Antonio Sagredo
Poesie

crocifissione

Carlone Giovan Battista
Crocifissione di San Pietro, bozzetto per l’affresco in San Siro a Genova, c. 1657

Canto per Maddalena

e ancora mi scrive…

e ancora mi scrive di bende che prestano al sangue le parole

perché solo dai morti mi aspetto un sincero tradimento nel tragitto,

perché io possa presentarti Pierrot e Arlecchino nell’’orto degli ulivi

che la gloria si giocano a testa e croce  per un bacio di lusinghe. 


Sono caduto in prescrizione come l’’occhio di vetro d’’un profeta incredulo,

quando un adagio viennese  infiammava le gorgiere d’’ossa di Watteau.

Mi scrivi di un caos recidivo e del gelido rintocco di una replica,

una lettera mi hai spedito da un non so dove  senza il timbro

[di un non so quando.

 

Ecate,  le tue labbra hanno suoni mestruali e profumi taciturni! 

Da lontano, tutta nuda, mi venivi incontro col tuo sfacelo erogeno… 

i tuoi  resti infelici, contali!  Chiudi la porta! Spegni

[la fiaccola e non latrare!

Hai generato un incipit: è tutto ciò che resta del tuo epitaffio!

 

Te ne sei venuta, Maddalena,  per un chiodo crocefisso,

ma la tua mente e la tua mano sono più esperte dopo l’’abluzione.

Vieni, è  notte in via dei Coltelli! Sanguina la soglia e la mia dimora:

per il tuo sesso alato, per le bravate tue, d’’amore!

   

Accendi la candela! Siamo piombati da ràncidi tramonti,

[come da mille veroniche!

Mi hai scritto che il leopardo s’’è mutato  in pesce di Tiberiade!

E io ho visto le peggiori menti della mia generazione trionfare…

Non vediamo chi muore sempre, abbiamo nostalgia del nostro oblio!

 

La Risposta!… come una litania la  fine devastata alle sue origini!

Bandiere d’’ossa veleggiano sui rotoli, e i sette candelabri sono spenti!

Voi, una volta miseri per gli stermini, oggi li celebrate col vostro fuoco sterile.

Non ci restano che monete di delirio, chimere, sui patiboli!

 

Non sarò cenere, né polvere… è il Nulla che mi invita al festino dell’’Oggi!

Ho voglia di spettri, maschere e pupazzi, esecuzioni, confessioni contro natura!

Non voglio incontrare il Divino! Di misericordie è armata la sua mano!

Il tradimento fu taciuto al Padre, ma l’’arbitrio è un totale inganno.

 

Nel  delirio di  creta tutti gli dei, l’’oscena odalisca e la destinazione.

Rishat, s’’incurva il tempo nel mese del  Sorriso dei  Morti!

Allontanatemi dalle mie lacrime, cacciate la memoria dai miei luoghi natali,

non mi conforta  la risurrezione, il morbido sudore di denti istoriati!

 

Chi  uomo, o quale deuccio, se gli stermini risuonano, di nuovo vorrebbe la pace? 

Chi genera la luce in Via della Sterile Notte? Perché  la  Via dei Giusti  s’’é fatta empia?

Io conobbi  la  Via  della Spada che travaglia la colpa… sono vuoti gli accesi candelabri,

per voi, che invano aspettate chi mai non verrà, e folli se credete il contrario.

 

e ancora mi scrive… 

Mi ha spedito una lettera dal set del Golgotha,

mi scrive che è stufo delle ripetizioni e che i ciack lo stancano,

che è spossato dal fittizio martirio, dal rosso mirtillo che attira le mosche,

e ancora mi scrive che invece d’’aceto hanno vodka e whisky,

e lui è astemio, anche se quella sera a cena ha bevuto  primitivo di Manduria!  

Che vuole una notte d’’amore, ma non sa con chi: Maria o Maddalena?

 

Ha accettato la parte per ridere un po’’ e piangere dopo, che gli hanno messo accanto

[due coglioni,

e non sopporta le comparse che, invece di soffrire, davvero ridono perché non

[sono ben pagate…

ma non sanno… la morte di chi… l’’hai visto?  Su un letto è coricato e beve acqua pura!

Allora  Maria, l’’adultera, sciolse la benda che copriva i suoi seni e presi, io, 

[possesso della sua Grazia…

  e ancora mi scrive…


 

                                   che quando Dante leggerà Shakespeare

                                   lo specchio mostrerà le sue ossa,

                                   che i poeti si premiano tra di loro

                                   come al trucco più bello,

                                   come tra puttane!

  Vermicino, 20-21-25 luglio  2006

*Nota. la parentesi [ indica che le parole appartengono al verso precedente. [E.A.]

————————————————————————————–

[dedicata a  A. M. Ortese

morta a Rapallo il 9 marzo 1998]

Scrivere è tornare a casa,

trovare una pace o un se stesso.

È separare il fuoco dalla terra.

