Su “Dopo il Novecento”
Intervista a Giorgio Linguaglossa di Ennio Abate

Linguaglossa Dopo il novecento 
Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea” Società Editrice Fiorentina, 2013 

Il tuo libro è suddiviso in tre sezioni: «La partenza degli argonauti», «Il post-contemporaneo» e «Dopo il Novecento. Le questioni aperte».  Mi pare di capire che la struttura triadica non sia rigida e che le tre le sezioni, pur distinguendo il contemporaneo visto in retrospettiva, il post-contemporaneo e i problemi aperti, siano attraversate da un continuo porre e a riporre domande in una sorta di interrogazione “aperta” e spesso spiazzante. È così?

 La riflessione avviata nel libro Dopo il Novecento non è apocritica, cioè non chiude la domanda, non la risolve e, quindi, la sopprime o la scioglie; al contrario, la griglia concettuale della mia riflessione critica («La partenza degli argonauti», «Il post-contemporaneo» e «Dopo il Novecento. Le questioni aperte»), verte al principio opposto: intende aprire la «domanda» mediante un continuo processo del «domandare». Nel mio intendimento critico la «domanda» apre al problematologico, non chiude; voglio dire che la mia riflessione attraverso l’analisi di una vasta gamma di libri pubblicati a far luogo dal 1 gennaio 2000, è formulata mediante una risposta che «apre» a un’altra «domanda» che sta sotto, soggiacente, che deve essere ripescata e interrogata. È quindi un metodo aperto, un processo senza fine. Nella mia personale gerarchia, la questione del metodo viene prima di quella dell’analisi: o meglio non si dà analisi senza un metodo preliminare. Il metodo è sostanza delle cose. Questo processo aperto di indagine del «reale» (cioè dei libri di poesia) è quello che io chiamerei un metodo problematologico, cioè aperto a tutti gli esiti del pensiero, ma entro pur tuttavia la griglia concettuale che mi sono posto. È la griglia concettuale che, con i suoi binari, dà respiro al pensiero; una risposta problematologica del pensiero è una risposta dialettica, che pone in discussione se stessa nel momento in cui viene formulata: «frattura l’impensato al pensiero», cioè segnala delle alternative, crea uno spazio di relazioni e di direzioni; ma, ovviamente, non tutte le direzioni si equivalgono: non siamo in un impero dove tutte le strade portano a Roma, siamo in un labirinto dove tutte le strade si imbrogliano e non portano che a vicoli ciechi, è questo il problema. Le numerosissime domande che formulo di continuo nel libro non sono espedienti retorici ma intendono mettere in luce che il territorio che si profila davanti ai nostri occhi (sempre attraverso l’analisi dei libri di poesia) è un territorio sconosciuto, «ignoto». È questa una categoria chiave che mi ha guidato nelle mie riflessioni: il campo della poesia, dell’arte in genere come quello della fisica quantistica, della politica e dell’economia è un campo dove il reale si dà sotto la veste dell’«ignoto»; nessuno ha la chiave già pronta in grado di aprire le porte dell’«ignoto», e chi dice di averla è un falsario e un imbonitore oltre che uno sciocco.

 Soffermiamoci sulla prima sezione, «La partenza degli argonauti». L’evocazione del mito serve – mi pare –  a distinguere un prima e un dopo; e a contrapporre nettamente  «il viaggio della poesia moderna», ancora paragonabile a quello degli argonauti alla ricerca del vello d’oro, alla condizione d’oggi: post-novecentesca o postmoderna. Perduto  il «conforto della tradizione»,  si stende davanti a noi, più che l’ignoto, la ripetizione di un eterno presente. Che chiami sarcasticamente «la pista di pattinaggio del post-contemporaneo». È, insomma, la diagnosi di un fallimento che mette in discussione la poesia di un intero secolo. La poesia del Novecento si sarebbe come snaturata nel tentativo di inseguire (dovrei aggiungere: sulla scia delle scienze o della heideggeriana Tecnica o del positivismo)  il «reale», diventando soltanto «verosimile, pragmatica, prevedibile» e producendo questo blocco o crisi o «nulla» o scomparsa di «tutto». Vuoi approfondire questo punto

 Sì, il mio libro vuole essere un processo al Novecento poetico. Heidegger con la sua riflessione sull’«oblio dell’essere» non c’entra, ben pochi tra i poeti hanno letto le pagine di Essere e tempo. Il problema è un altro: la dismetria e la distassia della de-fondamentalizzazione che il Novecento ha lasciato in eredità alla poesia italiana che devono essere combattute; stigmatizzo la positivizzazione, la sproblematizzazione dei linguaggi poetici post-novecenteschi, che sono sortiti fuori come funghi, come ingessati, febbricitanti, privatizzati, ionizzati da un massiccio bombardamento di talqualismo e di chatpoetry. Ormai nessuno o quasi (ci sono delle eccezioni come Luigi Manzi, e tra i nuovi, Giuseppina Di Leo, Letizia Leone e Francesca Diano) pensa alla «domanda fondamentale» che muove la poesia.

E quale sarebbe questa domanda?

 È la domanda che interroga la Crisi. Che cos’è la Crisi?; direi che è la modalità con cui si manifesta dinanzi a noi la difficoltà di porre la «domanda fondamentale», quella domanda che consente di aprire il campo di indagine mediante la scoperta di altre domande nascoste, soggiacenti, che stanno sotto il tegumento dei discorsi a vanvera del positivismo stilematico di questi anni. La poesia contemporanea, ho scritto nel libro, è «la pista di pattinaggio del post-contemporaneo», una superficie piatta, unidimensionale dove tutte le scritture poetiche si assomigliano, sono interscambiabili, non delimitano un «oggetto», sono orfane, prive di «tradizione», non hanno nulla dietro di sé e, davanti, si estende la pista di pattinaggio dell’«ignoto», sono delle zattere che vanno alla deriva delle correnti del mare dell’«ignoto», senza un progetto, una idea di poetica, una idea dell’oggetto da rappresentare. Con ironia ho chiamato questa situazione della poesia contemporanea italiana «La partenza degli argonauti» riferendomi alla mitica partenza degli argonauti alla ricerca del vello d’oro. Leggendo la poesia contemporanea ho sempre la sensazione  di una partenza di massa verso il traguardo del successo e della visibilità. In questa analisi della poesia contemporanea ho sempre avuto la netta sensazione che sia scomparsa la «domanda fondamentale»: perché si scrive poesia, e per chi? In assenza di questa domanda preliminare oggi si scrive poesia in base ad una pulsione corporale, ad un bisogno personale, ad un calcolo di visibilità, certo psicologicamente comprensibile, ma che non può dar luogo che a risultati irrilevanti. Spesso si ciarla di dimensione etica dell’estetica proprio da parte di chi insegue lo stesso obiettivo perseguito dalla razionalità del mercato e dell’etica monetaria: il successo e la visibilità. Si scrivono i libri di poesia come si scrivono i romanzi: si tende al successo, se non delle vendite almeno a quello della vetrina della visibilità.

Quindi tu pensi che ci sia una «domanda fondamentale» e che essa possa svanire nel tempo?

 Sì, la «domanda fondamentale» può anche scomparire per intere epoche, per decenni o per secoli se qualcuno non la ripesca dal mare dell’oblio. Mnemosine (la memoria) non è la madre delle Muse?, e la poesia non è un prodotto delle Muse?; la poesia ha, secondo me, il compito di porre delle «domande», altrimenti è ciarla, chiacchiera da bar dello sport o spot televisivo.

La tua preferenza va ad autori trascurati (Salvatore Toma, Helle Busacca, Maria Rosaria Madonna, Giorgia Stecher, Giuseppe Pedota, Maria Marchesi) nei quali scorgi «vivissimo il senso della Fine» (p.11). Perché gli attribuisci tanta importanza?

