Ennio Abate
Su «Non parlo a tutti. Franco Fortini intellettuale politico» di Daniele Balicco

Fortini 2

Daniele Balicco, “Non parlo a tutti. Franco Fortini intellettuale politico”, manifestolibri 2006

L’ottica di questo libro è rigorosamente politica. Questo non vuol dire che trattare la figura di Fortini come intellettuale politico o compagno o comunista sminuisca il «poeta di nome Fortini» (Lenzini). Le due immagini, certo, mai potranno coincidere, ma in Fortini sono inseparabili; ed è proprio l’idea che «cultura e politica sono la medesima cosa, espressa con mezzi diversi» (p. 65) a caratterizzare la sua ricerca intellettuale e poetica; e ad averlo reso ostico al ceto intellettuale italiano, che di solito ha sempre preferito rifugiarsi nel terreno “autonomo” dell’estetica.
Fortini, ci dice il libro di Balicco, è stato un intellettuale marxista e comunista senza partito (tranne i dieci anni trascorsi nel PSI nell’immediato dopoguerra…); e anche dopo la scomparsa della sinistra comunista in Italia non ha mai rinnegato o dimenticato la sua formazione terzinternazionalista, e cioè le lezioni di Gramsci, Luxemburg e Lenin. Sono tratti – lo sappiamo bene noi che ancora ci occupiamo dei suoi scritti – quasi incomprensibili oggi al grande pubblico e ai giovani. O che fanno scuotere la testa e cambiare discorso a molti – adulti o vecchi – che non hanno del tutto dimenticato quali fatti,  prima carichi di speranze e poi tragici,  abbiano dato senso a quelle parole per quasi un secolo (dalla Comune di Parigi al ’68). L’ignoranza o l’ostilità verso l’esperienza comunista (e dunque anche verso Fortini) sono state un fatto costante nella storia e nella cultura italiana. Oggi poi, con la sua scomparsa e l’inabissarsi nella sconfitta e nell’oscurità del mondo proletario che s’era accostato alla cultura marxista,  quanti ancora trattengono nella loro personale memoria frammenti di quella storia (e della figura e dell’opera di Fortini) sanno di essere  come dei monaci medievali dispersi. E devono conservare e rielaborarne il suo senso, traducendolo – se ne sono capaci – nel “volgare” d’oggi. Ed è questo il tentativo anticonformista e solitario di Balicco. Perché – viene da chiedersi – un giovane come lui, nato nel 1976, a differenza di tanti suoi coetanei, è stato attratto proprio dal Fortini politico? Faccio delle ipotesi. Conteranno di sicuro ragioni sue biografiche che non conosco. Ma penso che avrà pesato pure una sua esigenza di politica che, non potendo trovare sbocchi nelle forme degradate d’oggi, l’ha trovata proprio nell’opera di Fortini, dove la politica non è mai arida e burocratica professione di specialisti e funzionari di partito.
Balicco sa, però, che siamo in un’altra epoca. Che presenta una «nuova antropologia capitalista» ( Pasolini parlava in modi analoghi di «mutazione antropologica») e nella quale la «storicità dell’esistenza individuale» è venuta meno nella coscienza collettiva, per cui «la lotta per la liberazione del genere umano» (p. 23) in cui Fortini assieme a tanti altri si spese, s’è  del tutto oscurata. Sa, dunque, che la scrittura di Fortini «in un presente che impedisce sapere e memoria» (p. 24) è  estranea e, come detto, quasi indecifrabile ai più; soffre di una sua «radicale inattualità», come fu detto al Convegno senese a dieci anni dalla scomparsa dello scrittore nel 2004. (1)

A mio parere, nello studiare e raccogliere in libro «la verità» della esperienza politica fortiniana (p. 24) e nel maneggiare questa inattualità di Fortini (e del comunismo), Balicco si mostra troppo fiducioso nella possibilità di trasmettere oggi quelle che Fortini  chiamava ancora le «nostre verità». Inoltre presta più attenzione al Fortini “giovane”, “eretico”,  brechtiano e blochiano che al Fortini “vecchio”, saggio e sconfitto. Io invece penso che, essendo le distruttività ampiamente prevalse dagli anni Ottanta del Novecento in poi sulle spinte costruttive dei due decenni precedenti, piuttosto che al Fortini che mirava ad una «prefigurazione della totalità umana» (p. 129) – l’elemento che pare abbia attratto di più Balicco – ,  bisognerebbe interrogare soprattutto certi  «obliqui pensieri» (p. 108) dello scrittore e, in particolare, quelli rimuginati da vecchio; comprese alcune sue autocritiche sulle possibilità della poesia – in gioventù tanto vagheggiata e inseguita – di contrastare «la trionfale organizzazione delle carogne» (p. 125).

