Gianmario Lucini
Siria: brutta storia

siria
Già diventavo  cupo perché nessun commento è stato  lasciato al post “Si avvicina l’11 settembre e forse un’altra guerra…”, ma inattesa arriva questa “cosina” (definizione dell’autore) scritta da Gianmario Lucini. La  pubblico volentieri, sperando che susciti un “vespaio” – poetico o di ragionamenti  e non di chiacchiere – al quale ciascuno contribuisca. [E.A.] 

Siria: brutta storia

Dopo un primo momento di smarrimento a causa delle esternazioni di Obama, ragionando a freddo, sono arrivato alle conclusioni che un (pur immeritato) Nobel della pace, non arriva a cuor leggero a rischiare una guerra mondiale (perché con la Siria va in crisi il Libano, poi Israele, poi subito l’Iran e la Giordania e poi chissà chi, magari con l’intenzione di fermare la guerra con la guerra…).
Mi ero quindi fatta l’ipinione che Obama nasconde qualcosa che non vuole dire e che (a suo e non certo mio punto di vista) potrebbe giustificare un attacco alla Siria. La risposta viene, mi pare, dal giornalista Quirico, appena felicemente rincasato dopo 5 mesi di prigionia nei quali, sue parole, non è stato trattato molto bene ed ha avuto paura. Quirico parla di “rivoluzione tradita”, ossia di cambiamento di prospettiva fra i ribelli, sul futuro della Siria, non più vista come democrazia. Mi pare di capire, anche abbastanza esplicitamente dalle parole di Quirico, che l’ombra di Al Qaeda sia molto più che un’ombra e che le sorti della “futura democrazia” siriana e della sua “primavera”, siano, ahimé! quantomeno fortemente compromesse. Se la scordiamo la primavera: si passerà da un inverno a un altro inverno.
Perché se cadesse Assad, il macellaio Assad, per dirla fuori dai denti (altro che “uscita onorevole”: bisognerebbe seppellirlo nelle segrete di Montecristo senza abate Faria, costui) quanto meno ci sarebbe una ulteriore guerra civile in Siria, fra fazioni vicine ad Al Qaeda e coloro che vogliono un modello democratico. Dunque, potrebbe pensare Obama, anche se rischiamo dei morti collaterali fra i civili, sempre meglio della carneficina che si profila quando Assad sarà sconfitto (e lo sarà). Ma questa argomentazione non convincerebbe nessuno ed è troppo relegata all’ambito delle incertezze e quindi destinata a diventare argomento di chiacchiera e forse, fra mesi o anni, una forma di sanzione. L’uso di armi chimiche è invece più vicino alla pancia della gente, e meno difficile da dimostrare nella sua entità (i morti ci sono, forse anche le prove: dunque, tutto sembrerebbe chiaro). Così si risolvono i problemi, pensa Obama e allora capisco (ripeto, dal suo e non dal mio punto di vista) la decisione: da un a parte qualche morto e la speranza di dare una spallata ad Assad e magari anche ad Al Qaeda, dall’altra una sicura carneficina e, magari, anche il rischio di estendere comunque il conflitto. Obama pensa, ne sono convinto, che conta ora metterci il piedino, magari per tre mesi: nel frattempo gli sviluppi della situazione giustificheranno un ingaggio più massiccio (così si è fatto in Libia, ad esempio) perché in tre mesi non risolverà nulla. Non è una guerra, questa, che si risolve a cannonate , ma una guerra civile, fatta di corpoo a corpo e microbattaglie dappertutto e con una dislocazione di forze a macchia di leopardo, incerta, sconosciuta, mobilissima. Putin , invece, che sembrava quasi defilato in questo quadro, paradossalmente rientra alla grande, e proprio la cocciutaggine di Obama ce lo fa rientrare, così come fa rientrare in gioco le ragioni dei fondamentalisti (certo, a noi non sembrano “ragioni”, ma a molti musulmani sì, ed è questo sentire che conta, non tanto il nostro).
In tutto questo brodo ideologico e tattico però, che sparisce è proprio la gente di Siria: questo sembra dire papa Franz con la sua iniziativa, che a mio modo di vedere è quella più intelligente e umana, perché parte proprio dalla gente, dalla solidarietà fra- e per- la gente, al di là e al di fuori dei calcoli tattici e politici. Ed è di stampo solidaristico, prima che religioso, tant’è che è condivisa da molti non credenti ma sinceramente “laici”, perché valori come la non-violenza, la solidarietà e la pace sono valori umani ecumenici, prima che religiosi. Ed è l’unica posizione che si fa carico della gente di Siria, stanca di guerre, orrori e massacri da ambo le parti. Se ci mettiamo anche noi a massacrarli (perché i militari, ricordiamolo bene, che muoiono in guerra sono una piccolissima percentuale rispetto ai civili: guardiamoci le statistiche dei morti in Irak o in Agfanistan!), che razza di intelligenza politica dimostriamo?
Si potrebbe obiettare: ma allora, che cosa si fa? Si sta a guardare il massacro in TV senza cippire?
Certo che no: facciamo qualsiasi cosa, ma non facciamo la guerra. NOI NON FACCIAMO PIU’ GUERRE. Basta guerre, nessuno le vuole, nessuno vuol più saperne di bombe e carrarmati – eppure si continua a farle!. Certo non spetta a noi, ma appunto alla politica dire “che cosa”, ma appunto per questo c’è una classe politica e l’abbiamo eletta e quindi la smettano di tirare i calzoni ai militari quando c’è aria di crisi, e comincino a pensare che l’esercito non c’è più, che SI DEVE FARE POLITICA SENZA ESERCITI perché non servono a nulla e sono soltanto una voragine di spesa, spalle sottratte all’agricolrura. Facciamone caprai e contadini o quello che possiamo farne: gli eserciti non servono a nulla se non a giocare alla guerra sulle spalle della gente. E che la smettano di armarsi e riarmarsi, sottraendo risorse ai poveri per uccidere altri poveri. Facciano qualsiasi cosa, per la gente stanca di orrori e non per la guerra e i militari e neppure per la democrazia. Per la gente e basta. Poi starà alla gente, pian piano, costruirsi il tipo di contratto sociale che vuole, perché non ho mai visto nella storia che la libertà sia calata dall’alto o regalata da un qualche potere, ma sempre conquistata, e non sempre con la violenza come metodo per la risoluzione dei conflitti. Non auguro ai siriani una Resistenza, come è stato per l’Italia: quello è stato un capitolo violento, è stato un modo di risolvere il conflitto, che io non rinnego come valore (mio padre era partigiano!) ma che non condivido come pratica della violenza; forse era l’unico possibile e col senno di poi si possono dire tanti detti e contraddetti e quindi è meglio tacere. Ma col senno di oggi dobbiamo risolvere i problemi di oggi, come Gandhi o Mandela hanno risolto i problemi dei loro Paesi. Sta a noi decidere e attivarci, con i molti e a mio avviso potentissimi strumenti dei quali la non-violenza dispone.

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16 commenti

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16 risposte a “Gianmario Lucini
Siria: brutta storia

  1. Giuseppina Di Leo

    NOI NON FACCIAMO PIU’ GUERRE. Basta guerre, nessuno le vuole, nessuno vuol più saperne di bombe e carrarmati – eppure si continua a farle!.

    Condivido il grido di Gianmario: NOI NON FACCIAMO PIU’ GUERRE. Basta guerre!

    Sui retroscena che si muovono dietro l’apparente battuta d’arresto di Hollande suggerisco la lettura dell’articolo di Mattioli:

    http://www.lastampa.it/2013/09/09/esteri/siria-hollande-convince-kerry-intervento-dopo-il-voto-allonu-Y4038PjVc1VKIMcSzcEnoM/pagina.html

  2. ro

    ciao Gianmario caro…devo esagerare brutalmente con l’incipit di questo mio commento per rendere tutta la problematica che si è scatenata in linea di continuità fra il post della discussione sulla luna e questo, passando per quello sull’altro 11 settembre….

    dunque l’esagerazione è questa : se fossi stata nei panni di Ennio, non avrei pubblicato questo tuo scritto, perché?
    perché ti sie gia reso vulnerabile, e lo hai fatto in modo sublime in tutti i tuoi precedenti interventi, ma con questo tuo pezzo ti rendi negativamente vulnerabile e non dovevi farti strumento di nessuno ( persino compreso il nostro amico Ennio).

    concendimi di esporti i punti critici del tuo scritto, più avanti, perché adesso mi preme dirti altre cose. prima di tutto se puoi vai a leggere quanto appena lasciato sul post di giorni fa sull’altro 11 settembre.

    (hai letto?)
    bene, diciamo che per persone altamente intellettuali quali quelle che frequentano questo sito, non può essere data per scontata un’istruzione approfondita su tutto, a meno che anche qui piacciano i tuttologi. Dunque la storia degli ultimi due secoli è un labirinto ed è un labirinto completamente diverso da ciò che hanno raccontato e tuttora raccontano. Sicché o in uno spazio quale anche questo, i frequentatori dello stesso, sono tutti sullo stesso livello di desiderio di conoscenza e di preparazione alla stessa, oppure non è che non ci sarà lingua e linguaggio, ma addirittura né la bocca né l’orecchio né la mano …nulla di nulla.

    Detto quanto sopra succederà che ci sarà chi spara “ciarle” ( uso un termine che non convidido ma che ho riletto anche in premessa ) , chi non vuole spararle e chi spera di stare in un’altra posizione ( fra cui sicuramente tu), ma queste e altre porzioni elencabili, mai potranno essere all’altezza della situazione, che è quella semplicmente di parlarsi. E’ un po’ come la tua considerazione, ma cnhe di Abate o di Linguaglossa ed altri ancora, che richiedono a un poeta (sebbene da posizioni fra voi diverse) di saper fare il poeta. Ecco in questa situazione, su questo tema da te affrontato, o da altri che affronta Ennio, bisogna accettare che siamo di fronte a una preparazione fortemente eterogenea.

    Occorre perciò prima studiare nel senso di leggere, di appassionarsi, di meditare, etc etc insomma compiti più facili di quelli richiesti a un poeta, perchè non ci vuole un particolare talento naturale…poi , solo poi, solo dopo, si può conforntarsi, condividere e quindi anche dissentire (infatti adesso sarebbe troppo stupido darti il mio dissenso sul tuo scritto, quando l’unica cosa che m’incuriosisce assai è come fai a fare scritti poetici dove al contrario hai “studiato” tutto della storia e delle guerre del mondo ) .

