DISCUSSIONE
Sulla poesia di Eugenio De Signoribus

ronda dei conversi

Sottopongo questi versi al curatore e ai commentatori di questo blog per chiedere un vostro giudizio sulla poesia di Eugenio De Signoribus, in particolare su questa. Da parte mia, trovo che questo inizio di Ronda dei conversi sia di maggiore valore rispetto al resto dell’opera, nel senso che andando avanti nella lettura noto un cedimento della tensione creativa del poeta. Ma anche qui i versi sono pesanti, ricchi di aggettivi e di avverbi, di ripetizioni e di figure retoriche. Vedo l’esercizio di stile, faccio fatica a cogliere il contenuto profondo. Che cosa ne pensate? [Sandra Evangelisti] Aggiunta: un giudizio eh, non un processo…![E.A.]

Nel passaggio del millennio

da Ronda dei conversi, Eugenio De Signoribus, 2005

approssimandosi il 2, un ancora incerto ricognitore

dall’alto mostra i resti dei disgregati camminamenti….:

ne escono, liberati e storti, fitti ganci ferrosi,

alzate mani, uno stilizzato scheletrario senza crani

*

per tutto il tempo dell’1 sul calendario è segnato così:

piantati più semi di piombo che alberi,soppressi più

umani di quanti liberati….

tanti , sorgenti dal fango o

dalla sabbia, annunciano la resa appena aperti gli occhi:

viaggiano da un pozzo all’altro dentro le tracolle

materne….e in quei cullamenti è premiata la loro

nascita…poi, messi a terra, offrono a chi li guarda

le loro antiche pupille

*

ma chi più li guarda i trascurati quando è diverso

il peso dei vivi e dei morti? Quando la lingua s’infalsa

fino a truccare pubblicamente i tabulati?….

Nell’odierno imperio è stabilito che alla violazione di

un corpo di serie A subito si risponda con una vendetta

moltiplicata…..cioè che sia scorporata, sotto un corto

mantello, un’indefinita genìa di serie minore….

Dentro l’odierno imperio, si narri più forte, per carità,

un altro sentimento: quello che contiene ogni oscurata

vita. La spina su di essa inflitta percorra tutto il corpo e

trasveni il sangue per l’arido campo….

che almeno la morte non sia sola

e si tema la colpa più del lutto

*

chi potrò ringraziare d’essere giunto alla fine dell’1?….

c’è un elemento di fuoco prima di ogni coscienza, un

marchio indistinto e illeggibile…., la sua forma dolorosa

dal profondo dice: mi sentirai nell’ovatta e nel gelo, nel

clamore e nella polvere…andrai avanti per questo

*

dell’ignobile secolo dei secoli t’accompagna una bolla di

sgomento: tutte le magnificenti riedifiche avvengono

sopra sette strati di simboli e cadaveri….

i morti sono le fondamenta del tempo ventunesimo

dopo Cristo…e la soddisfazione dei rinnalzatori e

dei riabitatori non può essere pienamente sicura:

perché nessuna casa può più appartenere veramente

a qualcuno

*

eppure è un batticuore continuare nel 2, un blocco

del respiro, uno sbocco di pianto….A riavvolgersi nel

nastro per cercare un’identità, si rischia di non

fermarsi più….Esita pure il fotogramma vitale…Tutto è

alla luce del dopo.

Dunque non ho risposto alla tua chiamata, non ho

bussato alla tua porta? ….ma tu, mi hai chiamato

davvero?….davvero m’avresti aperto?….

Chiunque può dire: non avevo altra strada e in quella ho

incontrato chi ho potuto!….

Ma quanta fraternità dispersa per un passo o un nulla,

quanto nulla ci ha invaso lasciandoci sugli alberi,

spogli e lontani!….

* Nota

Questo verso “tanti , sorgenti dal fango o ” è allineato a destra. Word Press non mi permette di farlo (o non ne sono capace io) [E.A.]

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33 commenti

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33 risposte a “DISCUSSIONE
Sulla poesia di Eugenio De Signoribus

  1. Giorgio Linguaglossa

    Scrivevo di recente su questo blog che ci sono degli autori i quali modellano lo stile come un abito da indossare, alle forme del corpo, del proprio corpo; «costoro non si accorgono di indossare un abito manieristico, fanno del manierismo un bell’abito da indossare, si vestono a festa (o a malinconia), vogliono sedurre il lettore mostrandogli i dettagli dell’abito, le sue qualità, le sue (false) profondità, le sue quintessenze, le sue insostanziali qualità auratiche e spirituali: in proposito mi viene in mente la poesia di un De Signoribus, che è la tipica poesia di chi vuole prendere le distanze da tutto, che vuole eccedere in zelo, nello zelo profumato del manierismo e dell’eufuismo. C’è molto profumo in questo tipo di poesia. Con il che questa poesia corre il rischio di diventare un esercizio di stile, magari ben cucito e confezionato ma di stile. È una nuova forma di retorica che qui ha luogo, con tutto l’appannaggio di retorismi e di preziosismi e di inversioni sintattiche e semantiche. La poesia diventa così una particolare confezione di retorismi e di barocchismi».

    Anche in queste poesie scelte da Sandra Evangelisti, che sono le meglio riuscite del libro, si può notare come l’autore immerga la propria poesia in una atmosfera di sortilegio, quasi sacrale, magico-auratica; l’«io» e il «tu» sono circonfusi da un alone piovigginoso e polveroso, non si comprende nemmeno se a parlare sia l’«io» dell’autore o un doppio che parla in nome e per conto dell’autore e a chi si rivolga: c’è un «tu» che sottintende un «voi», c’è un’aria peccaminosa di condanna biblica ma come sospesa, non si riesce a capire di quale colpa si tratti e se davvero il destinatario di queste composizioni (l’umanità) sia davvero colpevole, e di quale «reato»; c’è un indistinto dire, un alludere, una circonlocuzione delle frasi che sai dove cominciano e non capisci più dove vanno a finire, che vogliono dire più di quanto non dicano, e di meno, c’è, appena dissimulata, una intenzione assertoria moralizzatrice; certo c’è sagacia letteraria in ciò, e anche abilità. De Signoribus ha appreso la lezione di Montale: affetta e allude a una degradazione morale che ha avuto luogo (ma manca sempre la personificazione simbolica), affetta un tono da sermone letterario, prosciuga il montalismo post-satura e lo converte sovente in ballatetta o in discorso suasorio intimidatorio, in uno strofeggiare spinoso e spugnoso; come dire, c’è un eccesso di voce, di tono, un sopra tono e, spesso, un sotto tono, che vuole tonificare e moralizzare le parole e renderle insormontabili, ma c’è anche un dimidiare il dire, un evitare di dire in forma aforismatica ciò cui invece tenderebbe il giro frastico.
    È sufficiente rileggere qualche strofa per essere investiti da un eccesso di zelo, da una volontà di condanna indistinta per tutto il genere umano:

    dell’ignobile secolo dei secoli t’accompagna una bolla di
    sgomento: tutte le magnificenti riedifiche avvengono
    sopra sette strati di simboli e cadaveri….
    i morti sono le fondamenta del tempo ventunesimo
    dopo Cristo…e la soddisfazione dei rinnalzatori e
    dei riabitatori non può essere pienamente sicura:
    perché nessuna casa può più appartenere veramente
    a qualcuno

    C’è una incapacità di fondo del giro frastico di De Signoribus di trovare una soluzione al giro frastico tardo montaliano una volta che ne prosciuga e ne dissecca il pentagramma tonale e il giro lessicale in Montale sempre preciso e scandito nella tessitura sintattica. De Signoribus adotta con abilità la soluzione cinico scettica del tardo Montale ma con l’aggiunta di una componente morale di indubbia derivazione teologica, intende la poesia come un mezzo per moralizzare la vita pubblica, innesta nel pentagramma cinico-scettico montaliano un elemento pseudo teologico, alza così spesso il tono salmodiante ad un andamento quasi liturgico, ortogonale, prezioso, ma manca il bersaglio, non raggiunge la significazione simbolica, si ha la sensazione di un ruminare, di un brontolare attorno al giro frastico finendo per renderlo invece ancora più frastico, più arzigogolato, finendo per perdere il filo del ragionamento… di qui gli evidenti scarti del discorso, i sopra pensieri, le diversioni, le riprese, i sussulti, il passare con disinvoltura da un piano all’altro del discorso suasorio, senza però che l’abilità letteraria riesca a dissimulare la debolezza dell’impianto economico complessivo di un certo modo di intendere il discorso poetico come il veicolo di una volontà riformatrice e moralizzatrice. Sì, c’è molto zelo in questo tipo di poesia. Ma l’intenzione resta troppo scoperta, lo stile diventa spesso maniera.