Faccio solo un esempio delle “non buone rovine” tra cui ci aggiriamo. E riguarda un tema gramsciano e fortiniano per eccellenza: quello degli intellettuali; e in particolare degli “intellettuali di massa” ( e quindi anche dei poeti, dei moltinpoesia…). Attorno al ’68 parevano essi potessero rinveridire la funzione romantica che li vedeva come lievito delle spinte sociali emancipative. Non è andata così. Porzioni ristrette di loro sono stati cooptati (e già aspiravano a farsi cooptare…) nelle nicchie accademiche, editoriali, giornalistiche e televisive comunque più prestigiose e meglio pagate di quelle accessibili (soprattutto nella scuola) alla maggior parte di loroche partecipò alla contestazione. E l’odierno degrado politico e culturale in cui siamo finiti odierno è la prova del loro fallimento.
Faccio un altro esempio. A me non pare che la «crisi dello stalinismo», evidenziatasi nel ’56 con le repressioni in Polonia e in Ungheria (p. 86), «non chiud[a] il problema del comunismo, semmai lo apr[a]» (p. 89), come sostiene Balicco. Qui c’è un nodo storico attorno al quale si aggirano ancora residue illusioni. Alcuni sembrano essersi accorti della crisi dell’ipotesi socialista solo nel 1989 alla caduta del muro di Berlino. Altri appunto nel 1956. Eppure altri la facevano già risalire addirittura alla morte di Lenin. La domanda cocente a cui rispondere è dunque: da quando l’ipotesi socialista è saltata o ha cominciato a svanire? O, per stare al tema di Fortini intellettuale politico, da quando egli cominciò il “ripiegamento”? da quando capì che l’idea di un altro «ordine integralmente qualitativo dell’esistere» doveva o poteva soltanto essere depositata nell’’«arte come integrazione simbolica, possibilità e memoria, incastonata nell’inconscio sociale» (p. 89)?
Il ripensamento sulla “nostra” storia politica e culturale che questo libro aiuta a fare, dunque, non può accontentarsi  o aggrapparsi a una sorta di maggiore nobiltà delle “eresie” comuniste rispetto alle “ortodossie”. Per noi è venuto meno tutto: ortodossia e eresia! Dico ciò non perché affascinato dal nichilismo o tentato di abbandonare la necessaria ma faticosa  ricerca di «buone rovine» presenti in una storia dai suoi nemici deformata e ridotta al «Libro nero del comunismo». Non le cercherei però esclusivamente nella “zona degli eretici” ma anche nella “zona degli ortodossi”. Se non oltre queste due suddivisioni di comodo per ripensare tutta la storia e gli intrecci anche ambigui tra sinistra e destra.
Vorrei finire riportando il passo di un’intervista a Walter Siti, che ho letto quasi per caso. Siti dice:

Quando dicono che la fede è un dono, è una cosa che capisco bene, e purtroppo sento di non averlo ricevuto. La fede riesco a immaginarla solo come allegoria, come modo di dire. Come quando nel ’68 il mio amico Franco Fortini diceva: ‘Ci siamo, sta partendo la Rivoluzione. Sta partendo dalla Francia, dalla Germania!’. Io lo lasciavo parlare, però pensavo: ‘È solo un modo di dire. Non è che per davvero i borghesi abbiano i mesi contati. Lo stesso mi succede quando mi parlano di Dio, della Madonna, dei santi: mi sembrano modi di dire. Non ci arrivo, diciamo così: è come se fossi ancorato al materialismo e non riuscissi a muovermi da lì. (2)

Attiro l’attenzione su questo giudizio disincantato e scettico a mo’ di cave canem o di memento del clima ostile, scettico e, questo sì, nichilista con cui abbiamo a che fare oggi. E per invitare ad avere il coraggio e ad evitare di mitizzare sia Fortini  sia la tradizione “eretica” della Sinistra.

—————————————————————

(1)

[1] Cfr. qui

(2) Cfr. qui

NOTA

Una versione più estesa di questo articolo uscirà sul prossimo N.10 della rivista POLISCRITTURE

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5 commenti

Archiviato in CANTIERI

5 risposte a “Ennio Abate
Su «Non parlo a tutti. Franco Fortini intellettuale politico» di Daniele Balicco

