Ennio Abate
Intervento della luna sulle poesie alla medesima ispirate 

leopardi di tullio pericoli

Leopardi di Tullio Pericoli

I
Rispondo a quel pirla che s’è chiesto: Ma la luna vuol parlare con noi?
E al critico che ha proposto a ‘sta banda di sciammannati
di tornare a parlare con me.

Sì, che voglio parlare. Ma di voi, omini miei, poetucci miei.
Per dirvi basta con ‘sto pigolio: oh, luna, oh, luna!
E che non son io, miei menestrelli, mie diarree di sentimentini mielosi,
a suggerirvelo.

Io sono il maledetto pipistrello tondo,
immobile e bianco, caricato nei secoli di vostri deliri
e viltà, dei vostri serali spasmi cagasotto,
di incensi e lussuriette tinteggiate di spleen.

E inchiodata quassù, vostra guardiana condannata ai turni,
or di una parte or dell’altra delle vostre notti
sento tutto ‘st’orrore che, incapaci, costruite perenne.

II

«Io abito la luna»…
Ma chi è ‘sta sfacciata che dice una cosa simile?
Da quando è venuta in casa mia ad abitarla?
E a chi paga l’affitto?

Eh, no, cara e cari miei, manco ai veri matti che lo meriterebbero
permetto d’abitare con me!
Che mi parlino o straparlino pure e a lungo,
mi dedichino poesie e poesiole;
e che, appena spunto in cielo, i più accaniti continuino
a leccarmi, a corteggiarmi,
a farmi le fusa come gatti in calore.
Ci sono abituata. Non mi sento di scacciarli. Li tollero.

Ma che siano veri e non falsi. Che mi vogliano bene.
Come me ne volle l’intelligente gobbetto prim’Ottocento.
Che mi parlava, fingendosi pastore, e mi amava.
Alla giusta distanza. Saggio, solitario, non gli veniva
in mente di coabitare con me, ma soltanto sognava di portarmi per mano,
mi chiamava – decrepita ero, oddio! – giovinetta immortale.
E con lui me ne stavo quieta, in silenzio.
In silenzio.

III

E non lo sapeva lui, no, quanti stronzi e stronze
sarebbero venuti dopo a sedurmi, a strapazzarmi,
a contarmi i loro incubi, gli affanni, le voglie,
a divinizzarmi (ah, quel D’Annunzio!),
a farsi belli e bellocce di me.

Tutti con la fissa che, mio prediletto confidente,
Giacomo fosse, per ciò, divenuto gran poeta.
E pure loro volevano provarci, farsi suggerire
da me, la luna, il verso giusto, ottenere da me
un ritmo lunare, che piacesse persino al critico solare
per fare yin e yang con lui, e raggiungere la fama,
la premiazione,
mediante una mia illuminazione.

IV

Ah, i poeti, i poeti! Sempre storditi m’hanno guardata.
Cercavano e non sapevano. (Non volevano sapere!)
Cascavano le loro menti come pere cotte nel dolore
o nella finzione d’un bel dolore.
E credevano, credevano in me, e chissà nella Poesia
e chissà in Dio, e chissà in che.

Ma era la loro anima fredda che si coccolavano
fingendo di parlare con me.
Era la parte oscura e silenziosa delle parole
che si lucidavano ammirando il mio pallore.

Io con le loro poesie non c’entro.
Di esse sono solo l’alone. E del sesso turgido di qualcuno.
O delle fantasie delle Bovary.
Sono solo l’alone che accompagna le vostre tante morti.

Eh, sì, vi conosco mascherine! Sono secoli che vi studio.
Di notte, sì, quando sono di turno. E lo stesso ritrovo
le tracce di quel che fate di giorno
sui vostri volti sfatti, nei modi di accucciare i vostri corpi nei letti.

Ho visto come vi amate e toccate al mio chiaro.
Come vi uccidete ho visto.
L’ultime occhiate del moribondo in ospedale ho visto.
E del condannato a morte. E quelle sperse dei prigionieri
sempre. E degli affaticati nelle fabbriche per turni
ben più duri dei miei.

V

Ho illuminato chissà quante armate crudeli avanzanti,
e flottiglie di bombardieri nel gelo dei cieli europei e giapponesi,
e corazzate sull’onde marine lucenti di me, e satelliti giocattoli,
e animali notturni in cerca di prede, e carovane di camion
e tetti, e cime innevate di monti.
Ed ho illuminato, ahimè, il cammino degli assassini,
gli sciami serali di folle all’uscita di teatri di cinema di stazioni,
il passeggio delle puttanelle di strada; e stanze, cessi, cucine,
i cimiteri silenziosi, le foreste atterrite e le vaste pianure,
dove la mia luce tutta si sdraia.

