Salvatore Dell’Aquila
Ceneri

nuvole-sparse

È in un agosto invece che in un maggio
pur se le spesse nuvole tra la piana e il mare
sbiadiscono il residuo di coraggio
che torno indietro e sbando intorno alle manie
imbrogliandole sfiorandole
osservo fiuto un’usta di memoria

e l’onda lancia un traino inefficace
lacerazioni alla tela d’illusioni
la trama interna esterna sfilacciata
l’occhio fissa la pagina stampata del giornale
messaggi disabitati vocaboli d’acqua su esistenze incerate
folla avvilita da fresche povertà che struscia la sera della festa
fitta di bimbi in carrozzina nel vespro afoso del paese
luci tavole colori di cibi dolci
tatuaggi gioielli e unghie berretti sulla testa
un Acheronte di persone che sentono sé stesse su un proscenio
l’anima data in dono a schermi infidi di televisori
ceduto senza rimborso dorso e petto a nomi di feticci
che spingono denaro nella bocca dei loro carcerieri
vessatori eleganti magici di insostanziali verità
d’economia morale religione
io sono? si chiedono se nessuno mi osserva?
esiste una qualità se non concessa da platea pagante?
l’ambizione alla malinconia di un grattacielo da crociera
altrimenti sdegnare tutto questo smorfiando
e allenare critiche insulse all’uscita dal cinema

in quale stanco rivo sotterraneo asciutto
è finito l’ardore del giusto per sé stesso?
le ceneri di Berlinguer quale oceano di fango ha diluito?
il tagliaborse e l’assassino non certo suscitano clamori
né striminzita attenzione
nello stesso minuto in cui mani si levano ancora
a precipitare vite in nome di potere quattrini o dio
in hoc signo vinces
e brilla l’occhio ubriaco dell’operatore di borsa
il capitale aumenta sapendo lui (nel fondo)
che gente ignara e misera muore per questo
rimasta incarcerata in un tre per cento
in una sorte che l’ha scaraventata in un disboscamento
ai margini di un pozzo di petrolio di un posto di preghiera

un vecchio ormai per queste lande
alla radio la mattina del 16 di agosto
versava lacrime e narrava dell’approdo di corpi stanchi
lambiti colpiti dalla morte
in un mare ch’era stato fratello e poi Caino
stringendo negli occhi la vita intera stenta arsa
condannata dagli altri
quelli che sono qui su questa sponda
che strisciano senza interrogare per che motivo e dove sono
il sonno di quale coscienza li abbia generati
essendo palesemente mostri privati di perdono
ed estranei all’intero creato

animulae vagulae blandulae
cieche e sorde cui un pur debole senso è stato sradicato
capaci d’avvertire solo concetti elementari
basse pulsioni riflessi primordiali
crudelissime se sfiorate dal sospetto che un altro
(identico e gemello) minacci la loro roba
assassini di uomini e di donne
aspiranti furbi la cui tranquillità di vita morta
privata del respiro d’immensità e di spazi
detrae lunghezza al tiro verso futuri possibili
storie vergate d’inchiostro evanescente
che rapido dissolve
calpestano le assi sconquassate dei paesaggi
un tempo liberati da ragazzi belli di straccetti rossi
avvoltolati al collo magro e scarponi consumati
di queste terre calme di infinite colline dense allora di aie
ormai supermercati trasformati in fantasmi
cancellati prefabbricati

ah borghesia! avresti detto d’essere rimpianta?
che il pudore d’appartenerti si mutasse in nostalgia?
tu non esisti ormai cittadinanza svanita
pubblico e basta questo è il contrappasso
libera di votare ciò ch’è stato reso tale che non t’appartenga
libera di guardare solo nella scatola oscura e fuori niente
d’essere il coniglio che spunta al gesto del padrone
neppure un acido potente avrebbe stupefatto tanto la tua mente

nella dolcezza di un postoperatorio
com’è che prende al collo e stringe
e ti strattona nebulosamente?
matassa inestricata di emozioni
mentre vivo d’amore nuovo impensato
timidi desideri come d’adolescenza
proprio ora che l’età prende
di ora in ora a farsi grave
com’è che non ti senti di tradire
anche se contro deformi etiche sociali
ti affaccendi ma non come potresti
ché sei vile e l’animo ti manca
e la voglia d’ingaggiare battaglie
di adunare forze forse mai avute
tanto meno in questi giorni
che hai un sonno leggero
ti sorprende e lento vai