È non ritrovarsi più insensati.

Saranno gli alberi inumati con l’’ossigeno

e la visione sarà letale per le radici.

I polmoni, mostruosi, non cederanno il sangue,

la sorgente è divisa e  secca come una soglia.

Scrivere è trovare a casa un ritorno,

è dare la pace a un se stesso sparso.

È decapitare l’’esilio di una ferita

lieve: un giusto inganno, un falso avvento.

In tutto credo come i bambini… ai massacri,

al sangue equino dei loro occhi sbalorditi,

e alla Natura ancora, al Respiro, alla Ragione in croce!

Non darmi più, intelligenza, il valore esatto delle cose!

Vermicino, 10-23 giugno 1997

 (pubblicata in “Poemas”, Zaragoza, 2001)

 

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6 commenti

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6 risposte a “Antonio Sagredo
Poesie

  1. alberto di paola

    straordinaria Poesia, unica, finalmente dei versi degni di questo nome. non se ne trovano affatto così – completi in tutto – da decine e decine di anni: ma nessun rapporto si può fare con alcun Poeta degno di questo nome!

  2. Ennio Abate

    Anch’io ho trovato sorprendente e interessante la poesia di Sagredo, che è arrivata al blog non so per quali vie. Ma io diffido dei facili entusiasmi e propongo queste considerazioni di un poeta indiscusso, trovate sul Web per caso. (Mi spiace per la formattazione frammentata del testo):

    “Non è molto quello che sappiamo circa il valore dell’opera dei nostri con¬tem¬po¬ra¬nei; anzi, è ben poco, quasi quanto sap¬piamo del valore della nostra stessa opera. Vi si pos¬sono tro¬vare qua¬lità che esi¬stono sol¬tanto per la sen¬si¬bi¬lità con¬tem¬po¬ra¬nea, così come vi si pos¬sono nascon¬dere virtù che diver¬ranno evi¬denti sol¬tanto col tempo. Quale posto le spet¬terà quando noi tutti saremo scrit¬tori defunti, non pos¬siamo dirlo con alcuna approssimazione.
    Se pro¬prio si deve par¬lare dei con¬tem¬po¬ra¬nei, è quindi impor¬tante sta¬bi¬lire prima di tutto che cosa pos¬siamo affer¬mare con con¬vin¬zione e che cosa deve restare aperto al dub¬bio e alla con¬get¬tura. L’ultima cosa che pos¬siamo giu¬di¬care è cer¬ta¬mente la loro “gran¬dezza”, o piut¬to¬sto la loro rela¬tiva eccel¬lenza o medio¬crità in rap¬porto al con¬cetto di “gran¬dezza”. Nel con¬cetto di gran¬dezza, infatti, sono impli¬citi signi¬fi¬cati morali e sociali che pos¬sono essere per¬ce¬piti sol¬tanto da una pro¬spet¬tiva più remota e dei quali si può forse dire addi¬rit¬tura che sor¬gono nel corso della sto¬ria. Non si può pre¬dire quale sorte avrà una certa poe¬sia, quale azione eser¬ci¬terà sulle gene¬ra¬zioni suc¬ces¬sive. E tut¬ta¬via pos¬siamo cre¬dere, con un certo fon¬da¬mento, che esi¬sta qual¬che cosa, una qua¬lità, che può essere rico¬no¬sciuta da un pic¬colo numero, sol¬tanto da un pic¬colo numero, di let¬tori con¬tem¬po¬ra-nei; ed è la genunità.
    Dico di pro¬po¬sito “sol¬tanto un pic¬colo numero”, per¬ché sem¬bra pro¬ba¬bile che, quando un poeta rie¬sce a con¬qui¬stare in vita un pub¬blico nume¬roso, una por¬zione sem¬pre cre¬scente di ammi¬ra¬tori lo ammi¬rerà per ragioni estra¬nee, per ragioni non sostan¬ziali. Non è detto che siano cat¬tive ragioni, ma allora la noto¬rietà del poeta sarà sem¬pli¬ce¬mente quella di un sim¬bolo, dovuta alla sua capa¬cità di com¬piere sui let¬tori un’azione sti¬mo¬lante, o con¬so¬lante, in ragione del par¬ti¬co¬lare rap¬porto che lo lega ad essi nel tempo. Quesa azione sui let¬tori con¬tem¬po¬ra¬nei può essere a volte il risul¬tato, giu¬sto e legit¬timo, di una grande poe¬sia; ma è anche acca¬duto, assai spesso, che fosse il risul¬tato di una poe¬sia effimera.
    Non sem¬bra molto impor¬tante il fatto che il poeta debba lot¬tare con un’epoca distratta e paga di sé, e quindi ostile a nuove forme di poe¬sia, oppure con un’epoca come l’attuale, incerta, dif¬fi¬dente di se stessa e avida di nuove forme che le diano un bla¬sone e il rispetto di se stessa. Per molti let-tori moderni ogni novità for¬male, per quanto epi¬der¬mica, è la prova, o l’equivalente, di una sen¬si-bi¬lità nuova; e se poi la sen¬si¬bi¬lità è fon¬da¬men¬tal¬mente ottusa e doz¬zi¬nale, tanto meglio; poi¬ché non vi è strada più rapida per arri¬vare a una popo¬la¬rità imme¬diata, anche se pas¬seg¬gera, che quella di ser¬vire merci stan¬tie in con¬fe¬zioni nuove. Vi sono alcune prove che per¬met¬tono di accer¬tare la novità e la genui¬nità di un pro¬dotto, e una di que¬ste –è una prova pura¬mente nega¬tiva, d’accordo– si può ese¬guire osser¬vando la rea¬zione dei cosid¬detti “amanti della poe¬sia”; se il pro¬dotto suscita la loro avver¬sione, è pro¬ba¬bile che ci tro¬viamo davanti a una poe¬sia vera¬mente nuova e genuina.
    Mi rendo conto che i pre¬giu¬dizi mi indu¬cono a non con¬ce¬dere tutta la mia stima a certi autori, nei quali vedo dei nemici pub¬blici piut¬to¬sto che dei sog¬getti sui quali eser¬ci¬tare la cri¬tica; e oso aggiun¬gere che un altro pre¬giu¬di¬zio, di diversa natura, mi spinge a con¬ce¬dere un con¬senso acri¬tico ad altri scrit¬tori. Può anche darsi che io ammiri gli autori giu¬sti per le ragioni sba¬gliate. Ma ho più fidu¬cia nella mia stima per gli autori che ammiro, che nella mia disi¬stima per gli autori che mi lasciano freddo o mi esa¬spe¬rano. E quando affermo che tra le qua¬lità rico¬no¬sci¬bili in un con¬tem-po¬ra¬neo quella che io chiamo genui¬nità è più impor¬tante della gran¬dezza, fac¬cio una distin¬zione tra la fun¬zione dello scrit¬tore da vivo e la sua fun¬zione da morto. Da vivo il poeta con¬ti¬nua quella bat¬ta¬glia per la difesa di una lin¬gua viva, per con¬ser¬vare la forza e la sot¬ti¬gliezza della lin¬gua, per la sal¬vezza di una certa sen¬si¬bi¬lità, che deve essere soste¬nuta in ogni gene¬ra¬zione; da morto, for¬ni-sce modelli per coloro che dopo di lui ripren¬dono la bat¬ta¬glia.
    ( da “T.S. Eliot/Marianne Moore: è possibile prevedere la gloria futura di un poeta? “. Fonte:http://antoniobux.wordpress.com/2013/09/16/3-poesie-di-marianne-moore-tratte-da-le-poesie-adelphi-1991/)