  1. Conobbi Fortini negli anni ’70. Non avevo ancora vent’anni. A quei tempi c’erano bande di giovani poeti che si riunivano in vari quartieri di Milano, da Quarto Oggiaro a Baggio. Io facevo parte di una di queste bande. La maggior parte di noi trovava ispirazione nei poeti della Beat Generation, qualcuno in Milo De Angelis, Balestrini o quel che restava del Gruppo ’63. Erano ancora gli anni dello sperimentalismo. Non che ci piacessero incondizionatamente, ma ci attraeva la disposizione assai libera dei testi nelle riviste che leggevamo, e i loro readings di poesia erano davvero emozionanti. Con Giancarlo Majorino organizzammo una serie di incontri tra poeti noti e sconosciuti che intitolammo “Versi e grida”. Mi resi subito conto che Fortini godeva dell’ammirazione e del rispetto di tutti i poeti noti che erano stati invitati, e che tutti lo temevano perché quando apriva bocca gli altri tacevano e lui li ricambiava con critiche veloci che motivava immancabilmente, e non ho ricordo di qualcuno che non fosse d’accordo o osasse controbattere. Comunque erano affari loro, io stavo dall’altra parte, in periferia, dove la nebbia d’inverno quasi nasconde i binari del tram, tra un baretto e la biblioteca comunale di via Odazio, in Giambellino. Non imparai molto da quell’esperienza, ebbi solo conferma dell’infinita distanza che c’era tra la poesia giovanile che, allora come oggi, pur tra mille ingenuità, era però fluente ed esprimeva con vitalità tutto il malessere dei ragazzi. L’esatto contrario delle poesie dei poeti noti che, forse proprio perché troppo ben scritte a noi sembravano striminzite, quasi agonizzanti. Ce ne tornammo in periferia, al nostro destino, qualcuno tra noi è riuscito a pubblicare e di qualcuno, a distanza di parecchi decenni, si sta cominciando a parlare. Devo riconoscere che l’intento di Majorino e Fortini, in quella circostanza, fu davvero encomiabile, ma allora eravamo ragazzi troppo allo sbando per vederla diversamente.
    Tutto cambiò quando fece la sua comparsa Raboni, quello con quei bei capelli bianchi, ai tempi dell’ascesa di Craxi. Ai readings ci si andava meno volentieri, i poeti leggevano con voci tremule le loro composizioncine ben fatte e pareva di stare in chiesa. Poi ci fu Castelporziano che credo sia stato per la poesia come il ’77 per la sinistra rivoluzionaria, uno sfacelo.

  2. So di uscire dal tema, ma a proposito di Castelporziano provate a guardare qui, un’intervista a Franco Cordelli:
    http://www.scrittoriperunanno.rai.it/scrittori.asp?videoId=375&currentId=69
    Ennio: se vuoi farne argomento per un nuovo post…

    • Ennio Abate

      @ Mayoor

      Caro Lucio, ti ringrazio di questa testimonianza di un’epoca ormai finita – la “nostra” potrei quasi dire – che tu sai ricordare con ironia e leggerezza. Per stare al tema del post, vorrei notare che tu presenti Fortini come un’autorità indiscussa sia per i “moltinpoesia” d’allora (diversi da quelli di oggi soprattutto perché più giovani e politicizzati…) sia per i suoi “colleghi” poeti (Majorino, ecc.) ma non indichi direttamente la ragione di quella sua autorevolezza. Che a me pare stava proprio nel ruolo di “intellettuale politico” marxista con alle spalle la storia resistenziale (il “Politecnico” di Vittorini) e le sue delusioni (“Dieci inverni”), che egli – come si evince dal libro di Balicco – continuava a svolgere anche negli ambienti poetici quando affrontava questioni in apparenza eslcusivamente di poesia.

      Quanto a Castelporziano e al video, pur esso di testimonianza, di Franco Cordelli, mi va di ricordare come io lo vissi proprio *da lontano* con una poesia che allora avevo scritto.L’ho poi pubblicata in “La pòlis che non c’è”; e mi pare di aver colto allora qualcosa su cui la pensiamo forse troppo diversamente. E cioè il senso politico negativo di quella manifestazione non colto neppure da Cordelli. Intendo dire il simbolico trionfo dell’americanizzazione incarnata da Ginseberg e che poi diventerà dilagante. Quanto stupore da “colonizzati” nelle parole di Cordelli e anche in quel silenzio della folla davanti a Ginsberg!
      Ecco, per contrasto” la mia “testimonianza”:

      CASTELPORZIANO DA LONTANO

      “La page ne va pas à la plage”
      (Jacque Roubaud su il manifesto 1.7.1979)

      C’è l’abisso – te lo dicevo, Concetta, anche per quel tuo cineforum –
      fra culturale e sociale, paura di leggere, paura del pubblico
      le poesie tradizionali più comunicabili di quelle moderne
      (quando i pubblici erano più obbedienti e simili ai poeti).

      In pubblico il testo cambia. Diventa un fischio, un borbottio.

      Il contenuto (cibo sesso danaro) non è più così importante.
      Per chi ce l’ha.