lo vedi così chiaro adesso come si diano le parti in commedia
in accordo pieno tra loro tutti prendano dal naso
e spargano mieli diversi per attrarre noi formiche cieche
che siamo diventati e tentano
sventolando muletas di diverso colore verso reti
che a strascico imprigionano silenziosi branchi di pesci
quello che urla quello che sussurra
uno intercede l’altro sbandiera una frase in parlamento
scritta su un foglio per la messa in onda
quello scrive sul giornale commenta alla radio
al notiziario tv al settimanale e al mensile colto
si danno etichette di conservatore moderato
o progressista per una pesca fruttuosa
tutti senza eccezione fanno la scena d’un copione
scritto più in alto dove si può ciò che si vuole
e gira incessante la ruota che procura oro e potere
genera crisi e riprese piega e raddrizza

visioni dal passato viottolo lastricato di intenzioni
mentre ogni foglia verde se ne andava
io non m‘accorgevo ma iniziava
già quando Roma attraversavo dal Tevere all’Aniene
in quel primo mattino d’autunno senza elettricità
nell’ospedale di periferia cercando un caffellatte inutilmente
camminavo e pioveva e vidi un gruppo di gente
radunata presso un’uscita sotto una tettoia
e mano a mano che m’avvicinavo scorgevo vesti e copricapo
di stirpe disadorna barbe rasate male
chiome di donna non avvezze che a rade messe in piega casalinghe
poi più vicino lessi Sala del Commiato
era pertanto un funerale
che era una donna lo seppi dai sussurri dai nastri e le corone
prati spenti bordavano la scena come muri di cartone
tra loro girellava un grosso cane bagnato dalla pioggia
e mesta più di lato sostava una Mercedes lucidata
palesemente la cosa più costosa che a quel corpo
che io magro pensavo mai fosse toccata
ora per quale moto o odore non so dire
tuttavia seguii l’onda pressato da una tenue volontà
il mio andare dimenticando obblighi contratti
prese a tener dietro al corteo misero e scolorato
nei grigi cupi sopra e sotto l’Anulare
fino a un camposanto non agghindato in fasti da Verano
né elegante all’ombra della bianca piramide romana
invece grande grigio polveroso e netto
il corpo fu inumato e ancora benedetto
la cassa sollevata la lastra sigillata
con la matita nera provvisorio fu tracciato un nome

un rintocco lontano circondava la mia lontananza
per oscura assonanza la paura di un vuoto smisurato
un baleno di agghiacciante coscienza
le nenie facevano eco non per uno soltanto
e intonavano l’inconsistenza dell’essere adesso
l’impossibilità spaventosa d’ottenere ragione
e dunque l’unica opzione che resta
di esser schiavi e chinar la testa

agosto/settembre 2013

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16 commenti

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16 risposte a “Salvatore Dell’Aquila
Ceneri

  1. emilia banfi

    Grande gran grande Salvatore Dell’Aquila! Bentornato! Versi che toccano le ossa e il cuore vorrebbe portarli lontano ma non gli è possibile.Questo pubblico che osserva, chi per invidia, chi per potere, chi per piccolezza tale che inizia da terra e finisce sotto le scarpe, chi paga e chi ruba in un cupo scenario dove neppure la morte porta giustizia. Io leggo e mi emoziono , il messaggio è forte e chiaro così completamente giusto che ci lascia con il desiderio di muoverci, di fare qualcosa per rompere questa triste angosciante catena. I versi ben disposti come pioggia si leggono con grande facilità , ma la riflessione è molto impegnativa e inevitabile. Ringrazio e anche qui è proprio il caso d’inchinarsi. Emy