  2. Seguo De Signoribus fin dagli inizi .Per piccoli lacerti la sua capacità definitoria mi è sempre sembrato l’aspetto più vistoso del suo lavoro , assertivo ma mai sentenzioso / apodittico . Resto legato a questa temperie che credo di poter definire molto personale -riconoscibile , pur condividendo alcune delle riserve espresse da Linguaglossa .

    leopoldo attolico –

  3. Laura Canciani

    io sono cattolica, la fede per me costituisce il centro attorno al quale tutto ruota e ci ruota anche la mia visione del mondo, i valori in cui credo, anche quello della poesia, valore e forma che io rispetto profondamente. Ma la fede non significa che io debba condannare il mondo degli uomini dall’alto di una mia presunta superiorità. Il poeta, l’artista, lo scrittore, il musicista, il pittore, il matematico, lo scienziato, il calzolaio etc. non hanno nessun diritto in più rispetto a quello degli altri uomini, la mia parola non è superiore assiologicamente alla tua, la mia di cattolica non vale di più di quella di un laico, la mia verità di cattolica non può valere di più rispetto a quella di un islamico e così via. Credo che questo sia chiaro. Il mio essere una credente non mi dà alcuna primogenitura rispetto a chi credente non è. La risposta di papa Francesco a Eugenio Scalfari è emblematica di questo mio punto di vista: nessuno di noi può giudicare l’altro dall’alto soggolo del nostro tribunale privato o privato-poetico.

    Però, il mio essere cattolica non implica che la mia poesia possa esprimere fraseologie di condanna di altri uomini che si muovono nella Storia, il mio essere una donna di fede non mi autorizza a ciò. Della mia poesia tutto si potrà dire tranne che vi sia un solo sintagma di giudizio verso il consorzio umano, non credo che questo sia il compito cui è chiamata la poesia. E nemmeno De Signoribus ha il diritto di dichiarare la sua condanna morale verso una generalità. La sua poesia cade nel basso moralismo e nella pseudo teologia proprio perché porta in sé questo vizio di fondo, questo peccato cardinale: quello di sentirsi autorizzato a pronunciare una parola di condanna… ma condanna verso chi?, io da queste poesie non l’ho capito, questo non è propriamente linguaggio poetico ma fraseologie costipate di pseudo teologia, e anche poeticamente molto deboli come ha chiarito Linguaglossa.

  4. federica taddei

    è ” lo scontento” a guidare questa poesia di De Signoribus, come accade peraltro a molti altri poeti.E trovo che anche sia compito di poeti ed intellettuali segnalare malefatte e crimini sociali. Ma occorre precisione. Del testo amo il tono profetico,la ricchezza verbale, respingo la vaghezza che generalizza nel pianto r

  5. federica taddei

    purtroppo non riesco a scrivere di più. la mascherina del commento mi impedisce di continuare : sarà un segno…….

  6. Rita Simonitto

    Ho letto sia le prime poesie e sia quella segnalata da G. Linguaglossa.
    Quanto alle prime, mi sono permessa di entrare nel linguaggio poetico senza previa lettura del commento di Linguaglossa (anche se sono a conoscenza delle sue posizioni in merito alla poetica di De Signoribus).
    Mi hanno colpita i puntini di sospensione, che credo appartengano al testo (e non a una difficoltà di impaginazione come quella segnalata da Ennio a proposito del verso che andava allineato a destra):
    fosse così, è come se facessero pensare alla presenza di un interlocutore che fa delle sue considerazioni (non note e non palesate) e che si dovrebbero intercalare con il procedere del discorso.
    E’ però un dialogo con un assente (un altro da Sé? una divinità? il pubblico?) la cui frustrazione non produce un cambiamento nel versificare perché esso continua con lo stesso ritmo come se il poeta stesso non si permettesse di cambiarne il registro, ragion per cui l’artifizio retorico rimane relegato nel mero statuto di ‘artifizio’. E’ come se mancasse, nell’intercalare, il senso della sofferenza (intesa come pathos) per quanto accade:
    eppure è un batticuore continuare nel 2, un blocco
    del respiro, uno sbocco di pianto….A riavvolgersi nel
    nastro per cercare un’identità, si rischia di non
    fermarsi più….Esita pure il fotogramma vitale…Tutto è
    alla luce del dopo.

    Ciò non toglie che ci siano delle immagini dense di significato e che parlano da sé.
    Leggendo invece la seconda poesia, alla luce di quanto scritto da Linguaglossa, mi sono sentita un po’ spiazzata.
    Il timbro ‘epico’ di quei versi (quella ‘forma’ ci stava, dato il contenuto) non mi dava l’impressione di una *intenzione assertoria moralizzatrice* ma di una segnalazione compartecipativa di eventi.
    Se poi De Signoribus *intende la poesia come un mezzo per moralizzare la vita pubblica* quelli saranno problemi del poeta: bisogna vedere se a questo intendimento segue una poesia valida in quanto poesia e il cui genere sarà, mettiamo, di tipo ‘civile’.
    O se, invece, usa un potere mediatico per propagandare questa sua religione moralizzatrice (un Grillo in poesia, diciamo!). Ci saranno i gonzi che applaudono (non è una novità dato il nostro bisogno odierno di Messia che ci traggano dall’impaccio di questi tempi bui) oppure coloro che ci rifletteranno sopra.
    Quanto al fatto che delle poesie di De Signoribus *sai dove cominciano e non capisci più dove vanno a finire, che vogliono dire più di quanto non dicano*, mi sembra che questa modalità appartenga proprio al linguaggio poetico che non è mai pienamente esplicito, che sottende e lascia sottintendere, che gioca sulle ambiguità, ecc. ecc.
    Ecco, come suggeriva Ennio, ho espresso delle considerazioni da lettrice e non vorrei finire nella lista nera come spesse volte accade quando si esprimono pensieri incompleti o non all’altezza o discordanti.

    @ Laura Canciani

    Nel pieno rispetto delle sue posizioni, volevo capire come mettere assieme queste sue affermazioni:
    a) *la mia parola non è superiore assiologicamente alla tua, la mia di cattolica non vale di più di quella di un laico, la mia verità di cattolica non può valere di più rispetto a quella di un islamico e così via*.
    b) *E nemmeno De Signoribus ha il diritto di dichiarare la sua condanna morale verso una generalità. La sua poesia cade nel basso moralismo e nella pseudo teologia proprio perché porta in sé questo vizio di fondo, questo peccato cardinale: quello di sentirsi autorizzato a pronunciare una parola di condanna*.
    Secondo logica, De Signoribus ha diritto ad essere *vizioso*, ha *diritto a dichiarare la sua condanna morale verso una generalità* né più né meno di come ne ha diritto l’islamico. Perchè l’islamico deve essere rispettato e De Signoribus no?
    Il problema si pone quando l’islamico (o il cattolico) o De Signoribus cercano di impormi la loro visione del mondo utilizzando leve di potere o qualsivoglia mezzo a loro disposizione, sia palese che occulto.
    Capisco che la velocità che impone il mezzo ‘blog’ faccia fare ‘salti’ logici che non giovano alla chiarezza, però mi sembrava strana questa contraddizione quasi fosse una presa di partito.
    Cordialmente.