    Ovviamente non sono Ennio, e lui, accogliendo il tuo scritto,ha fatto quel che doveva fare con i suoi metodi , spero per arrivare a fare tutti un passo avanti.

    ciao

  3. Giuseppina Di Leo

    Carissima Rò, rispondo qui alla tua osservazione.
    Il silenzio ‘orribile’ è in chi ha il potere per fermare la guerra (gli stati dell’UE) e non prende una linea comune o in coloro che hanno gli strumenti per protestare e non li usano. In buona sostanza ne siamo coinvolti tutti, pur con le dovute e non piccole differenze. Perché le responsabilità sono innanzitutto politiche.
    I poeti, per venire a noi, se non riescono a scrivere nulla sulla guerra (io in primis) che almeno si informino per informare. Quindi ben venga una maggiore informazione su questo blog, come tu auspichi.
    Un politico come Obama – osannato da tutti fino all’altro ieri – sta mettendo a rischio l’equilibrio dell’intero mediterraneo, per non dire del pianeta Terra, con un voltafaccia che ha dell’incredibile.
    La questione, o dovremmo dire l’Affaire, Siria non è nata oggi.
    E allora perché mai, mi chiedo – e lo chiedo ad Ennio – non è stato fatto niente per liberare la Siria dal dittatore macellaio Assad, tenuto conto che la guerra civile è in atto già dal 2011 e che la nazione siriana occupa una posizione strategica centrale nello scenario mediorientale?

    • ro

      Giuseppina cara, purtroppo mi obblighi (involontariamente, quindi non te attribuisco una colpa o responsabiltà), a svelare uno dei punti del mio “dissenso” a questo scritto di Gianmario. C’ è molto da dibattere addirittua solo su questo punto, quindi scusa la caotica esposizione che ne emergerà (causa fretta lavorativa)…

      Tu dici ” per liberare “come Gianmario dice “dal dittatore macellaio Assad”, ma occorre – come in poesia – stare molto molto attenti all’uso del linguaggio tale da non rendersi complici mai (prestare il fianco, essere strumentalizzati contro la propria volontà, etc etc ect) . Vediamo le discussioni che instaura Linguaglossa nel richiamo alla tradizione della ” comunicazione” poetica ( ho forzato volutamente nel suono- parola “comunicazione” e sarà piu chiaro dopo perchè, spero quindi escludendo che assegni un’energia o un lavoro markettaro assolutamente escluso dal pensiero di Linguaglossa ma anche di Abate e di altri )…Ecco che se applichiamo, trasliamo le stesse regole richiamate sul campo della rinascita poetica, dobbiamo gioco forza non intenderlo diretto a un solo ambito letterario aritistico, ma ad ogni aspetto di penetrazione delle cose del mondo, quindi anche su aspetti geopolitici.

      Cosa voglio dire con tutto questo preambolo?
      che pur non essendo escluso, che i vari Ghedaffi o Assad, et simili, si siano macchiati di crimini, questi sono nulla di nulla in confronto al piu grande crimine dell’uomo occidentale post due conflitti mondiali. Inoltre abbiamo visto sulla nostra pelle, che dopo mussolini e hitler, non siamo stati affatto liberati, ma occupati da crimini ben piu orrendi perché democratici e senza alcun bisogno di stermini e camere a gas. Chi siamo dunque per dire di qualcunaltro ( serbo o libico, siriano o iracheno etc) che è un macellaio?

      la proiezione (bellica) che è un meccanismo che segna anche le relazioni private, figuriamoci quelle internazionali, è già di per sé un crimine uguale a quello di chi uccide ( con o senza armi chimiche, chi ha iniziato l’era atomica, non può dire assolutamente nulla a qualsiasi altro popolo e nazione). Inoltre la questione dei cosiddetti “stati canaglia” nasconde solo una e una sola causa come sempre: l’orgia affari di guerra ( che normalmente di questi tempi è solo energetica) . Non gleine frega un cavolo a nessuno dei contendenti ( americani o russi, cinesi o servi europei fedeli all’impero e al contempo mercenari) dei dirtti umani o dei tiranni e veramente pochissime “anime belle” dei pacifisti sanno andare al punto centrale oltre le patine di primavere, human rights, o (truffa) ribelli..papificio a seguito compreso.

      un abbraccio

  4. Ennio Abate

    Mi riservo d’intervenire dicendo la mia più avanti. A proposito, però, di quelli che *pare* ne sappiano di più, riporto il brano di un “esperto”, Aldo Giannuli. Egli riassume bene i dilemmi di quanti, all’oscuro dei giochi delle varie segreterie di Stato (e dei loro servizi segreti), tentano di ragionare sul conflitto in Siria e sulle sue possibili conseguenze e dice cosa per lui sarebbe da fare. L’intero articolo + gli interessanti commenti che l’accompagnano si leggono a questo link:
    http://www.aldogiannuli.it/2013/09/siria-occhiali-che-non-servono/

    ————————————————————————————————Sinceramente, non sono affatto convinto della bontà delle “prove” addotte dagli americani sulla responsabilità di Assad negli attacchi con i gas. Si tratta di prove tutte non dico fabbricate, ma sicuramente fabbricabili e che convincono poco. Che qualcuno abbia usato quelle armi criminali è fuori discussione, ma siamo sicuri che sia stato Assad e non chi voleva provocare un intervento americano contro Damasco? Ho molti dubbi in proposito, non tanto perché non pensi il dittatore alauita capace di questo e d’altro, ma perché non mi sembra una mossa vantaggiosa per lui, nell’economia del conflitto: quale sarebbe il vantaggio militare di una cosa del genere? Ed allora, per quale ragione Assad dovrebbe rischiare un intervento americano senza alcun vantaggio apparente? Lui quelle armi le ha, ed è possibile che prima o poi le usi, ma credo lo farebbe di fronte a situazioni estreme, non a casaccio, per puro sadismo.

    Se poi c’è un vantaggio nascosto, può darsi ma occorre dimostrarlo. Detto questo, però, come si fa a negare che Assad stia combattendo una guerra anche contro una larga parte del suo popolo? Un classico esempio di “guerra ai civili” in funzione anti insorgenza. Ne abbiamo viste.
    Non avrà usato i gas, ma non venitemi a dire che il suo esercito non ha perpetrato altre atrocità!

    Non tutto è spiegabile con la spinta della primavera araba: il caso siriano presenta molte particolarità, come l’accentuatissimo conflitto etnico-religioso interno e, sicuramente, in tutto questo ci hanno pescato turchi e sauditi, salafiti e semplici avventurieri. Siamo d’accordo. Ma dipingere tutto come l’aggressione gratuita di corpi esterni dietro cui c’è il burattinaio Usa, mi pare che sia semplicemente spudorato. Come dire: i negazionisti della Shoa ci fanno un baffo!

    Sono commoventi quelli che ti scrivono che loro sanno che le cose non stanno come dicono i giornali, perché hanno parlato con “una persona che è andata lì ed ha visto con i suoi occhi” e sa per conoscenza diretta. Poi ci sono quelli che ti ripetono che non si può prendere per forza posizione su tutto, che occorre tempo per capire ed intanto fa finta di non vedere il massacro di un popolo. Qualche altro ti dice che, però, bisogna vedere “chi ha dato fuoco alle polveri”. O quello che dice che le atrocità le fanno solo gli anti Assad.

    Conosco la capacità di manipolazione dei media da parte dei servizi (mi pare di averci scritto qualcosa in proposito), ma direi che di prove di massacri di civili da parte delle truppe del regime ce ne sono a sufficienza e non possiamo liquidare tutto con il “complotto imperialista”. Come mi pare che non ci siano dubbi sul fatto che le responsabilità maggiori siano quelle degli uomini di Assad, anche se gli altri non sono proprio delle suorine di carità.

    D’altra parte, se pure la maggior parte delle responsabilità stessero dall’altra parte, cosa cambierebbe ai fini della cessazione del massacro? Ed allora, cosa c’è da fare? C’è un partito di opinione, alla cui testa si sono messi intellettuali come Bernard Henri Levy o Giuliano Ferrara, per il quale il problema è semplicemente quello di abbattere Assad e poi va tutto a posto. E magari non considerano che le tre formazioni anti-regime inizierebbero a scannarsi fra loro 10 secondi dopo, al solito mettendo di mezzo la popolazione.

    All’estremo opposto, ci sono quelli che, invece, sono convinti che basta che gli Usa non intervengano, per salvare la pace. Vedo che su questa linea è anche Annamaria Rivera (Manifesto 5 sett. p.1). Amici, capiamoci: la guerra c’è già, non è l’intervento americano a farla scoppiare. Conosco personalmente molti sostenitori a cominciare proprio da Annamaria Rivera che mi onora di un’amicizia quarantennale e della quale apprezzo il rigore di studiosa e la sensibilità umana e politica. Non dubito che persone così siano in totale buona fede, ma non posso non ricordargli che la guerra c’è già da tre anni e non possiamo far finta che non ci sia.

    Ma, mi diranno alcuni, l’intervento americano sarebbe benzina sul fuoco e rischierebbe di estenderla ancora, coinvolgendo altri, sino al rischio di un nuovo conflitto mondiale. Sono d’accordo ed ho già detto che l’intervento americano sarebbe un puro esercizio di potere imperiale molto pericoloso, ma, anche qui, capiamoci: la possibilità di un allargamento del conflitto, risucchiandovi prima di tutto la Turchia, ma via via, anche Iran, Israele, Arabia Saudita, c’è anche se lasciamo marcire la situazione siriana così come è. Ed, a quel punto, il rischio di coinvolgimento delle grandi potenze diventerebbe molto più concreto di oggi. Ed anche a proposito dell’appello del Papa (del quale condivido al 100% le finalità) va detto che la minaccia di conflitto generalizzato c’è tanto se gli americani fanno qualche fesseria, quanto se non la fanno e le cose vanno avanti così come sono.