  2. Ennio Abate

    In questa poesia l’io che medita è come un cane da caccia. Fiuta come l’animale «un’usta di memoria» [usta=emanazione lasciata da un selvatico e seguita dai cani]. Nei suoi occhi, che pur ne registrano i dettagli, passa una folla, che egli sente non solo estranea ma – qui l’io è giudicante e moraleggiante – «avvilita da fresche povertà». Sono quasi dei fantasmi («un Acheronte di persone»). O dei condannati – echi danteschi ed eliotiani ora – senza anima («l’anima data in dono a schermi infidi di televisori»), in combutta coi loro «carcerieri», esemplari di quell’odierno narcisismo di massa studiato dallo storico e sociologo statunitense Chrtistopher Lasch o invischiati nella chiacchiera (Heidegger). Si rilegga, per dare sfondo culturale a queste immagini, l’analisi di Agamben sulla “religione del denaro” che abbiamo pubblicato su questo blog (https://moltinpoesia.wordpress.com/2013/05/17/discussione-giorgio-agamben-benjamin-e-il-capitalismo/).

    Nella seconda strofa di questo flusso ininterrotto si precisa il punto di vista di chi medita. Il riferimento ideale che lo contrappone alla folla consumista sono «le ceneri di Berlinguer». Il richiamo è alle pasoliniane «Ceneri di Gramsci». O un ideale: «ardore del giusto per sé stesso» che fa da contraltare al Capitale (in immagine empirica: «l’occhio ubriaco dell’operatore di borsa»).

    Nelle strofe successive l’amarezza si fa incalzante e invadente. Le immagini di degrado di furbizia meschina e d’imbarbarimento sociale sono ottusamente prepotenti. Ne escono calpestati tutti quegli ideali paesaggi della memoria cari a chi parla, quelli della resistenza partigiana antifascista. Risulta paralizzata anche la volontà individuale («l’animo ti manca»). C’è, sì, ora nell’io che riflette il disinganno nei confronti delle «parti in commedia», il distanziamento. Eppure lo spettacolo odioso che esse recitano sul misero teatrino della vita occupa la sua mente, si fa ancora descrivere…

    L’unica forma di resistenza di cui l’io sembra disporre è un moto di chiusura in sé. Ma l’appartarsi nella memoria individuale non gli offre alcun riscatto o momento di autenticità. Semmai egli ritrova anche lì il senso di una morte incombente. E quasi l’origine emblematica dell’attuale sfacelo civile e politico di questo Paese nella scena del funerale di una donna, che ora legge quasi come una premonizione. Anche se il passo del componimento si fa adesso apertamente narrativo («iniziava /già quando Roma attraversavo dal Tevere all’Aniene/ in quel primo mattino d’autunno senza elettricità») il senso di mestizia e di morte è lo stesso della prima parte del componimento; e viene ribadito. L’io meditante trova sfacelo al presente e morte al passato. Come sottomesso, direi, alla natura, alle «spesse nuvole tra la piana e il mare» presenti all’inizio del componimento.

  3. Leggendo questa prosa poetica, un po’ estenuante ma che riesce a sostenersi, ho pensato: ma se fossi di un altro paese, leggendo in questo affresco di esternazioni, riuscirei a capire qualcosa della gente italiana? No, è tutto molto generico, tutto molto infelice e contro ma senza che se ne capiscano chiaramente le ragioni, ne’ quasi si riesce a riconoscere un luogo. Anche l’io scrivente, la sua testimonianza m’è parsa tanto nebulosa che se Salvatore avesse parlato di un cielo greve o dell’aria insalubre avrebbe ottenuto lo stesso risultato, e magari avrebbe fatto meglio.
    Non è così per la parte dove racconta del feretro, qui il linguaggio poetico, come riemergendo da lunga apnea, finalmente respira un’aria famigliare, il pensiero si ricompone e può giungere alla chiusa “e dunque l’unica opzione che resta / di esser schiavi e chinar la testa”. Per ottimismo ci leggo una domanda, poi considero che siamo ad un funerale e chinar la testa è una cosa che si fa per doloroso rispetto…
    Resto dell’idea che l’infelicità non andrebbe coltivata, i suoi frutti sono velenosi, lo sguardo volge sempre e soltanto al negativo. Come può sperare di produrre cambiamento?

  4. emilia banfi

    Denunciare è già cambiare. E poi perché proibire al poeta di volgere lo sguardo al negativo? La realtà lo obbliga purtroppo. Ciò che Salvatore Dell’Aquila osserva e che lo induce a scrivere ciò che ha scritto , contiene tutta la sua indignazione e cosa è l’indignazione se non un grande passo verso il cambiamento? Non leggo pessimismo solo una realtà pura ed emozionante.