 Nei versi dei sette autori (tutti morti alla fine del Novecento): Salvatore Toma, Helle Busacca, Maria Rosaria Madonna, Giorgia Stecher, Giuseppe Pedota, Maria Marchesi avverto «vivissimo il senso della Fine», la fine di un’epoca, la fine di un Modello di Sviluppo dello stile. È in essi che vedo un tentativo di rovesciare il modello proposizionale della Ragione poetica che va da Myricae di Pascoli a Satura (1971) di Montale. Con Somiglianze (1976) di Milo De Angelis e Stige (1992) di Maria Rosaria Madonna abbiamo i primi importanti tentativi di rovesciamento del modello proposizionale: la proposizione poetica di tipo lineare-temporale viene sottoposta a una intensificazione e una accelerazione tali da spezzarne il guscio lineare, che viene frantumato, messo fuori gioco, reso inservibile. D’ora in avanti bisognerà ripartire da questa nuova impostazione del poetico, occorrerà riformulare il DNA della struttura del verso che non potrà più essere del tipo lineare temporale ma si dovrà iniziare a parlare di «temporalità del verso spazio-temporale», di struttura poliedrica della composizione, della metafora quale sintesi del processo del domandare, della problematizzazione di ciò che troppo facilmente è stato sproblematizzato. La rifondazione metaforica e proposizionale esige un linguaggio poetico «nuovo». Si dirà: «detto così sembra una cosa semplice»; ed io rispondo: «nient’affatto, è una cosa difficilissima». Di fatto, la poesia contemporanea ha scelto la poesia della chiacchiera, la chatpoetry, l’approccio giornalistico, l’alleggerimento del verso da tutte le «zavorre» che l’appesantivano: si è scelto un polinomio frastico proposizionale; si è scelto l’ironia, l’autoironia, la leggerezza, il calembour, il commento intellettualistico, la didascalia, l’esorcismo e il vitalismo della parola; ma attenzione, «si tratta di una falsa strada, di una Irrweg, di una strada sbarrata, di un accesso facile, direi democratico demagogico al poetico».

 Ti rifai, parafrasandolo, al Cardarelli del 1919, cioè di dopo la Grande Guerra e prima del fascismo, per dire che: «oggi andiamo verso la catastrofe  con un eccesso di parole» (p. 12); ed elenchi in un crescendo, che a me pare terrificante e  però  un po’ alla rinfusa, «fine del Novecento, fine del post-moderno, fine dell’utopia dell’uscita dal Moderno, fine del Progresso, della credenza in un miglioramento economico indefinito della società, fine del progetto Italia» (p.11). Non ti pare che la tua analisi presenti tratti evidenti di “catastrofismo”?

Il Novecento è stato il secolo che ha visto l’esplosione dei manifesti, dei gruppi organizzati delle poetiche di gruppi e di singoli; il secolo che ora si apre, invece, sembra essere l’epoca delle individualità, dell’atomizzazione del soggetto e della sua ghettizzazione, e ciò sembrerebbe in consonanza con l’evidenza della globalizzazione che è una necessità vitale per le società fondate sull’economia dello scambio e del profitto, ma la poesia non può e non deve andare a rimorchio di un tale fenomeno, la sua via deve essere un’altra. Quando, parafrasando le parole di Cardarelli, scrivo che «oggi andiamo verso la catastrofe  con un eccesso di parole», è perché la poesia contemporanea sembra andare alla deriva in mezzo a quei miliardi di parole che scorrono nei tracciati magnetici della società total mediatica: utilizza parole riconoscibili ad un ristretto pubblico di addetti ai lavori poetici, per fare un solo esempio: la poesia di un Franco Buffoni a me sembra un inno all’epitelio della superficie, è troppo facile, prevedibile, scontata, va incontro al lettore per rassicurarlo non per farlo pensare, è una poesia positiva e positivizzata, non apre al pensiero, non apre all’interrogazione, ma chiude e si chiude alla auto contemplazione. Così la poesia della natura bella e del paesaggio di Umberto Piersanti mi sembra un ricalco della pubblicità del Mulino Bianco, è intimamente falsa, posticcia, artefatta in senso buonista e rassicurante. Allora è molto più interessante leggere le poesie sulla natura di Camillo Pennati!

Ma può/deve la poesia staccarsi del tutto dai linguaggi del suo tempo?

 La poesia deve differenziarsi dai linguaggi totalmediatici. Il lettore potrebbe obiettare: «come fa la poesia a non assomigliare a nessun altro oggetto tra i miliardi di oggetti che ci stanno intorno nella nostra vita di relazione?»; ed io rispondo: deve essere un «oggetto» che, a prima vista sembra come tutti gli altri, ma che, a ben guardare, è oltremodo diverso dagli altri; «è quindi un oggetto inutile?, superfluo?»; ed io rispondo: non è né un oggetto utile né superfluo (entrambe categorie dell’economia politica) ma che li trascende nella misura in cui li implica: è un oggetto «ignoto», «sconosciuto», nel senso che non può essere né conosciuto né riconosciuto ma soltanto «rivissuto». Quando affermo che la «poesia» è il suo stesso «oggetto», può sembrare un pensiero tautologico, si pensa subito all’arte per l’arte o a qualcosa che giri a vuoto; ma è vero il contrario: la «poesia» è un «oggetto». Finora si è detto che la poesia era un «oggetto» in quanto con questo concetto si dissimulava la domanda che essa dovesse essere un oggetto contundente, cioè rivolto contro altri tipi di «oggetti poetici», ma era una «domanda normativa» quella che si intendeva perseguire.  Riconoscere questo fatto vuol dire ammettere che finora ci si è mossi chiedendo alla poesia che cosa può o non può fare, come postulavano le poetiche normative che prescrivevano delle norme e degli indirizzi o l’accettazione di certi postulati filosofici; in realtà tutte le poetiche del Novecento sono state, in qualche misura, normative. Ma è ora di cambiare strada.

Ho notato che quasi di soppiatto nel tuo discorso, che ha me pare “catastrofista”, rispunti l’utopia. E che utopia! Sostieni, infatti, che «occorre una nuova visione del mondo saldamente piantata sulla nostra  madre Gaia, un nuovo periscopio» (p.15). Vuoi  illustrare questo punto?

Quando nel libro affermo che occorre «un nuovo periscopio» intendo appunto questo: dobbiamo munirci di un nuovo strumento ottico con il quale osservare il mondo e dobbiamo munirci di un nuovo organo della vista, di un nuovo occhio e di un nuovo udito: il mondo (o reale) non è quello che gli altri hanno visto (o creduto di vedere) e udito ma è quello che noi abbiamo visto udito e dimenticato, è il mondo nascosto alla nostra coscienza, che noi dobbiamo risvegliare dal sonno della Ragione positivizzata. L’arte significativa serve a questo: a risvegliarci dal nostro sonno dogmatico. Ovviamente la cosa non è né facile né scontata. Ciò che i contemporanei considerano arte nel 99% dei casi è solo paccottiglia, magari ben confezionata. Ciò che è riconoscibile non è arte.

 Scrivi: «la post-poesia è ciò che viene dopo la poesia del Novecento, ciò che resta dopo il diluvio della rivoluzione total-mediatica; non può ricostruire nulla di ciò che è stato compromesso degli istituti stilistici novecenteschi, non può riallacciare alcun rapporto (né lo potrebbe) con la grande tradizione del Novecento. Non è qui  la sede per affrontare il dibattito su postmodernità come nuova epoca (Ceserani), tarda modernità (Jameson, Luperini) o ipermodernità (Donnarumma). Mi pare, però, che tu propenda di più per una tesi «postmodernista» prossima a quella di Ceserani. Vorrei sentire cosa ne pensi.  