    Oggi il problema politico non è né quello di abbattere Assad (consegnando poi il paese a chi?) né quello, opposto, di confermarne il potere. Dell’assetto interno della Siria si vedrà dopo che fare, cercando di restituire il potere decisionale al popolo siriano, per ora il problema è un altro: fermare la guerra, bloccare i massacri della popolazione civile, evitare che le masse di profughi destabilizzino i paesi limitrofi e scongiurare il rischio di allargare il conflitto ad altri. Questo è il punto politico in discussione oggi e piantiamola di fare le anime belle che risolvono i problemi facendo finta che non ci siano. Occorre trovare un modo per ottenere il risultato prefisso e questo non può prescindere dall’uso della forza. Quindi, smettiamola di dire scemenze pensando che tutti gli interventi siano uguali, in nome del rispetto della sovranità nazionale, della non violenza, del primato della diplomazia o di chissà quale altro principio generale, astrattissimo ed inservibile. C’è sempre un principio generale invocando il quale ci si autorizza a calpestare tutti gli altri. Basta scegliere quello che fa più comodo. E questo vale per gli stati e per le anime belle del pacifismo non violento, che non sono meno ipocriti degli stati.

    Le scelte si fanno nel concreto dei casi, cercando, di volta in volta, di mediare fra le diverse esigenze anche di ordine morale (l’uso minimo della violenza, il rispetto della vita umana, il principio di autodeterminazione dei popoli ecc.). E di volta in volta si sceglie la modalità più idonea a raggiungere il risultato. Pertanto, non è affatto vero che un intervento è uguale ad un altro: c’è intervento ed intervento. Quello unilaterale americano è sbagliatissimo, perché sbilancia la situazione, è una operazione all’avventura e, non solo non mette fine alla guerra, ma rischia di allargarla.

    Al contrario, potrebbe essere utile che l’Onu disponga l’intervento di una forza multinazionale, che comprenda sia le grandi potenze che propendono per Assad (Cina e Russia) sia quelle che gli si oppongono (Usa ed europei), con un comandante neutrale (indiano, brasiliano, messicano o altro) che garantisca che l’intervento resti nei limiti del mandato. Dovrebbe trattarsi di una forza d’interposizione, non di occupazione, dunque con il compito di enucleare zone controllate dai diversi soggetti, evitando che le relative forze armate vengano a contatto. Ovviamente, resterebbero zone “miste” o singoli focolai, ma, via via, si potrebbe isolarli. Dunque, compito della forza d’interposizione non sarebbe quello di consegnare il paese a questo o quel contendente o inventarsi un nuovo governo, ma quello di favorire la nascita di una conferenza di pace in cui concordare le modalità del nuovo ordine. Poi si vedrà se la soluzione può essere un governo frutto di libere elezioni (se ci si riesce) o la divisione del paese o una sorta di disarmo generalizzato in attesa di maturare nuovi equilibri.

    Questa è l’ipotesi politica che comporta l’uso minimo della violenza e circoscrive il rischio di allargamento del conflitto. Oppure ditemi voi quale può essere l’obbiettivo di un movimento contro la guerra che non sia quella di un movimento che fa finta che la guerra non ci sia.

  5. Ennio Abate

    SEGNALAZIONE

    L’arte della guerra

    L’imbarazzato silenzio dei governanti

    Manlio Dinucci

    È tradizione consolidata in Italia che, ogni volta che il Papa apre bocca, si leva dai politici un coro bipartisan di consensi. Ora però Papa Francesco si è espresso contro la guerra, riferendosi implicitamente ma chiaramente all’attacco in preparazione contro la Siria. E si è chiesto: «Questa guerra di là, quest’altra di là – perché dappertutto ci sono guerre – è davvero una guerra per problemi o è una guerra commerciale per vendere queste armi?». Di frontea tale presa di posizione e alla vasta mobilitazione popolare che la sostiene, i coristi si sono ammutoliti. Praticamente assenti, sui media, i soliti plausi del presidente della repubblica, del capo e dei membri del governo, dei segretari dei maggiori partiti.
    In compenso, il segretario del Pd Guglielmo Epifani ha lodato il governo perché ha fatto «una scelta giusta fin dal principio, dichiarandosi contrario all’intervento in Siria». Si è dimenticato Epifani che il giorno prima il governo Letta aveva sottoscritto, ai margini del G-20 a San Pietroburgo, la Dichiarazione sulla Siria presentata dagli Stati uniti, che condanna il governo siriano per il «terrificante attaccocon armi chimiche», accusa il Consiglio di sicurezza di essere «paralizzato» (dal veto russo)echiede «una forte risposta internazionale».
    Tace Epifani anche sul fatto che l’Italia è in prima linea nella preparazione dell’attacco aeronavale alla Siria: come quello contro la Libia nel 2011, sarebbe diretto dal Comando Usa di Napoli e sostenuto dall’intera rete di basi Usa/Nato in Italia, in particolare da quelle di Sigonella e Camp Darby. Per un primo attacco, della durata di alcuni giorni, sono più che sufficienti le forze aeronavali messe in campo da Stati uniti e Francia, che lancerebbero centinaia di missili e bombe a testata penetrante. Sarebbero probabilmente impiegati anche bombardieri strategici B-2 Spirit, gli aerei più cari del mondo (oltre 2 miliardi di dollari ciascuno), già usati contro la Serbia, l’Iraq e la Libia. Concepiti per l’attacco nucleare, possono trasportare oltre 18 tonnellate di bombe e missili a testata non-nucleare.
    Una partecipazione diretta italiana nella prima fase è quindi superflua sul piano militare, anche se non esclusa: con la motivazione ufficiale di proteggere il contingente italiano in Libano, è stato inviato nel Mediterraneo orientale il cacciatorpediniere lanciamissili Andrea Doria, che si aggiunge alle unità statunitensi, francesi, israeliane e turche che fronteggiano quelle russe. Situazione sempre più pericolosa: con quelle in arrivo, le navi da guerra russe nel Mediterraneo orientale saliranno a 12.
    Epifani passa sotto silenzio anche il fatto che l’Italia è da tempo impegnata a sostenere la guerra interna: partecipa al gruppo intergovernativo degli «Amici della Siria» che, lo scorso giugno a Doha, si è apertamente impegnato a fornire armi ai «ribelli» (cosa che da tempo già faceva sotto direzione Cia).
    Pur tacendo, il governo non ha però fatto mancare la sua presenza alla preghiera per la pace. Il ministro della difesa Mario Mauro è giunto alla veglia in piazza San Pietro, senza però rispondere ai giornalisti che gli chiedevano come possa conciliarsi la preghiera per la pace con l’acquisto degli F35. Il premier Letta è andato in chiesa a Cernobbio, ma ha taciuto quando gli hanno chiesto se partecipava al digiuno per la pace. La regola del silenzio l’ha imparata partecipando al gruppo Bilderberg, cupola dei poteri occulti, che nel meeting 2012 (sempre a porte chiuse e in silenzio stampa) ha invitato insieme a Letta oscuri «rappresentanti dell’opposizione siriana».

    (il manifesto, 10 settembre 2013)

  6. ro

    Bandiere al vento

    Più che un digiuno per la pace mi pare un coffee break dalle larghe intese con delinquenti, guerrafondai e immorali in passerella.
    Don Farinella, 2 settembre 2013

    http://paolofarinella.files.wordpress.com/2013/08/pacchetto-del-mercoledi-n-55-di-paolo-farinella-del-02-09-2013_punti-fermi_bandiere-al-vento.pdf

  7. roberto b

    All’epoca di Saddam le armi di distruzione di massa, per neutralizzare le quali il duo criminogeno Bush-Blair aveva scatenato una guerra che ha destabilizzato la regione e che ancora oggi continua a “bassa intensità” con attentati, rese di conti e morte (di civili), erano una prova certa, sempre a detta dei due compari a cui in coro s’erano aggiunti altri “vassi” (tra cui l’Italia, purtroppo), oggi l’uso di armi chimiche da parte di Assad sono una prova probabile. Ma questo non impedisce ai nuovi impiegati dell’Impero di riprovarci, perché le ragioni dei possibili bombardamenti sono ben altre rispetto alla salvaguardia delle popolazioni che il gendarne mondiale adduce di volere (altrimenti, risalendo nel tempo, mi si dovrebbe spiegare, per farla breve, l’impiego della bomba H a Hiroshima o l’uso massiccio e continuo di defolianti e napalm in Vietnam). Popolazioni che, in caso di guerra, si troveranno a dover subire sulla propria pelle gli effetti “collaterali” e gli “errori” di bombe che i gazzettieri embedded hanno definito “intelligenti”.
    Per fortuna (almeno per ora) nel fronte interventista-bombarolo si sono verificate crepe e discrepanze inaspettate (gli inglesi, con un Cameron che s’è rivelato più tonto dei suoi colleghi precedenti), i tedeschi ecc., e per l’Impero dev’essere stato un grosso smacco, accentuato dalla posizione intelligente della Russia (certo, anch’essa guidata da motivi che con la scelta umanitaria non c’entrano proprio nulla, magari allo scopo di contare di più nello scenario multipolare che si sta aprendo a livello mondiale), mentre, ciliegina sulla torta (avvelenata) perfino la Bonino s’è messa a fare dei distinguo anziché mettersi ì’elmetto.
    Sono profondamente ignorante dei misfatti che pesano sulla coscienza di Assad (e non ho certo intenzione di colmare il gap leggendo i giornali “democratici”, perché so che dall’ignoranza passerei alla menzogna), ma so, perlomeno, che sotto il suo regime esiste un policulturalismo etnico e religioso che i “ribelli” (io preferisco chiamarli tagliagole, come hanno dimostrato di essere altrove), qualora vincessero, non assicureranno minimamente (e i prodromi si stanno vedendo). E so anche che se i suoi nemici nella regione sono Arabia Saudita e Qatar, paesi notoriamente attenti ai diritti civili e sociali dei loro popoli, allora c’è poco da stare allegri. So infine che, per mia formazione politico-culturale, l’ultima parola in caso di regimi dittatoriali e di futuro d’una nazione, deve andare, autonomamente, all’autodeterminazione dei popoli. Può essere un processo lungo, lo dico da italiano che, dopo un ventennio di berlusconismo e antiberlusconismo, s’è ritrovato con il governo (contubernio?) delle larghe intese, ma è l’unico processo politico da considerare e accettare. E non già, come è avvenuto e sta avvenendo, ai “desiderata” di al Qaeda, il più grande franchising del terrorismo mondiale.
    E sempre per mia formazione politico-culturale, sono troppo avverso al fondamentalismo cattolico del XXI secolo qui per poter cambiare gusti e casacca e passare a simpatizzare per il fondamentalismo islamico del XV secolo là. Voglio dire che tra l’odierno fondamentalismo cattolico e quello islamico odierno c’è un divario storico e culturale di circa quattro secoli, e mi auguro che nei prossimi quattro secoli i popoli islamici passino attraverso certe fasi storiche quali, per esempio, una loro rivoluzione francese – del testo la nostra è avvenuta “solo” nel XVIII secolo – e altre rvoluzioni liberali, e che l’islamismo si depuri del suo cieco fondamentalismo