VI

E sorvegliandovi, purtroppo, mi sono riempita
delle vostre storie. Poche le belle, luride in abbondanza tante.
E sempre meno mi piace, all’alba, perdere di vista gli uni
e mettermi a sorvegliare gli altri
– gli uni, gli altri, finire un turno, cominciarne un altro,
e poi ancora – ripetizione o eternità.
E cogliere impercettibili o d’un tratto sconvolgenti
i vostri mutamenti – ora degli uni ora degli altri.
Sempre con morti, feriti, grida, strazi, òdii pronti
allo scatto omicida.
Vado dall’altro lato, vi dimentico. Torno e vi ritrovo.
Cambiano lentissimi i paesaggi. E quasi vorrei morire con loro
e con voi.
Non continuare l’incessante sorveglianza da notturnista.
Ma, ecco, ho finito il mio giro. Vi ho detto. Vi saluto e vado.

(agosto/settembre 2013)

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40 commenti

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40 risposte a “Ennio Abate
Intervento della luna sulle poesie alla medesima ispirate 

  1. Vabbè dai, per ardere a questo modo un po’ di legna ce l’abbiam messa anche noi.

  2. ro

    Mi spiace, ma contro le stesse cose da me sostenute all’avvio dei lavori lunari, credo che Abate abbia cantato per le rime, e che superbe rime, quanto, a un certo punto, andava detto. All’inzio, un mese fa, causa forse la mia totale inesperienza di raccolta di poeti dal vivo, invitati a tema, ho appoggiato con entusiamo l’idea del “critico” Linguaglossa, ma inconsapevole dei risvolti critici della proposta del critico stesso. Non rinnego le cose dette, perché l’esperienza anche in questo caso si fa a seguito solo sbarcando e toccando con i piedi e con il corpo, terra per terra.

    la cosa che via via mi ha disorientato maggiormente, è stata quella di assistere alla scarsa immedesimazione, elaborazione, strategia e lungimiranza da parte della maggioranza dei testi e gran parte degli interventi.

    Ma come?… dopo tutto Leopardi, ma anche Pavese, o la stessa Emy che ci va di mezzo (peraltro non era nemmeno nelle sue intenzioni abitare la luna in questo modo) ed altri ancora (morti o viventi, ricordati o dimenticati), si riesce a perdersi nei modi denunciati dai sonetti di Abate?

    Sì, lo so, ce le ha suonate di brutto, ma ha ragione e per onestà intellettuale, pur se partito da considerazioni opposte, dovrebbe dargli ragione per primo Linguaglossa stesso. Sia l’uno che l’altro (ma non dimentichiamoci per ultimo anche il grandissimo signor De Filippibus), avevano avvertito delle insidie ad ogni angolo, pur rimanendo l’uno pro e l’altro contro. Anche se il primo, Linguaglossa, le esplicita a tappeto per altri temi, non è che non debbano valere per la luna, anzi forse valgono ancor piu per la luna: “oggetto” senz’altro trito e ritrito tanto da essere stanca morta per un sovraccarico di turni (così vedi il magistrale transfert di oggetto volante e parlante che gli ha assegnato Ennio nel suo sublime dialogo). Altri pianeti – perduti o meno come il nostro da un sovvraccarico orripilante della Storia- ne hanno almeno due e anche più lune. Noi invece che ne abbiamo solo una , e che siamo avvertiti da altri “oggetti” pianeti parlanti (con tutte i loro relativi limiti, ma comunque “professionisti” della forza della parola), ce la sputtaniamo così? Forse, a questo punto, fin dall’inzio della precedente luna piena volevamo dar ragione alle proverbiali e (s)abatiche sferzate del primo disertore lunare, Ennio.

  3. Rita Simonitto

    Non è solo una strigliata, quella di Ennio ma una poesia molto ricca di tagli prospettici e linguistici: l’ironico richiamo alla realtà, la citazione letteraria, la storia, la filosofia, la psicologia… la politica ..Finalmente una luna ‘poetica’, magicamente emotiva *E con lui me ne stavo quieta, in silenzio./ In silenzio.*, irriverente quanto basta, passionale e coinvolgente che ci riporta con i piedi per terra. Il tutto non disgiunto dall’alone misterioso che comunque riguarda questo ‘oggetto/nostra proiezione’ e dalla tristezza di fondo di questo dialogo *Torno e vi ritrovo./ Cambiano lentissimi i paesaggi. E quasi vorrei morire con loro/ e con voi.*
    Se un po’ di legna l’abbiamo messa anche noi (nel senso che dice Mayoor), Ennio ne ha fatto una catasta mirabile.
    Sono pienamente d’accordo anche con le osservazioni puntualizzatrici di rò.
    Un caro saluto a tutti.