Al di là delle questioni terminologiche che, credo, rimangono tali, io propendo per il concetto (che prendo in prestito da Giuseppe Pedota) di Dopo il Moderno;[1] e che possiamo datare, per maggior comodità di chi ci legge, al 1 gennaio 2000. Io dico che il tardo-moderno di Jameson finisce il 31 dicembre 1999. Da allora siamo entrati nell’epoca della Stagnazione e della susseguente Recessione. Vuol dire qualcosa questo, o no?. Per uscirne dobbiamo cambiare il Modello di sviluppo economico, dobbiamo adottare un altro concetto di Modello di sviluppo, molto più democratico, capire che si esce dalla crisi economica solo se la ricchezza verrà distribuita con maggiore equità tra i ceti ricchi e quelli subalterni. Pensare di risolvere la Crisi del Modello di sviluppo stilistico con iniezioni di poesia da talk show, con la leggerezza e la frivolezza tipo la poesia di Vivian Lamarque, è da stolti superficiali. Non è compito di un contemporaneista qual io sono indicare come si guarisce dalla malattia della Crisi, non sono un medico, ma indicare la direzione da prendere per uscire dal «sortilegio» della Crisi, questo sì, è un mio compito. Ma certo non si esce dalla crisi con l’ausilio di espedienti «magici» e seduttivi (De Signoribus) o con la teatralizzazione dello stile (Mariangela Gualtieri). La gravità della Crisi della poesia italiana richiede interventi che vadano ad una maggiore profondità. Ho sentito autori rinomati affermare: «che da Omero ad oggi c’è sempre stata la Crisi e che la poesia nel frattempo non è cambiata gran che»; al che rispondo: «buon per loro, vedono il fuscello nell’occhio altrui e non la trave nel proprio».

A parte dalle domande riguardanti la prima sezione vorrei la conferma di una mia impressione: che per te il linguaggio poetico non possa essere mai del tutto “privato”  e  “individuale” e sia, invece, sempre “linguaggio pubblico” che coinvolge io-tu-noi.

Sì, il linguaggio poetico è il linguaggio pubblico, anzi, secondo me, il massimo livello di linguaggio pubblico perché fondato sulla grammatica e sulla sintassi della Lingua di relazione  le quali garantiscono un ordine, una ratio, una civiltà. Esso può essere da tutti compreso. La sintassi è la legislazione della lingua, è il patto che tutti i cittadini devono rispettare. Il poeta è il garante di questo patto, colui che chiede ai propri contemporanei di rispettare le leggi della Lingua della polis. A volte, leggendo la poesia dei miei contemporanei, mi chiedo se la «poesia» voglia veramente essere compresa da tutti. Il vero problema è se mai si potrà continuare ad esprimere nello pseudolatino internazionale del minimalismo dei nostri tempi i drammi dei tempi nuovi, la vita delle nostre città, i conflitti interpersonali tra gli uomini, la scandalosa morte di Dio, la mutazione indotta dalla rivoluzione mediatica in atto. Le idee e i conflitti di questa età devono trovare il proprio linguaggio, così come il nuovo ordine costituzionale di Augusto l’aveva trovato in Virgilio e il volgare di Dante aveva espresso i conflitti della civiltà delle città-stato.

Siamo lontanissimi dal mondo antico e da quegli autori però…

Ogni polis deve trovare il suo proprio linguaggio poetico. Chiediamoci: c’è oggi un nuovo «ordine»?, c’è una lingua da adottare come proprio linguaggio poetico?; e mi chiedo: non è diventato già l’italiano poetico oggi in auge una lingua artificiale?, mi chiedo se anche i linguaggi poetici non siano diventati un idioma privato, ovvero, altrettanti linguaggi artificiali. «Impossibile – qualcuno mi ha risposto – perché essi affondano nella matrice matria, radicati, prima di ogni parola, nella nostra infanzia, come ha scritto Zanzotto a proposito della sua poesia in dialetto Filò». Dobbiamo davvero credere a questa leggenda?, dobbiamo ancora credere alla deità di una lingua inconsapevole dell’infanzia?, dobbiamo ancora credere alla tesi prescientifica espressa da Dante Alighieri nel De vulgari eloquentia secondo il quale insieme al dono stesso della libertà, Dio infonde nella nostra anima quella forma locutionis, che ci rende capaci di assumere, senza nessuna regola, qualsiasi lingua con cui la madre ci chiami?. Non c’è nessuna forma locutionis che ci è data per legato testamentario o per eredità, ogni nuova generazione deve lottare, ogni giorno, contro i conformismi della propria cultura e contro i truismi della propria lingua per potersi esprimere in un linguaggio forte e autentico.

D’accordo. Ritengo io pure che è sul piano pubblico e civile che i poeti debbano operare..

Certamente. Una Lingua poetica non nasce dal nulla, non nasce dal caso o dall’abilità di un poeta artifex. Non nasce se non c’è una Città-Stato, una res publica, una società civile viva, un consorzio culturale, degli interlocutori di rango con i quali interloquire. Se c’è il deserto come nella nostra povera Italia, un Nuovo Linguaggio Poetico faticherà a nascere; se tutto si risolve in opportunismi di letterati e in piccoli municipati non c’è alcuna possibilità di costruire una Lingua Nazionale (intendo un linguaggio poetico nazionale), si scriverà in quello pseudolatino tutto italiano fatto di pseudo ambizioni e di perbenismo, di conformismo e di arroganza letteraria.

Passiamo alla seconda sezione: Il post- contemporaneo, che dà conto delle ricerche poetiche che per te  affrontano i problemi della “nuova epoca”. Qui fai dei nomi, proponi e analizzi dei testi e ti riferisci in particolare ad «autori nati a ridosso dello spartiacque del 1950»: Camillo Pennati, Alberto Bevilacqua, Cesare Viviani, Dante Maffia, Luigi Manzi, Roberto Bertoldo, Ennio Abate e Paolo Ruffilli. A me è parso di trovare espresso  chiaramente il criterio generale che accomunerebbe, al di là delle differenze anche notevoli di stili e poetiche, i suddetti nomi in questo: «Nel generale moto di deriva dei linguaggi poetici di fine Novecento, i discorsi poetici di questi autori si cimentano in una resistenza (sorda quanto impervia) ad oltranza al “nuovo”, appaiono in “retroguardia” e sanno di “antico”, hanno un moto “lento”, ondulatorio, avvolgente, sembrano fortilizi che stanno lì per impedire l’invasione delle radiose radure della comunicazione globale» (pag. 39). Puoi confermare e approfondire?

