Maria Grazia Di Biagio
Quindici inedite

scalaurea

Se nulla si muove

Da quanto tempo siamo uno?
Noi c’eravamo quando si giocò
la sorte della frutta e prima ancora
a sostenere l’innocenza di Lucifero
Ci siamo stati coi fiammiferi
a fare il palo per Prometeo e con la Nikon
aspettavamo Armstrong sulla luna
Come potrei volertene per la dimenticanza
dei nostri compleanni millenari.

*
Se mi ostino nel farmi parola
sui baffi del gatto che dorme la mia tregua
è per la polvere che cade sul tappeto
quando il pendolo non guarda.

Sedimento per grazia d’inerzia
con le spore quiescenti dei muschi
convinta come un welcome sulla soglia
per chi arriva dal novemilatredici.

*
Semmai passi di qua
risparmiami – se puoi
il come stai pro forma

ho stanchezze maestose da esplorare
biancoscure cattedrali vuote
per il volo geometrico di mosca.

Sono ad un punto morto –
intersezione
tra l’universo e il niente.

A volte – sai – mi pare
d’essere specchio
replico riflessi all’infinito

tutti reali – nessuno dritto.
Il verso giusto è il retro
e non ci arrivo.

*
Uno scampanellio di cucchiaini e risa
liquide di donne – dal giardino accanto –
c’era odore di sesamo a distrarre
le persiane dall’assalto della luce
Sul muro – in croce una zanzara.
Finisce così ogni volta
Una vita a fermare i ricordi migliori
e ti restano quelli in cui nemmeno c’eri.

*
Nell’incavo deserto di un nido, si avverte
il vuoto reso da una galassia in fuga
Lo smarrimento che assale l’astronomo
all’ipotesi di un oltre che non vede.

Il vuoto sta ancorato all’y del ramo
per altre cove e schiuse, altre partenze
Verso il limite che acceca il telescopio
l’universo del vicino è più stellato.

*
Di tutti i suoni che vestono il silenzio
il più incessante è la voce che manca.
Uno sfinimento di ricami bianchi
– fatti di neve – che a starci dentro brucia.
Ci fosse almeno una tormenta da scontare
un lupo maledetto in piena regola
a minacciare morte o amore eterno –
io mi saprei difendere – cosa credi.
Passo le notti ad affilare unghie
su questa neve che dilata effetti –
quozienti approssimati – rabbia persino.
Se non parli – come faccio ad ammazzarti
prima delle quattro del mattino – quando
gli spazzini ritirano l’organico.

*

Ho tanto di quel cielo in tasca
da ospitare un volo – che sia
un ibis rosso o un biposto a bucare
la densità costante della pausa –
il punto scarlatto che fissa la vertigine
così da prenderla – spaurita e pura –
coltivarla in un palmo di mano.

*
E’ fondamentale non lasciare traccia
un capello, impronte digitali, men che meno
fluidi vitali, pare ne produciamo a dismisura
una goccia di sudore, un’ombra di saliva
l’anarchia di una lacrima ti può incastrare.
L’arte sta nel dissipare il minimo sospetto
negare ogni contatto con la vittima
per non fornire elementi che avvalorino
ipotesi su un fantastico movente.
Per ogni evenienza è bene, ad ogni modo
avere bell’e pronto un alibi. Sostanzialmente
due o tre testimoni prezzolati
(ne trovi a volontà nei tribunali
o in municipio all’ufficio matrimoni)
pronti a giurare che tu quel giorno
a quell’ora non c’eri, cioè sì, c’eri
ma da un’altra parte, tipo al parco
a dispensare briciole ai piccioni.
Bene, mi sembra tutto, eccetto
un’ultima banale raccomandazione
Non pronunciare il mio nome nel sonno.

*

Prendere il largo è ritornare a un dove
nel quando smemorato del ricordo
dal mare amniotico al respiro primo
lo sbarco è conoscersi dai piedi
a passi nudi su sabbie differenti
Nulla da dichiarare – nasco adesso –
solo una goccia dentro l’ombelico.

*

Ingenuo pensare che il mio arrivo
avrebbe indotto il parto dei boccioli
sbattere i piedi o le ali non serve
lo sanno anche le rondini.

Pretendere un comitato d’accoglienza
di meli a sventolare fiori bianchi
per cosa poi
per darmi notizie migliori di me
con una cartolina al mio indirizzo?

