DISCUSSIONE
Linguaglossa/Abate: parlare con la luna?

The Discussion

Renato Guttuso, La discussione

 Ai margini della pubblicazione delle “poesie sulla luna” (qui),  che continuerà, è sorta una discussione tra me e Linguaglossa che penso sia utile rendere pubblica e approfondire con i frequentatori di questo blog. Di seguito i due interventi. [E.A.]

Giorgio Linguaglossa

Torniamo a parlare con la luna

 Si dice che «parlare con la luna» è diventato oggi un atto ingenuo e sproblematico. Io invece ritengo vero il contrario: «tornare a parlare con la luna» è un atto di grande coraggio intellettuale e di contro conformismo. Si badi, io non dico anti conformismo, dico un’altra cosa. La poesia irta di oggetti del quotidiano e del privato ci ha annoiato; vanno bene gli oggetti ma all’interno di una procedura e di un orizzonte iconico-simbolico. La problematizzazione che una certa cultura ha indotto, che cioè era risibile scrivere poesia sulla luna, non ci convince più, è stata una pessima problematizzazione, è stato un condizionamento che ha investito il soggetto il quale è stato colpito dal tabù della nominazione. Che l’atto della nominazione si riveli essere il lontanissimo parente dell’atto arcaico del dominio, è un dato di fatto difficilmente confutabile oggi. Ma quando la problematizzazione investe non solo il soggetto ma anche e soprattutto l’oggetto, prescrivendo tabù e divieti, ciò determina un duplice impasse narratologico, con la conseguenza della recessione di interi temi nell’indicibile in poesia e di interi generi a kitsch.

Mai forse come nel nostro tempo la dicibilità della poesia come genere è precipitata nell’indicibile: una grande parte dell’esperienza significativa della vita di tutti i giorni è oggi preclusa alla poesia, per aderire al genere romanzesco della narratività.

Direi che l’ordinamento amministrativo con il suo semplice prescrivere il dicibile, bandisce tutto ciò che non è immediatamente dicibile nei termini della sua sintassi e del suo lessico. L’indicibile diventa ciò che non è più tematizzabile secondo un certo orizzonte culturale. Ecco spiegata la ragione del trionfo del minimalismo come cannibalismo della comunicazione.

Com’è risaputo, oggi i poeti moderni non scrivono quasi più poesie sulla luna, si dà per scontato che oggi si debbano scrivere poesie irte di «quotidiano» e di «privato» e di «oggetti domestici» che rappresentano una presunta esperienza significativa, essi si limitano a comunicare il comunicabile, e in tal guisa non fanno altro che fagocitare la tautologia. C’è oggi un’oggettiva difficoltà ad affrontare, in poesia, la problematica di un’esperienza significativa. Qualcuno mi può chiedere: «che cos’è una esperienza significativa?», in realtà nessuno lo sa; «si possono scrivere poesie sulla luna?»; «si possono scrivere poesie che mandano segnali di fumo su Marte?»; in realtà, io in giro vedo che si scrivono poesie che tutti riconoscono come poesie ma molto raramente poesie che parlano con la Luna o che mandano segnali di fumo su Marte.

Conseguenza inevitabile dell’impasse in cui è caduta la poesia contemporanea è che si parla innanzitutto molto più del «soggetto», dei suoi ruoli e del suo luogo, che dell’«oggetto», perché il soggetto ha cessato di funzionare come principio, o come principio regolatore; per contro, si parla molto meno dell’oggetto che del soggetto, così che il discorso poetico si dissolve in una miriade di appercezioni soggettive, in una fenomenologia delle percezioni soggettive.

Grandissima parte della migliore poesia contemporanea assume senza battere ciglio il logos sproblematizzato della soggettività, talché essa finisce inconsapevolmente nell’imbuto della reificazione delle forme espressive e la formulazione del logos subisce il tabù della nominazione, che è quell’altra forma di dominio in cui si traveste l’ordinamento borghese della rappresentazione secondo i suoi valori e le sue proprie gerarchie.