    R.S.

  4. Mah… secondo me questa poesia comincia in dialetto, si accosta all’italiano quando parla di Leopardi e da lì come sospinto acquista ulteriore ritmo. Perché dico che comincia in dialetto? Perché il dialetto è lingua popolare, o lo era, e non può essere sostituito dalla lingua “dei bianchi” impunemente, non si può, è questione di classe. Per scrivere in italiano senza perdere nulla del dialetto ci vuole sound, orecchio. Credo sia la ragione, o una delle ragioni, per la cui Ennio non ha approfondito le questioni formali del linguaggio nel suo manifesto della Poesia Esodante; perché il problema, se c’è, sta anche nel cambio di ritmo, nel tono prosastico che inevitabilmente incontra chi si trovi a voler argomentare di questioni sociali o politiche. E’ chiaramente un falso problema ( basti pensare a Pound), ma si pone ugualmente se cerchiamo un rapporto dialettico con la modernità… è una domanda.

  5. Ennio Abate

    @ Mayoor

    Ma dov’è il dialetto in questa poesia?
    Forse ti fa pensare al dialetto il tono basso-plebeo-terrestre di certe espressioni (quel pirla, banda di sciammannati, ecc.)?
    Ma questa è una luna poco lunatica e che è parecchio discesa dal suo cielo. L’ha detto che s’è riempita delle nostre storie (più brutte che belle). Non dico che è “atterrata”, ma atterrita sì. Da questo nostro mondo in cui gli assassini sono mescolati alle folle anonime che escono da cinema e teatri.

    • Fino al IV paragrafo, Ennio. L’ho immaginata in dialetto, uno qualunque, il milanese se vuoi,per via del pirla. Va bene, sarà il tonno basso-plebeo…

    • Giuseppina Di Leo

      e…”il passeggio delle puttanelle di strada”. Mi chiedo che c’entrano, e perché non il passeggio dei loro magnaccia? Mi sarebbe sembrato più equo.
      C’è un moralismo di fondo che contesto.

      • Ennio Abate

        Nel mio immaginario (meridionale) ‘puttanelle’ è rimasto termine affettuoso e di simpatia solidale. In aggiunta mi fa venire in mente l’uva puttanella di Scotellaro.

  6. Giuseppina Di Leo

    In tal caso chiedo scusa, la mia è pur sempre una luna analfabeta.

  7. Vorrei dire che su questo blog si gioca con la ragione: la ragione è la palla che lanciamo contro il muro della poesia. Nessuno vuole infrangerlo, farlo crollare, anzi speriamo che tenga affinché si possa giocare a lungo.
    Sul dialetto vorrei chiarire: è un’idea strampalata come le mie parole, ma ogni volta che leggo una poesia scritta in dialetto mi accorgo della diversa vitalità con cui ogni cosa viene detta, diversa non solo da qualsiasi traduzione se ne faccia, ma anche dai linguaggi in lingua più spregiudicati. Ennio ne ha scritto, magari qui non l’ha fatto premeditatamente, ma in alcune parti di questa poesia riconosco quella vitalità. E dicendo che il dialetto è una lingua di classe intendo dire che è della classe sociale che con ragione guarda le cose diversamente. Secondo me questo ha a che vedere con i temi della poesia esodante, perché in quella direzione io vedo molto pensiero ma nessun linguaggio che dichiari un’area di appartenenza. Solo il dialetto, appunto, che poi oggi parlerebbe ad una minoranza se è vero che gli analfabeti di adesso son quasi tutti laureati.

    • Giuseppina Di Leo

      Anche se non ho ancora letto gli altri commenti, il riferimento di Lucio mi porta a precisare che con luna analfabeta intendo proprio l’astro, che sembra guardarci dall’alto ma che in realtà né guarda né ascolta (la notte al più separa – dico nella mia poesia Plenilunio in città). Il fatto che noi poeti le rivolgiamo domande (che fai tu luna in ciel…) o le mettiamo in bocca parole nostre – come ha fatto qui Ennio Abate, e come hanno fatto in molti prima e continueranno a fare in tanti dopo -, a mio modo di vedere non aggiunge né toglie nulla. Potrebbe semmai voler dire che, nostro malgrado, subiamo il fascino dell’ignoto e dell’imponderabile…. il bisogno di identificarsi in un altro da sé o di rapportarsi ad un interlocutore distante, come la luna appunto (o come Nettuno, nel caso di Peli), che sappia ascoltare e comprenderci silenziosamente, magari… senza interromperci.
      Tuttavia la mia luna analfabeta (che è la mia luna) “lotta” per un sapere che non può essere misurato esibendo titoli di alcunché.
      Se l’uomo ha stabilito di far coincidere la storia con la nascita della scrittura, la luna non appartiene né alla storia né all’uomo, non in tal senso perlomeno, analfabeta com’è.
      Penso però che continuare a parlare alla luna può farci solo bene, a condizione di non pretendere da lei risposte.