    R.S.

  7. Laura Canciani

    Gent.ma Rita Simonitto,
    io non discuto del diritto che ha ciascuno di esprimere un giudizio di condanna verso chicchessia, questo lo si può fare con la chiacchiera familiare, con gli amici, con un articolo di giornale, con un sermone dal pulpito di un lefebriano, lo può fare anche un invasato nella piazza del mercato… ma in poesia le cose stanno diversamente, in poesia non ci devo mettere le mie convinzioni personali, i miei ostracismi morali (anche se giustificati!), la mia personale animosità verso la generalità, in poesia mi devo esprimere in un linguaggio, come dire, sovra personale, che superi le mie personali idiosincrasie e i miei personali umori, devo trovare dei correlativi oggettivi, delle metafore, devo usare dei tropi, devo insomma tradurre il mio personale sfogo e animosità in qualcosa che sia universale, devo, in altri termini, superare la mia individualità frutto di convinzioni personali per accedere a un linguaggio che esce dalla tradizione letteraria dell’Occidente e vi ritorna, quindi devo esprimermi in un linguaggio di oggetti, di tropi, di sostituti. E a mio avviso il fatto che De Signoribus rimanga, con astuzia da letterato, su un piano di indistinzione dell’interlocutore, cioè che rimanga ambiguo, come se volesse rivelarci chissà quali profondità del suo dettato, in realtà quella sua ambiguità è soltanto un gioco a nascondino di chi vuole apparire più intelligente del lettore, più colto, che ne sa di più, di chi si pone su un piano dicotomico: io sono il poeta, a me è lecito sermoneggiare e a te no, io ti do la reprimenda e la lezioncina di condanna del mondo per come è il mondo. De Signoribus, preso dalla sua mania di apparire come un nuovo poeta-vate, in realtà inciampa nella vanità di una parola esoterica che vuole apparire numinosa, sacrificale e noumenica, para teologica. Ma la teologia è un’altra cosa, bisogna avere rispetto per la teologia, non po’ essere furbescamente usata nel dettato poetico per apparire un poeta autorevole e sapienziale. De Signoribus mischia le carte del suo stile facendo affidamento sul tono sensuoso e para teologico di frasari moralistici. Mi dispiace, ma questa è letteratura imbonitoria, poesia di un poeta laureato che vuole esibire la sua laurea, che ha qualcosa presa in prestito da pessime sagrestie.

  8. Ennio Abate

    Devo esprimere apertamente il mio dissenso verso il tono delle critiche qui fatte a De Signoribus da Linguaglossa e Canciani. A Linguaglossa l’ho detto già in privato, ma vale la pena di ritornarci anche in pubblico.
    Io in De signoribus tutta questa volontà di sedurre il lettore o di mostrare “le sue (false) profondità, le sue quintessenze, le sue insostanziali qualità auratiche e spirituali” non ce la vedo.
    Dove sta in queste poesie proposte da Evangelisti questa ” atmosfera di sortilegio, quasi sacrale, magico-auratica”? Ci sento un tono religioso, solenne, di ascendenza biblica. Ma perché sostenere la presenza di “una intenzione assertoria moralizzatrice”? Perché dire che “affetta un tono da sermone letterario”? O che il suo discorso poetico sia “suasorio intimidatorio”? O che “intende la poesia come un mezzo per moralizzare la vita pubblica”? E ripetere ossessivamente : “‘c’è un eccesso di voce”; “un eccesso di zelo”; “c’è molto zelo in questo tipo di poesia”.
    Non è che ci sia un eccesso di prevenzione da parte tua, Giorgio, nel condurre la critica a De Signoribus?
    Preciso che, considerando illusorio che un critico possa spogliarsi delle sue idee e delle sue passioni, trovo la prevenzione nei confronti di un autore legittima e persino fertile. Ad una condizione: che provi sui testi dell’autore esaminato quanto egli vi scorge. Non mi pare che questo accada per la strofa trascelta (“dell’ignobile secolo dei secoli etc”).

    Quanto alle affermazioni di Canciani, mi pare che, lasciando stare se la condanna sia dall’alto o dal basso, non vedo perché un poeta cattolico (era il caso di Luzi di cui abbiamo abbondantemente discusso in un post precedente) o ateo non possa esprimere in poesia una condanna verso altri uomini che si muovono nella Storia. Anche qua ad una condizione: che la condanna assuma la forma della poesia e non del libello propagandistico.
    E a me pare che con De Signoribus alla poesia ci siamo. (Lascio da parte la questione se sia eccelsa, di buon livello o mediocre.)
    E non capisco (per quanto detto prima a proposito della impossibile neutralità del critico) perché un poeta non debba mettere in poesia le sue convinzioni personali, i suoi ostracisimi morali, la sua personale animosità verso tizio o caio o il genere umano. Basta pensare a Dante. Arriverà pure all’universalità (concetto sempre relativo), a superare la sua individualità, ma quanta parte di quella elaboratissima universalità affonda le radici nelle convinzioni e umori personali e se ne alimenta?
    E poi perché quella di un Dante o di un altro poeta caro a lei, Canciani, è universalità e quella di De Signoribus sarebbe “astuzia di letterato”, “ambiguità”, “gioco a nascondino”, “lezioncina di condanna del mondo per come è il mondo”? (Tra l’altro: a lei il mondo “per come è” la soddisfa?).
    Un caro saluto a entrambi.

  9. Giorgio Linguaglossa

    caro Ennio,
    fermo restando che il giudizio di gusto è soggettivo, è ovvio che ciò che piace a te possa non piacere a me, e viceversa. Tu mi dici che forse non sono stato esauriente nella mia spiegazione, che non ho spiegato perché la poesia dell’autore in argomento sia non poesia ma appartenente al genere letterario (rispettabilissimo) del sermone e dell’invettiva di matrice para teologica. Cercherò di essere più chiaro ed evidenzierò, nella lettura, verso per verso le mie ragioni (che ovviamente sono le mie personali ragioni di lettore qualunque). Preciso che non ho nessuna animosità personale nei confronti dell’autore in questione che nemmeno conosco, la mia è unicamente una valutazione estetica, mia personale. Leggiamo il primo verso riportato nel corpo dl mio commento:

    «dell’ignobile secolo dei secoli t’accompagna una bolla di sgomento»

    qui è l’autore che parla di “secolo ignobile” il quale è seguito da una «bolla di sgomento»; sì, è legittimo da parte di un poeta esprimere le proprie personali idiosincrasie nei confronti del proprio tempo, è legittimo insultarlo, denigrarlo, diffamarlo… ma non mi risulta che i poeti di rango, mettiamo un Celan, un Milosz, uno Zagajevski etc abbiano mai insultato il proprio secolo il XXI secolo in una propria poesia, né lo ha mai fatto Mandel’stam, il quale rinchiuso in un lager ne avrebbe avuto ben donde, anzi il poeta russo fu messo nel lager in seguito a una poesia indirizzata a Stalin; non mi sembra che abbia mai scritto una poesia contro il suo secolo, anzi, aveva del suo secolo una grande cognizione. Ma come si fa a condannare un secolo tutto intero senza distinguere Einstein e Brodskij dalla schiuma umana dei nazisti e dei fascisti?, non mi sembra che tra le due cose si possa stendere una equivalenza di condanna. Faccio sommessamente presente che il secolo tanto denigrato dall’autore in questione è quello che ha consentito a centinaia di milioni di persone (mi correggo: a qualche miliardo di persone) di vivere come mai avvenuto prima nell’agiatezza e nei comforts e di non morire di fame come avveniva nei secoli precedenti.