  8. Per una creatura come me, già incapace di intendere e volere su buona parte delle faccenduole mie personali, è difficile poter scorgere soluzioni possibili che siano almeno dettate dal buon senso. Quanto alla pace neanche ci penso perché pace non è mai stata, perché pace è un’utopia e l’avremo da morti, che pace non è storicamente esistita, perché la pace ci sarà in un mondo più evoluto e intelligente, poniamo il cinquemilatredici…
    Quel che posso dire è questo :
    – dati i numerosissimi precedenti, nessun politico americano può essere considerato credibile, bianco o nero che sia. Anzi, se nero dovrà dimostrare di possedere lo stesso cervello di Nixon… per quanto gli ultimi sondaggi dicono che la maggioranza della popolazione americana sia contraria all’intervento in Siria ( non ne possono più!).
    – dati i numerosissimi precedenti nessun politico, di qualsiasi altra nazione, può essere considerato credibile.
    – dati i numerosissimi precedenti, ma soprattutto per via della commistione religiosa che determina ogni loro scelta, nessun politico mediorientale può essere considerato credibile.
    – dati gli interessi in gioco, vedi potere sul petrolio restante e conversione in divenire verso mercati differenti che presuppongono cambiamenti radicali delle strutture basilari su cui si son fondati fino ad oggi (es. famiglia), non è credibile qualsivoglia iniziativa, giusta o giustizialista che sia.
    – Un intervento militare in Siria inasprirebbe la crisi economica in atto, accelerandola. Perché, dove si vorrebbe arrivare?

    Personalmente inviterei la popolazione siriana a farsi da parte, e noi con loro. Sono per l’astensione e il diniego fattivo, in tutte le forme possibili, per la circolazione alternativa di messaggi che non siano “contro” ma a favore del benessere che avremo nel cinquemiltredici, perché oggi avremmo il compito di cominciare. Nessun dialogo è possibile.

  9. Rita Simonitto

    @ Roberto b

    Un sentito grazie per il suo intervento di cui avevo incominciato a sottolineare le parti salienti ma mi sono accorta che avrei dovuto sottolineare tutto.
    Ho molto apprezzato il richiamo alla ‘memoria storica’ rispetto ai criminali che passano per liberatori (con tanto di premio Nobel): le bugie sulle armi di distruzione di massa attribuite a Saddam; il non rispetto di popolazioni inermi a partire dallo sgancio (a fini ‘terroristici’, così era stato scritto dalla Commissione di Guerra dell’Alto Comando USA) delle bombe H su Hiroshima e Nagasaki e i cui effetti devastanti perdurano a tutt’oggi nei civili colpiti; uomini, donne e bambini e territori bruciati dall’uso massiccio di napalm e defolianti in Vietnam; la sistematica violazione di paesi liberi, legittimando la morte e distruzione che vi viene portata con le più svariate e incredibili accuse sostenute, purtroppo, da un mondo reso ottuso e connivente.
    Credo che operare una distinzione tra crimine e crimine sia fondamentale non per prendere la parte di ‘buoni contro cattivi’, e nemmeno per tirarsene fuori rifugiandosi in un ecumenismo che, sfruttando la situazione di emergenza e di paura, tende ad abolire le differenze e le conflittualità.
    L’esperienza della nostra Resistenza, i cui esiti sono sotto gli occhi di tutti, dovrebbe pure insegnarci qualche cosa. Se non altro, a chi abbiamo venduto la nostra ‘libertà’. Dovremmo pur imparare a distinguere tra il bisogno di ideali, quello di idoli o quello di mortuari simulacri.

    R.S.

  10. A parte l’ONU che non conta più un tubo dal ’93 ( tre giorni di strage di bosniaci , con l’ONU immobile a guardare a tre chilometri di distanza ) , mi chiedo perché Obama e la comunità internazionale si sono mosse solo ora , quando il massacro con armi “convenzionali” durava da mesi . D’accordo per la faccenda dei gas , ma ci si doveva mobilitare ben prima a livello mondiale per crimini contro l’umanità .
    Concordo con Ennio ( v. 10 Settembre u.s. ) e con le sue modalità di intervento espresse nelle ultime diciannove righe ( ma quel figlio di buona donna di Assad potrebbe vanificare il tutto trasferendo tempestivamente i suoi gas agli amici iraniani ) .
    leopoldo –

    • ro

      Mi perdoni Attolico o Lucini e tutte/i, ma forse viste le troppe funeste ricorrenze (08.09.1943-11.09.1973-11.09.2001-08.09.2013 etc etc etc), che si catapultano tutte in questo undici,oggi, leggendo il testo di Attolico, mi si annebbia la volontà di mantenere il giusto distacco su certi temi e l’uso di certi linguaggi….Premetto che ho l’assoluto rispetto per la persona “Leopoldo Attolico” , non voglio scontrarmi con lui, ma al massimo fare un frontale con il su testo.

      1
      quando mai l’ONU , nata sulle ceneri atomiche del vero e unico macellaio stato impero canaglia (che ha dato l’avvio gioco-forza alla difesa di tutti coloro che non volevano finire come il giappone o la corea, le filippine ma dapprima anche l’eruopa e l’italia), nata come braccio pseudo-umanitario, destro o sinistro, dell’altro armato con tanto di Nato e Cia, basi e servizi integrati per ogni terra colonizzata e alleata …ecco quando mai l’onu avrebbe contato qualche “tubo” durante il conflitto freddo e fino al 93?
      vogliamoci rileggerci l’intervento di un “poeta” del 1964?

      2
      ” ma quel figlio di buona donna di Assad potrebbe vanificare il tutto trasferendo tempestivamente i suoi gas agli amici iraniani”…ritengo questo fraseggio, ovviamente del tutto inconsapevolmente usato dallo scrivente, ergo con quella complicità involontaria (gia descritta nei miei precedent interventi) di avallo alle operazioni geopolitiche in corso: consegnare libia o siria, iraq o iran, vuoi a “figli di buona donna” o “macellai” ben peggiori del solito cattivone di turno, vuoi soprattutto al saccheggio e al papocchio spartitorio di risorse energetiche e non solo, come da Storia.

      suggerimento per chi volesse saperne di più, sul come agiscono “i liberatori” e i loro supporter e/o alleati , è studiare la storia dell’america latina, di paesi come il messico, il venezuela ma anche cuba, il brasile degli squadroni della morte ma anche il cile stesso di un undici settembre e 30.000 desaparecidos, etc etc dedicandosi principalmente a capire come agiscono i servizi paramilitari e segreti, evolvendosi fino all’epoca digitale per creare eserciti ” culturali” di “dissidenti”, dissidenti molto molto pseudodissidenti (ne abbiamo anche fra noi qui in italia in movmenti legalitari del tutto simili ai movimeni arancioni ucraini e alle loro femen). Tali “eserciti” diventano nelle truffe-primavere arabe, delle vere e proprie trappole ( vedi anche il caso tunisino e non solo) e sfociano come in siria in armi ultra chimiche, d’inganno feroce, come solo il cannibale democratico sa fare..dal Plano Condor alle Primavere arabe, sono cambiati tanti stratagemmi e modalità d’inganno, ma gli obiettivi sono sempre rimasti identici, Contras di un tipo o dell’altro il risultato non cambia.

      per iniziare ad appassionarsi su certi temi, anche se non mi piace autocitarmi, consiglio questa lettura dal mio diario:

      http://www.ritornoalmondonuovo.com/2013/08/premiata-ditta-dissidentificia-2.html

  11. ro

    (un altro undici, di un altro mese, di quasi cinquantanni fa)