  8. Ennio Abate

    @ Mayoor

    Se “gli analfabeti di adesso sono quasi tutti laureati” ( ma allora i diplomati o quelli che hanno fatto solo la scuola media cosa sono…?) vuol dire che neppure il dialetto, parlato da minoranze e abbandonato dai laureati (per laurearsi…), ci potrà aiutare molto. Magari ci manderà di tanto in tanto segnali. In esso troveremo l’eco di un modo di guardare le cose “diversa-mente”. (Ma lo stesso si può dire anche delle “buone rovine” ricavabili dalla Tradizione a cui ci siamo avvicinati laureandoci o semplicemente scolarizzandoci un po’…).
    La vitalità del dialetto ( e della Tradizione) è però ristretta. Bisogna che una poesia esodante ne trovi altra di vitalità e altrove.
    Dove? E qui il discorso è tutto da costruire. Perché una poesia esodante è appunto… esodante. Cioè alla ricerca e in condizioni sfavorevoli e precarie. Diciamo pure al buio. Deve costruirsi a tentoni. E nella notte della ragione (starei per dire: nella notte dei mass media) deve tastare quello in cui incappa, valutarlo, vedere se da una notizia, da un discorso, da un’immagine, da un suono riesce poi a cavarci un altro linguaggio, un’altra estetica, un’altra politica, un’altra poesia. Esodante, appunto.

  9. ro

    ciao Lucio (e buongiorno a tutti, anzi già che ci sono un saluto di ringraziamento a Rita per avermi letto e condiviso)…condivido con te che -in questo “libro” parlante di Ennio, cioè il suo sito,ma anche il suo esodo che tanto vorrebbe condividere( e quanto e come si sente! e non solo in questa pagina!) al di la delle diverse posizioni di ognuno- vi è uno scontro nella ragione e fra le ragioni, però non so se lo vivo solo io così, o altri con me, gli aspetti coinvolti non sono mai solo e squisitamente intellettuali e razionali, ma anche istintivi, sentimentali, passionali-politici in senso lato, pur se avvolti ovviamente in panni estremamente appunto intellettuali. Credo che questo rivestimento per un verso sia necessario alle elaborazioni e scavi necessari a chi insegna rispetto a sé e agli altri, perché sicuramente volenti o nolenti siamo fra maestri e allievi. In questo senso, pur non avendola lì per lì compresa, perché disorientava, spaccava dentro etc etc, va perlomeno per me interpretata la scelta di Abate di abbandonare la veste di maestro unico e di voler dividere tale parte fra lui e Linguaglossa e chi altri ancora potessero volessero aggiungersi. L’esperimento può risultare “violento” per sproporzione, appunto, fra le due nature che per diseducazione millenaria, strappano il motore (il cervello?la mente? …?) in due aree , tanto poi da esplodere o trasferire tale conflitto fuori dal corpo in altri corpi come il tema in esame ha generato. Si è montato un tale bianco che tutto l’albume a un certo punto è impazzito, almeno per chi era alla ricerca del tuorlo poetico, perlomeno il suo, come poi, spiegandoti, hai riferito della vitalità espressiva, lingua madre padre, del metadialetto di Ennio. Vi sono temi come questo in cui la metafora, l’ambiguità e altre caratteristiche del tono alto poetico, vanno ridotte all’osso, ma sappiamo per altre discussioni lette, che i due maestri si dividono uno all’opposto della convinzione dell’altro. Dialetto no per Linguaglossa e dialetto si per Abate.

    io credo però che non conviene su certi snodi cruciali soffermarsi troppo sullo stile, la forma, il canone, che ripeto per me in questa poesia di Abate è anch’esso sublime…il tema di questa pagina è troppo rilevante rispetto al rivestimento della parola sebbene la sua forza viene data anche grazie alla scelta di parole come “pirla” o a un crescendo della metafora del turno. La questione dei canoni poetici, piuttosto che altre conversazioni a cui abbiamo assistito (soprattutto quelle in cui Abate vorrebbe tanto la formazione di una comunità esodante, e Linguaglossa si trova anche in questo tema, al suo esatto opposto), può portarci fuori strada come allievi e condizionare a nostra volta le nostre guide..confonderci è importante, ma solo come tensione positiva a fluida inversione delle parti. Faccio un esempio e spero non me ne voglia Di Leo. La faccio proprio perché tante volte mi sono scontrata e mi scontrerò con Ennio in quanto lo vivo con un’energia maschile prevaricante, però se mi fossi soffermata su certe sue singole parole o pensieri, vedi per le prime l’esempio forntio da Giuseppina, mi sarei segata da sola tutto il resto dei temi. Ma io non voglio essere qui per scontrarmi, al massimo se devo dare un fine alla mia presenza è solo per conoscere come si fa leggendo un libro ma nel modo piu attivo possibile con tutte e due le parti del cervello e non solo.