  5. Dicendo che la felicità non andrebbe coltivata, intendo dire che se mai va capita, approfondita, per poi cercare di risolverla. Capisco che una sconfitta sociale e storica comporti una sconfitta individuale, ma oltre quel limite la responsabilità non è più collettiva.

  6. emilia banfi

    Beh..anche l’urlo di Munch è terribilmente triste e angosciante, ma la condizione umana è cosa che interessa tutti.In quel caso la riflessione e il sentimento che il pittore esprime raffigurandolo in un solo personaggio esprime tutto il suo disagio e trovo ciò molto efficace. Voglio riportare ciò che il pittore scrisse sul suo diario a proposito dello spunto che lo portò al dipingere quel quadro:

    Camminavo lungo la strada con due amici

    quando il sole tramontò

    il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue

    mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto

    sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco

    i miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura

    e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.

  7. L’ideologia è bandiera, territorio confine recinto. Fiori disegnati, racconti illustrati per scolaresche inquiete che aspettano l’uscita. E fuori dovunque. Dovunque vorranno i passi sarà la meta.
    L’ideologia è una bandiera di racconti per te misero sul limitare del bosco, o al principio di una strada indeciso se restare morendo abbandonato, o involarti sui tetti verso il sole che s’alza, prima che sia lontanissimo. Oppure in sotterranea spintonando, presto perché le porte si chiuderanno e l’amore fuggirà per le sue stazioni.
    All’uscita territori d’inverno, numerate stagioni dei secoli dell’era terrestre che estingue, si prenderanno la penna e questa mano che scrive. Ma l’ideologia è ferrosa, resistente, ti fa ricordare le persone che tacevano e quelle che parlavano significando, aspettando l’uscita sul confine tra noi e quegli altri che come dei se ne stavano altrove.
    Unica certezza l’infelicità. Ricorda l’era passata, il racconto che si fa storia. Dovunque andranno, ai passi verrà data una direzione, a ciascuno un bisogno recinto. Avremo sempre fame e questo ci farà correre dovunque ci porterà quel bisogno, al comando di una fuoriserie o col martello in mano per spaccarla nel dì di festa.
    Ma quel che faremo ancora ci somiglierà soltanto.

  8. emilia banfi

    Nell’infelicità il bisogno di felicità cambierà l’uomo , la sua individualità , la sua vita . Certo bisogna aver ben chiaro che la serenità deriva anche dalla voglia di cambiare dopo aver riflettuto profondamente sul nostro stato che ci fa vivere in un certo tipo di società che spesso ci cambia a suo favore, ma quando il disagio è stato molto forte ed incisivo, la ribellione sarà altrettanto forte , in questo io credo molto. Pertanto non considero “sfogo” tutto ciò che nell’arte (compresa la poesia) è espressione di disagio , paura o indignazione. L’individuo deve riconoscere nell’altro se stesso e capire il perché di questo apertura verso chi come lui ha diritto alla felicità. Non dico certo nulla di nuovo, ma lo vivo intensamente.