    Per tornare alla poesia, c’è un eccesso di tratti sopra segmentali («bolla di sgomento»), una violenza verbale gratuita e animosa che squilibra l’armonia della composizione; proviamo a leggere il prosieguo di quello che io definisco un mero sfogo personale (con degli a capo) che non ha niente a che vedere con la forma-poesia, la quale è struttura, armonia (o disarmonia prestabilita) parallelismo, tropi, metafore, sinonimie, sineddoche etc.,; qui non c’è nulla di tutto ciò, c’è soltanto un accavallarsi virulento e anche dis-tassico di proposizioni ultimative slegate secondo una facile paratassi che a me fa sorridere. Leggiamo:

    « tutte le magnificenti riedifiche avvengono / sopra sette strati di simboli e cadaveri….»

    Molto semplicemente questo è uno sproloquio che non ha né capo né coda, uno sfogo di una persona che è incattivita, che ce l’ha con il mondo (Cose però personali che non pertengono alla poesia). L’autore in questione accavalla e accatasta una serie di proposizioni da apocatastasi che mi fanno sorridere. Se abbiamo la pazienza di leggere il componimento fino alla fine con animo sgombro troveremo eccessi di tono, cadute di stile, toni da ultimatum a una intera epoca, un serioso sermoneggiare, un cipiglio di condanna… insomma, tutto ciò è legittimo, se una persona è incattivita con il mondo può scrivere sui manifesti, negli sms privati, in lettere alla moglie, insomma, può dare libero sfogo del suo risentimento dove vuole ma non in un testo di poesia. La quale è un’altra cosa: non è il luogo per esercitare toni queruli e ultimativi né tantomeno pronunciare sermoni in pseudo linguaggio da Armageddon.

    • Ennio Abate

      Caro Giorgio,
      tu non te ne avvedi e i tuoi amici e le tue amiche forse stentano a fartelo notare, ma è proprio il *tono* delle tue critiche che io ho messo in discussione. E il fatto che tu, dopo aver liquidato De Signoribus come poeta, dica che non hai « nessuna animosità personale nei confronti dell’autore in questione che nemmeno conosco, la mia è unicamente una valutazione estetica, mia personale», convincerà altri ma non me.
      Un poeta o la sua poesia possono non piacere. D’accordo. La tua critica però fa trasparire sopratutto un accanimento. Possibile che in De Signoribus non ci sia niente di apprezzabile e che tu lo debba – e qui assumi davvero i toni del Giudice insindacabile che attribuisci a lui! – espellere dal campo della poesia e classificarlo in un sottogenere («perché la poesia dell’autore in argomento sia non poesia ma appartenente al genere letterario (rispettabilissimo) del sermone e dell’invettiva di matrice para teologica»)?
      Nel mio precedente commento ho detto che anche questo accanimento (o passione ostile) potrebbe andar bene, se scavasse nei testi dell’autore e ne mostrasse aspetti più veri e magari che sfuggono all’autore stesso o ai suoi miopi ammiratori.
      Ma nell’analisi che tu fai di due versi di De Signoribus («dell’ignobile secolo dei secoli t’accompagna una bolla di sgomento»; « tutte le magnificenti riedifiche avvengono / sopra sette strati di simboli e cadaveri….») non mi pare che ciò avvenga.
      Ti chiedi: « Ma come si fa a condannare un secolo tutto intero senza distinguere Einstein e Brodskij dalla schiuma umana dei nazisti e dei fascisti?». Ribatto: ma stiamo esaminando una poesia o un saggio storico? Nell’economia del discorso poetico di De Signoribus quella precisazione di carattere storico può essere secondaria. Come – mi viene in mente – l’errata attribuzione di uccello notturno all’upupa che compare nei «Sepolcri» di Foscolo.
      Poeti di rango non hanno mai «insultato» il proprio secolo ( ecco un esempio di scelta lessicale che lascia trasparire proprio una tua animosità! E prima ancora altri termini enfatici:« insultarlo, denigrarlo, diffamarlo», che non verrebbero affatto in mente a un lettore meno prevenuto)? E con questo? La ricerca poetica ci ha abituato proprio a annessioni coraggiose di temi esclusi dai poeti precedenti. Per me questo è segno di libertà. Vogliamo forse trattare per l’eternità solo i temi ( la donna, la rosa, la luna!) che una lunghissima (ma spesso asfissiante tradizione) ha stabilito come poetici?
      Se poi la tua riserva è di carattere politico, perché la generalizzazione “estremistica” di De Signoribus va contro una tua visione più equilibrata e meno pessimistica del Novecento, è bene, secondo me, farlo rilevare, prendere le distanze dall’ideologia di De Signoribus. Ma cosa c’entra questo con il dire che la sua sia «non poesia»? No, è poesia che si rifà ad un’altra visione (religiosa, biblica, profetica) del mondo. Magari come quella di Luzi (di cui abbiamo parlato). A me non pare che Fortini, con tutta la sua «animosità» di marxista contro l’ideologia cattolica ( o paracattolica, per non far arrabbiare ancora Evangelisti!), abbia dichiarato che quella di Luzi fosse non poesia. E per essere schietto e diretto, non mi pare che la poesia di De Signoribus non regga il confronto con poeti e poetesse pubblicate su questo blog e anche da te proposti/e.
      Mi dovrai spiegare poi cosa sono questi « tratti sopra segmentali» di cui vedi un eccesso e che esemplifichi con quella che a me pare un semplice metafora («bolla di sgomento»). Ammetto onestamente la mia ignoranza. O dove sia tutta questa « violenza verbale gratuita e animosa». O questo « mero sfogo personale». O dove sia questo « accavallarsi virulento e anche dis-tassico di proposizioni ultimative». O dove sia questo « sproloquio che non ha né capo né coda, uno sfogo di una persona che è incattivita, che ce l’ha con il mondo». Ecc. Ripeto: io non vedo nulla di tutto questo. Ti vedo, piuttosto, lanciare sui testi di De Signoribus una raffinatissima e complicatissima rete di concetti e di attese tue («la forma-poesia, la quale è struttura, armonia (o disarmonia prestabilita) parallelismo, tropi, metafore, sinonimie, sineddoche etc.,; qui non c’è nulla di tutto ciò») che semplicemente la cancellano, l’annullano.

      P.s.
      Già che ci siamo, indico ai lettori del blog il link per leggere un denso saggio di Luca Lenzini, intitolato « Dopo il Dopo. Appunti su De Signoribus»: http://www.ospiteingrato.org/Recensioni/DeSignoribus.html
      Lenzini recensice un altro libro di De Signoribus, «Trinità dell’esodo» (Garzanti, 2011), Anche questo saggio è stato oggetto di fiera contesa tra me e Linguaglossa e ritengo giusto che altri/e, se vogliono, possano leggerlo e giudicarlo.

