LETTURE PER POETI (1)
La buccia delle mele

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I poeti leggono solo poesie? Non credo. Di tanto in tanto in questa nuova rubrica pubblicherò dei materiali (brani di articoli, saggi, ecc.)  selezonadoli dal Web. Invito  chi se la sentisse a provare a “tradurne” in poesia qualcuno e a mandarmi il risultato. E tutti a segnalarmi le proprie “letture per poeti”  scrivendo a: moltinpoesia@gmail.com. Il primo brano è tratto da in’intervista a Haïm Vidal Séphiha realizzata da Francesca Barca. Porta il titolo “LA BUCCIA DELLE MELE ed è apparsa in “UNA CITTA’ N.184 /2011 Maggio. Si legge  qui. [E.A.]

Con l’evacuazione del campo, per i sopravvissuti iniziò la cosiddetta “marcia della morte”. Può raccontarci?

Partii con gli altri. Era inverno e c’era la neve fino al ginocchio… Camminavamo ininterrottamente anche perché se uno si fermava per fare pipì c’era subito un SS pronto a spararti in testa. Non ci si poteva nemmeno riallacciare i pantaloni. Se non volevi morire, te la facevi addosso. Camminavamo sulle impronte degli altri, passando in mezzo ai morti di freddo o di stenti e ai fucilati. Dopo tre giorni, dopo una sosta in un fienile, ci fecero entrare in un vagone aperto. A quel punto cominciavano quelli che io chiamo “i treni della morte”. Nel mio vagone so che eravamo centosessantuno perché ci contarono. Io fui il centosessantunesimo a salire, l’ultimo. Ciascuno ricevette un po’ di pane e una salsiccia molto salata.
Avevamo appena lo spazio per stare in piedi, ci dissero di metterci uno sopra l’altro.
Infine il treno si mise in moto. Non sapevo come fare per stare a galla in quella marea di uomini. Di lì a poco alcuni sono morti soffocati e si è fatto un po’ di spazio.
Ricordo che mangiai subito il mio pane: era la cosa migliore per non farselo rubare. Quando avevamo sete, grazie a un bastone con attaccato una specie di cucchiaio, recuperavamo della neve lungo la ferrovia. Si combatteva per un po’ di neve, per un pezzo di pane. I morti aumentavano. I cadaveri venivano accatastati o lanciati fuori dal vagone. A un certo punto il mio vagone si divise tra coloro che possedevano qualcosa e chi no. Io ero tra quelli che non ne avevano. Parlo del pane. Erano riusciti a metterne da parte prima di lasciare il campo: appartenevano all’aristocrazia concentrazionaria e avevano dei contatti nelle cucine. Per loro noi eravamo dei nemici. A quel punto, per sopravvivere, mi sono impossessato delle coperte dei morti, insanguinate o sporche che fossero. Loro non ne avevano più bisogno. Per calmare la sete ho bevuto la mia urina. Probabilmente è stato questo a salvarmi.
Eravamo intorno al 28 gennaio, la data del mio compleanno. Mi ripetevo: “Vidal, non morirai il giorno del tuo ventiduesimo compleanno!”.
Il treno si fermò un paio di volte davanti ad altri campi, ma non c’era posto per far salire altri detenuti. Passammo anche davanti a Buchenwald. Lì c’erano mio padre e mio fratello, ma io non lo sapevo.
Arrivammo infine al campo di Dora, un campo enorme, in Turingia, dove si fabbricavano i V1 e V2, i missili usati per bombardare Londra.
Chi non faceva parte di alcun commando venne radunato in una sala che chiamavamo il “Kino” perché le SS volevano farci un cinema. D’altronde già avevano i bordelli, perché non anche un cinema?
In quella sala vidi tantissima gente, anche dei soldati italiani, disertori ancora in uniforme, alsaziani. Si dormiva a terra. Per avere una razione di cibo di più, lasciavamo i morti al nostro fianco per poter usare il loro numero. Alla fine venni impiegato in un commando di spazzini nel campo delle SS. Il campo Dora fu evacuato verso la fine di marzo. Ci trasferirono allora a Bergen Belsen dove c’erano delle caserme. È laggiù che fui liberato dagli inglesi.

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2 commenti

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2 risposte a “LETTURE PER POETI (1)
La buccia delle mele

  1. Risaie.

    Sfuggito ai bombardamenti mediatici dell’ennesima campagna elettorale
    ora lungo i binari di questo magazzino d’alberi numerati

    segnaletiche del paesaggio che Utrillo avrebbe dipinto col nero
    e Bacon di un viola tedesco dove sarei nebbia dentata nel finestrino

    all’orifizio d’arrivo stazionano bianche colombe come poesie
    e nient’altro mi pare.

    Bacon sulla terra nera lungo i binari dei bombardamenti segnaletici
    alberi numerati tra le risaie

    nella memoria un magazzino mediatico come arrivassi da Milano
    ancora vivo.

    “Qui se bussi alle tombe
    ti rispondono”

    (Candia Lomellina, 2012)

  2. Questi scritti , dovrebbero essere delle preghiere,da imparare a memoria. Perché’ tutti dovremmo ricordarcele e sentirle ,nostre anche se queste sofferenze non le abbiamo vissute in prima persona.

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