  9. Ennio Abate

    @ Mayoor

    Non credo che l’amicizia e la collaborazione con Salvatore Dell’Aquila (redattore di Poliscritture) velino il mio giudizio. D’accordo con te solo quando dici che il racconto del funerale ha un altro respiro (e, secondo me, avrebbe potuto essere l’asse attorno al quale far convergere la parte “meditante”) . La genericità invece non la vedo. I riferimenti alla storia italiana ci sono (Berlinguer, Pasolini, i partigiani, i cittadini tramutati in folla o “gente”). Anche qualche luogo preciso viene nominato ( il cimitero del Verano). Non capisco poi perché, stavolta, tu pretenda addirittura che la poesia sia *documento* sociologico e storico («se fossi di un altro paese, leggendo in questo affresco di esternazioni, riuscirei a capire qualcosa della gente italiana?»). Per il fatto, invece, che Salvatore abbia scelto una poesia-prosa ( si sia sbilanciato verso la prosa riflessiva più che verso il lirismo…) non mi scandalizzerei. Mi pare una forma da esplorare; e alla quale oggi si volgono in parecchi, proprio perché molti si sentono appesantiti da una crisi che li ha allotannati di più dalla tradizione lirica. Sulla quale tu, invece, punti di più. (Un altro esempio recente per questo blog, lirico fino all ascetismo, è quello rappresntato dai testi di Antonio Sagredo…). Certo un po’ «estenuante», di tono “basso”, questa poesia di Salvatore lo è. E a me pare di averne indicato qualche ragione. È come se non riuscisse a districarsi dal contenuto socialmente ( ma anche poeticamente) regressivo che l’ossessiona. Sintomatico, come ho detto, che nel rivolgersi al passato non trovi uno scatto di vitalità o di alterità lirica rispetto al presente, ma solo una scena funerea. Quindi quel contenuto “nebuloso” finisce quasi per “accarezzarlo” soffermandovisi più del dovuto, proprio perché non si riesce a distanziarsene o a “bastonarlo”. Temo che pesi ancora un certo suo attaccamento nostalgico all’ io “borghese” («ah borghesia! avresti detto d’essere rimpianta?»).

  10. Rita Simonitto

    Sono d’accordo con Ennio sul fatto che la poesia, e questa poesia in particolare, non deve essere un trattato sociologico (risposta al commento di Mayoor).
    Oltretutto, perché dovrebbe essere importante *capire qualcosa della gente italiana*, nello specifico, quando siamo dentro un sistema che, nei suoi vari vassallaggi, – e l’Italia è uno di questi – ha prodotto una débacle culturale di enormi proporzioni ; che si è inventato * deformi etiche sociali *, *messaggi disabitati* , e dove non *esiste una qualità se non concessa da platea pagante?* e in cui si sono perse le classiche differenze sociali di leopardiana memoria (*il solitario canto/dell’artigian, che riede a tarda notte,/ dopo i sollazzi…*), bensì si trova come * folla avvilita da fresche povertà che struscia la sera della festa* e al punto che persino la fase della borghesia viene rimpianta rispetto allo sfacelo dell’oggi! (*ah borghesia! avresti detto d’essere rimpianta?/che il pudore d’appartenerti si mutasse in nostalgia?*). (#)

    Non lo percepisco come un discorso *molto generico, tutto molto infelice e contro ma senza che se ne capiscano le ragioni* (Mayoor) ma un ‘quadro generale socio politico’ a cui si aggiungono le notazioni particolari italiche rispetto ad uno sguardo all’indietro: *le ceneri di Berlinguer* oppure i * paesaggi/un tempo liberati da ragazzi belli di straccetti rossi/avvoltolati al collo magro e scarponi consumati*, evocatori della nostra Resistenza.

    L’aspetto ‘estenuante’ può essere legato al ricorso descrittivo degli innumerevoli aspetti che denotano questo sistema di decadenza, una sequenza di dettagli accumulati nell’intento di trasferire la spossatezza al lettore lasciandolo senza scampo, senza presente ma anche senza un passato * viottolo lastricato di intenzioni/mentre ogni foglia verde se ne andava*.
    Ma – e questa è la mia personale lettura – non possiamo perderci in queste recriminazioni senza rischiare di cadere proprio in quell’abisso di infelicità populistica e senza speranza ben rappresentata nell’episodio del funerale * di stirpe disadorna*, dove *prati spenti bordavano la scena* dietro ad un *corteo misero e scolorato* e dove la facilità alla commozione viene sollecitata dal ricorso ad immagini evocative.
    Il sussulto di consapevolezza del poeta (*la paura di un vuoto smisurato/un baleno di agghiacciante coscienza*) ci dice, sì, che la campana suona per tutti (* le nenie facevano eco non per uno soltanto*) ma, pure nella *inconsistenza dell’essere ADESSO (sottolineatura mia)* e consapevoli dell’immane disastro operato, l’ *esser schiavi e chinar la testa* è davvero proprio *l’unica opzione che ci resta* ?
    Lo stile di questa poesia – che mi è piaciuta molto – non è uniforme ma sembra adeguarsi alla necessità del ‘discorso poetico’ .
    Passa:
    – dalla notazione ‘lirica’ dell’incipit dove i chiaroscuri della natura adombrano le oscillazioni emotive del poeta (*È in un agosto invece che in un maggio/pur se le spesse nuvole tra la piana e il mare/sbiadiscono il residuo di coraggio*)