  10. «Due tratti caratteristici della poesia di De Signoribus: l’inesausta ricezione dell’iniziativa creativa della lingua (da cui
    la meravigliata naturalezza dei neologismi più arditi, e della più studiata orditura del dettato) e la sua vocazione
    polifonica e corale».
    (Rodolfo Zucco, «Diario»)

    «Nelle catacombe è rimasto a lungo, seguito da pochi lettori: che però si chiamavano Caproni, Luzi, soprattutto Giudici.
    (…) La sua è una poesia tutta interiore, di meditazione critica sull’esistenza, fra gli istmi e le chiuse in cui si muove, alla
    ricerca di un passaggio stretto, illuminato da una intermittente luce religiosa. Ma non poesia solipsistica, da
    compiacimento ombelicale. L’interiorità è suggerita, secondo il grande modello di Caproni, dalle presenze esterne,
    oggetti, figure, paesaggi».
    (Giorgio Calcagno, «La Stampa-Tuttolibri»)

    «Questo poeta che sembra non conoscere rivali nel suo saper materializzare l’ineffabile e che nella sua ascetica
    religione della parola, nella sua strenua ricerca di quei minimi scarti prosodici, lessicali o sintattici o di “certi effetti
    d’intrattenimento” (…) sa anche sfidare in efficacia e in “eloquenza” agli antichi tribuni dell’engagement».
    (Giovanni Giudici, «Corriere della Sera»)

    Ho trovato su internet questi giudizi sulla poesia di Eugenio De Signoribus, nella scheda di presentazione di un incontro tenutosi a Savona nel 2008 sull’opera poetica di De Signoribus, e in occasione della pubblicazione del volume di Garzanti che raccoglie tutte le poesie dal 1976 al 2007. Volume che ho e che sto leggendo, infatti avevo approfondito la lettura solo di Ronda dei conversi, che comunque mi sembra venga considerata una delle opere più significative.
    Ecco un giudizio critico di Yves Bonnefoy:
    «Ciò che posso, e che tengo molto a fare, è di affermare chiaro e forte una qualità, una grandezza che sono ben capace
    di percepire, non è necessario andare a fondo di ciò che racchiudono per sentire la nobiltà e la gravità d’una tragedia o
    d’un inno. Non è necessario aver saputo districare tutte le sue tracce tra terra e cielo, tutti i volumi, i consentimenti
    discreti alle intuizioni proprie dell’ornamento, per apprezzare la beltà di una forma architettonica. Io trovo superbi il
    disegno e il colore della Ronda dei conversi e vorrei attirare su quest’ opera l’ attenzione di qualche vero amico e
    testimone della creazione poetica in Francia, chiedendogli non tanto di leggerla ma di meditarla, di ricominciarla in se
    stessi, di convertirsi ad essa: focolare della poesia, alta fiamma che brucia chiara. Avranno, questi lettori confidenti, un
    lavoro da fare, è vero. Nutrendosi queste poesie spesso enigmatiche, ellittiche, del contenuto dell’ esperienza personale,
    come sempre bisogna fare quando è il poetico autenticamente in gioco. Provando anche il desiderio, come me, di
    accrescere la conoscenza della lingua per meglio accostarsi al testo, che non può dispiegare nessuna traduzione, per
    quanto essa sia esatta e bella: consentendo di intendere una voce la quale attinge le sottigliezze dell’ opera nella
    semplicità, nell’ unità, di una vita sempre attenta, in Eugenio De Signoribus, ai bisogni semplici dell’esistenza. Saluto
    con affetto Eugenio, nel ricordo della sua presenza commovente di uomo poco incline a comparire in luogo dei suoi
    scritti, benché ragguardevole al pari di essi, e benefico, oso dire: presenza riservata, silenziosa, si direbbe quasi
    selvatica, ma nimbata di quella luce che nasce dall’ esigenza severa, quando è insieme dolcezza attenta e tenerezza.
    Quella che è così la purità stessa, altro nome della poesia che non è e non cerca di essere che se stessa »
    (Yves Bonnefoy )

    Qui si parla di ricerca linguistica, di interiorità non solipsistica ma dettata dalle presenze esterne, di “saper materializzare l’ineffabile”. Bonnefoy afferma: “io trovo superbi il disegno e il colore della Ronda dei conversi”, opera che ci dice deve essere non letta ma meditata, e conclude con l’invito a “convertirsi ad essa” “alta fiamma dalla luce chiara”.

    Dal momento che ho profondo rispetto per Bonnefoy e per Giovanni Giudici, mi chiedo dov’è questa alta luce? Il giudizio di Giorgio Linguaglossa forse è eccessivamente severo. Non credo che tutta l’opera di De Signoribus possa fare capo ad un puro sfogo personale. Però l’alta luce, la mirabile “costruzione architettonica”, il paragone al sentire di un Giorgio Caproni, o l’accostamento all’impegno sociale e politico di Franco Fortini, no, secondo me non ci sono. E’ poesia, sì, ma non così eccelsa. Perché allora, mi chiedo, questi giudizi così elevati e questi paragoni così elevati. Qual è la forza della parola di De Signoribus? Se c’è. E lui stesso potrebbe dirci qualcosa in proposito? O è chiedere troppo.
    Un caro saluto a tutti voi.

    • ambra simeone

      saluti a tutti voi,

      ho provato a leggere la poesia di De Signoribus, a scanso di equivoci dico subito che non voglio lasciare un giudizio critico, ma solo un parere da semplice lettrice, per cui un parere personale. non ho letto tutto il libro né le prove precedenti dell’autore, parlo solo di questa poesia citata, dico solo che mi ha ampiamente annoiata, non sono riuscita (e per tre volte ci ho provato) a leggerla tutta fino in fondo, se c’è una bravura formale in tutto questo mi chiedo a cosa miri, la forma dovrebbe avallare un contenuto, seppur minimo, qui non vedo nulla di tutto ciò, ho paura che così il messaggio non arrivi.

  11. http://win.ipia.it/biblio/eugeniodesignor.htm
    volevo indicare il link al sito in cui il poeta viene paragonato a Fortini per la raccolta “Istmi e chiuse”.


  12. il link all’unico video che ho trovato, in cui De Signoribus parla di quello che rappresenta la poesia per lui (Premiazione Premio G.Dessi)

  13. Uè, Evangelisti, ma su You Tube quaccose meglie e cheste nun g’era?
    Stu poeta ca voce sommesse, e campane ca sonane ment’isse parle,
    quattre parole tirate fore a forza cua pinze cumme ra rint’e a nu puzze [pozzo, eh!], cumme si nun vulessere ascì fore, cumme si e vulesse tené accuvate!
    E tutti chell’i facce mezz’addurmute!

    • Caro Peppenielle,
      c’era sì qualcosa di meglio!!! Ma attento a parlare di facce addormentate, qui c’è il non plus ultra della cultura italiana……..persino Milo De Angelis.
      Va bene, metterò un bel filmato di Giorgio Linguaglossa che è un uomo elegante e simpatico, e quando parla si fa capire bene.
      Ciao!!!

  14. Ennio Abate

    Vista l’intensità dei commenti di questi giorni su altri temi, può darsi che questa mia replica a Giorgio Linguaglossa sulla “questione De Signoribus” sia sfuggita. La ricopio qui e attendo che il dialogo, anche se polemico, prosegua. E’ vero che la comunicazione sui blog tende presto a “seppellire” i post dei giorni precedenti, ma di per sé non impedisce di ritornarci su e, se se ne ha voglia, di approfondire i problemi. L’invito è rivolto a tutti/e.
    ***
    Ennio Abate
    13 settembre 2013 alle 17:44 (Modifica)