    Signor presidente, signori delegati,
    la delegazione di Cuba a questa Assemblea ha il piacere di adempiere, in primo luogo, al grato dovere di salutare l’ingresso di tre nuove nazioni nel novero di quelle che qui discutono i problemi del mondo. Salutiamo cioè, nelle persone dei loro Presidenti e Primi Ministri, i popoli della Zambia, del Malawi e di Malta e facciamo voti perché questi paesi entrino a far parte fin dal primo momento del gruppo di nazioni non allineate che lottano contro l’imperialismo, il colonialismo e il neocolonialismo.
    Facciamo pervenire i nostri rallegramenti anche al Presidente di questa Assemblea, la cui investitura ad una così alta carica ha un singolare significato, poiché essa è il riflesso di questa nuova fase storica di straordinari trionfi per i popoli dell’Africa, fino a ieri soggetti al sistema coloniale dell’imperialismo e che oggi, nella loro immensa maggioranza, nell’esercizio legittimo della loro libera determinazione, si sono costituiti in stati sovrani. È suonata ormai l’ultima ora del colonialismo e milioni di abitanti d’Africa, Asia e America latina si sollevano per conquistare una nuova vita ed impongono il loro insopprimibile diritto all’autodeterminazione e allo sviluppo indipendente delle loro nazioni. Le auguriamo, signor Presidente, il migliore successo nel compito che le è stato affidato dai paesi membri.
    Cuba viene ad esporre la sua posizione sui punti più importanti di controversia e lo farà con tutto il senso di responsabilità che comporta il far uso di questa tribuna, ma al tempo stesso rispondendo al dovere imprescindibile di parlare con piena franchezza e chiarezza.
    Esprimiamo il desiderio di vedere questa Assemblea mettersi alacremente al lavoro e andare avanti; vorremmo che le Commissioni iniziassero il loro lavoro senza doversi arrestare al primo confronto. L’imperialismo vuole trasformare questa riunione in una vana tribuna oratoria, e non vuole che vengano risolti i gravi problemi del mondo; dobbiamo impedirlo. Questa Assemblea non dovrebbe essere ricordata in futuro soltanto per il numero IX che la contraddistingue. Al raggiungimento di questo fine sono tesi i nostri sforzi.
    Riteniamo che sia nostro diritto e nostro dovere agire in questo modo, dato che il nostro paese è uno dei punti di costante frizione, uno dei posti in cui i princìpi che sono a sostegno dei diritti dei piccoli paesi alla loro sovranità sono messi alla prova giorno per giorno e minuto per minuto e, il tempo stesso, è una delle trincee della libertà del mondo, una trincea a pochi passi dall’imperialismo nordamericano, e che mostra con la sua azione, con il suo esempio quotidiano, che i popoli possono liberarsi e possono mantenersi liberi nelle attuali condizioni dell’umanità. Indubbiamente oggi esiste un campo socialista sempre più forte, provvisto di armi di dissuasione sempre più potenti. Ma per sopravvivere sono necessarie anche altre condizioni: mantenere la coesione interna, avere fede nel proprio destino e possedere una decisione irriducibile di lottare fino alla morte in difesa del paese e della rivoluzione. A Cuba queste condizioni ci sono, signori delegati.
    Fra tutti i problemi scottanti che debbono essere trattati da questa Assemblea, uno di quelli che per noi hanno maggior significato e di cui crediamo sia necessario dire una definizione che non lasci dubbi in nessuno, è quello della consistenza pacifica fra stati con diversi regimi economico-sociali. Notevoli sono i passi in avanti compiuti dal mondo in questo campo; tuttavia l’imperialismo – soprattutto quello nordamericano – ha la pretesa di far credere che la consistenza pacifica sia di uso esclusivo delle grandi potenze della terra. Noi esprimiamo qui la stessa posizione sostenuta dal nostro Presidente al Cairo e che doveva poi essere alla base della Dichiarazione della Seconda Conferenza dei Capi di Stato e di Governo dei Paesi non Allineati: e cioè che la consistenza pacifica non deve essere limitata soltanto ai potenti, se si vuole garantire la pace del mondo. La coesistenza pacifica deve essere praticata fra tutti gli stati, indipendentemente dalla loro importanza, dalle relazioni storiche che li legavano in precedenza e dai problemi sorti fra alcuni di essi in un momento dato.
    Attualmente, il tipo di coesistenza pacifica alla quale noi aspiriamo non viene rispettata in un gran numero di casi. Il regno di Cambogia, semplicemente perché ha una posizione neutrale e non ha voluto piegarsi alle macchinazioni dell’imperialismo nordamericano, è stato oggetto di ogni tipo di attacchi proditori e brutali lanciati dalle basi che gli yankee hanno nel Vietnam del Sud. Il Laos, paese diviso, è stato anch’esso oggetto di aggressioni imperialiste di ogni tipo; il suo popolo, massacrato dal cielo; gli accordi firmati a Ginevra, violati, e una parte del territorio in costante pericolo di essere attaccato impunemente dalle forze imperialiste. La Repubblica Democratica del Vietnam, che conosce tutte queste storie di aggressione come pochi popoli sulla terra, ha visto ancora una volta violate le sue frontiere, ha visto come gli aerei da bombardamento e da caccia nemici sparavano contro le sue installazioni, come le navi da guerra nordamericane, violando le acque territoriali, attaccavano i suoi porti. In questo momento, sulla Repubblica Democratica del Vietnam pesa la minaccia dei guerrafondai nordamericani estendano apertamente sul suo territorio e sul suo popolo la guerra che da diversi anni stanno conducendo contro il popolo del Vietnam del Sud. L’Unione Sovietica e la Repubblica Popolare Cinese hanno seriamente ammonito gli Stati Uniti. Ci troviamo di fronte ad una situazione in cui è in pericolo la pace del mondo; non solo, la vita di milioni di esseri di tutta questa zona dell’Asia è costantemente minacciata, poiché dipende dai capricci dell’invasore nordamericano.
    La coesistenza pacifica, inoltre, è stata messa a dura prova anche a Cipro, a seguito delle pressioni del governo turco e della NATO, che hanno costretto il popolo e il governo ciprioti ad una eroica ed energica difesa della loro sovranità.
    In tutti questi paesi l’imperialismo cerca di imporre la sua versione della coesistenza pacifica: sono i popoli oppressi, in alleanza con il campo socialista, che debbono dire quale sia la vera coesistenza, ed è obbligo delle Nazioni Unite appoggiarli.
    Bisogna anche chiarire che il concetto di consistenza pacifica deve essere ben definito, non soltanto per quanto riguarda i rapporti fra stati sovrani. In quanto marxisti, abbiamo sempre sostenuto che la coesistenza pacifica fra le nazioni non comporta la coesistenza fra sfruttatori e sfruttati, fra oppressori ed oppressi. Il diritto alla piena indipendenza, contro ogni forma di oppressione coloniale, è, inoltre, un principio proclamato in seno a questa Organizzazione. Per questo esprimiamo la nostra solidarietà ai popoli, ancora oggi soggetti al dominio coloniale, della Guinea detta portoghese, dell’Angola e del Mozambico, massacrati per il delitto di chiedere la propria libertà, e siamo disposti ad aiutarli nella misura delle nostre forze, coerentemente con la Dichiarazione del Cairo.
    Esprimiamo la nostra solidarietà al popolo di Portorico e il suo leader, Pedro Albizu Campos che, con un ennesimo atto di ipocrisia, à stato rimesso in libertà all’età di 72 anni, privo quasi della parola, paralitico, dopo aver trascorso in carcere tutta la vita. Albizu Campos è il simbolo dell’America ancora irredenta e indomita. Anni e anni di prigione, pressioni quasi insopportabili nel carcere, torture mentali, la solitudine, il totale isolamento dal suo popolo e dalla sua famiglia, l’insolenza del conquistatore e dei suoi lacchè nella terra che lo vide nascere: nulla riuscì a piegare la sua volontà. La Delegazione di Cuba, a nome del suo popolo, tributa un omaggio di ammirazione e di gratitudine ad un patriota che dà lustro e dignità alla nostra America.
    I nordamericani si sono ostinati per anni a voler trasformare Portorico in una vetrina di cultura ibrida; lingua spagnola con inflessioni inglesi, lingua spagnola con cerniera sul dorso per piegarla davanti al soldato yankee. Soldati portoricani sono stati utilizzati come carne da cannone nelle guerre dell’impero, come in Corea, e addirittura per sparare contro i propri fratelli, come nel massacro perpetrato dall’esercito nordamericano, alcuni mesi fa, contro il popolo inerme di Panama, uno dei più recenti crimini dell’imperialismo yankee.
    Eppure, nonostante questa tremenda violazione della sua volontà e del suo destino storico, il popolo di Portorico ha conservato la sua cultura, il suo carattere latino, i suoi sentimenti nazionali, che da soli dimostrano l’indomabile vocazione all’indipendenza esistente nelle masse dell’isola latinoamericana.
    Dobbiamo anche avvertire che il principio della consistenza pacifica non comporta il diritto di ingannare la volontà dei popoli, come succede nel caso della Guyana detta Britannica, dove il governo del Primo Ministro Cheddy Jagan è stato vittima di tutta una serie di pressioni e di manovre e dove è stato rinviato il momento di concedere l’indipendenza, per poter trovare il sistema di eludere le aspirazioni popolari e assicurarsi la docilità di un governo diverso dall’attuale, frutto dell’intrigo, al quale concedere una libertà castrata a questo pezzo di terra americana.
    Quali che siano le vie che la Guayana dovrà seguire per ottenere la libertà, Cuba esprime al suo popolo il suo appoggio morale e militante.
    Dobbiamo aggiungere, inoltre, che le isole della Guadalupa e della Martinica sono in lotta per la propria autonomia da tempo, senza successo, e questo stato di cose non deve continuare.
    Ancora una volta, leviamo la nostra voce per denunciare al mondo quello che sta succedendo in Sud Africa; la brutale politica dell’apartheid viene applicata sotto gli occhi delle nazioni del mondo. I popoli dell’Africa sono costretti a sopportare che in quel continente sia ancora riconosciuta ufficialmente la superiorità di una razza sull’altra, che si commettano impunemente degli assassinii in nome della superiorità razziale. Le Nazioni Unite non faranno dunque nulla per impedirlo?
    Vorrei riferirmi specificamente al doloroso caso del Congo, unico nella storia del mondo moderno, che indica come si può offendere nella più assoluta impunità, col cinismo più insolente, il diritto dei popoli. All’origine di tutto ciò vi sono le ingenti ricchezze del Congo che le potenze imperialiste vogliono mantenere sotto il proprio controllo. Nell’intervento che ebbe a fare in occasione della sua prima visita alle Nazioni Unite, il compagno Fidel Castro disse che tutto il problema della coesistenza fra le nazioni si riduceva al problema dell’appropriazione indebita di ricchezze altrui, ed egli fece la seguente affermazione: “cessi la filosofia della spoliazione e cesserà la filosofia della guerra.” Ma la filosofia della depredazione non solo non è cessata, anzi continua più forte che mai e, per questo, le stesse forze che si servirono del nome delle Nazioni Unite per perpetrare l’assassinio di Lumumba, assassinano oggi migliaia di congolesi in nome della difesa della razza bianca.
    Come è possibile dimenticare il modo in cui fu tradita la speranza che Patrice Lumumba pose nelle Nazioni Unite? Come potremmo dimenticare gli intrighi e le manovre che seguirono all’occupazione di quel paese da parte delle truppe delle Nazioni Unite, sotto i cui auspici agirono impunemente gli assassini del grande patriota africano?
    Come potremmo dimenticare, signori delegati, che chi si sottrasse all’autorità delle Nazioni Unite in Congo, e non proprio per ragioni patriottiche ma in virtù della lotta fra imperialisti, fu Moise Ciombe, che diede inizio alla secessione del Katanga con l’appoggio belga?
    E come giustificare, come spiegare che, alla fine di tutta l’azione delle Nazioni Unite, Ciombe, cacciato dal Catanga, ritorna padrone e signore del Congo? Chi potrebbe negare il tristo ruolo clìe gli imperialisti fecero svolgere all’Organizzazione delle Nazioni Unite? Riassumendo: è stato messo in moto tutto un vistoso apparato per evitare la scissione del Katanga e oggi, il Katanga è al potere, le ricchezze del Congo in mano agli imperialisti… e le spese debbono essere pagate da degne nazioni. Un buon affare per i mercanti della guerra! Per questo il Governo di Cuba appoggia la giusta posizione dell’Unione Sovietica, che rifiuta di pagare le spese di questo crimine.
    Per colmo di scherno, ci gettano ora in faccia queste ultime azioni che hanno riempito di indignazione il mondo intero.
    Chi sono gli autori? Paracadutisti belgi, trasportati da aerei nordamericani decollati da basi inglesi. Ci viene in mente che pochi anni or sono, ieri quasi, un piccolo paese d’Europa, lavoratore e civilizzato, il regno del Belgio, era invaso dille orde hitleriane; la nostra coscienza era amareggiata dal sapere che questo popolo era massacrato dall’imperialismo tedesco e lo vedevamo con affetto. Ma quest’altra faccia della medaglia imperialista era sconosciuta ai piú.
    Forse son figli di patrioti belgi, morti in difesa della libertà del proprio paese, quelli che assassinano a freddo migliaia di congolesi in nome della razza bianca così come essi furono soggetti al tallone tedesco perché la loro percentuale di sangue ariano non era abbastanza alta.
    I nostri occhi liberi si aprono oggi su nuovi orizzonti e sono capaci di vedere quello che ieri la nostra condizione di schiavi coloniali ci impediva di osservare: cioè che la “civiltà occidentale” nasconde sotto la sua vistosa facciata una realtà di iene e di sciacalli.
    Perché non possiamo chiamare diversamente quelli che sono andati a compiere azioni cosi “umanitarie” nel Congo. Animale carnivoro che si nutre di popoli inermi; ecco a che cosa riduce l’uomo l’imperialismo, questo è ciò che distingue il “bianco” imperiale.