 La categoria del post-contemporaneo è nata dalla mia interrogazione della poesia di questi ultimi lustri, è una categoria che apre il pensiero alla critica del contemporaneo. Il concetto di «contemporaneo» indica «tutto ciò che avviene temporaneamente nell’istante di tempo che è il Presente». È un concetto elastico, che va dal «punto» del Presente alla «linea» del Presente continuo. Ora, e qui introduco un concetto che non posso riassumere in poche parole ma che avrebbe bisogno di un intero libro, la gran parte della poesia di autori anche rinomati soccombe alla positivizzazione e alla privatizzazione del linguaggio poetico. Intendo dire che il linguaggio poetico si specializza nella dimensione del Presente continuo mediante una costruzione sintattica, un lessico ed un tono assertorio asseverativo; vi si ritrova come un meccanismo di simbiosi linguistiche che abbondano di fondali monocromatici e unidimensionali; vi si ritrovano strumenti retorici come l’anafora e l’anadiplosi che consentono la ripresa con variazioni di sintagmi proposizionalistici con l’effetto di stupire e di sedurre il lettore; in tal senso eccelle la poesia di un De Signoribus che abbonda di filtri «magici» e illusionistici. Il *post-contemporaneo è ciò che viene dopo il contemporaneo, come il post-presente viene dopo il presente. È una categoria effimera, transeunte e transitiva, una fragile ma agile barchetta che però sa disimpegnarsi molto bene tra gli scogli della nostra epoca epigonica: c’è una poesia post-contemporanea in positivo, come quella di Roberto Bertoldo con Il calvario delle gru (2000), L’archivio delle bestemmie (2006) e Pergamena dei ribelli (2011), e una in negativo, come quella di Andrea Zanzotto con Meteo (2002) e Sovrimpressioni (2010), quando la gittata della cultura dello sperimentalismo si è già esaurita. La differenza sta nell’impiego di immagini e di metafore nella poesia di Bertoldo e l’assenza di esse in quella di Zanzotto. È anche vero che altre volte, in uno stesso autore, convivono entrambe le accezioni, e così via, è un orizzonte complesso e variegato che qui posso solo accennare. Il mio personale dubbio metodico nell’affrontare l’indagine della crisi della poesia contemporanea è quello che mi ha consentito la navigazione a vista in un arcipelago di opere e autori frastagliato e irregolare. La stella polare della Crisi della poesia mi ha fornito la rotta da seguire nella mia inquieta indagine della poesia del post-contemporaneo. Esauritasi la spinta propulsiva della tradizione siamo entrati il 1 gennaio 2000 nell’epoca del post-contemporaneo. Lo spiego bene a pag. 69 del libro: «C’erano un tempo opere che trovavano in altre precedenti i propri punti di riferimento, che trovavano la propria giustificazione stilistica all’interno di una «scuola», di una linea di gusto, di una regione geografica; che trovavano la propria giustificazione stilistica all’interno di una tradizione. Ciò aiutava l’interprete a collocare un’opera all’interno di un orizzonte di attesa, di un quadro di riconoscibilità, di un paradigma, di una visione condivisa del fatto letterario. La  riconoscibilità era un fattore importante del fatto letterario. Un tempo, nel lontano Novecento, c’erano opere che fuoriuscivano, in tutto o in parte, da questo schema, che mettevano in discussione la normatività dello schema e delle tradizioni stilistiche. Oggi, negli anni Dieci, tutto ciò sembra essere scomparso, si naviga in un mare di scritture instabili, desultorie, accadimentali, personalistiche, idiosincratiche, privatistiche. L’accadimento letterario ignora il problema della continuità e/o di discontinuità con una tradizione o un modello. Così come non ci si pone più il problema della «norma», non ci si pone nemmeno quello di trasgredire la «norma». Non ci si pone più affatto alcun problema. Ecco spiegata la ragione della diffusione delle scritture turistiche, gastronomiche, di facile e immediata digeribilità. Quello che un tempo costituiva la «norma», oggi si è mutato in «potere normativo», quello che un tempo era il «canone», oggi è diventato la «riconoscibilità» delle scritture instabili».

In alcuni autori nati prima del 1950 ho creduto di rinvenire degli elementi di maggior «resistenza» a questo pendio declinante della poesia degli anni Tredici, anche se degli elementi di forte dissonanza con l’omologismo imperante l’ho intravisto anche in alcuni giovani come Valentino Campo, Marco Onofrio e Daniele Santoro. Non tutte le speranze sono del tutto perdute.

 Sulla sponda opposta al post-contemporaneo, che – cito – «ha cercato una letterat+ura responsabile, che provenisse da un’autenticità, da un gesto di innocenza magari, ma che non scendesse a patti con l’irresponsabilità delle scritture del dimorfismo, della disintegrazione del lessico  e del luddismo della ipersignificazione ludica» (p. 44),  fai due esempi negativi: Zanzotto e Magrelli. Non ti pare di essere stato troppo scandalosamente severo?

 A pag. 70 del libro c’è un pensiero che vorrei riportare: in questi ultimi anni «qualcosa inizia a frantumarsi in questo quadro macro culturale: si è entrati in quella che ho chiamato la *vetrina universale della riconoscibilità… Una sorta di terra di nessuno delle scritture instabili stabilizzate dalla universale riconoscibilità dei linguaggi mediatici e peristaltici. Con il che si giunge ad un fatto straordinario: è la vetrina dei linguaggi mediatici che presta la propria riconoscibilità ai linguaggi narrativi e poetici, che adesso diventano indistinguibili e sovrapponibili. Un vero e proprio capovolgimento dei ruoli. Siamo al paradosso: i linguaggi narrativi e poetici degli ultimi decenni delle nuove generazioni sono talmente leggeri che sembrano assemblarsi da sé sulla falsariga dei linguaggi mediatici del post-contemporaneo».

La poesia del tardo Zanzotto(da me definito il più grande poeta della cultura dello sperimentalismo) segna la crisi irreversibile della cultura dello sperimentalismo basata sull’autonomia del significante. Oggi, l’esaurimento di quella cultura ci consente di avere una diversa prospettiva dei valori estetici propulsivi che ci ha consegnato il Novecento. Con la poesia di Valerio Magrelli il discorso è diverso e tutto imperniato sul primo fortunato libro, Ora serrata retinae (1980), che già nel titolo ci vuole obbligare a un tour de force ermeneutico. Libro che segna la meravigliosa ascesa della poesia dello «sguardo», una poesia «ottica» che vuole problematizzare il rapporto che lega l’«io» all’oggetto (che altro non sarebbe che un altro territorio dell’«io»). Si tratta di una problematizzazione di corto respiro, anzi, di una vera e propria sproblematizzazione, tant’è che quel tipo di poesia entra subito in crisi e diventa «commento», didascalia», «tip tap», formulario di espedienti giornalistici, scambio di codici segreti condivisi tra l’autore e il lettore. Siamo ancora dentro il pendio declinante delle poetiche deboli del post-contemporaneo.

Vorrei farti tornare su alcuni degli autori  che hai scelto in questa seconda sezione per approfondire velocemente  alcuni  tratti dei loro profili…

L’ho già spiegato nel libro: «In questi autori, che hanno siglato questo patto di autenticità con se stessi, si rintraccia un lavoro nella «tenuta» della forma-poesia nelle avverse condizioni del Moderno. Scrive Luigi Manzi: «se consideriamo come questa {la poesia} sia trapassata presto in contemporaneità, per degradarsi infine in attualità: che traduce il “gusto” in “moda”, il “transitorio” in “effimero”. Anche la poesia obbedisce, oggi soprattutto, ai canoni e agli artifizi della moda ed è soggetta più alle opinioni che ai giudizi». L’attesa di tempi migliori è stata, per questi poeti, una anticamera durata vari decenni; l’«opera lasciata sola» è stata la conseguenza inevitabile di una tale situazione. L’opera poetica sconta una solitudine che costituisce la stoffa stessa della sua essenza. Vengono eliminati splendori, arcaismi e solecismi, si vuole evitare un linguaggio che evochi il linguaggio transmentale della comunicazione. Questo tipo di scrittura poetica non tende alla socializzazione di esperienze demotiche ma è individuale-personale, vuole comunicare qualcosa di un colloquio «segreto» tenuto in una «camera segreta», in un tempo vuoto come nella poesia di Alberto Bevilacqua; vuole esorcizzare il linguaggio poetico della riconoscibilità universale arretrando all’arcaico (Luigi Manzi) rispetto al linguaggio letterario o facendo un passo in avanti verso la dimensione narrativa del verso (Cesare Viviani), o un passo, insieme, in avanti e all’indietro (Camillo Pennati) rispetto al parametro della letterarietà condivisa». 

In tutti questi autori si ritrovano strade diverse che cercano una strada comune che ci porti fuori dalle secche delle poetiche epigoniche del Novecento, sono tentativi degni di essere messi in luce. Non c’è una via che esclude tutte le altre, ma ogni ricerca si muove parallelamente alle altre per trovare una via di uscita dalla Crisi stilistica del Dopo il Moderno. È stata questa la chiave della mia indagine critica.

 Per dare un quadro più mosso e evidenziare anche le singolarità degli autori che hai selezionato in questa seconda sezione, ti chiedo adesso  di aggiungere alcune notazioni sulle differenze che vedi tra loro.

 Non voglio eludere la domanda ma io ritengo che non sia il quid di differenza tra i vari autori ad essere dirimente ma ciò che accomuna tutte queste ricerche verso la via che porterà la poesia italiana alla completa emancipazione (se ci sarà, cosa altamente improbabile) dal Novecento e dai problemi irrisolti che esso ci ha lasciati. È uno sforzo comune che bisogna compiere, ciascuno può fare un passo in avanti, anche piccolo, ma è la quantità di strada che tutti insieme percorreremo che sarà determinante. Io non credo in una individualità prometeica dotata di folgoranti capacità poetiche nata come per miracolo, ritengo invece che sia indispensabile uno sforzo collettivo, generazionale e non, per rifondare il linguaggio poetico del nuovo secolo. Soltanto uno sforzo corale e collettivo potrà conseguire questo risultato.