  3. Trovo anch’io interessanti queste poesie di Sagredo. Dire interessanti non è come fare un complimento o dire che mi sono piaciute. Anche qui, come nella discussione (innominabile) dei giorni scorsi, scorgo alcuni elementi di giudizio, di sentenze che al di là di ogni altra considerazione mettono in risalto un io indiscusso che non mi entusiasma. Come non mi entusiasmano le tematiche relative a sacro e profano, che apprezzerei di più se poste in chiave laica o per vie dove non si scorgano croci o cose simili. Ne parlarono già ampiamente poeti come Rimbaud e Baudeleire, erano i temi della loro modernità.

  4. Ennio Abate

    Ho trovato interessanti (non grandiose… e perciò ho voluto raffreddare certi entusiasmi citando quel brano di Eliot…) queste poesie di Sagredo, perché egli recita la sua eccitazione lirica, il suo soggettivismo surrealista, l’abbondanza barocca degli immaginari tenebrosi, sanguinolenti, esibizionistici ( con tanti esclamativi…), dissacranti, strappati a varie epoche (e strapazzando a più non posso la storia…) – tutte cose lontane dalla mia poetica – con un piglio così ingenuo, spavaldo e teatrale da strappare un applauso. Poi quell’«io indiscusso» (Mayoor), che qui giganteggia, e questo rimescolio di sacro e profano andrebbero pesati e ragionati. Dove porta questa sua poetica?

  5. Ennio Abate

    Segnalo ai lettori più attenti del blog che ho sostituito il precedente file delle poesie di Antonio Sagredo rispettando per quel che mi è stato possibile su Word Press le indicazioni grafiche (versi lunghi, corsivi, ecc) pervenutemi dall’autore.

  6. antonio sagredo

    Caro Ennio, dove porta la mia poetica? Là dove non c’è un dove e nè un tempo, e non è spavalderia, è qualcosa che trascende qualsiasi disperazione – e la disperazione come fede assoluta è una ulteriore speranza ad allontanarsi da questa terra… ho scritto in altri versi:
    “La terra bruciata della mia ragione fu insolente col cielo,
    esiliai in un altrove la potenza della mia immaginazione”.
    antonio sagredo

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