    – alle descrizioni quasi prosastiche (*di queste terre calme di infinite colline dense allora di aie/ormai supermercati trasformati in fantasmi/cancellati prefabbricati*), e anche (*lo vedi così chiaro adesso come si diano le parti in commedia/in accordo pieno tra loro tutti prendano dal naso/e spargano mieli diversi per attrarre noi formiche cieche*)

    – all’intermezzo intimistico in cui il poeta sembra piegarsi e spiegare le sue difficoltà (*matassa inestricata di emozioni/mentre vivo d’amore nuovo impensato/timidi desideri come d’adolescenza/proprio ora che l’età prende/di ora in ora a farsi grave/[…….] di adunare forze forse mai avute/tanto meno in questi giorni/che hai un sonno leggero/ti sorprende e lento vai*).

    – a un leggero spunto epico * in quale stanco rivo sotterraneo asciutto/è finito l’ardore del giusto per sé stesso?* (sempre Leopardi: “Or dov’è il suono/di que’ popoli antichi? Or dov’è il grido/”) ed anche * il sonno di quale coscienza li abbia generati/essendo palesemente mostri privati di perdono/ed estranei all’intero creato/*.
    Direi, una poesia ‘politica’, che fa pensare alla ‘polis’ che non c’è.

    (*) Non sono nostalgica né verso le differenze sociali né verso la borghesia: volevo solo risottolineare gli aspetti confusivi che oggi vi sono connessi.

    R.S.

  11. Vorrei dire a Salvatore Dell’Aquila che i miei sono commenti laboratoriali, servono cioè per fare esercizio di critica e per mettere chiarezza anche in me stesso, particolarmente su questi temi sociali e politici che sento necessari, ma che in qualche modo, quando cerco di affrontarli di petto, mi si rivelano ostici, come se prendessero un’involontaria direzione che quasi non riesco a controllare, quasi non li riconoscessi come miei propri. A cosa sia dovuta questa sensazione ancora non lo so, non so se sto venendo meno ad un ideale liberatorio, che sia liberatorio non solo per me, che ho individuato ma che stento a portare al collettivo. Non mi basta il tono rivendicativo della poesia quando vorrebbe farsi politica. L’ombra è data dall’ideologia che finisce col parlare per conto suo, e io dietro a sostenerla. E’ l’approccio che non mi va, cerco soluzioni, vie d’uscita, non da chi o cosa vorrei liberarmi, ma PER chi o PER cosa battermi.
    Condivido in parte le osservazioni di Rita, non è tutto da buttare come forse ho dato ad intendere io, anzi, e so anche che la speranza in se’ è una trappola fin troppo evidente, però osservo l’immancabile china pessimista che si viene a creare quando si va concludendo. Quali sono le cose che contano? La poesia, come ogni altra arte, avrà pure una funzione positiva da svolgere, servirà pure a ricordare qualcosa, a mostrare qualcosa che si nasconde nell’evidenza delle privazioni… privazioni di che, non ci si potrebbe addentrare con più acutezza e verità? L’orrore che sta fuori di noi è lo stesso orrore che abbiamo dentro? Le ragioni sono le stesse? L’orrore che sta fuori non è anche un alibi? non ci stiamo negando il diritto alla gioia per senso di sconfitta o indegnità?

  12. Ennio Abate

    @ Mayoor

    ” L’orrore che sta fuori di noi è lo stesso orrore che abbiamo dentro? Le ragioni sono le stesse? L’orrore che sta fuori non è anche un alibi? non ci stiamo negando il diritto alla gioia per senso di sconfitta o indegnità?”