 Per concludere ti chiederei di riassumere  le «questioni aperte»  nel «dopo il Novecento»…

 Nella terza e ultima sezione del libro scrivo: «Paolo Ottaviani, Lorenzo Pezzato, Faraòn Meteosès, Laura Sagliocco, Ivan Pozzoni e Serena Maffìa (e altri citati e non nel mio studio) sono legittimi rappresentanti della generazione degli anni Dieci, quella generazione che è cresciuta nella democrazia della stagnazione e nel susseguente demagogismo della recessione, ma sono troppo intelligenti per non accorgersi che quella generazione “eclissata”, perché economicamente invalida e culturalmente improvvida, è anche la generazione della stagnazione stilistica, morale e politica. Si tratta della prima generazione in crisi di identità stilistica ed esistenziale in quanto attinta, stabilmente, dalla crisi economica, che adotta, stabilmente (una sorta di erratismo), una molteplicità di direzioni tematiche e stilistiche che hanno in comune il pensiero di una rottamazione e di un dis-compattamento del discorso poetico.

Se ne erano visti alcuni effetti nella poesia degli anni Novanta, che ha cessato di porsi come “bacino di raccolta” delle esperienze stilistiche pregresse come ancora era avvenuto nel corso del Novecento ma come”bacino di irrigazione”: delta stilistico e tematico, ed anche delta linguistico, campo di esperienze stilistiche e tematiche. In questi autori si avverte l’estraneità al paradigma maggioritario (da un lato il binario dello sperimentalismo, dall’altro il binario dell’abbassamento al parlato piccolo-borghese). E il patto di autenticità con il lettore? C’è un pericolo: la generazione degli anni Dieci adotta un linguaggio surrogato della comunicazione mediatica, rischia di diventare una sub componente gergale dei linguaggi mediatici.  Adesso è tutto chiaro: la poesia la si fa con i surrogati e i succhi gastrici della comunicazione mediatica.

Non c’è dubbio che la “nuova poesia” della generazione degli anni Dieci nuoti nel vuoto, nell’enorme vuoto provocato dalla circolazione delle merci linguistiche e nell’enorme vuoto provocato dalla comparsa del mercato universale globale».

Cosa voglio dire?, voglio dire che quello che si profila davanti a noi è un linguaggio poetico transgender, un linguaggio mutageno e mutante; è come se nel DNA della «forma-poesia» sia stato inoculato un virus mutante: il virus dei linguaggi totalmediatici che i linguaggi poetici dei più giovani inseguono. Una falsa strada, una Irrweg. Voglio dire che la crisi esistenziale si trasforma in crisi stilistica. Fanno ingresso nella «forma-poesia», a pieno regime, i linguaggi totalmediatici: la chat-poetry, il blog-poetry, la ibrido-poetry, la sms-poetry, la optical-poetry, la visual-poetry, la moral suasion-poetry. Delle scorciatoie insomma. Proposte di poetiche autopromozionali, privatistiche sulle quali un critico non può dire nulla perché non ha più nulla da dire.

Semplificando, si può dire che la crisi del linguaggio poetico della generazione degli anni Dieci riflette la crisi più generale della Nazione mediante la rimozione della questione sotto stante: la questione della lingua poetica quale questione nazionale.

Direi che «le questioni aperte» che la fine del Novecento ci lascia si possono riassumere così: la necessità di ricostruire un linguaggio poetico nazionale che si rivolga alla nazione tutta e non alle singole corporazioni poetiche e ai singoli municipi.

 

 


[1] Giuseppe Pedota Dopo il Moderno. Saggi sulla poesia contemporanea CFR Piateda, 2012 pp. 116 € 13.00

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16 commenti

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16 risposte a “Su “Dopo il Novecento”
Intervista a Giorgio Linguaglossa di Ennio Abate

  1. paolo

    Credo che il problema di fondo sia la poetica di un genere che rappresenti la somma dei generi e non la loro sottrazione. Se si dà più importanza al suono che al pensiero o al sentimento immediati, alla coralità e non la individualità dei temi, resta ancora bello e valido l’impianto-del resto numericamente recessivo nella nostra Tradizione-arestotelico, nel quale una mole sterminata di operazioni intellettuali precedeva il testo, entrando inevitabilmente in esso assieme alla sua “verità emotiva”, senza “la fretta” di bruciare chissà che cosa in poche parole. Altro fattore determinante è l’allegoria, cioè il luogo dell’ingegno umano in cui ragione e fantasia si uniscono: il corrispettivo in letteratura della formula dei matematici e del concetto dei filosofi. Trovare l’allegoria giusta può comportare il doppio delle parole rispetto una formula non allegorizzata (i primi due endecasillabi della Commedia fanno testo). Dato tutto ciò, si provi ad osservare quanto di rilevante succede al fuori dal nostro ambito psichico, e poi vediamo se l’arcaico dispositivo “stagirita” funziona ancora.
    Un abbraccio a tutti
    Paolo b.

  2. Laura Canciani

    C’ una straordinaria quantità di problematiche che emergono da questo dialogo tra Abate e Linguaglossa difficili da sintetizzare, occorrerebbe isolarle una ad una e discuterle. Ad una prima lettura mi sembra che nel libro di Linguaglossa scorrano due linee di forza:
    a) la visione di chiudere il problema-Novecento;
    b) aprire a una poesia che si faccia carico dei problemi che il Novecento ha lasciato «insoluti».
    Mi sembra di intravvedere una «grande visione» in questa impostazione, scaturita da un «Grande Processo» al Novecento. Linguaglossa intende mettere a fuoco, credo, se ho capito bene, un elemento:
    – quale è la parte più viva del Novecento italiano che possiamo conservare e fare nostro?.

    E in questa ripartenza, per ricominciare, dobbiamo azzerare le «poetiche epigoniche», come le chiama Linguaglossa? – Il libro è un lavoro di grande impegno, credo che ogni parola del libro sia stata soppesata al millimetro, ogni giudizio sia stato pensato e ripensato mille volte, sia nelle liquidazioni di certa poesia «magica» e «seducente» come quella di De Signoribus sia quella da «agriturismo» di Piersanti o quella della Gualtieri come «gastronomica», «passamaneria merlettata»; voto insufficiente è dato anche alla poesia di Magrelli, anche se su un piano nettamente più alto, vista quale «riforma ottica» di un «soggetto» che non colloquia con l’«oggetto» ma con le proprie proiezioni fantasmatiche. Mi sembra un dato di fatto la rivalutazione della poesia del primo De Angelis (“Somiglianze”, 1976), la rivalutazione della poesia di autori affatto conosciuti del tardo Novecento (Giuseppe Pedota, Giorgia Stecher, Helle Busacca, Salvatore Toma). Mi sembra che ci sia molta carne al fuoco e, soprattutto, non si dà nulla per scontato in fatto di «valori», tutto viene rimesso in discussione, secondo un metodo di interpretazione, come dice lo stesso Linguaglossa, «aperto», «problematico».

    Le categorie guida del libro sono quelle riportate da Abate: «La partenza degli argonauti», «Il post-contemporaneo» e «Dopo il Novecento. Le questioni aperte»; ma quello che ho più apprezzato in tutto il libro è l’onestà del critico nel mettere su carta i propri pensieri, e soprattutto la risposta alla penultima domanda, quando Linguaglossa afferma che si potrà uscire dalla «Crisi», soltanto mediante uno sforzo collettivo, ciascuno dovrà fare un piccolo passo avanti e tutti insieme ci si potrà muovere nella giusta direzione, quella di costruire una «Lingua della nazione». Questa mi sembra l’affermazione più alta e, forse, commovente del dialogo e del libro.