La primavera arriva quando arriva
per il melo che non ha memorie
lui resta immobile – senza aspettative
non spazientisce per tarde fioriture.

Non sarò in fiore prima di partire
ho imparato dai meli a stare ferma
non mi aspettare con le api alla stazione
se nulla si muove il tempo non comanda.

*
Sembra felice il grano che germoglia
acerbo e volitivo – in divenire.
Sta nel sonno la cura – essenziale
al riverbero della nudità.
Consegnarsi alla notte del seme
convessa sulle gemme degli arti
per germinare minima – com’era Ishà
dalla terra alla pelle – e nient’altro.
Se solo i sogni avessero rispetto.

*
Dopo il diluvio è sera sullo stordimento
dei vivi alla conta dei danni
La luna si moltiplica in pozzanghere
di latte freddo scremato del superfluo
Se la bevono i randagi – a dispetto
dei poeti – zampillati inchiostro
sull’effetto che fa l’ultima goccia – tardiva
precipitando rotta in mille pezzi
nel bel mezzo del silenzio ricomposto.

*

Non lo so se vanno in letargo – le chiocciole
o muoiono attaccate ai pilastri del patio.
Irrilevante – in fin dei conti.
In Aprile torneranno tutte intere
a bere birra fra un boccone di lattuga e l’altro.

*
Quando si rivoltano le zolle al campo
è un luccicare di pepite brune
Vero è che le ombre a ridosso
del solstizio si allungano più in fretta.

L’età dell’oro ha vita breve.

Pure vero che un autunno così estivo
non lo si vedeva da decenni
Ho le carte in regola per sentenziare
che non ci sono più le mezze stagioni.

*
Certi giorni nascono perfetti
Ti svegli che non hai male a niente
la luce è così giusta sui profili che
anche i cipressi sembrano cordiali
Tutto si accende – al primo colpo –
la radio canta “it’s a beautiful day”
una scritta spray t’informa che Dio c’è
e più tardi chiamerà per sapere come stai.
Si fa tanto per dire, non è questo il giorno.

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8 commenti

Archiviato in RICERCHE

8 risposte a “Maria Grazia Di Biagio
Quindici inedite

  1. maria grazia

    Grazie per l’ospitalità!

  2. Ennio Abate

    Ho già detto in tutta sincerità a Maria Grazia Di Biagio, la quale s’affaccia per la prima volta su questo blog con sue poesie inedite, che forse non sono il più adatto ad apprezzare questo tipo di poesia. E specie in questo momento, come si può vedere dalla discussione in corso sui morti di Lampedusa.
    E tuttavia tengo a far conoscere pubblicamente anche agli altri commentatori la mia opinione su questi versi.
    Ci trovo un’ammirevole ironia, molta leggerezza, un bel tono da conversazione amabile, tante finezze («sui baffi del gatto che dorme la mia tregua»; « con le spore quiescenti dei muschi»; « ho stanchezze maestose da esplorare»), molta quotidianità soffusa e forse anche una voglia di stupire senza eccedere, ammiccando e cercando complicità nel lettore. Anche la vivacità teatrale di una natura fatta di meli e di api quasi pubblicitarie mi fa sorridere.
    Potrei avere qualche riserva perché mi pare che si avvicini un po’ troppo alla Lamarque. Ma lei neppure la conosceva. E quindi la sua ironia può andare avanti spedita superando l'”ostacolo”……

  3. emilia banfi

    Un bel modo di fare poesia…e come potrebbe non piacermi la sento così vicina al mio modo di intendere poesia che spero tanto di leggerne altre. Complimenti .

  4. ” Ingenuo pensare che il mio arrivo…” è la poesia che preferisco tra queste. Tra l’altro trovo indovinate e gentili le metafore con la natura. Nelle altre poesie a volte, ma per me, si concede troppi versi significanti… che poi recupera con linguaggio prosastico, a tratti anche parlato. A me questa sembra un’indecisione nel porsi, tra pubblico e privato. Comunque complimenti.

  5. Maria Grazia Do Biagio

    Ringrazio molto per la lettura e le considerazioni. Apprezzo particolarmente le osservazioni “negative” di Lucio Mayoor Tosi che mi piacerebbe approfondire. credo abbia ragione sulla mia indecisione nel pormi.

  6. Giulia Angela Fontana

    Bella poesia altalena di pensieri profondi e leggeri.

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