    buon avvio settimana a te e a tutti
    ro

    • Ennio Abate

      @ ro

      Credo che tu non sbagli ad insistere sul fatto che in ogni discussione (anche su questo blog) « gli aspetti coinvolti non sono mai solo e squisitamente intellettuali e razionali, ma anche istintivi, sentimentali, passionali-politici». Quanto ai «panni estremamente […] intellettuali» di cui si rivestono ci andrei (come ho detto altre volte) più piano. Da una parte mi pare esagerato quell’«estremamente». Dall’altra ritengo anch’io, come tu stessa dici, che un certo grado di intellettualizzazione o di forma sia inevitabile e necessario per intendersi su questioni complicate.

      Maggiori riserve ho verso la tua tentazione di mettere in cattedra dei maestri. O «due maestri», me e Linguaglossa, insomma. E non per la diversità delle nostre posizioni spesso contrapposte, che tu cogli bene. O perché ci sia il rischio che viene dal mettere due (o tre o quattro) galli in un pollaio. I problemi derivanti da una pluralità di voci anche in competizione tra loro non mi sembrano irrisolvibili. C’è invece una ragione più seria oggi per evitare di pensarsi o pensare altri come maestri: non ci sono le condizioni sociali e politiche per il vero esercizio di un *magistero*, che a mio parere non è in assoluto una cosa negativa. Siamo, invece, in una condizione nella quale possiamo essere *soltanto* ricercatori, esploratori, pionieri, “contrabbandieri”. E per giunta isolati. Mi pare che sia io, quando parlo di *poesia esodante*, sia Giorgio, quando parla di *post-poesia”, lo sappiamo. Quindi sarebbe sbagliato che altri si ponessero (almeno nei miei confronti, Giorgio dirà per sé…) come *allievi*. Si aspetterebbero cose che non sento di potergli dare. Più adeguato alla situazione e al lavoro possibile su questo blog mi pare il termine di *conricerca* (= cercare assieme; e relativizzando le differenze di sapere e competenza, evitando di fissarle in gerarchie nette). Fu un termine “di moda” almeno tra i gruppetti minoritari e dissidenti dalla sinistra degli anni Sessanta che si posero alla ricerca, appunto, di una “terza via” tra quelle allora canoniche del capitalismo e del socialismo. (Dovrei qui parlare non solo del solito Fortini o di un certo Danilo Montaldi, a molti sconosciuto, e di varie esperienze di riviste, ma per ora mi fermo…).

    • Giuseppina Di Leo

      Caro Rò,
      ho risposto poco fa pur non avendo ancora letto il tuo commento. Spero che quanto da me detto non ‘seghi’ oltre e che lasci perlomeno intuire invece la mia visione della vita (e della poesia).

  10. De Filippibus

    E con lui (Filippibus) me ne stavo quieta, in silenzio. In silenzio
    me ne stavo tranquilla in mezzo al ciel quando
    è arrivato Ennio Abate il quale ha dichiarato che
    la luna non è più la luna, che è una patacca buona
    per i poeti dello spleen, i romantici, i lunatici,
    poi è arrivato Leopoldo Attolico
    il quale mi ha chiamata «frittata», ma insomma,
    io me ne stavo sola soletta,
    tranquilla in mezzo al ciel quando, all’improvviso,
    su moltinpoesia,
    s’èscatenata tutta questa baruffa, e allora permettetemi
    di dirlo chiaro e tondo:
    E con lui me ne stavo quieta, in silenzio. In silenzio
    e laggiù, sulla Terra tutto quel fracasso
    di poeti, chi su, chi giù, tutti quei «pirla»,
    e poi il critico Linguaglossa che parla
    in gergo criptochitico, e allora io,
    De Filippibus, dichiaro a Raf Vallone che lui
    è uno screanzato che starnazza
    perché ha mancato di rispetto al direttore editoriale
    Marco Onorio e a Sabino il poeta dell’Osservatore Romano,
    della Santa Sede, il quale ha in gran conto la luna,
    e poi si dichiari finalmente il poeta dei
    «saecula saeculorum»,
    il De Signoribus, il quale fè poeta laureato
    e potrà sicuramente darci delle infusioni
    ma sì, di luce, e poi chi dice la luna, ma insomma
    lasciatemi in pace!, prendetevela con i
    Signori della Guerra (dice Enio Abate con tutti i «pirla»)
    lì sulla Terra!, prendetevela con i fatti vostri, che non sono
    affatto miei, lasciatemi, per favore,
    in pace quassù, solinga e solitaria che vi guardo
    laggiù, tutti contro tutti, la poesia esodante
    contro la post-poesia,
    la poesia degli oggetti contro i mitomodernisti,
    gli ironici avverso gli ibridi, i transgender contro i puristi,
    ma insomma, BASTA! adesso mi sono rotta le scatole,
    LASCIATEMI IN PACE QUASSU’
    non ce la faccio più, mangio caucciù e faccio cucù
    e guardo l’orologio a cucù

