Ennio Abate
Appunti su una poesia di Antonio Sagredo

Santa_Cecilia_Domenichino

La poesia di Sagredo Prima e seconda stazione (Cfr. qui) mi ha colpito per la sua fitta rete di allusioni e rimandi culturali, di cui non riuscivo a venire a capo. Ho chiesto aiuto allora allo stesso autore, che, via mail, sia pur riottoso, mi ha fornito alcune dritte per entrare di più nel suo testo-palazzo, evitandomi di restare fuori a contemplarlo tra il perplesso e l’ammirato. Il commento qui sotto tiene conto e cita alcune delle sue veloci note esplicative. Preciso, a scanso di equivoci, che di alcune considerazioni, dovute secondo Sagredo alla mia permeabilità alle “ideologie”, il solo responsabile sono io [E.A.]

Che insolito Orfeo vien fuori da questa poesia di Sagredo! Non è affatto innamorato di Euridice, non spasima per lei. Sogna anzi di tornarsene, sì, a casa (sua?). Come Ulisse? (E qui ci sarebbe da tener presente e sondare tutta la tematica plurisecolare del nostos, del ritorno all’Origine). Per dedicarsi – senza di lei, senza l’”intoppo” femminile e muliebre alle sue abituali occupazioni: di artista, musico, poeta, o semplicemente di convinto solitario? (Mi viene in mente la leggenda – vasariana credo – del pittore quattrocentesco Paolo Uccello, che per dipingere trascurava la consorte…). Pare poi che venga quasi messo in dubbio che Orfeo sia sceso giù nell’Averno a pregare le potenze infernali per farsi restituire la sua dolce sposa, come racconta il mito. Nella poesia non c’è traccia di questo antefatto.
Il paesaggio in cui egli si muove – un viale indefinito – è invernale ed ostile: vortici di foglie, freddo, gelo. Freddo e gelo avvizziscono persino «i suoi propositi» (quali?). E quel «mi tallonava il sangue dei suoi occhi equini!», riferibile proprio ad Euridice, alla sposa di cui s’è disamorato, fa immaginare lei irata e quasi animalesca nei gesti indispettiti. La scena potrebbe essere quasi moderna, contemporanea: uno dei tanti abbandoni tra ex-amanti sui quali il cinema s’è spesso soffermato.
Il loro mondo – quello del mito che li contemplava per sempre uniti dalla irresistibile passione amorosa – deve essere davvero crollato. Entrambi – in modi in apparenza decisi da parte di Orfeo, incerti in Euridice che ancora si aggrappa al mito, perché ne traeva tra l’altro anche la conferma del suo potere di seduzione su di lui – si stanno slegando: sia tra loro, sia dalla cornice di sogno in cui vivevano.
Sagredo però è attento soprattutto al dramma di lui. Ce lo descrive con le tasche «rattoppate e gonfie per i fallimenti della storia». Di quale storia si tratta, mi chiedevo; e quasi istintivamente, per formazione, pensavo alla storia che più mi ha afferrato: quella dell’Ottocento/Novecento, quella del socialismo/comunismo. Solo in parte è così. Perché, quando più avanti si accenna ad Orfeo che «nel suo cervello arcaico» pensa a «tre milioni di anni tutti vissuti nel secolo trascorso», è al XX secolo che anche Sagredo fa riferimento. Eppure la storia che a lui interessa è quella di un tempo lunghissimo dominato dal pensiero religioso. Quegli «avanzi di candelabri, croci e scimitarre» rimandano, infatti, ai simboli delle religioni monoteistiche (ebrea, cristiana, musulmana). L’ottica con cui Sagredo guarda al passato, alla storia, è quella nicciana della morte di Dio. Orfeo non è il bastonato della storia (umana e conflittuale), non è un qualsiasi socialista o comunista, come io tenderei a pensare. Sagredo non ha nessuna preoccupazione di cercare nel passato (alla Fortini) delle «buone rovine». Né ci vuole presentare un Orfeo sconfitto, ma un eroe (un superuomo?) – mi ha spiegato – che nelle sue tasche rattoppate e gonfie trattiene ancora «semplicemente zavorre (storiche e altra cianfrusaglia cronologica)» di cui vuole disfarsi. Perché – ecco ancora Nietzsche che si riaffaccia – Orfeo ora «un uomo nuovo vuole essere fuori da tutto!». Fuori dalla storia, fuori dalla società. Si sente – parole di Sagredo – «sano: avverte, mentre si libera/liberato/ che il