  3. Abele Longo

    Sono pienamente d’accordo con Giorgio Linguaglossa quando afferma che la poesia ha il compito di porre delle «domande». ‘Dopo il Novecento’ sottolinea come tanta poesia contemporanea si sia chiusa in modelli fin troppo logori, se non addirittura superati (il “minimalismo” è il maggiore imputato). Si può essere d’accordo o no sulla disanima dei tanti autori presi, scrupolosamente, in considerazione da Linguaglossa, che ha il merito di partire sempre dal testo, ma le conclusioni, per quanto “aperte”, suggeriscono importanti motivi di riflessione. Ci si rende conto di come siano mancati slanci e idee alla poesia tra i due secoli. Ciò che emerge è il distacco dalla tradizione ma senza la capacità di rottura che aveva caratterizzato le avanguardie (impietoso il confronto tra i primi del Novecento e gli inizi di questo secolo); la mancanza di dialogo con il lettore che si vuole o di nicchia o passivo, ovvero pronto a farsi “convincere” dall’effimero («la pista di pattinaggio del post-contemporaneo»). Una poesia pensata in grande (pur non avendone il respiro necessario) per un mercato che di fatto non c è. Poca gloria e denaro spetta ai poeti e i tanti più o meno giustamente decantati non sembrano valere tutta una schiera di meno noti che Linguaglossa si è preso la briga di studiare (il libro, rileva anche lo stato moribondo della critica e non solo della poesia).

  4. Francesco Tarantino

    un appunto sul metodo «problematologico» «aperto»: è che esso tende a porre un problema dopo l’altro, l’uno causato dall’altro in una serie consecutiva per dimostrare una tesi liquidatoria della poesia italiana del tardo Novecento. Anzi, il presupposto da cui parte Linguaglossa sarebbe segnato da una specie di «piano inclinato» che ha condotto la poesia italiana verso il minimalismo, il quale non si può definire né come movimento, né come area, né come tendenza ma come marea sopravanzante che ha infranto la terraferma della «Ragione critica» con una serie ininterrotta di tsunami.

    Questo metodo «problematologico» è una specie di dialettica negativa, dove la «dialettica è la coscienza conseguente della non-identità» (Adorno, “Dialettica negativa”). A Linguaglossa invece interessa andare a vedere che cos’è questa «non-identità», cerca le vie laterali, minoritarie nelle quali si è sviluppata la «non-identità» di autori rimossi dalla storiografia di corte, gli isolati, le singolarità. (In fin dei conti, non era anche Leopardi in isolato nel suo tempo?) M.R. Madonna, Giuseppe Pedota, Maria Marchesi, Giorgia Stecher (poeti morti), Roberto Bertoldo, Luigi Manzi e altri tra i vivi.

    Linguaglossa traccia una linea involutiva della poesia italiana a partire da “Composita solvantur” (1994) di Fortini, anzi, che data dalla metà degli anni Sessanta, che avrebbe convogliato la poesia italiana verso quella che il critico romano chiama «sproblematizzazione» delle cose complesse, appunto, una sorta di «composita solvantur» che ha dissolto la poesia italiana e ha condotto la cultura poetica italiana verso una sorta di «privatizzazione del privato», ad una poesia rinchiusa nel guscio stretto del «privato», cioè nel «minimalismo» e nel «post-minimalismo».
    Mi piacerebbe conoscere l’opinione degli autori di poesia in proposito, se ritengono che il metodo e l’analisi di Linguaglossa siano congrui o se il ragionamento complessivo sia fallace e manchi il bersaglio.

    È una tesi processuale quella di Linguaglossa, che indaga la processualità dei fenomeni poetici nel corso di un evo storico: di qui la dizione «monitoraggio della poesia italiana contemporanea» contenuta nel titolo del libro. Che è un libro da leggere come processualità in atto. Un libro che ha uno sfondo storico e che si muove in un preciso contesto di politica poetica delle istituzioni stilistiche maggioritarie. Il fatto che Linguaglossa sia un critico isolato non mi sorprende visto la tendenziosità delle sue tesi. E gli vorrei chiedere: Dopo il Novecento che cosa ci sarà?; dico per la poesia italiana… è essa in buona salute o versa in stato comatoso?, è un coma farmacologico o è un coma irreversibile?, i suoi sintomi sono indice di una malattia mortale? se è una malattia ancora reversibile: quali antibiotici bisogna propinare al malato?

  5. Credo che il metodo di Giorgio Linguaglossa sia quello di un’analisi razionale della poesia contemporanea, a partire dall’anno duemila, basato sull’analisi dei testi dei singoli autori(e non è facile se pensiamo all’enorme quantità di testi pubblicati in Italia in questo periodo degli Anni ’10). Linguaglossa dice che la poesia è “oggetto” , riporto testualmente:
    “Quando nel libro affermo che occorre «un nuovo periscopio» intendo appunto questo: dobbiamo munirci di un nuovo strumento ottico con il quale osservare il mondo e dobbiamo munirci di un nuovo organo della vista, di un nuovo occhio e di un nuovo udito: il mondo (o reale) non è quello che gli altri hanno visto (o creduto di vedere) e udito ma è quello che noi abbiamo visto udito e dimenticato, è il mondo nascosto alla nostra coscienza, che noi dobbiamo risvegliare dal sonno della Ragione positivizzata. L’arte significativa serve a questo: a risvegliarci dal nostro sonno dogmatico.”
    Quindi , dice il critico, la poesia non deve essere imbalsamata, epigonica, ma deve ripartire dal soggetto come nuovo modo di vedere la realtà, ciò che accade adesso, con un occhio libero dagli schemi di un passato dogmatizzato. Non mi sembra una visuale “tendenziosa”, come afferma Francesco Tarantino, ma una critica che parte dall’analisi concreta dei testi ed è diretta a cercare un linguaggio che si distacchi dal passato, ma che sia anche nazionale, destinato a tutta la nazione, non a singoli feudi e lobby (e ce ne sono).
    Una critica coraggiosa, più che tendenziosa, mi sembra. Visto che la maggioranza di quelli che vengono definiti “critici” innalza o sotterra i testi secondo la volontà e la moda corrente dettata dai gruppi di potere economici e politici, che tra l’altro, a mio parere, finiscono per coincidere. Una posizione isolata? Può darsi. La crisi della poesia italiana è un dato di fatto, secondo me, che Linguaglossa analizza con onestà intellettuale e serietà di strumenti conoscitivi( e non è poco di questi tempi). Monitoraggio, sì è comprensibile. Gli autori di versi degli Anni ’10 sono tanti . E se fra questi fosse possibile, anche con uno studio prolungato nel tempo e attento alle diverse mutazioni, trovare anche solo tanti poeti quanti se ne possono contare sulle dita di una mano, sarebbe bello. Ma se anche non ci fosse nessuno, ed è possibile, il monitoraggio sarebbe valso comunque a porre domande, a smuovere dal letargo , a incrinare false certezze, a instillare la forza della curiosità di una ricerca in tante menti che ormai sono abituate a sentire risuonare sempre il battito ripetitivo ed ossessionante della stessa musica, quella propinata come moda del momento dalla massa mediatica. Ma non è così che si compone, e non è così che si suona. Ripartire dall’individuo allontanando il conformismo di massa è possibile, il difficile è rendere accessibile a tutti il frutto dell’opera individuale, in una società dove i canali di comunicazione, purtroppo sono già percorsi da prodotti scelti e standardizzati secondo analisi che non sono né artistiche e nemmeno letterarie, né niente hanno a che vedere con la poesia e la cultura. Una mente libera da preconcetti, come quella di Linguaglossa può indicare un metodo per l’analisi, non una medicina per la crisi. Stiamo affrontando un percorso. Il punto forse, è solo in questo: affrontarlo da protagonisti. Non nel senso di autoaffermazione, auto sponsorizzazione e mezzucci di questo genere. Dovremmo essere portatori di nuove forme e nuovi contenuti. Quelli che la storia del nostro tempo richiede.