Di conseguenza, il poeta si assoggetta ad una assidua autoanalisi di de-reificazione e di de-realismo. A pensarci bene, la poesia dell’esperienza ha bisogno di un universo simbolico nel quale prendere dimora, e di un rapporto di inferenza tra il piano simbolico e l’iconico; in mancanza di questi presupposti la poesia dell’io cessa di esperire alcunché e diventa qualcosa di terribilmente autocentrico ed egolalico: diventa la carnevalizzazione di se stesso, esternazione del dicibile sul piano del dicibile: ovvero, tautologia.

 Se l’orientamento della poesia verso un orizzonte iconico-simbolico manca, manca la poesia il suo bersaglio. Non v’è orientazione semantica senza orientazione verso un mondo iconico. Così la poesia si limita ad esprimere il senso che può, al di qua di ciò che intende e al di là di ciò che attinge. Il compito che oggi arride alla poesia è appunto ricostruire una relazione iconico-simbolica, abbandonare la procedura di relazionare il significato al significante.

  In un mondo in cui i rapporti umani sono diventati un problema tra gli esseri riprodotti come talismani magici e ridotti a vasi incomunicanti di un messaggio che è stato soppresso dalla prassi sociale, resta il problema di come tornare a fare poesia sulla luna: e con la luna; di come liberare le emozioni dalla cella dell’io che racchiude l’inautenticità generale del quotidiano.

Qualcuno potrebbe obiettare che «oggi è possibile soltanto una poesia dell’inautenticità e del falso». Io mi limito a rispondere che la poesia falsa la puoi riconoscere dal tinnire della moneta falsa.

***

Ennio Abate

Ma la luna vuol parlare con noi?

Caro Giorgio,

la mia prima reazione al tuo scritto è stata di stizza. Ma come, nel momento in cui  sta per partire una nuova guerra in Siria e con questi “chiari di luna” (tasso di disoccupazione in Italia al 12%, crisi di cui non si vede soluzione malgrado le continue rassicurazioni, confusione di idee in ogni campo),  invitiamo i poeti a parlare con la luna (cosa che essi di solito già fanno da sé…). Poi ci ho riflettuto e mi sono detto: boh, forse a certe condizioni,  può essere anche una buona mossa, perché sparare a zero contro questa sorta di “manifesto pro luna”, un “esodo verso la luna” non è quello che io penso, ma…. Le mie riserve di fondo però restano tutte e le esporrò schematicamente per punti:

1.

Perché noi poeti abbiamo tutti pronta nel cassetto  almeno una poesia sulla luna (e forse tante sul “quotidiano” o il “privato” al pari dei – da te bistrattati – “minimalisti”!) e nessuna (decente) – che so – sui misteri tragici della storia d’Italia, le guerre, gli intrighi dei potenti, gli sprechi di ogni ben di dio, la disoccupazione, le immigrazioni,  le mafie, ecc. Come mai, oggi, questi non diventano più temi di poesia? Perché queste cose, oggi, restano “indicibili” in poesia?

2.

Non si esce dalla crisi della poesia cambiando soltanto il tema. Ma è certo che mettersi nell’ottica di parlare con la luna è diverso che parlare con un ‘tu’ o con un ‘noi’ (o con l’Italia, l’ Europa, il genere umano, Marx, Dio, gli angeli, gli extraterrestri).  Ciascuno di questi “interlocutori” porterà la ricerca del singolo poeta verso realtà e territori linguistici diversi. Bisognerà pur scegliere (e  vedere poi i risultati). Non escludo, dunque, che da una “poetica lunare” come quella che proponi possano venire ottime cose, non dico che sia sbagliata in sé, ma io resto favorevole a un “esodo terrestre” e nella dimensione storico-politica.

3.