    Caro Giorgio,
    tu non te ne avvedi e i tuoi amici e le tue amiche forse stentano a fartelo notare, ma è proprio il *tono* delle tue critiche che io ho messo in discussione. E il fatto che tu, dopo aver liquidato De Signoribus come poeta, dica che non hai « nessuna animosità personale nei confronti dell’autore in questione che nemmeno conosco, la mia è unicamente una valutazione estetica, mia personale», convincerà altri ma non me.
    Un poeta o la sua poesia possono non piacere. D’accordo. La tua critica però fa trasparire sopratutto un accanimento. Possibile che in De Signoribus non ci sia niente di apprezzabile e che tu lo debba – e qui assumi davvero i toni del Giudice insindacabile che attribuisci a lui! – espellere dal campo della poesia e classificarlo in un sottogenere («perché la poesia dell’autore in argomento sia non poesia ma appartenente al genere letterario (rispettabilissimo) del sermone e dell’invettiva di matrice para teologica»)?
    Nel mio precedente commento ho detto che anche questo accanimento (o passione ostile) potrebbe andar bene, se scavasse nei testi dell’autore e ne mostrasse aspetti più veri e magari che sfuggono all’autore stesso o ai suoi miopi ammiratori.
    Ma nell’analisi che tu fai di due versi di De Signoribus («dell’ignobile secolo dei secoli t’accompagna una bolla di sgomento»; « tutte le magnificenti riedifiche avvengono / sopra sette strati di simboli e cadaveri….») non mi pare che ciò avvenga.
    Ti chiedi: « Ma come si fa a condannare un secolo tutto intero senza distinguere Einstein e Brodskij dalla schiuma umana dei nazisti e dei fascisti?». Ribatto: ma stiamo esaminando una poesia o un saggio storico? Nell’economia del discorso poetico di De Signoribus quella precisazione di carattere storico può essere secondaria. Come – mi viene in mente – l’errata attribuzione di uccello notturno all’upupa che compare nei «Sepolcri» di Foscolo.
    Poeti di rango non hanno mai «insultato» il proprio secolo ( ecco un esempio di scelta lessicale che lascia trasparire proprio una tua animosità! E prima ancora altri termini enfatici:« insultarlo, denigrarlo, diffamarlo», che non verrebbero affatto in mente a un lettore meno prevenuto)? E con questo? La ricerca poetica ci ha abituato proprio a annessioni coraggiose di temi esclusi dai poeti precedenti. Per me questo è segno di libertà. Vogliamo forse trattare per l’eternità solo i temi ( la donna, la rosa, la luna!) che una lunghissima (ma spesso asfissiante tradizione) ha stabilito come poetici?
    Se poi la tua riserva è di carattere politico, perché la generalizzazione “estremistica” di De Signoribus va contro una tua visione più equilibrata e meno pessimistica del Novecento, è bene, secondo me, farlo rilevare, prendere le distanze dall’ideologia di De Signoribus. Ma cosa c’entra questo con il dire che la sua sia «non poesia»? No, è poesia che si rifà ad un’altra visione (religiosa, biblica, profetica) del mondo. Magari come quella di Luzi (di cui abbiamo parlato). A me non pare che Fortini, con tutta la sua «animosità» di marxista contro l’ideologia cattolica ( o paracattolica, per non far arrabbiare ancora Evangelisti!), abbia dichiarato che quella di Luzi fosse non poesia. E per essere schietto e diretto, non mi pare che la poesia di De Signoribus non regga il confronto con poeti e poetesse pubblicate su questo blog e anche da te proposti/e.
    Mi dovrai spiegare poi cosa sono questi « tratti sopra segmentali» di cui vedi un eccesso e che esemplifichi con quella che a me pare un semplice metafora («bolla di sgomento»). Ammetto onestamente la mia ignoranza. O dove sia tutta questa « violenza verbale gratuita e animosa». O questo « mero sfogo personale». O dove sia questo « accavallarsi virulento e anche dis-tassico di proposizioni ultimative». O dove sia questo « sproloquio che non ha né capo né coda, uno sfogo di una persona che è incattivita, che ce l’ha con il mondo». Ecc. Ripeto: io non vedo nulla di tutto questo. Ti vedo, piuttosto, lanciare sui testi di De Signoribus una raffinatissima e complicatissima rete di concetti e di attese tue («la forma-poesia, la quale è struttura, armonia (o disarmonia prestabilita) parallelismo, tropi, metafore, sinonimie, sineddoche etc.,; qui non c’è nulla di tutto ciò») che semplicemente la cancellano, l’annullano.

    P.s.
    Già che ci siamo, indico ai lettori del blog il link per leggere un denso saggio di Luca Lenzini, intitolato « Dopo il Dopo. Appunti su De Signoribus»: http://www.ospiteingrato.org/Recensioni/DeSignoribus.html
    Lenzini recensice un altro libro di De Signoribus, «Trinità dell’esodo» (Garzanti, 2011), Anche questo saggio è stato oggetto di fiera contesa tra me e Linguaglossa e ritengo giusto che altri/e, se vogliono, possano leggerlo e giudicarlo.
    Risposta

  15. ro

    caro Ennio e care/i tutte/i,
    con la mia lente d’ingrandimento, ovviamente sprovvista di tutti i risvolti “tecnici” sul canone poetico, la cosa più eclatante che mi viene agli occhi, per cui appoggiare incondizionatamente (almeno per ora) la tua posizione ma anche quella di Lenzini o di alcuni e non altri commenti su questo post, è un’evidenza che rilevo da questo e da tutti gli altri post, autori e temi, e che rilevo più per un’assenza che per una presenza. Mi spiego subito.

    Quando Linguaglossa(e autori posizioni affini) viene posto di fronte a testi e autori in cui è presente (vagamente o massicciamente) la componente politica (strategica o etica, etc etc) se la dà a gambe levate , scompare cioè alla presa in carico di posizione palese su quel tema, a meno che sia il solito tema massmediatico che coinvolge la parte più a lui tangente del poetificio. tangente anche noi ma come tessera di tutto l’intero puzzle, ergo altre crisi e guerre, convenzionali e non, comprese.

    “l’ambiguità” poetica che come ogni altra caratteristica della vita è doppia, si riduce e restringe quindi , vedi anche questo post, come arma da lanciare contro chi non sa(/saprebbe) usarla poiché nella linguaglossiana per essere veri artisti degni di questa categoria, occorre questa dote (ma non credo ad esempio ne sia privo, citando un altro post e autore, la poetica di Peli, vedi il suo ultimo su Nettuno. Eppure anche contro Peli, come per De Signoribus, è stata rivendicata la stessa arma di cui sopra). Voglio dire che quando un elemento viene esaltato su tutti gli altri, finisce per essere sproporzionato, sia nel caso in cui venga riconosciuta la sua presenza e quindi l’autore, sia che venga disconosciuto. “Il dico non dico” diventa così ” lo nego”, dove “lo” diventa il De Signoribus o Peli etc etc ogni volta che qualcosa di detto o detto e ridetto troppo da quel “lo” di turno, per quel critico, acnhe sublime come Linguaglossa, si espone su certi temi (piu politici? più etici? più storici? più che?)…..ma la osservazione da lettrice degli spazi di questo sito, è che su quegli stessi temi, Linguaglossa, ma non haimè il solo, “non dice” mai un fiato. Se si potesse dunque dire in modo laico “chi è senza peccato, scagli la prima pietra”, mi viene il dubbio che più che coinvolto il senso del “gusto” , lo sia il fatto che si preferisca scartare ciò da cui si è lontani come senso che ognuno ha e dà all’intero, al cui interno non c’è solo il proprio “io” con le relative tensioni a una gravità comune. Mi spiego subito. Da semplice lettrice (ma immagino che così debba almeno essere , anche per poco poco per l’autore) assegno maggior valore a chi modula su più registri la sua capacità espressiva . ciò vale indiscriminatamente su ogni piano artistico. dall’autore teatrale ai suoi attori (il pensiero corre subito a Shakespeare, nevvero?) e così via fino a poesia. così dovrebbe essere sia per i maggiori che per i minori, o per piu visibili e iinvisibili. Possiamo avere ciononostante autori e lettori/spettatori che si dedicano reciprocamente a uno specifico e quasi unico stile, tema, canone, aspetto etc etc escludendo tutti gli altri o quasi perché cozzerebbero troppo con la “purezza” adottata per stagliarsi su tutti gli altri (temi, autori, elementi, anelli del puzzle etc etc). Il problema quindi è di relazione nella relazione di chi sa incorporarsi pur garantendo a se stesso la sua unicità e di chi per garantirsela la deve escludere escludendo altri (temi, persone, autori etc) e di conseguenza escludendosi.