    Tutti gli uomini liberi del mondo debbono prepararsi a vendicare il crimine del Congo.
    Forse molti di quei soldati, trasformati in subumani dalla macchina imperialista, pensano in buona fede di difendere i diritti di una razza superiore; ma in questa Assemblea la maggioranza è costituita da popoli che hanno la pelle abbronzata da diversi soli, colorata da diversi pigmenti, e che hanno capito perfettamente che le differenze fra gli uomini non vengono dal colore della pelle, ma dal tipo di proprietà dei mezzi di produzione, dai rapporti di produzione.
    La Delegazione Cubana invia il suo saluto ai popoli della Rhodesia del Sud e dell’Africa Sudoccidentale, oppressi da minoranze di coloni bianchi. Al Basutoland, alla Beciuania e allo Swaziland, alla Somalia francese, al popolo arabo della Palestina, ad Aden e ai protettorati, a Oman e a tutti i popoli in conflitto con l’imperialismo o il colonialismo, e ribadisce loro il suo appoggio. Si augura inoltre che venga raggiunta una giusta soluzione al conflitto fra la repubblica sorella di Indonesia e la Malaisia.
    Signor Presidente, uno dei temi fondamentali di questa Assemblea è il disarmo generale e completo. Esprimiamo il nostro accordo per quanto riguarda il disarmo generale e completo; propugnamo, inoltre, la distruzione totale delle bombe termonucleari e appoggiamo la proposta per la convocazione di una conferenza di tutti i paesi del mondo che realizzi queste aspirazioni dei popoli. Il nostro Primo Ministro ha ammonito, nel suo intervento davanti a questa Assemblea, che la corsa agli armamenti ha sempre condotto alla guerra. Vi sono nuove potenze atomiche nel mondo e le possibilità di uno scontro aumentano.
    Noi riteniamo che questa conferenza sia necessaria per arrivare alla totale distruzione delle armi termonucleari e, come prima misura, suggeriamo la proibizione totale degli esperimenti. Al tempo stesso, bisogna stabilire chiaramente l’obbligo per tutti i paesi di rispettare le attuali frontiere dei diversi stati; di non esercitare alcuna azione aggressiva, neppure con le armi convenzionali.
    Nell’unirci alla voce di tutti i paesi del mondo che chiedono il disarmo generale e completo, la distruzione di tutto l’arsenale atomico, la cessazione assoluta della fabbricazione di nuove bombe termonucleari e degli esperimenti atomici di qualsiasi tipo, riteniamo necessario sottolineare che deve essere rispettata anche l’integrità territoriale delle nazioni e deve esser fermato il braccio armato dell’imperialismo che non è meno pericoloso per il fatto che impugna armi convenzionali. Coloro che hanno assassinato migliaia di cittadini congolesi inermi, non si sono serviti dell’arma atomica; sono state le armi convenzionali, impugnate dall’imperialismo, a provocare tanta morte.
    Anche se la realizzazione delle misure qui auspicate renderebbe inutile dirlo, è bene precisare che noi non potremmo aderire a nessun patto regionale di denuclearizzazione finché gli Stati Uniti manterranno basi aggressive nel nostro stesso territorio, a Portorico, a Panama e in altri stati americani, nei quali essi ritengono loro diritto installare, senza alcuna restrizione, sia armi convenzionali che nucleìri. Senza contare che le ultime risoluzioni dell’OEA contro il nostro paese, che potrebbe essere aggredito invocando il trattato di Rio, rendono necessario il possesso di tutti i mezzi difensivi a nostra disposizione.
    Crediamo che se la Conferenza di cui abbiamo parlato raggiungesse tutti questi obiettivi, cosa difficile, disgraziatamente, essa sarebbe la più importante nella storia dell’umanità. Per assicurarne il successo sarebbe indispensabile la presenza della Repubblica Popolare Cinese che renderebbe un fatto obbligato la realizzazione di una riunione di questo tipo. Ma sarebbe molto più semplice per i popoli del mondo riconoscere la verità innegabile che esiste la Repubblica Popolare Cinese, i cui governanti sono gli unici rappresentanti del suo popolo, e attribuirle il seggio che le spetta, attualmente usurpato dalla cricca che ha il suo potere con l’appoggio nordamericano, la provincia di Taiwan.
    Il problema della rappresentanza cinese alle Nazioni Unite non può essere considerato in alcun modo come se si trattasse di un nuovo ingresso nell’Organizzazione; si tratta invece di restaurare nei suoi legittimi diritti la Repubblica Popolare Cinese.
    Dobbiamo rifiutare energicamente il complotto delle “due Cine.” La cricca di Ciang Kai-shek non può continuare ad essere rappresentata alle Nazioni Unite. Si tratta, lo ripetiamo, di espellere l’usurpatore e di insediare il legittimo rappresentante del popolo cinese.
    Mettiamo in guardia, inoltre, contro l’insistenza del governo degli Stati Uniti nel presentare il problema della legittima rappresentanza della Cina all’ONU come una “questione importante,” allo scopo di imporre il quorum straordinario consistente nei due terzi dei membri presenti e con diritto al voto.
    L’ingresso della Repubblica Popolare Cinese alle Nazioni Unite è veramente una questione importante per il mondo intero; ma non per il meccanismo interno delle Nazioni Unite, per cui deve rappresentare una semplice questione di procedura. In questo modo sarebbe fatta giustizia; ma sarebbe quasi altrettanto importante del fare giustizia dimostrare per una volta che questa augusta Assemblea ha occhi per vedere, udito per sentire, una propria lingua per parlare, un criterio preciso per prendere delle decisioni.
    La diffusione delle armi atomiche fra i paesi della NATO e, in particolare, il possesso di questi strumenti di distruzione in massa da parte della Repubblica Federale Tedesca, allontanerebbero ancora di più la possibilità di un accordo sul disarmo, cui è strettamente legato quello della riunificazione pacifica della Germania. Finché non sarà raggiunta una intesa chiara, si dovrà riconoscere l’esistenza di due Germanie, la Repubblica Democratica Tedesca e la Repubblica Federale. Il problema tedesco non può essere risolto se non con la partecipazione diretta ai negoziati della Repubblica Democratica Tedesca, con pieni diritti.
    Faremo soltanto un accenno ai temi dello sviluppo economico e del commercio internazionale, cui l’ordine del giorno riserva ampio spazio. Proprio quest’anno si è tenuta la Conferenza di Ginevra, nella quale sono stati affrontati un gran numero di problemi relativi a questi aspetti dei rapporti internazionali. Gli avvertimenti e le previsioni della .nostra delegazione sono stati confermati pienamente, per disgrazia dei paesi economicamente dipendenti.
    Vogliamo semplicemente ricordare che, per quanto riguarda Cuba, gli Stati Uniti d’America non hanno adempiuto alle raccomandazioni esplicite formulate da quella Conferenza e, recentemente, il governo nordamericano è arrivato addirittura a vietare la vendita di medicinali a Cuba, togliendosi definitivamente la maschera di umanitarismo con la quale aveva cercato di nascondere il carattere aggressivo del blocco contro il popolo di Cuba.
    D’altra parte, vogliamo ripetere ancora una volta che le tare coloniali che impediscono lo sviluppo dei popoli non si esprimono soltanto attraverso rapporti di tipo politico. Il cosiddetto deterioramento della ragione di scambio non à altro che il risultato dello scambio diseguale fra paesi produttori di materie prime e paesi industriali che dominano i mercati e impongono la illusoria giustizia costituita dallo scambio uguale di valori.
    Finché i popoli economicamente dipendenti non si saranno liberati dai mercati capitalistici e, costituendo un solido blocco con i paesi socialisti, non avranno imposto nuovi rapporti fra sfruttatori e sfruttati, non vi sarà sviluppo economico solido, e in alcune situazioni vi sarà regresso, e i paesi deboli torneranno a cadere sotto il dominio politico degli imperialisti e dei colonialisti.
    Infine, signori delegati, è necessario che si sappia chiaramente che nella zona dei Caraibi sono in corso manovre e preparativi di aggressione contro Cuba. Sulle coste del Nicaragua, soprattutto, ma anche in Costarica, nella zona del Canale di Panama, nelle Isole Vieques di Portorico, in Florida, con ogni probabilità in altri punti del territorio degli Stati Uniti e forse anche in Honduras, si stanno addestrando mercenari cubani e di altra nazionalità e non certo per scopi pacifici.
    Dopo uno scandalo clamoroso, il governo di Costarica, si dice, ha ordinato lo smantellamento di tutti i campi di addestramento di esiliati cubani esistenti in quel paese. Nessuno è in grado di dire se si di un atteggiamento sincero o di una semplice manovra diversiva, dovuta al pericolo che i mercenari che si addestravano in quel paese commettessero qualche malefatta. Speriamo che si abbia una chiara coscienza dell’esistenza reale di basi di aggressione, come noi andiamo denunciando da tempo, e si rifletta sulla responsabilità internazionale che ha il governo di un paese che autorizza e favorisce l’addestramento di mercenari per attaccare Cuba.
    È opportuno far presente che le notizie sull’addestramento di mercenari in diversi punti dei Caraibi e la partecipazione a tali iniziative del governo nordamericano, è riportata in modo del tutto naturale dai giornali americani. Che noi sappiamo, nessuno in America latina ha protestato ufficialmente per questo. Cosa che ci mostra il cinismo con cui gli Stati Uniti maneggiano i loro servi. Gli acuti ministri degli Esteri dell’OEA, che ebbero occhi per vedere stemmi cubani e trovare prove “irrefutabili” sulle armi yankee presentate dal Venezuela, non vedono i preparativi di aggressione che sono cosí evidenti negli Stati Uniti, come non sentirono la voce del presidente Kennedy che si dichiarava esplicitamente aggressore di Cuba a Playa Girón.
    In alcuni casi si tratta di una cecità provocata dall’odio delle classi dominanti dei paesi latinoamericani contro la nostra Rivoluzione; in altri, ancora più tristi, ciò è il risultato degli abbaglianti splendori di Mammona.
    Come tutti sanno, dopo i terribili fatti noti come crisi dei Caraibì, gli Stati Uniti sottoscrissero con l’Unione Sovietica determinati impegni che culminarono col ritiro di un certo tipo di armi che le continue aggressioni di quel paese – come l’attacco mercenario di Playa Girón e le minacce di invasione della nostra patria – ci avevano costretto ad installare a Cuba per un atto ali legittima e irrinunciabile difesa.
    I nordamericani volevano, inoltre, che le Nazioni Unite ispezionassero il nostro territorio, cosa che noi rifiutammo nel modo più reciso, dato che Cuba non riconosce il diritto degli Stati Uniti, né di chiunque altro al mondo, di decidere il tipo di armi che può possedere all’interno delle sue frontiere.
    In questo senso potremmo aderire soltanto ad accordi multilaterali con uguali obblighi per tutte le parti.
    Come ha detto Fidel Castro: “Finché esisterà il concetto di sovranità quale prerogativa delle nazioni e dei popoli indipendenti, quale diritto di tutti i popoli, noi non accetteremo l’esclusione del nostro popolo da questo diritto. Finché il mondo sarà retto da questi princìpi, finché il mondo sarà retto da questi concetti ed essi avranno valore universale, perché sono universalmente accettati e consacrati da popoli, noi non accetteremo di essere privati di nessuno di questi diritti, noi non rinunceremo a nessuno di questi diritti.”
    Il signor Segretario Generale delle Nazioni Unite, U Thant, comprese le nostre ragioni. Senza dubbio gli Stati Uniti volevano attribuirsi una nuova prerogativa arbitraria e illegale: quella di violare lo spazio aereo di qualsiasi piccolo paese. Così il cielo della nostra patria ha continuato ad essere solcato da aerei U-2 e da altri tipi di apparecchi spia che, nella più assoluta impunità, navigano nel nostro spazio aereo. Abbiamo fatto tutti i passi necessari al fine di far cessare le violazioni aeree, così come le provocazioni che i marines yankee attuano contro i nostri posti di vigilanza nella zona di Guantánamo, i voli radenti di aerei sulle nostre imbarcazioni e su navi di altra nazionalità in acque internazionali, gli attacchi pirata contro navi di diversa bandiera e l’infiltrazione di spie, di sabotatori e di armi nella nostra isola. Noi vogliamo costruire il socialismo; ci siamo schierati apertamente con coloro che lottano per la pace; abbiamo dichiarato di appartenere al gruppo di paesi non allineati, anche se siamo marxisti-leninisti perché i non allineati, come noi, lottano contro l’imperialismo. Vogliamo la pace, vogliamo costruire una vita migliore per il nostro popolo e, per questo, facciamo di tutto per evitare di cadere nella trappola delle provocazioni architettate dagli yankee. Ma conosciamo la mentalità dei governanti americani; vogliono farci pagare a caro prezzo questa pace. E noi rispondiamo che questo prezzo non può oltrepassare i limiti della dignità.
    E Cuba riafferma, ancora una volta, il suo diritto di tenere sul suo territorio le armi che, riterrà opportuno tenere e la sua opposizione a riconoscere il diritto di qualsiasi potenza, per grande che sia, a violare il nostro suolo, le nostre acque territoriali o il nostro spazio aereo.
    Se in qualche assemblea Cuba sottoscrive accordi collettivi, li rispetterà fedelmente; ma finché questo non accadrà, conserva pienamente tutti i suoi diritti, come qualsiasi altra nazione.
    Di fronte alle pretese dell’imperialismo, il nostro Primo Ministro proclamò i cinque punti necessari a garantire una solida pace nei Caraibi.” Essi sono:
    Primo: Cessazione del blocco economico e di tutte le misure di pressione commerciale ed economica che gli Stati Uniti applicano in tutte le parti del mondo contro il nostro paese.