  6. Ennio Abate

    @ Canciani

    Davvero si può chiudere «il problema-Novecento»; e facendogli un «Grande Processo»?
    Siamo in una condizione (alcuni la chiamano «postmoderna») che è davvero una trappola. Tante cose (le Grandi Narrazioni) sono crollate e non si intravvedono uscite convincenti o che suscitino almeno un tenace e diffuso entusiasmo. Quindi, sarei più cauto, malgrado le reiterate dichiarazioni che saremmo «oltre il Novecento» (ricordo l’omonimo libro di Marco Revelli, che azzardò tale ipotesi…). E non cederei al desiderio astratto di fare *tabula rasa*. Ragioniamo, chiariamo davvero quali sono i problemi «insoluti» e quale sia « la parte più viva del Novecento italiano che possiamo conservare e fare nostro».
    Io esito a parlare di «poetiche epigoniche» con la sicurezza mostrata da Giorgio (Linguaglossa). Per dare ad altri degli epigoni bisognerebbe aver raggiunto dei punti saldi per una «ripartenza» e che facciano intravvedere un futuro (per la poesia, ammesso che, se la crisi è – come dicono – «epocale», si debba limitare il discorso ad essa…). Non mi pare però che essi vengano fuori con evidenza dal “monitoraggio” di Giorgio. Il suo “furore dissacratorio” e il ricorso a valutazioni brillanti ma eccessivamente metaforiche mi lasciano in vari casi perplesso. E credo che il suo metodo, per essere “problematizzante”, chiuda troppe porte.
    Poco mi convince l’idea di indicare la costruzione (o ricostruzione?) di una «Lingua della nazione» come obbiettivo decisivo per l’oggi. E’ un’affermazione sicuramente alta, ma , se non si precisa come possa essere praticata oggi in poesia , rischia di solleticare nostalgie “risorgimentali” (in Italia storicamente sempre ambigue) e arroccamenti. L’esigenza maggiore oggi anche per i poeti a me sembra quella di lavorare, sì, a una lingua italiana,ma “traducibile”, orientata cioè verso l’esterno, verso altre lingue ed altre esperienze, in modo da respingere sia i danni di una globalizzazione selvaggia e a senso unico sia alle “piccole patrie” isolazioniste. Per essere chiari sia alla «americanizzazione» sia al “leghismo poetico”.

    @ Tarantino

    Condivido alcune delle sue riserve. Credo che, se si devono «problematizzare» i percorsi della poesia del Novecento italiano, che vari filoni della poesia italiana hanno “sproblematizzato”, bisogna avere uno sguardo d’insieme severo ma attento a non annegare in etichette generalizzanti come “minimalismo”, “quotidianismo” ( che pur servono) i singoli autori, la cui produzione può presentarsi più contraddittoria di quanto sembri. E l’idea di un «piano inclinato» in cui sia scivolata tutta la poesia italiana dalla morte di Fortini in poi la trovo davvero troppo liquidatoria e la prenderei con le pinze. Su un piano inclinato tutto scivola giù, ma allora come si spiegherebbero le resistenze, gli isolati, le singolarità? Io approfondirei, insomma, di più i processi reali.

    * Nota

    Per un bilancio provvisorio della discussione quasi trentennale attorno alla «condizione postmoderna» ( Lyotard) rimando a questi due post apparsi su LE PAROLE E LE COSE:

    Postmoderno o ipermoderno. Un dibattito sulla cultura del presente
    /1 (http://www.leparoleelecose.it/?p=11196 )
    e 2 (http://www.leparoleelecose.it/?p=11214)
    e ai commenti che hanno suscitato (compreso i miei).

    • (Mi sorprende che si parli di ideologia postmoderna (Donnarumma), o di “visione del mondo” postmoderna. A me sembra che l’analisi di Lyotard abbia fondamenta assai reali e per nulla ideologiche. Oltre tutto possiamo verificare nell’oggi le cose che Lyotard scrisse nel lontano 1979…)

  7. Giorgio Linguaglossa

    caro Abate,
    risponderò così alla tua obiezione: che per aprire una porta bisogna almeno chiuderne un’altra, non è possibile lasciare dietro di sé aperte tutte le porte per poi avere l’alibi di indietreggiare attraverso quelle porte lasciate aperte.
    Riguardo all’altra obiezione di come fare per forgiare una «Lingua della Nazione», ritengo che un critico possa soltanto indicare una strada per il futuro, una strada da percorrere. E una strada la si percorre necessariamente tutti insieme, o almeno è necessario che ci si inoltri in una direzione. È accaduto, a volte, che siano i singoli che aprono delle nuove prospettive alla poesia, è accaduto con Leopardi e con Holderlin. Ma qui si tratta di eccezioni, si tratta di giganti che hanno intrapreso da soli una strada solitaria e in contro tendenza, in salita. E sappiamo quale prezzo abbiano poi pagato.
    Ma ti rispondo in ogni caso, o almeno, tenterò di farlo. Una «Lingua della Nazione» la si scrive quando un poeta smette di rivolgersi soltanto ai suoi dirimpettai o ai suoi pifferai o ai suoi amici, quando accetta di alzare il tiro, di non scendere a compromessi con le scritture della gastronomia letteraria. Una «Lingua della Nazione» la si ha quando si «Fonda» una Lingua della Nazione, una Lingua che sarà comprensibile a tutti i membri di una nazione. Ciò che dico non deve però essere inteso (in senso riduttivo) che occorra scrivere in una Lingua della Comunicazione universale, quella c’è già, ed è il superlatino con la quale scrivono i chierici e i poeti di fede. Qui non c’è nessuna scorciatoia che possa condurre alla «Lingua della Nazione». Lasciamo per il momento le discussioni intellettuali su post-modernismo o che altro, ragioniamo su che cosa significa UN ATTO DI FONDAZIONE DELLA LINGUA, problema eminentemente filosofico sul quale chiamerei i filosofi a dichiararsi, magari mi piacerebbe conoscere il parere di Roberto Bertoldo o di Luigi Manzi. Un atto di fondazione dunque che non può essere fatto per decreto o con piccoli accorgimenti letterari. Ricordo che Mandel’stam scriveva all’inizio del manifesto dell’acmeismo una frase che diceva che «bisogna amare il mondo»; dunque, l’apertura al mondo è il primo assioma; il secondo, se mi si permette questa esemplificazione, è il rispetto per la molteplicità del mondo, costruire una Lingua che consenta a quel «mondo» di abitarla. È come se si dovesse progettare e costruire la villa sulla cascata di Wright, costruire un edificio che duri almeno quanto la Lingua sul cocuzzolo della cascata del mondo, una struttura permanente che consenta a chi voglia di abitarvi. Una simile struttura permanente è qualcosa di molto rischioso, occorre avere salda cognizione che quello che si scrive è effimero e transeunte, lasciare da parte ogni narcisismo e ogni olismo, ogni riferimento auto referenziale e andare dritto verso il «mondo».

    • “costruire una Lingua che consenta a quel «mondo» di abitarla. È come se si dovesse progettare e costruire la villa sulla cascata di Wright, ”
      “Una simile struttura permanente è qualcosa di molto rischioso, ”
      – Qual’è il rischio?

      “andare dritto verso il «mondo»”
      – Verso quale mondo? Ci sono alternative al mercato?

  8. Giorgio Linguaglossa

    caro Lucio Mayoor Tosi,
    sì, si può andare dritto verso il «mondo», sì, ci sono alternative al mercato La poesia non è rivolta al mercato, la poesia che si rivolge al mercato è la poesia gastronomica; quanta poesia pubblicata da Einaudi o da Mondadori o da Garzanti è poesia gastronomica? – gli editori sono delle aziende che producono per il mercato, quindi io non mi scandalizzo che pubblichino poesia che si rivolge al mercato, anzi lo ritengo logico, logico dal punto di vista aziendale, di marketing, del profitto. Ma come critico non posso non stigmatizzare questa situazione che con la poesia di ricerca non ha nulla a che vedere.