  11. Cari miei ,
    qui si fa la Luna o si muore ( artisticamente ) come argomenta molto bene il vostro collega Ennio . Si muore – dicevo – si può morire rovinandosi la reputazione con la banalità di una sola parola , o si può “fare la luna” con l’acribia compulsiva di partecipazione e distacco del caro Giacomo , un ragazzo d’oro che non ha mai voluto sedurmi / sedurvi ma parlarmi / parlarvi . Comunque vedo che ci avete dato sotto , con alterna fortuna , ma con un ego che non cessa di intrigarmi ( e in alcuni casi di sedurmi anzichenò ) . A tutti voi , forever , un pensiero e un pass per l’allunaggio .
    Vostra
    Luna –

  12. ro

    Questa mia è rivolta a Ennio, ma non per questo, spero, causa le riflessioni che lascio, esclude gli altri (senza ulteriori distinzioni gerarchiche, nel loro intero e insieme).

    1
    la prima riflessione mi viene per aver sorriso insieme a Lucio rileggendo il nostro De Filippibus, con tanto di registrazione del suono ma come e più del suo solito con un’orchestra ancor più potente sia in strumenti che sinfonie e generi. Questa riflessione è nata per contrasto alla sua presenza e a una specifica grande assente che non è solo stata un certo tipo di luna, ma la prima che l’ha abitata dando il via alle danze. Io la invidio, intendo invidio Emy, perché quando tornerà da queste parti, avrà ancora tutto il piacere di assaporarsi queste guerre stellari e in particolar modo, visto il suo piacere verso l’ironia e certe sue poesie di tentativi riusciti sul surreale, godrà come non mai con De Filippus.

    2
    quando parlo di maestri e allievi, non intendo assolutamente riferirmi a categorie del passato, inoltre ho davvero le allergie a certi schemi etichettature, ruoli…tuttavia quando uso queste due parti, riferendomi meglio alla parola “guida” non solo nei confronti di Abate, o Linguaglossa (in questo tema potrei dirlo anche di Attolico, o del De Filippius stesso etc etc) è per riconoscere semplicmente che come con una guida in montagna occorre ascoltare la conoscenza che ha di alcuni sentieri. la gerarchia, quindi, se c’è non è fra la guida e lo scalatore, ma è data dalla montagna stessa. Laddove poi la tecnica richiesta sia “estremamente” visibile negli attrezzi del mestiere che porta con sé la guida, sta allo scalatore tanto come alla guida, rendersi conto se la corda criptochitica ( cit. De Filippibus sul gergo) aiuti a scendere o salire, oppure a strozzarsi e/o a strozzare.

    3
    per queste e altre considerazioni, comprese per prime quelle di Ennio da cui sono partita, in tutto e per tutto sposo il suono abatiano di “conricerca”

  13. Maestri forse, guide no. Ma accidenti che brutta parola quel “conricerca”, possibile che per leggere qualcosa di ragionato non si possa fare affidamento su ciò che insegna la poesia, che forse è la sola maestra di tante nostre solitudini? Se qui arriviamo a ridere bonariamente di DeFilippibus significa che riusciamo a ridere perfino dell’eccellenza, e non mi sembra cosa da poco. Non c’è rispetto, no. Quando Giuseppina Di Leo ha avanzato le sue obiezioni ho pensato: caro Ennio, in che guai ti stai cacciando! Ma il clima è questo, e ro ( e mettilo un nome ,no? credi che matrix non ti riconosca comunque?) ne sa qualcosa come tutti, come Linguaglossa che posta le sue poesie come chiunque su questo blog. Si fa un bel dire di lettori “di rango”, che vorrà dire?