malsano lo circonda: motivo di più per allontanarsene». Il malsano è qui simboleggiato dall’immagine del «pus epatico». E nel mentre Orfeo si libera, mentre «ri-vive i tre milioni di anni condensandoli nel secolo trascorso» (il XX°), nel suo cervello «arcaico come il mito» si formano pensieri vecchi e nuovi. Pensieri che sembrano essere «ultimi lamenti di rancidi tramonti»; e pensieri di «amori pagani» gioiosi ed emozionanti (quelli «esplosi» nell’ippocampo, la parte del cervello che gli studiosi oggi unanimi considerano sede della memoria e da non confondere con il popolare cavalluccio marino). Poi sono state costruite «muraglie /di coscienze e di credenze» (la cultura, la civilizzazione) e da lì è venuto «il dolore della cognizione». Qui il riferimento è a Leopardi, alle sue riflessioni sulla differenza tra gli antichi e i moderni, ma sempre presente e, affine in questo a Leopardi, è sempre Nietzsche con la sua polemica contro la cultura-maschera di inalterati e inalterabili istinti primordiali. E sulla loro scia Sagredo si spinge a dire che «per non soffrire più (o quasi) forse è meglio arrestare l’evoluzione, altrimenti il dolore sarà lancinante»; e quindi: «un ritorno al paganesimo dove non c’era sofferenza, perché gli dei (le tre religioni) non v’erano, è auspicabile». (Nota mia e sospetto mio: un paganesimo privo di sofferenza è davvero un sogno, un mito costruito dai moderni. Leopardi lo sapeva…). Complementare di questa visione pare sia il rifiuto del terrestre e l’esaltazione del sogno. Il “vecchio” uomo è inchiodato a una (per Sagredo, per questo Orfeo) «maledizione terrestre», che la figura femminile di Euridice sembra rafforzare. Staccandosi dal terrestre e dalle «Leggi» ( la «fatale Pentecoste» a queste allude per Sagredo, che in esse – a differenza del Foscolo de I sepolcri che le riteneva un guadagno per l’umanità – scorge «la fine dell’umanità»), ci si staccherebbe proprio da questa maledizione. Per raggiungere cosa? La libertà degli «splendidi eretici» , che hanno saputo far cadere sia le Divinità che il Nulla, «altra forma – opposta? – del Dio». Sagredo come esempi positivi mi ha fatto il nome di Giulio Cesare Vanini e di «Andrzej Nowicki, massimo filosofo ateista del secolo trascorso [che] ha scritto pagine memorabili sui Santi Eretici; come sul mistero dell’Eucarestia!».
Rimane – e passo ad un altro punto – ambivalente la funzione di Euridice (il femminile). I tratti con i quali viene delineata nella poesia a me non paiono lusinghieri. Non vorrei parlare di misoginia. Eppure per due volte si ha una animalizzazione della sua figura. Quegli «occhi equini» non saranno incattiviti dal rifiuto, come in un primo momento ho pensato, ma di certo, così iniettati di sangue e assillanti, fanno della donna una figura asfissiante, se non demoniaca. La seconda animalizzazione si ha quando il dispetto di lei è assimilato a quello di «un’acida zitella affetta da erogene nevrosi taurine». Per cui un po’ mi sorprende l’autocommento di Sagredo, che accomuna entrambi nella stessa sorte dicendo: « Orfeo e Euridice (trainata da lui) si avviano ad essere splendidi eretici… a segnare il tracciato per altri, dunque il futuro». (Il “merito” però resta tutto di Orfeo!)

Perché, mi sono poi chiesto, Sagredo parla di Euridice come «compagna già infedele»? Non può essere certo nei termini banali del tradimento di coppia. E, infatti, Sagredo paradossalmente scrive: « Euridice è infedele perché ha mantenuto il patto tra loro due!». Da intendersi, mi pare, nel senso che, amando Orfeo (amore=patto), trattenendolo alla «maledizione terrestre» (ne fanno parte anche le «erogene nevrosi taurine» di Euridice?), non riesce a cogliere in Orfeo la nuova tensione a una diversa libertà. La ostacola e non è, dunque, in grado di stabilire un nuovo patto con lui. Non è capace di cercare una nuova libertà (dalle religioni, dalla cultura). In altre termini è meno in grado di lui di essere splendida eretica. È lui che deve trainare lei come fosse una zavorra, una palla al piede.