Il tuo appello-manifesto privilegia ancora e soprattutto la liricità soggettiva del poeta. È vero che combatti l’io «terribilmente autocentrico ed egolalico », che vuoi « liberare le emozioni dalla cella dell’io che racchiude l’inautenticità generale del quotidiano»; ma, se intendo bene, «ricostruire una relazione iconico-simbolica» rivolgendoti appunto alla luna (e all’universo simbolico che essa rappresenta nella nostra cultura) significa rapportarsi – ancora e soltanto – con un alter ego più o meno sublimato. (Ammetto: come del resto capita rivolgendosi al ‘tu’ o al ‘noi’  che vengono messi in campo nella poesia più epica o civile proiettata verso gli altri). Le cose che la luna dirà sono quelle che il poeta le metterà in bocca. (E infatti, cosa ha detto la luna nella tua poesia? «Tutto è stato detto, tutto è stato scritto», «Tutto ha un inizio, tutto ha un vizio», affermazioni cioè abbastanza apodittiche e ultimative, meditate e rimuginate dal tuo io poetico e ricorrenti anche nel tuo io critico!). Mentre, penso io, il dialogo, sia pur fittizio dell’io con il ‘tu’ o con il ‘noi’, può preludere – non dico di sicuro – a un dialogo anche reale con dei ‘tu’  e ‘noi’ reali. Ti ha permesso la luna di metterle in discussione  quelle affermazioni apodittiche e ultimative? O le ha messe in discussione il tuo io poetico? Come potrei fare, ad es., io o un altro? Ti ha forse detto: guardati attorno, vedi di trovare altre risposte, esamina ciò che accade adesso sulla terra, quello che fanno  altri attorno a te che non sono poeti, misurati più che puoi con loro? Insomma, parlare con la luna è come restare a parlare con un nostro io più o meno spostato, sublimato e inventato da noi stessi, una sorta di specchio dei nostri desideri e paure. Nulla di più.

4.

Sostenere che è importante oggi «tornare a parlare con la luna» (= (per me) esaltare ancora la liricità in poesia)  significa incoraggiare degli individui che preferiscono pensarsi isolati e unici (i poeti) a scrivere ancor più poesie alla luna, confermargli la bontà di questo dialogo con un loro Fantasma sublimato. Significa tornare (o continuare?) a una tradizione poetica nobile, sì, ma un po’ vecchiotta. O confermare che la poesia è lirica o non è poesia. A me pare che così piova sul bagnato di un solido conformismo poetico. Notare: è bastato un semplice  invito sul blog  e subito ognuno di noi ha  tirato fuori dal cassetto una poesia sulla luna. Va bene. Pubblichiamole queste poesie (ma, se possibile, discutiamole, valutiamole). Per me, scettico in partenza di fronte alla proposta, è stato come fare un test, un’inchiesta, una fotografia dell’immaginario poetico d’oggi (ritrovandolo – ohibò! – più disponibile alla tradizione di quanto si pensi). Figuriamoci, ad es., che sarebbe successo se uno avesse proposto di fare un post sulla guerra in Siria. E ora mi chiedo: si può avallare, nel 2013 e sul piano del discorso poetico pubblico, che dovrebbe contare di più per tutti, questa produzione poetica?  Io sinceramente non me la sento. E non vedo come si potranno mai raccordare gli umori, i sentimenti, i pensieri presenti in queste poesie sulla luna (non poi così distanti dal minimalismo quotidiano e privato!) con il discorso poetico pubblico che sarebbe necessario fare e che so che anche a te sta a cuore.

5.

Penso, invece, che oggi  ci sia bisogno di dire in poesia “altro”. Che possiamo dircelo senza ricorrere a questa nobilissima finzione di rifugiarci sempre e ancora nel nostro benedetto io lirico “lunare” o muoverci in quest’«orizzonte iconico-simbolico», come tu lo chiami. Così continuando, confermeremmo soltanto lo stacco individualistico dell’io lirico dal mondo storico-reale e guarderemmo il mondo dalla luna, appunto, ma facendo diventare il ‘noi’ o gli ‘altri’sempre più  infernali, alieni, insignificanti, indeterminati. (Pascoli: «quest’ atomo opaco del Male!»).

6.

E poi, dopo aver letto le  poesie arrivate, dimmi la verità, Giorgio: non ti annoiano un po’ anche queste sulla luna quanto quelle dei minimalisti, veri o presunti, sul quotidiano e gli oggetti domestici? Ma al di là del giudizio su singoli testi che per ora lascio in sospeso, i  miei dubbi riguardano soprattutto il tuo “manifesto pro-luna”. Che mi pare sostenuto da ragioni deboli e contraddittorie. E qui voglio essere puntuale e persino noioso, entrando nei particolari.

7.