    • ro

      Lucio, perdona, non ho capito cosa vuoi dire , richiesta mio nome compreso, che trovo pretestuoso rispetto al contendere, visto che hai ogni mio estremo, come tutti gli altri della lista di moltinpoesia , cellulare compreso. Per quanto riguarda poi l’ammettere o meno di essere di fronte a una montagna di nome poesia ( oppure di ammetter o meno la propria assoluta o relativa impreparazione o ignoranza sulla vita, o la conoscenza o categorie simili, poesia compresa, non credo che possa disturbare , anzi, sia di continuo sprone alla ricerca, con o senza allievi o maestri o guide)

    • Giuseppina Di Leo

      Caro Lucio, come Rò non l’ho capita neanch’io.
      Con la sua risposta Ennio ha dato la sua versione, a me come agli altri.

      • Giuseppina Di Leo

        Aggiungo anch’io un caro saluto a Emy.

      • e no, qui ci stiamo fraintendendo, si vede che il computer mi sta cuocendo e dovrei prendermi una pausa. I lettori di rango son questi che amo: difficili, permalosi e mediamente più intelligenti di me. Sarà che son solito saltare i collegamenti necessari, però dai, non fosse così mi darei alla prosa. Cha fa De Filippibus, ascolta?

    • Cara ro, non c’era polemica nelle mie parole. Quella del nome voleva essere una battuta da che mi sembra di aver compreso un po’ le tue posizioni (alla buonora, dirai tu). Concordo con Ennio che nega la figura del maestro, immagino come procedura, e portavo qualche esempio del clima di perfetta e piacevole insubordinazione che avverto costantemente nel blog, cosa che non accadrebbe se ci fosse in vista un maestro riconosciuto. Cha poi ci sia insegnamento, e che arrivi puntualmente, non ho difficoltà ad ammetterlo, sia nella critica che nelle poesie che leggo. Evidentemente le argomentazioni portate da Ennio e Linguaglossa sono di grande interesse, ma in generale riconosco l’occasione di crescita, pensiero e nuova conoscenza che mi vengono date. Direi che il tutto è appassionante.

  14. De Filippibus

    Che fai tu luna in ciel… guardi Ennio Abate?,
    oppur vai la notte per li solinghi viali
    a mirar il passeggio delle puttanelle di strada?
    vedi, cara luna, io ti miro e mirandoti ti ammiro,
    ma dimmi, da lassù, tu che mangi caucciù:
    quanti poeti parlano teco e quanti aedi alla De Signoribus
    prendono il Bus che li porta ramingo?,
    lui sì poeta filosofo del Bus che ha nel cognome…
    Quanto solfe hai udito? Quante ne hai digerito?
    Chi fa poesie della luna in ciel, chi sulla Siria in guerr,
    chi fa poesie sul gabinett, chi sulla lotta di class,
    io, per me, cara luna, preferrò far poesie sulla “o”
    come «Boh!», «Rio Bo», «Pof, pof», «Toc, toc»,
    ovvero, sulle consonanti in libertà;
    sì avete sentito bene:
    «PDS», «PD», «PDL meno L», «5 stelle» e via
    se il Magrelli fa poesie sul «Tip-tap»
    e se il Bus fa versi sui «conversi»,
    chi prenderà il bus? Chi il taxi? Quanti
    andranno in bicicletta? Quanti andranno al bar?
    La poesia parla alla luna? O la luna parla alla poesia?
    E i «pirla» dove li mettiamo? Tutti sulla luna?
    Eh no, cari utenti della luna, non è giusto,
    qualcuno mettiamolo anche sulla Terra
    che fa rima con guerra,
    e alla signora Di Leo che per prima ha iniziato
    questo polifonico ditirambo, dirò:
    «cara Signora Giuseppina, la prego,
    la prossima volta cambi registro se no
    Ennio si arrabbia, gli vien l’orticaria,
    e Raf Vallone se la prende con Sabino,
    il critico de L’Osservatore Romano
    fededegno del Vaticano il quale se la prende
    col marxista Linguaglossa!, e non gli pubblica le
    recensioni!» e tutto va a ruzzoloni
    in giù, sempre più giù, con lo Spread
    e con il Bus del Signor De Filippibus

    • Giuseppina Di Leo

      Se vuole ci diamo del lei caro De Filippibus, ma ti prego non chiamarmi signora, tutto fuorché signora, sempre che tu non sia Ginsberg… dalla luna (analfabeta). Il registro si è squinternato, ma, orticaria a parte, mi spiacerebbe molto essere inconsapevolmente la causa delle sventure di Sabino (me lo saluti!).
      giuseppina

  15. De Filippibus

    cari lettori del blog, pardon, ho riscritto una poesia di Emilia Banfi che trovo fededegna, eccola. E perdonatemi:

    E’ una bella rosa, la luna,
    screziata , vellutata,
    ma è finta, finta come
    sa essere finta solo una luna.