Nella «seconda stazione» ci sono varie corrispondenze con la prima e qualche precisazione o variazione in più: -«Ritornava a casa…»/«Ritornava, in versi, a casa…;
– « lungo il viale agonizzavano sotto i platani i suoi propositi»/« a occhi aperti, lungo il viale dei platani»;
– « dopo tre milioni di anni tutti vissuti nel secolo trascorso»/« dopo aver visto il secolo trascorso in un istante»;
«avanzi di candelabri, croci e scimitarre» /« gli avanzi di tre fedi passate in giudicato»).
Si ha come una resa abbreviata e più sintetica della «prima stazione», ma anche una conclusione inaspettata. Perché questa ricerca di libertà da parte di Orfeo finisce nel malinconico e nel funereo: « e già spargeva le ceneri di generazioni non nate,/ proclami e parole intorno alle rauche medaglie delle foglie…/ dove appuntarle se non nel vuoto o sul nulla / se non c’erano né corpi e bare, alberi, case e altari?».
La lira di Orfeo non ha più nulla di armonioso: «stonava le note estreme di un requiem non scritto ancora!». I richiami (omogenei) vanno dallo Stabat mater attribuito a Jacopone da Todi al Requiem di Mozart. Inaspettatamente Orfeo sembra essere una vittima più che un liberato: « Lui, rovinato, dalle sue lacrime!». Mentre a danzare (vittoriosa?) è Euridice, che – qui Sagredo corregge la mia prima impressione (Euridice=tarantola) – non è un tarantola. Lei è «mus(ic)a tarantolata». Anzi, « è il canto che danza dentro di lei! Non è lei che danza: (sbaglio del De Martino, come ha osservato Nowicki)». Con l’anafora finale («Non si stancava…»), che assimila il ridere al morire, e una citazione dantesca (del rider ch’io fei > Dante, Purgatorio, Canto XXI, incontro con Stazio) si chiude questa complessa e intrigante poesia. Su cui sarà il caso che anche voi lettori di questo blog tornaste…

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5 commenti

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5 risposte a “Ennio Abate
Appunti su una poesia di Antonio Sagredo

  1. Confesso di non avere grande confidenza con il mito, per ragioni culturali direi, per ignoranza. Queste “stazioni” di Sagredo possono arrivare ad un lettore impreparato come me come considerazioni di vicende personali narrate metaforicamente, e sapientemente. Ho quindi molto apprezzo il marchingegno amoroso per cui Euridice sarebbe l’infedele. Mi chiedo però in che modo questa poesia interpreti il presente, se non oscilli nella modernità volgendo al passato (pensiero che ebbi anche quando parlammo di De Signoribus). Viene in aiuto il verso: “da tempo erano caduti in prescrizione l’esistenze di un dio qualsiasi / e di un nulla in quei giorni della fatale Pentecoste…” che sono, sì, considerazioni di grande attualità ma richiamano l’800, Baudelaire, Rimbaoud, e da lì passando dall’elegante discorsivo di Yeats, fino ai nostri giorni.
    “…a occhi aperti, lungo il viale dei platani / dopo aver visto il secolo trascorso in un istante, / come accade prima di morire…”. Chi se ne sta andando, chi è l’uomo secolare, l’Highlander che sta scrivendo? Di che si nutre oggi Nosferatu?
    C’è in queste poesie un tono moraleggiante e severo che non me le fa amare.

  2. a. Di Paola

    Mi pare: né moraleggiante, né severo: di che cosa farfuglia?
    De Signoribus? Chi lo conosce? Questo insignificante!
    Poi fa i nomi di tre Poeti: che cosa c’entrano?

  3. emilia banfi

    Luciooooo! ah ah ah!

  4. Lelio Scanavini

    Premesso che le poesie (e intendo in special modo quelle contemporanee) non si dovrebbero spiegare, io credo che non ci debbano trarre in inganno Oefeo ed Euridice con il loro mito: potrebbero chiamarsi Andrea e Susanna e il senso della poesia no0n cambierebbe. Al centro sta l’istanza (“lacrimosa”) del NULLA (leopardiano?): «aveva già bruciato l’avanzo di tre fedi pssate in giudicato»; «candelabri, croci e scimitarre», raccolte «in bustine di plastichina».
    Lelio Scanavini

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