    • Ambra Simeone

      confrontate (anche se ormai un po’ datata in confronto alla poesia contemporanea) la poesia che qui vado a copiare e incollare con quella di De Signoribus (riconoscerete di sicuro il più volte amato/disprezzato autore):

      E così vorresti fare lo scrittore?
      Se non ti esplode dentro
      a dispetto di tutto,
      non farlo
      a meno che non ti venga dritto
      dal cuore e dalla mente e dalla bocca
      e dalle viscere,
      non farlo.

      se devi startene seduto per ore
      a fissare lo schermo del computer
      o curvo sulla macchina da scrivere
      alla ricerca delle parole,
      non farlo.

      se lo fai solo per soldi o per fama,
      non farlo
      se lo fai perchè vuoi
      delle donne nel letto,
      non farlo.

      Se devi startene lì a
      scrivere e riscrivere,
      non farlo.
      se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
      non farlo.
      se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
      lascia perdere.

      se devi aspettare che ti esca come un ruggito,
      allora aspetta pazientemente.
      se non ti esce mai come un ruggito,
      fai qualcos’altro
      se prima devi leggerlo a tua moglie
      o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
      o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
      non sei pronto.

      non essere come tanti scrittori,
      non essere come tutte quelle migliaia di
      persone che si definiscono scrittori,
      non essere monotono o noioso e
      pretenzioso, non farti consumare dall’autocompiacimento

      le biblioteche del mondo
      hanno sbadigliato
      fino ad addormentarsi per tipi come te
      non aggiungerti a loro
      non farlo
      a meno che non ti esca
      dall’anima come un razzo,
      a meno che lo star fermo
      non ti porti alla follia o
      al suicidio o all’omicidio,
      non farlo
      a meno che il sole dentro di te stia
      bruciandoti le viscere,
      non farlo.
      quando sarà veramente il momento,
      e se sei predestinato,
      si farà da sè e continuerà finchè tu morirai o morirà in te.

      non c’è altro modo
      e non c’è mai stato.

      • Ennio Abate

        Mitologia del corporeo, dell’immediatezza (ah, come sarebbe bello non scrivere e riscrivere!), ruggiti da Sturm und drang, poeta come genio folle che ovviamente si sente predestinato. Anche di questa paccottiglia romantica sbadigliano le biblioteche del mondo!

      • Ambra Simeone

        di nuovo saluti a tutti,
        gentile Ennio abate,

        non metto in dubbio un certo “esercizio di stile” del De Signoribus, non intendo criticare nessuno e non mi erigo affatto a giudice di nessuno, il mio giudizio se così si deve chiamare, è di tipo esclusivamente personale e non critico, ma mi permetto di dire che C. Bukowski non aveva per nulla affatto una scrittura immediata, per quanto lui affermasse il contrario, suppongo che scrivesse e riscrivesse più volte come tutti noi, ma soprattutto leggeva e rileggeva a differenza di “altri” quanto aveva scritto, perché a differenza di “altri” pensava e ripensava a cosa e come scrivere ciò che intendeva comunicare, qui mi sembra che certa “poesia“ che si definisce contemporanea, non abbia idea di cosa comunicare, e soprattutto di come e a chi rivolgersi.

  16. Ivan Pozzoni

    Convengo. Ho letto i versi di De Signoribus, e non mi hanno trasmesso niente: non hanno senso, nè di rottura, nè di crisi, nè di immersione nella vita e nel sociale, nella quotidianeità di un Bellezza. La poesia, così, diventa, come la tragedia greca in senso collettivo, un gioco psicodrammatico individuale (in ogni caso, con tutto il rispetto della capacità culturale dell’autore).

  17. Ennio Abate

    @ Ambra Simeoni

    Se Bukowski o chi per lui in una poesia scrive:
    “Se devi startene lì a
    scrivere e riscrivere,
    non farlo.”
    mentre poi nella realtà, come lei ed anch’io supponiamo, scriveva e riscriveva COME TUTTI, due sono le cose: o aveva bevuto e non controllava quello che scriveva o voleva fare lo sbruffone.
    Ora va bene che la poesia è finzione. Ma da questo tipo davvero banale di finzione non so cosa uno impara.

    • Ambra Simeone

      @ Ennio Abate

      certo che sembrerebbe una contraddizione in termini, ma ciò che penso di quella affermazione, a prescindere dal fatto che molto probabilmente Bukowski era quasi sempre ubriaco e sicuramente sbruffone, è che il suo “scrivere e riscrivere”, nella maniera in cui si dà ordine e non disordine al testo, è sempre stato votato a rendere il messaggio più chiaro, e non più oscuro o esclusivamente più elaborato per far sfoggio di un certo tipo di cultura basata su termini edulcorati e strutture del periodo che sfiorano l’incomprensibile, e qui mi verrebbe da pensare che forse più sbruffone è chi ne fa sfoggio di questa costruzione molto bella, molto ben impacchettata, ma che non riesce a toccare nessuno, e che non custodisce e non insegna alcunché, visto che alcunché riesce ad esprimere.

  18. Giorgio Linguaglossa

    caro Ennio Abate,
    poiché tu mi chiedi di esprimere in modo più compiuto le mie riserve critiche verso la poesia di De Signoribus, l’ho fatto in un commento, spero esauriente, della poesia più “bella” tra quelle selezionate da Sandra Evangelisti, che ho già redatto e che spero tu pubblicherai.
    Non è un caso che giovani poeti (come Ivan Pozzoni e Ambra Simeone) hanno avuto il coraggio di esprimere in pubblico le proprie riserve sulla poesia dell’autore in argomento. Ciò vuol dire che l’approvazione per quel genere di poesia para teologica non è né unanime né generalizzata.
    Per quanto riguarda le lettere di Bonnefoy e di Giudici verso la poesia di De Signoribus mi limito a far osservare che sono delle lettere di accompagnamento, diciamo, di simpatia, di sostegno (rispettabilissime!) ma non sono dei giudizi critici argomentati, essi si limitano a decantare lodi generiche della poesia dell’autore in argomento, ma non forniscono argomentazioni per spiegare le ragioni a sostegno delle loro valutazioni. Quindi io, come critico, non posso che prendere quelle valutazioni per quello che sono: dei giudizi di sostegno, amicali, di accompagnamento, il che è diverso, molto diverso dall’esprimere giudizi ragionati basati su solide argomentazioni critiche. E, come sai, a delle non-argomentazioni critiche io non posso ribattere né ho nulla da dire o da aggiungere. Aspetto quindi che mi si portino delle argomentazioni critiche.
    Nel frattempo attendo che tu posti la MIA LETTURA CRITICA DI UNA POESIA DI DE SIGNORIBUS, dove ho cercato di mostrare tutti i punti deboli di un certo modo di fare poesia.