  16. Peppenielle

    Uè, De Filippibus, t’a piglie tante cu De Signoribus e Magrelli ca me pare…Linguaglossa!
    Ma no! Nu pò esse!…Linguaglossa sta ‘ncoppa a luna e nu perde tiempe cu ‘ste fesserie…

  17. De Filippibus

    De Signoribus prende il taxi che va sulla luna ma lo perde
    e si ritrova da Craxi ad Hammamet, e gli dice:
    «io sono il poeta laureato dal critico Lenzini, dal poeta Bonnefoy e da Giudici!»;
    il Lenzini a sua volta
    prende il Bus che va da De Signoribus e gli attacca in fronte
    l’alloro di poeta laureato, il Magrellone, più saggiamente,
    va da Einaudi che gli pubblicherà le poesie
    sul cappello di papà e il tip tap, analogamente
    il Sabino sbraita
    che lui è un poeta da Nobel e Raf Vallone
    spergiura sull’anadiplosi e sull’apodosi…
    mia Gent.ma Signora Di Leo, non so se lo sa ma
    io sono un signore d’altri tempi
    abituato ad aprire le portiere della macchina
    a una dama…
    non so, non mi ci ritrovo più su questo pianeta
    fatto di terra e di guerra a buon mercato
    con tante poesie sulla guerra
    anch’esse a prezzo conveniente, ce ne sono
    a iosa anche contro la mafia per via dei poeti progressisti!
    Signora Di Leo, mi creda, ci sono i poemi in pro della Bellezza,
    per le lesbiche, in pro dei transgender, pro i poveri,
    su Garibaldi che fu ferito, ce n’è per tutti e per tutti i gusti,
    del resto siamo in una repubblica democratica
    fondata sul lavoro, no?;
    mi raccomando, Signora Di Leo, non confonda la mafia con Dante Maffìa,
    poeta ancora non laureato ma in procinto di Nobel;
    come si sa, qui nell’Urbe, dove vivo e vegeto, tutti
    prendono il Bus ma non vanno da De Signoribus,
    bensì a rimirar il portafogli sempre più sgonfio
    mentre quel Signore se ne sta beato a rimembrar
    sulle tristi sorti e regressive dell’ecumene…
    oh, i poeti!, che razza sorniona!, si rivolgono allo Spirito e
    badano alle proprie tasche…
    dicevo delle virtù taumaturgiche dell’anadiplosi:
    non c’è dubbio caro Raf Vallone che la Signoria Vostra
    eccelle in tale tropo, ed io come un topo
    son astretto a rimirar la luna nel ciel senza stelle
    che vaga nell’aere bruna

  18. Giuseppina Di Leo

    Lei, caro De Filippibus, è fin troppo gentile.
    Ma si tranquillizzi, non confondo.

  19. ro

    Con De Filippibus, in un soffio senza misura rispetto allo stesso istante, sembra di essere ritornati ai tempi di Vincent, anzi sembra proprio lui, solo che al posto della tela, ha il foglio tutto illuminato dalle stesse candele, identiche attorno alla testa. Lo sa così tanto che la luna, e chi la scruta, non è in vendita, né dai libri, né dai poeti e dagli pseudopoeti, da ebay, twitter, mail o fessobuc, che la prende e la regala ogni volta rimettendola lassù e i suoi riflessi uno per uno quaggiù. ‘”Oggetto” ripreso nel suo senso più sacro attraversato e raggiunto attraverso una tecnica dissacratoria estrema. Superlativo!

  20. ro

    ps
    compresa quella scarnificante.. autodissacratoria.

  21. emilia banfi

    Davvero grandi i versi di Ennio grandi quanto la luna .

    Abito la luna ogni volta che la guardo
    qualcuno mi vuol far traslocare
    ma io presto darò una festa
    e chi vuole potrà pertecipare.

    L’affitto me lo paga questa terra
    su questa luna è bello un po’ restare
    dai Ennio vienimi a trovare!

  22. emilia banfi

    A tutti gli altri:

    Parlare di Luna sembra faccia molto bene, Ma è roba per vecchi sognatori, per amanti sfortunati, per puttane depresse, per gatti in amore, per poeti che poco han da fare, per coglioni , per far volare pittori e musicanti, e per me o forse solo per me… Un abbraccio a tutti ma proprio tutti tutti anche ai Pirla.

  23. emilia banfi

    Ciao Giuseppina ciao Ro, sono stata quindici giorni a Parigi…fantastico! Un bacione Emy

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