    Quando parlo di fare una poesia che sia una «struttura permanente» voglio insinuare l’idea che la poesia autocosciente non può non tendere a un’altra dimensione, voglio dire che non può limitarsi a prendere ad obiettivo il raggiungimento della visibilità presso il ceto intellettuale che ruota attorno al pianeta poesia; questo è fuorviante, rischia di portare la poesia fuori strada, verso la leggibilità, la comunicazione di messaggi comunicazionali. È errato pensare a una poesia che si rivolge ai glottologi e ai linguisti come fece Albino Pierro o, su un piano più alto, Andrea Zanzotto il quale si rivolgeva a quella nuova intellettualità che dagli anni Sessanta in poi si era nutrita di semiotica, semiologia e di linguistica in concordanza con la cultura dello sperimentalismo. Oggi, lo ripeto sempre, con la fine della cultura dello sperimentalismo l’importanza della poesia di Zanzotto non può che essere derubricata nell’ambito di quella cultura. Oggi credo che ci sia bisogno di un’altra cultura e di un’altra poesia.
    La riflessione che ho avviato nel libro vuole essere proprio un contributo all’analisi di quel fenomeno che ho chiamato delle «poetiche epigoniche», la «pista di pattinaggio del post-contemporaneo», della «poesia transgender», della poesia che pensa se stessa come ibridismo di linguaggi o assemblaggio di quotidiano e di vissuto.

    Perché, chi l’ha stabilito che la poesia debba contenere il «vissuto»?, il «quotidiano»; e poi che cos’è il «quotidiano»?, che cos’è il «vissuto, il «privato»?, non ho sentito nessun filosofo che mi abbia spiegato che cos’è il «quotidiano» che deve entrare nella «forma-poesia», etc. Mi dispiace dirlo ma lo devo ripetere: così si va avanti con atti di fede, con parole d’ordine. Ma non si va molto lontano.
    Allora la via non può essere quella di rivolgersi a uomini di parte o a un ceto intellettuale piuttosto che un altro. Questo fu l’errore in cui cadde anche Franco Fortini il quale preferiva rivolgersi a un pubblico di combattenti per il rivolgimento sociale e politico, per un cambiamento dei rapporti di produzione capitalistici. Io dico che questo è stato un errore della sua speculazione sulla poetica. La poesia può cambiare il modo di fare poesia. E questo è già tanto, non compete ad essa cambiare il mondo. Essa cambia la Lingua, i suoi frutti si vedranno, se si vedranno, nella lunghezza dei secoli futuri. Però noi già oggi dobbiamo avere chiara cognizione che sotto il tappeto della istituzione poesia si nasconde molta polvere, molti interessi di ceti intellettuali, accademici, di posizione di rendita, di posizioni di potere, di clientele.
    Però io come contemporaneista non posso suonare il piffero degli interessi editoriali e istituzionali.

  9. paolo

    Caro Giorgio,

    Per me le questioni capitali sono le più semplici: i generi letterari e le ideologie. Credo che la lingua venga dopo, anche cronologicamente, come conseguenza di “azzeccare” queste cose così semplici.

    Quando qualche bontempone chiede a me una definizione di poesia, la mia risposta è: quella cosa che è nei migliori esemplari di tutti i generi letterari, persino qualche volta in una lirica.

    Qualche altro bontempone mi chiede se penso che le ideologie sono morte, e allora rispondo che sono la unica cosa viva, come attesta il fatto che in loro assenza domina incontrastata quella del denaro. Possiamo riallineare anziché far fronteggiare utopie “scientifiche” o meno, ma l’utopia-e dunque anche la distopia-dovrebbero far parte della letteratura, e dunque anche della poesia, come era al tempo di Dante, quando si chiamavano Paradiso e Inferno.

    Fermarsi alla descrizione di pantani e caos, proprio adesso che finalmente ricominciamo a vedere in bianco e nero, e non includere nel discorso sulla poesia quello sulla poetica-e sulla conformazione- di tutti i generi letterari, sarebbero proprio le due cose che un poco attrezzato come me non farebbe. Ma nel caso di analisti così fecondi e dialettici, tali aspetti non tarderanno ad essere inclusi tra ragguardevoli considerazioni come queste..

    Un abbraccio
    paolo

  10. Giorgio Linguaglossa

    caro Paolo,
    dopo che sono cadute tutte le ideologie, qui in Occidente, è rimasta l’innominabile: l’ideologia del danaro, la più trasparente e la più brillante di tutte le ideologie, quella alla quale i poeti di regime e di corte tributano alti omaggi e inchini. Noi non siamo così sciocchi da non aver capito ciò, anche noi, quando leggiamo le loro “poesie” ci accorgiamo se dicono bugie o se si vestono a festa per il dì di festa. Vedi, c’è anche la paccottiglia poetica vestita a festa. Ma resta paccottiglia. E la beffa è che la Lingua si ritira dinanzi a chi la vuole usare come una prostituta. Con la Lingua non si può barare, perché lei vede le carte che abbiamo in mano, se sono truccate e se noi stiamo barando. E su tutta questa paccottiglia politico-letteraria è l’ideologia del danaro quella che regna sovrana. Non bisogna certo essere marxisti per capire questo.

  11. paolo

    Caro Giorgio,

    non è necessario essere marxisti per tenere come imprescindibile il lascito di certi marxiti… il cui “lascito lascito” , al quadrato o al cubo, non può che essere quello finale: petrolio per Pasolini; le lezioni e letture sul Tasso di Fortini (andate su raitre l’anno prima della sua morte). Nel primo caso, generi letterari che implodono l’uno dentro l’altro; nel secondo, finalmente, l’epica di taglio aristotelico.

    Ognuno guarda ai lasciti che meglio crede e ai quali riesce ad arrivare: per me, questi due potrebbero indicarci di che forma possono essere i tesi poetici del domani, con vantaggio persino della poesia lirica, quella inclusa nei generi che la contengono, e quella che volesse continuare sola soletta, ma pur sempre la più applaudita, come quasi sempre.

    Grazie, buona giornata

  12. antonio

    mbah! Il poeta direbbe cose da intellettuali (gli scritti sopra) non da Poeti: così Majakovskij al costruttivista Il’ja Sel’vinskij, quando il primo rispose al secondo:LA POESIA è UNA TENDENZA!!!

  13. paolo

    Credo che un poeta dovrebbe essere anche un intellettuale (e quelli delle campagne “gramscianamente” lo sono), mentre un intellettuale potrebbe essere solo incidentalmente un poeta.

    Mi sono chiesto perché non si battono mai le soluzioni di mezzo, nella diatriba: sentimento-ragione; lirica-intelletto; tradizione-avanguardia… coè, tutti sanno che c’è una “medietà” davvero in questo caso aurea, ma nessuno è disposto ad ammetterne le conseguenze, tra il mito dell’istinto che arriva dappertutto, e quello dell’intelletto ben dedicato, idem. La soluzione intermedia somiglia troppo al quid imponderabile che dà fastidio a tutti, o che vorremmo incorporare tutti. In verità, è imponderabile come qualsiasi semplicissima soluzione di convergenza tra intelligenza, immaginazione e anche per noi certamente sentimento, cui dobbiamo i risultati migliori della attività e civiltà umane. Rispetto ciò, tutte le esaltazioni del Genio o no- genio, Aura-no aura, per me, usando un espressione eufemistica, lasciano il tempo che trovano…

    Un caro saluto

  14. @ paolo
    “tutti sanno che c’è una “medietà” davvero in questo caso aurea, ma nessuno è disposto ad ammetterne le conseguenze”…

    Azzardo una spiegazione. Questi tutti (si parla dei poeti in sostanza) appartengono proprio al cosiddetto “ceto medio” (un concetto vago, quanto quello della medietà…). Riconoscere la propria collocazione “media” in questa società (e specie oggi che il ceto medio si sta impoverendo, sta cioè scendendo in basso, verso la temuta condizione della cosiddetta *pauper class”, l’antico *proletariato* di marxiana memoria) significherebbe riconoscere che si conta poco e anzi sempre meno.
    E allora esistono le due solite sconciatoie (abusate e che una volta erano state definite del *sovversivismo piccolo borghese*): lo snobismo da gran signori, lo snobismo da *maudit*.
    Sono entrambe degli eccitanti che un po’ di consolazione (e assuefazione) la danno.

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