    Secondo: Cessazione di tutte le attività sovversive, lancio o sbarco di armi ed esplosivi dall’aria o dal mare, organizzazione di invasioni di mercenari, infiltrazione di spie e di sabotatori, tutte azioni che vengono effettuate a partire dal territorio degli Stati Uniti e di alcuni paesi complici.
    Terzo: Cessazione degli attacchi pirata che vengono effettuati a partire da basi esistenti negli Stati Uniti e a Portorico.
    Quarto: Cessazione di tutte le violazioni del nostro spazio aereo e navale da parte di aerei e navi da guerra nordamericane.
    Quinto: Ritiro della Base navale di Guantánamo e restituzione del territorio cubano occupato dagli Stati Uniti.
    Nessuna di queste elementari esigenze è stata soddisfatta, e dalla Base Navale di Guantánamo continuano le azioni di provocazione contro le nostre forze. Detta Base si è trasformata in un covo di malfattori e in una catapulta per la loro introduzione nel nostro territorio.
    Annoieremmo questa Assemblea se facessimo una relazione anche approssimativa della quantità di provocazioni di ogni tipo. Basti dire che il loro numero, compresi i primi giorni di questo mese di dicembre, è stato di 1.323, soltanto nel 1964.
    La lista comprende provocazioni minori, come la violazione della linea di confine, lancio di oggetti dal territorio controllato dai nordamericani; atti di esibizionismo sessuale da parte dei nordamericani di ambo i sessi; insulti verbali. Ve no sono altri di carattere più grave, quali spari con armi di piccolo calibro, maneggiamento di armi prendendo di mira il nostro territorio e offese al nostro simbolo nazionale. Gravissime provocazioni sono: superamento della linea di demarcazione, con incendio di installazioni del lato cubano e spari con fucili, fatto ripetutosi 78 volte nel corso dell’anno, con il bilancio doloroso della morte del soldato Ramón López Peña, a seguito degli spari provenienti dai posti nordamericani situati a 3,5 chilometri dalla costa a nord-ovest. Questa gravissima provocazione fu fatta alle 19,07 del giorno 19 luglio 1964, e il Primo Ministro del nostro Governo disse pubblicamente, il 26 luglio, che qualora il fatto si fosse ripetuto sarebbe stato ordinato alle nostre truppe di respingere l’aggressione. Al tempo stesso venne dato ordine di ritirare le linee avanzate delle forze cubane verso posizioni più lontane dalla linea di demarcazione e di costruire adeguate casematte.
    1.323 provocazioni in 340 giorni fanno circa quattro al giorno. Soltanto un esercito perfettamente disciplinato e con il morale del nostro può resistere ad una tale somma di atti ostili senza perdere la testa.
    Quarantasette paesi riuniti nella Seconda Conferenza dei Capi di Stato o di Governo dei Paesi non Allineati, al Cairo, decisero, all’unanimità:
    “La Conferenza, rendendosi conto con preoccupazione che le basi militari straniere rappresentano, in pratica, un mezzo per esercitare pressioni sulle nazioni, e per ostacolare la loro emancipazione e il loro sviluppo, secondo le loro concezioni ideologiche, politiche, economiche e culturali, dichiara di appoggiare senza riserve i paesi che cercano di ottenere la soppressione delle basi installate nel loro territorio e chiede a tutti gli stati l’immediata evacuazione delle truppe e delle basi che essi hanno in altri paesi.
    “La Conferenza ritiene che il mantenimento da parte degli Stati Uniti d’America di una base militare a Guantánamo (Cuba), contro la volontà del governo e del popolo cubano e contro le disposizioni della Dichiarazione della Conferenza di Belgrado, costituisce una violazione della sovranità e dell’integrità territoriale di Cuba.
    “La Conferenza, considerando che il governo di Cuba si dichiara disposto a risolvere la sua controversia col governo degli Stati Uniti d’America circa la base di Guantánamo su basi di uguaglianza, chiede vivamente al Governo degli Stati Uniti di intavolare negoziati con il Governo cubano il fine di evacuare quella base.”
    Il governo degli Stati Uniti non ha dato alcuna risposta a quella istanza della Conferenza del Cairo e pretende di mantenere occupato indefinitamente con la forza un pezzo del nostro territorio, a partire dal quale attua aggressioni come quelle esposte in precedenza.
    L’organizzazione degli Stati Americani, che i popoli chiamano anche Ministero delle Colonie nordamericano, ci ha condannati “energicamente,” anche se ci aveva già espulsi dal suo seno, ordinando ai paesi membri di rompere le relazioni diplomatiche e commerciali con Cuba. L’OEA ha autorizzato l’aggressione al nostro paese, in qualsiasi momento, con qualsiasi pretesto, violando le più elementari leggi internazionali e ignorando completamente l’Organizzazione delle Nazioni Unite.
    A quella misura si opposero con il loro voto l’Uruguay, la Bolivia, il Cile e il Messico; il governo degli Stati Uniti del Messico ritenne nulla la sanzione anche dopo che era stata approvata. Da allora non siamo più in relazione con i paesi latinoamericani, ad eccezione di quello stato, e possiamo ritenere questa la realizzazione di una delle fasi precedenti all’intervento diretto da parte dell’imperialismo.
    Vogliamo chiarire, ancora una volta, che la nostra preoccupazione per l’America Latina è ispirata dai legami che ci uniscono: la lingua che parliamo, la cultura che alimentiamo, il padrone che abbiamo avuto in comune. Che non siamo animati da nessun’altra ragione per desiderare la liberazione dell’America latina dal giogo coloniale nordamericano. Se qualcuno dei paesi latinoamericani qui presenti decidesse di ristabilire le relazioni con Cuba, noi saremmo disposti a farlo sulla base dell’uguaglianza e non in base al criterio che sia un dono fatto al nostro Governo il riconoscere Cuba come un paese libero del mondo; poiché questo riconoscimento lo abbiamo conquistato con il nostro sangue nei giorni della lotta di liberazione, lo abbiamo conquistato col sangue nella difesa delle nostre spiagge dall’invasione yankee
    .
    Anche se respingiamo la pretesa volontà di ingerenza negli affari interni degli altri paesi che ci viene attribuita, non possiamo negare la nostra simpatia verso i popoli che lottano per la propria liberazione e dobbiamo onorare l’impegno del nostro governo e del nostro popolo di esprimere apertamente al mondo intero il nostro appoggio morale e la nostra solidarietà con i popoli che lottano in qualsiasi parte del mondo per rendere reali i diritti di piena sovranità proclamati dalla Carta delle Nazioni Unite.
    Sono gli Stati Uniti invece che intervengono; lo hanno fatto da sempre in America Latina. Cuba conosce questa verità dalla fine del secolo scorso; ma la conoscono anche la Colombia, il Venezuela, il Nicaragua e l’America Centrale in generale, il Messico, Haiti e Santo Domingo.
    In questi ultimi anni, oltre al nostro popolo, hanno provato l’aggressione diretta Panama, dove i marines del Canale spararono a sangue freddo sul popolo inerme; Santo Domingo, le cui coste furono violate dalla flotta yankee per evitare lo scoppio della giusta collera popolare dopo l’assassinio di Trujillo; e la Colombia, la cui capitale fu presa d’assalto a seguito della ribellione provocata dall’assassinio di Gaitán.
    Interventi dissimulati si attuano attraverso le missioni militari che partecipano alla repressione interna, organizzando le forze destinate a tal fine in un buon numero di paesi, e anche in tutti i colpi di stato, detti “gorilazos,” che con tanta frequenza si vanno ripetendo nel Continente americano in questi anni.
    Concretamente, le forze degli Stati Uniti intervengono nella repressione dei popoli del Venezuela, della Colombia e del Guatemala, che lottano con le armi per la loro libertà. Nel primo di questi paesi non solo sono consiglieri dell’esercito e della polizia, ma dirigono anche i genocidi effettuati dall’aria contro la popolazione contadina in vaste regioni insorte, e le società yankee ivi installate fanno pressioni di ogni tipo perché l’ingerenza diretta aumenti.
    Gli imperialisti si preparano a reprimere i popoli americani e stanno formando l’internazionale del crimine. Gli Stati Uniti intervengono in America traendo a pretesto la difesa delle libere istituzioni. Verrà il giorno in cui questa Assemblea avrà acquistato una maturità maggiore e chiederà al governo nordamericano di garantire la vita della popolazione negra e latinoamericana che vive in questo paese, e che è in maggioranza nordamericana di origine o d’adozione. Come può costituirsi o definirsi guardiano della libertà chi assassina i propri figli e li discrimina ogni giorno in base al colore della pelle, chi lascia in libertà gli assassini dei negri, e per di più li protegge, mentre punisce la popolazione negra che esige il rispetto dei suoi legittimi diritti di libertà?
    Sappiamo che oggi l’Assemblea non è in condizioni di chiedere spiegazioni su questi fatti; ma deve essere assolutamente chiaro che il governo degli Stati Uniti non è guardiano della libertà, ma perpetra lo sfruttamento e l’oppressione contro i popoli del mondo e contro buona parte del suo stesso popolo.
    Al linguaggio ambiguo con cui alcuni delegati hanno presentato il caso di Cuba e dell’OEA noi rispondiamo con parole chiare e proclamiamo ad alta voce che i popoli d’America chiederanno conto ai governi prevaricatori del loro tradimento.
    Cuba, signori delegati, libera e sovrana, senza catene che la leghino a nessuno, senza investimenti stranieri nel suo territorio, senza proconsoli che orientino la sua politica, può parlare a fronte alta in questa Assemblea e dimostrare la giustezza della frase: “Territorio Libero di America” con cui è stata battezzata.
    Il nostro esempio darà i suoi frutti nel continente, come già in certa misura sta accadendo in Guatemala, Colombia e Venezuela.
    E se il nemico non è piccolo neppure la nostra forza è disprezzabile, poiché i popoli non sono isolati. Come afferma la Seconda Dichiarazione dell’Avana: “Nessun popolo dell’America latina è debole, perché fa parte di una famiglia di duecento milioni di fratelli che soffrono le stesse miserie, sono animati dagli stessi sentimenti, hanno lo stesso nemico, aspirano tutti ad uno stesso destino migliore e godono della solidarietà di tutti gli uomini e le donne del mondo.
    “Questa epopea che sta davanti a noi la scriveranno le masse affamate degli indios, dei contadini senza terra, degli operai sfruttati; la scriveranno le masse progressiste, gli intellettuali onesti e brillanti che sono cosí abbondanti nelle nostre sofferenti terre d’America latina. Lotta di masse e di idee, epopea che sarà portata avanti dai nostri popoli maltrattati e disprezzati dall’imperialismo, i nostri popoli sconosciuti fino ad oggi, che già cominciano a non farlo più dormire. Ci considerava come un gregge impotente e sottomesso e già comincia ad aver timore di questo gregge, gregge gigante di duecento milioni di latinoamericani nei quali il capitalismo monopolistico yankee vede già i suoi affossatori.
    “L’ora della sua rivincita, l’ora che essa stessa si è scelta, viene indicata con precisione da un estremo all’altro del continente. Ora questa massa anonima, questa America di colore, scura, taciturna, che canta in tutto il continente con la stessa tristezza e disinganno; ora questa massa è quella che comincia ad entrare definitivamente nella sua storia, comincia a scriverla col suo sangue, comincia a soffrirla e a morire; perché ora per le campagne e per i monti d’America, per le balze delle sue terre, per i suoi piani e le sue foreste, fra la solitudine o il traffico delle città, lungo le coste dei grandi oceani e le rive dei fiumi comincia a scuotersi questo mondo ricco di cuori ardenti, pieni di desiderio di morire per ‘quello che è suo,’ di conquistare i suoi diritti irrisi per quasi cinquecento anni da questo o da quello. Ora sì la storia dovrà prendere in considerazione i poveri d’America, gli sfruttati e i vilipesi, che hanno deciso di cominciare a scrivere essi stessi, per sempre, la propria storia. Già si vedono, un giorno dopo l’altro, per le strade, a piedi, in marce senza fine di centinaia di chilometri, per arrivare fino agli ‘olimpi’ dei governanti e riconquistare i loro diritti. Già si vedono, armati di pietre, di bastoni, di machetes, dovunque, ogni giorno, occupare le terre, immergere le mani nelle terre che gli appartengono e difenderle con la loro vita; si vedono con i loro cartelli, le loro bandiere, le loro parole d’ordine, fatte correre al vento, per le montagne e lungo le pianure. E quest’onda di commosso rancore, di giustizia reclamati, di diritto calpestato, che comincia a levarsi fra le terre dell’America latina, quest’onda ormai non si fermerà. Essa andrà crescendo col passar dei giorni; perché formata dai più; dalle maggioranze sotto tutti gli aspetti, coloro che accumulano con il loro lavoro le ricchezze, creano i valori, fanno andare le ruote della storia e che ora si svegliano dal lungo sonno di abbrutimento al quale li hanno sottomessi.
    “Perché questa grande umanità ha detto basta e si è messa in marcia. E la sua marcia, di giganti, non si arresterà fino alla conquista della vera indipendenza per cui sono morti già più di una volta inutilmente. Ora, ad ogni modo, quelli che muoiono, moriranno come quelli di Cuba, quelli di Playa Girón; moriranno per la loro unica, vera e irrinunciabile indipendenza.”
    Tutto ciò, signori delegati, questa nuova disposizione di un Continente, dell’America, è plasmata e riassunta nel grido che, ogni giorno, le nostre masse proclamano come espressione irrefutabile della loro decisione di lotta, paralizzando la mano armata dell’invasore. Motto che conta sull’appoggio e la comprensione di tutti i popoli del mondo e, soprattutto, del campo socialista, con alla testa l’Unione Sovietica.
    Questo motto è: Patria o Morte.
    11 dicembre 1964, primo intervento all’Onu.