  19. Per farla breve : la quasi totalità della critica di questi anni ( argomentata o rapsodica “commentatrice” ) ha sempre sopravvalutato il lavoro di De Signoribus e in genere quello degli autori “laureati” dalla così/ detta grande editoria . Mai che ci si sia applicati ad individuarne i limiti e quindi gli spessori . De Signoribus ha una sua specificità , si muove in una sua nicchia espressiva molto personale , riconoscibile , ma mi sembra più che ragionevole ascrivergli le riserve espresse da Linguaglossa e Pozzoni , ferme restando altrettante riserve sull’oggettività della critica , anche quella esperita in perfetta buonafede .
    leopoldo attolico –

  20. Ennio Abate

    Questo è il testo della mail inviata stamane a Linguaglossa:

    Caro Giorgio,
    tu sai che io sono anche più isolato di te e fuori non solo dalle parrocchie o cordate che contano ma anche dalle parrocchiette e minicordate “alternative”. In questo credo siamo simili. Restano le differenze di vedute, di temperamento, ecc. E resta anche la necessità di “duellare” tra noi senza monopolizzare eccessivamente lo spazio del blog. Spesso la gente quando sente aria di polemica s’intimidisce o s’azzittisce. Quindi… non esageriamo. Molte cose possono essere anche sviscerate in scambi privati. Io sento la responsabilità di non mettere la museruola a nessuno di quelli già addestrati ad esprimere liberamente il loro pensiero, ma anche quella di toglierla a quanti se la mettono da soli e per varie ragioni. Fin quando l’energia non mi mancherà, non verrà meno la volontà di confronto con posizioni anche lontane dalle mie. Quindi nessuna censura. Appena possibile pubblicherò la tua nuova recensione [su De Signoribus].
    Ciao
    Ennio

  21. Laura Canciani

    gent.mi attori e spettatori del blog

    sento di dire in tutta franchezza che questo blog è forse l’unico, in Italia, che consente una dialettica tra tutte le posizioni in campo, un blog libero, un’isola isolata nella cultura del nostro paese. Ma se vogliamo far progredire il blog è necessario che tutte le argomentazioni (pro o contro un autore o un certo tipo di poesia) vengano rispettate e poste a confronto di tesi e contro tesi senza che si accusino gli interlocutori di una parte o dell’altra di essere in mala fede o di aver abbracciato tesi personalistiche e/o opportunistiche. Chiedo quindi rispetto per tutte le posizioni e la libertà di ciascuno di esprimere e ARGOMENTARE le proprie tesi in piena libertà; chiedo anche di essere severi ma rispettosi. Mi sembra che Linguaglossa sia un poeta e critico degno di essere considerato per quello che scrive senza apriorismi ma anche senza fiancheggiamenti. Tra l’altro non ha bisogno di alcun fiancheggiamento, e men che mai del mio.

    Penso che Abate, che non conosco, sia persona fededegna e a lui va il mio ringraziamento per questo spazio di libertà.
    Personalmente, ritengo che si tenda sempre a sopravvalutare gli autori pubblicati dalle grandi case editrici per una naturale sudditanza psicologica e culturale. Vorrei precisare solo un punto: che io come cattolica non sopporto coloro il quali si appoggiano alle strutture di potere dei cattolici e a coloro che infarciscono i propri scritti di parafrasi delle scritture bibliche come fanno in poesia ad esempio Erri De Luca e De Signoribus e, per altri versi, un Aldo Nove il quale ha voluto stupire les bourgeois con un libro “Maria” veramente debole.. è fin troppo facile ironizzare sulla verginità della Vergine e su altre amenità della cultura dei rotocalchi pseudolaici di massa. Non interessano a nessuno la dissacrazione e la ironizzazione della figura evangelica di Maria. Aldo Nove ha soltanto speculato, a fini letterari, su una tematica che sta a cuore di tanti cattolici facendo ricorso ad espedienti letterari alquanto discutibili e ampiamente coltivati nel 900.

    Intendo dire che ci sono sempre state nel 900 e ci sono oggi operazioni letterarie che speculano, investono su una tematica (non su quella della luna che non interessa a nessuno) che sia Maria evangelica o un vago messianismo pseudobiblico come in De Signoribus, per solleticare il palato di alcuni professionisti di letteratura che occupano posizioni istituzionali; non amo coloro che si atteggiano a messia di una parola autofondante e giudicante. c’è qualcosa di falso in ciò, qualcosa che non mi convince, che anzi mi insospettisce. Da cattolica, non amo interloquire con chi proclama venti messianici di obliterazione dell’umanità. Il vero cattolico ama le persone e la gioia, ripudia il dolore e chi assume le vesti di pubblica accusa del dolore degli uomini.

    QUINDI UN INVITO A TUTTI DI INTERVENIRE ED ESPRIMERE IL PROPRIO PENSIERO PURCHE’ ARGOMENTATO

  22. Giuseppina Di Leo

    Da lettrice ammetto che trovo difficoltà di lettura e di “ascolto” del testo nel suo insieme. Non ho compreso, ad esempio, come Linguaglossa ha ben evidenziato, se a parlare sia una terza persona al singolare o se al plurale, o se c’è «un «tu» che sottintende un «voi»» (Linguaglossa), come irrisolto a mio avviso è il messaggio che De Signoribus vorrebbe trasmettere.
    Ad esempio, i versi, come i seguenti, mi appaiono del tutto oscuri:

    Nell’odierno imperio è stabilito che alla violazione di
    un corpo di serie A subito si risponda con una vendetta
    moltiplicata…..cioè che sia scorporata, sotto un corto
    mantello, un’indefinita genìa di serie minore….
    Dentro l’odierno imperio, si narri più forte, per carità,
    un altro sentimento: quello che contiene ogni oscurata
    vita.

    Si direbbe che la vera eredità lasciataci dal ‘900 sia la”colpa” dei padri (sottinteso) e che oggi sia impossibile erigere una civiltà che non sia fondata sul “nulla” e sullo «sgomento », laddove « i morti sono le fondamenta del tempo ventunesimo /dopo Cristo…» . Lo scenario appare apocalittico e il poeta sembra non saper offrire alcuna possibilità di riscatto.
    Un disagio esistenziale che, assumendo toni meno requisitori («e si tema la colpa più del lutto»), poteva a mio modestissimo parere, contribuire senz’altro ad indagare meglio il disagio della nuova generazione.

  23. Giorgio Linguaglossa

    cara Giuseppina Di Leo,
    come scrivi tu nella composizione che citi (faccio fatica a chiamarla poesia):

    Nell’odierno imperio è stabilito che alla violazione di
    un corpo di serie A subito si risponda con una vendetta
    moltiplicata…..cioè che sia scorporata, sotto un corto
    mantello, un’indefinita genìa di serie minore….
    Dentro l’odierno imperio, si narri più forte, per carità,
    un altro sentimento: quello che contiene ogni oscurata
    vita.

    Tu scrivi a commento: «lo scenario sembra apocalittico», invece, io molto più prosaicamente ritengo che l’autore sia stato colpito da un colpo apoplettico con conseguente dislessia neurolettica e neurovegetativa con conseguente disformismo monemico. Tutto il componimento ha espressioni di disprezzo per il genere umano degenerato («un’indefinita genìa di serie minore….»), l’autore appare come invasato da un furor messianico, non si capisce nemmeno con chi se la prende l’autore se non con una «indefinita genìa», una generalità, contro la specie umana nel suo complesso; toni apocalittici e lessico da apocatastasi del tutto fuori luogo e fuori misura; e poi io non capisco (certo, per i miei limiti di intelligere) che cos’è quell’«odierno imperio» dove «è stabilito che alla violazione di un corpo di serie A subito si risponda con una vendetta moltiplicata…».
    Devo ammettere che questo virulento sermone sembra scagliato da un invasato che rampogna il genere umano dal pulpito della sua voce posta fuori campo come quella di Dio nei Dieci Comandamenti.
    Purtroppo, io come critico su questo sfogo personale non ho nulla da commentare, dico commentare nel senso della critica letteraria.

  24. Pingback: Critica a “Non date le parole ai porci” di Cesare Viviani su “L’ombra delle Parole” | Poliscritture.it

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