo (e questa di Orfeo ed Euridice è una storia di sguardi, è una storia fondamentalmente non oggettiva ): già in questo si delinea quello che è l’esito prescritto/pre-scritto della sua avventura, lo sparagmòs, la lacerazione inscritta nel fallimento del canto. Quel che resta qui del canto è un requiem non scritto ancora, una potenzialità dunque, ma una potenzialità retrorsa, che ritorna verso le sue orme affrontata da una risata.

Anche la lingua è duplice: registro alto, molto alto, e irruzione di parole del parlato attuale. Ma è come se i due registri (almeno io così sento) si dileggiassero reciprocamente, ciascuno facendo il verso a sé stesso per mezzo del suo contrario, sapendo di dover coesistere in un mondo che è confusione, tra cenere fango e le rauche medaglie delle foglie e innumerevoli detriti di cose e idee. Anche questo è sparagmòs, e lo è subito, prima che la storia, questa storia, si concluda: non si conclude.

Prima stazione. Ritornava a casa…
Seconda stazione. Ritornava, in versi, a casa…

Lo scenario atroce di cose e pensieri, negazioni di cose e di pensieri, squadernato nella prima stazione, così come appare nello sguardo considerante, disperato, di Orfeo, come luogo di applicazione del suo pensiero,nella seconda stazione si popola fittamente di entità sonore (se non mi sembrasse un’imprudenza le chiamerei “voci”). Le cito tutte:versi, versi (in corsivo), parole, parole, ammutoliti (cui nella prima stazione corrisponde immobili), proclami e parole, rauche, note, lira, requiem, inserisco anche lacrimosa, canto di tarantola, ridere).

Il fallimento, lo sparagmòs ancora (non cantava più in versi) è dunque espresso, con atroce sarcasmo, da un infittirsi di parole portatrici di suono, l’ultimo dei quali è ridere, e questo veramente scuoia quello scenario di mondo che la prima stazione intavolava. Orfeo di mestiere faceva il musicista. Chi è adesso? Sta qui il problema. Non riuscire più, per virtù di suono e parola, a vagliare, mediare, rivestire di senso un mondo insensato e residuale. Temo che, proprio fra le spire mortali del contesto, sia un problema privato. So che non sarai d’accordo, Ennio, ma così penso.

e sognava di ritornare a casa senza la sua Euridice / Ritornavamo. Ma sognava vuol dire “desiderava” o vuol dire proprio “sognava”? La prima ipotesi sarebbe suffragata dalla non gradevole Euridice che qui appare; la seconda, molto più interessante, mette a confronto, faccia a faccia, la lezione classica del mito come lo conosciamo (posta qui come sogno, non come evento) e un di più di eresia nel quale quel che accade (tornano insieme) lacera, ancora, il tessuto del mito (vedi al verso 5 un sognato giuramento). Perché in tutto il resto del testo, dopo questo quasi incipit di dubbio e nebbia, tornano insieme. E qui sta il fallimento; fallimento direi filologico (non è così che accade, di solito), e fallimento esistenziale, perché il luogo-mondo in cui tornano è l’inferno. Ed Euridice finge, mima il mito classico, finge la nostalgia di quello sguardo che ancora non giungeva; questo è teatro, dell’assurdo, delle marionette. E’ lei che ride? E’ lui? Il ridere ad eco è reciproco assassinio? Euridice qui non si salva (come la mia, nella sua prosopea privata che è l’ultima di Venti fusioni a cera persa, la mia che lo caccia via per forza di sguardo perché finalmente è arrivata a casa, la morte dalla quale non si torna); non si salva, corrosa dall’ansietà dei miei sguardi, perché torna indietro con lui, e neppure si amano; torna con lui all’inferno delle cose perse e insignificanti, verso le loro orme. Questo è un sistema chiuso, circolare, avvitato da una maledizione, in cui un futuro non può essere che esiziale. Ai due ganci affrontati dell’anello due movimenti di danza: quella negata al verso 5 e quella, insensata, tarantata, di Euridice nell’ultima strofe, dove la morte ride (dalla morte non si torna, a meno che questo possibile, raccontabile ritorno sia un ritorno alla morte). La mima tarantata non si stancava di morire. Ma non là, dovunque sia; morire qui, per strada.

La morte-mondo: un itinerario, un viale, di materie inorganiche e vegetali che sono avanzi e marciume, di animali citati per offendere (occhi equini, nevrosi taurine, tarantola), un luogo da percorrere con le scarpe, già corrose come le sue parole dal salmastro . Mi piace qui ricordare i sandali del mio Orfeo trasformato per sparagmòs in cantante pop che che ha perso il tempo e la misura della musica. E’ interessante notare come in queste due diversissime versioni di Orfeo sia segnata con parola chiara, di uso semplice, la vocazione randagia di quest’uomo che, andando, per stazioni, perde la misura.

Perdere la misura è, io credo, il vero dramma, è l’impossibilità di abitare decentemente il mondo e cercare di elaborarlo. Per noi che scriviamo poi c’è la complicanza che il problema s’identifica con la sua definizione, cioè con la capacità di dirlo in parole, il che a mio parere non è qualcosa che avviene dopo una constatazione presuntamente oggettiva, ma è proprio dentro, coincidente, è la stessa cosa.
Ma continuiamo a prenderci il rischio della parola, dentro e fuori la finestra dello sguardo.
Ti ringrazio ancora e ti saluto cordialissimamente.

Annamaria

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1 Commento

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Una risposta a “Annamaria De Pietro
Ancora su una poesia di Antonio Sagredo

  1. antonio sagredo

    L’analisi della De Pietro non mi lascia indifferente, come del resto quella di Abate. il punto è che non l’impossibilità, comunque essa sia e la valenza che possiamo darle noi, è l’essenza, quanto l’impotenza della metafora odierna a stabilire una comparazione tra la parola quotidiana (banale quanto si vuole) e la stessa se con/tra/dotta altrove perché possa assumersi autonomamente dall’autore altra valenza ( e non importa se opposta, ché sarebbe già un risultato non indifferente); è dunque che la mancanza di un concetto non consegue una assenza dello stesso concetto; poi che sia la parola banale che quella – la stessa- che è già altrove… mancano di tendenza: non hanno la tendenza entrambi a possedere, ognuna all’interno di sè quello scatto (una volta si diceva “tratto distintivo” (R. Jakobson), insomma la capacità di mutarsi (metamorfosi): la parola banale in altra cosa, e la seconda di emanciparsi totalmente, cioè di divenire realmente altra cosa!
    antonio sagredo

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