    E’ giusto reagire al nichilismo, ma non lo confonderei col pessimismo, che può ben conciliarsi con una ricerca di soluzioni positive o meno dannose nella vita dei singoli e della società.
    Alle domande che poni risponderei:
    1.No, l’orrore che sta fuori di noi (nella natura, nella storia) non è automaticamente l’orrore che abbiamo dentro ma delle relazioni ci sono. C’è una qualche relazione tra la paura che individualmente sentiamo e – tanto per essere precisi – il fatto che in Italia “i salari reali, da tempo tra i più bassi in Europa, ristagnano da una quindicina d’anni e la quota salari è crollata al 53% (il che, in valori assoluti, equivale a una perdita di circa 240 miliardi di euro nel giro di trent’anni)” (http://www.sinistrainrete.info/politica/3060-alberto-burgio-fascino-e-illusioni-della-democrazia-diretta.html);
    2. No, non esiste un “diritto alla gioia”. Forse un desiderio ci muove in quella direzione, ma a bloccarlo è proprio l’orrore storico che sta fuori e che non è una invenzione della nostra mente, uno stravolgimento della realtà dovuta ad un nostro pessimismo caratteriale o innato. Le guerre ci sono veramente. La crisi economica morde veramente. Non vedo a quale alibi uno possa ricorrere dopo aver dato un’occhiata alle notizie, mai del tutto infondate e comunque pessime che giornali e TV ci somministrano.
    E anche risalire “il dilettoso monte” della speranza dopo la sconfitta, che è stata reale, non lo si fa cancellandola così facilmente.

  13. emilia banfi

    Senza il desiderio di gioia nulla si può cambiare neppure un minuto. Senza questo desiderio tutto viene travolto in un’oscurità che porta all’annullamento. Capiremo che la gioia è un diritto solamente nel momento in cui potremo constatare che senza di essa l’essere umano morirebbe. Ovunque noi siamo e qualsiasi cosa accada al di fuori di noi perdere la gioia è il più grande dei delitti che compiremmo verso noi stessi . Qualcuno potrebbe dire che forse dovrei sostituire la parola gioia con speranza, ma, come ho già detto la speranza la vedo come un qualcosa che sta nelle mani di altri e sperare potrebbe voler dire aspettare momenti migliori , ma quali? Quando? Insomma un ostacolo alla reazione,

  14. Antonio del Guercio

    In genere, non viene in mente di dire “sono d’accordo” di fronte ad una poesia. Eppure, la frase m’è sbottata d’impeto. Poi mi sono chiesto il perché di quella prima (insufficiente ma pressante) reazione. Il fatto è che – in questo – aveva ragione il vecchio Galvano della Volpe: l’arte è pensiero concretamente strutturato. II rapporto fra modalità di discorso prosastico e proiezioni nel luogo “ulteriore” dell’iperbole resta infatti regolato in Ceneri nei modi stessi in cui (al di là delle singole voci) è regolato nella poesia moderno-contemporanea, da Poe a Eliot e a Char, da Pasolini a Sanguineti e a Lunetta, e sino al poeta in prosa Calvino : tensione viva (concordia “animata”) tra secca comunicazione di fatti, ragionamento esplicito, e forza connotante della proiezione del discorso sull’orizzonte “totale” della condizione umana.
    Mi sia permesso di dire che questa lettura è stata per me una buona notizia.

  15. Giuseppina Di Leo

    Ribellarsi significa essere capaci di sentire, è questo il messaggio che ricevo dalla poesia di Salvatore Dell’Aquila.

    Azionare i propri sensi, metterli in moto, è non solo una voglia di verifica se si è vivi, bensì un voler capire fino in fondo se siamo in grado di accorgerci di quanta morte ci circonda, nell’efficace accostamento (bellissimo) della memoria all’atto del riconoscere («fiuto un’usta di memoria»).

    Il rimando maggio/coraggio riporta echi di quel lontano maggio, celebrato nell’inno, poi canzone (Canzone per maggio).
    La perdita di memoria va di pari passo con la perdita d’identità messe in atto dalla società, evidente nelle “lacerazioni”, ben visibili non solo attraverso i giornali:
    io sono? si chiedono se nessuno mi osserva?
    esiste una qualità se non concessa da platea pagante?

    Il parallelo da me colto con De Andrè l’ho ritrovato in altri passaggi. Così, ad esempio, alla denuncia del cantautore nel vuoto “di una pace terrificante” (La domenica delle salme), il poeta contrappone «per oscura assonanza la paura di un vuoto smisurato».

    La perdita d’identità è perdita di storia. E sappiamo che non c’è storia se non c’è racconto.

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