    libro: Ernesto Che Guevara, il poeta sei tu

  12. ro

    p.s.
    a proposito di Onu e di tutte le organizzazioni pseudo umanitarie e associate alle logiche legaiole dei Bilderberg,

    a proposito di macellai e cattivoni ( il caso libico è emblematico,sull’elevato tasso più del nostro sull’istruzione superiore e universitaria, almeno prima della guerra che gli abbiamo fatto)

    a proposito dei bambini e dei ragazzi che dovrebbero starci a cuore visto che a parole siamo tutti contro la guerra

    a proposito quindi di settembre e della ” scuola”

    a proposito infine del paradosso di venire a sapere quanto segue, per cui è la stessa paraculistica associazione umanitaria dei bilderberg, pardon dell’onu, a venircelo a raccontare,

    ecco, come mai leggiamo che:

    Unicef ha riferito un altro dato tragico. Circa 2 milioni di giovani tra i 6 e i 15 anni, pari al 40% della popolazione scolastica, non entrerà in classe quest’anno. «Per un paese che poco prima dell’inizio del conflitto aveva quasi raggiunto l’obiettivo dell’educazione primaria universale, queste cifre sono raccapriccianti», ha dichiarato la portavoce dell’agenzia dell’Onu. In Siria sono state distrutte o danneggiate oltre 3mila scuole, oltre 900 sono state occupate da famiglie che hanno abbandonato le loro case…..
    http://www.unicef.it/doc/4954/unicef-in-azione-per-garantire-istruzione-ai-bambini-siriani.htm

    …..
    se gl obiettivi strategici dei macellai occidentali sono le posizioni strategiche di un paese ( e/o le sue risorse, rotte marine e terrestre per i “tubi” del carro globale delle energie), come mai gli obiettivi tattici, sono sempre e sempre per primi i civili e sempre per primo le scuole? Primo non credo i cosidetti ” lealisti” di uno stato sovrano si autobombradano mani e piedi da soli e non credo neanche sia poi tanto tattico l’obiettivo in esame, perché quanto più sego le gambe di ogni istituzione dei civili che prima funzionava (quasi piu che in italia, e comunque come in libia), tanto più quel paese sarà in mano alla miseria ( ure scolastica, e se la non la vuoi pagala! come tutto l’occidente privato), alla miseria che gli porterò spacciandogli però che si chiama democrazia.

  13. D’accordo con Ro sull’imbelle presenza dell’ONU fino al ’93 , anno della sua apoteosi con i fatti di Bosnia .
    leopoldo –

    • ro

      Grazie LEOPOLDO! ..ero già pronta a una sua risposta che poteva essere, giustificatamente, opposta al suo accordo vista la mia irruenza…la ringrazio davvero di cuore del suo ascolto e della stessa lunghezza d’onda…un saluto a tutti i nostri amici che potrebbero leggerci dalle terre della ex jugoslavia…
      un adriatico abbraccio

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