      Ginsberg è la poesia recitata.
      Organizza spettacoli
      a cavalcioni della poesia.
      È esaltante sia per chi legge
      sia per chi ascolta: è americano.

      Bisogna inchinarsi a chi ha l’arte di governare,
      di consumare in modo così immediato
      anche la poesia.

      • Per molti marxisti, e non solo, l’ideologia avrebbe compiti perfino salvifici. Quale rapporto aveva Fortini con l’ideologia, la riteneva fondamentale?
        Te lo chiedo perché la tua risposta a me sembra, appunto, parecchio ideologica. Come si può condizionare il proprio giudizio su un poeta per il fatto che è americano ( e noi colonizzati eccetera)? Tanto più se il poeta ha scritto cose assai condivisibili, anche per un marxista, sull’alienazione e sulla politica del suo governo.
        Qualcuno avrà già fatto questo paragone ma provo: avere un’ideologia non è come guardare il mondo attraverso gli occhiali, occhiali da sole o colorati che danno ad ogni cosa lo stesso tono? E se provassimo a toglierli?

  3. Ennio Abate

    @ Mayoor

    “avere un’ideologia non è come guardare il mondo attraverso gli occhiali, occhiali da sole o colorati che danno ad ogni cosa lo stesso tono? E se provassimo a toglierli?”

    …non vedremmo più nulla o vedremmo un caos che ci annullerebbe. Semplificando un discorso complicato che va da Marx ad Althusser, l’ultimo filosofo che ha detto di recente cose originali sull’ideologia,
    questa non è “salvifica”, come tu dici, ma è come l’aria, diffusa dappertutto nella società. Insomma c’è e non possiamo non respirarla. Possiamo però accontentarci di respirare aria inquinata o cercare aria meno inquinata. Quella meno inquinata di tutte la troviamo di solito nei saperi più elaborati (filosofici, scientifici, poetici), ma è possibile ritrovarla anche a volte nei saperi meno elaborati, che per vie traverse e particolari possono lo stesso raggiungere *più spirabil aere” in casi eccezionali.
    Tieni conto poi che l’ideologia ( e in questo la sua funzione si avvicina all’immaginario, al sogno o alla religione) svolge una funzione consolatoria, di compensazione o per usare la metafora marxiana di “oppio”. E’ come un velo su una realtà tremenda che, senza di essa, ci terrorizzerebbe. Si può dire che abbiamo interesse a conservarla in mancanza di meglio perché limita il danno che ci verrebbe se volessimo strappare questo velo togliendoci, come tu ipotizzi, gli occhiali.
    Certo la scelta di togliere quel velo o di togliersi i vari occhiali per guardare in faccia la realtà sarebbe possibile se avessimo la forza non solo di guardare la realtà “così com’è” ma di trasformarla razionalmente. Era l’ipotesi di Marx che ha alimentato le lotte per mutare la realtà condotte dai movimenti socialisti e comunisti per oltre un secolo, ma oggi è in crisi.

    Quanto alle riserve presenti nella mia poesia nei confronti di Ginsberg, esse non negano il valore della sua poesia ( e anche della sua rivolta) ma ne vogliono sottolineare il limite individualista e anarchico che ha caratterizzato sempre il movement negli USA e, da noi, il ’68.
    Resto convinto che in quel frangente si ebbe uno scontro nel movimento tra i “rivoluzionari”, che ancora facevano riferimento alla tradizione illuminista e marxista, e le posizioni “americanizzanti” degli “individualisti” (di tipo nuovo o vecchio), i quali, per soddisfare i loro bisogni (e desideri), finirono per accettare di restare all’interno del capitalismo. Prevalsero questi ultimi.
    E da allora è stata enfatizza oltre misura « la rivoluzione di costume interna al capitalismo». Che è – scusa la malignità o il “risentimento” da vinto – come se gli “individualisti” avessero detto: lasciamo perdere i ” rivoluzionari”, che erano erano ideologici, lasciamo perdere le loro ragioni (buone o cattive che fossero) e teniamoci questa bella «rivoluzione di costume». Sarà «interna al capitalismo», ma basta non pensarci. Teniamocela buona, godiamocela. E che importa se «la modernità capitalista crea le condizioni per liberare il desiderio generando schizofrenia» (Deleuze, Guattari). Va bene il consumismo al posto del comunismo (o come surrogato “cetomedista” del comunismo). Io tendo ancora a pensare che le parole allora pronunciate dai “rivoluzionari” – i vinti – oggi seppellite e dimenticate (come quelle di Fortini…), svelerebbero di che *lagrime grondi e di che sangue* questo «trionfo» della vita capitalistica che abbiamo davanti agli occhi.

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