Non credo che scrivere oggi poesie sulla luna sia un atto di «contro conformismo». Non vedo tutto questo conformismo “antilunare”. Anzi. E lo prova la pronta risposta degli stessi frequentatori del blog.

8.

Non siamo nella condizione di Leopardi che, a tuo parere, «parlava alla luna e con la luna perché non aveva interlocutori sulla Terra». Non parliamo (magari a volte perdendoci in chiacchiere) su questo blog? Cosa abbiamo da dire alla luna che non si possa dire rivolgendosi più direttamente a interlocutori umani ( magari persino reali o quasi…)? Tanto più che le poesie le leggono loro, se le leggono, e non la luna. Né siamo nella condizione del Mandel’stam anni Dieci, che forse qualche  disperata ragione aveva per proporre come «compito del poeta lirico» quello di «scambiare segnali con Marte».

9.

Questa tua proposta non mi pare un «atto ingenuo».  La fai per distanziarti dal quotidiano e dal privato  dei minimalisti che non la smettono di parlare in poesia di «Irpef, Ilor, di scontrini del barbiere». E va bene.  Ma a me pare che ti distanzi, e troppo, dalla storia e dalla maledetta realtà. (Non a caso il personaggio della tua poesia dice: «Realtà, che parola è questa?»). Storia e realtà possono essere eluse in vari  modi: sia avvicinando l’occhio a qualcosa di minimo fino a non vederlo più, come fanno i minimalisti, sia andando ad abitare la luna o a parlare con lei. Cosa che non mi pare affatto ardua. Ben più arduo (e più coraggio richiede) fare i conti con la  crisi affrontandola, sì, da poeti, ma in modi “storico-realistici”.

10.

Chiarisci per favore cosa intendi per «indicibile» e cosa significa la frase:« nel nostro tempo la dicibilità della poesia come genere è precipitata nell’indicibile». Scrivi: « una grande parte dell’esperienza significativa della vita di tutti i giorni è oggi preclusa alla poesia». Ma davvero succede a causa dei cappi imposti ai poeti dal « trionfo del minimalismo come cannibalismo della comunicazione»? Non lo credo. Il minimalismo non è la causa che ha prodotto la crisi della poesia. Semmai un  suo effetto, un sintomo, la risposta “riformista” alla crisi in mancanza di una risposta più efficace.  E, a rifletterci bene, l’immagine della luna e quel suo universo  simbolico a cui i poeti sono  tanto affezionati  è stato bandito o ridotto al privato lirico (piccolo borghese, se vogliamo…) non dai futuristi d’inizio secolo, neppure dai neovanguardisti anni Sessanta  e neppure dai  minimalisti, ma dagli sviluppi selvaggi e realissimi di Das Kapital, che  troppi poeti non vedono e non vogliono proprio vedere (ed è per questo che preferiscono abitare la luna). La crisi ha, dunque, radici storiche, che sono solo apparentemente “indicibili”. E che difficilmente verranno scovate se ci mettiamo nell’ottica di «tornare a parlare con la luna».

11.

Capisco che per te parlare con la luna o alla luna  sia una metafora  per alludere ad una volontà radicale o estrema di tirarsi fuori dall’«inautentico». Ma a me pare che la proposta sia insufficiente e un po’ regressiva. Perché mira a tornare a un passato  e ad esempi nobilissimi di liricità ( Leopardi, Mandel’stam;  non  considero i  poeti lunari e lunatici veramente evasivi e distratti). Questi modelli ammirevoli non bastano più a rendere conto (come accadde invece nel loro tempo) degli orrori (nuovi e inediti e impensati) del nostro tempo.

12.

Dobbiamo pensarli noi, oggi, con gli strumenti d’oggi. Noi che viviamo un’epoca che ha seppellito la visione storica antagonista e potenzialmente alternativa (detta tra Otto e Novecento socialista e comunista). In quella cornice di pensiero emancipatore l’esperienza quotidiana (di fatica, sofferenza, lotta) di milioni di uomini e donne  aveva assunto un senso storico. È questo crollo di senso che ha fatto diventare indicibili (non trattabili, non razionalmente e né poeticamente rappresentabili) i loro bisogni e le loro esperienze assieme alle nostre. E, in modo complementare, sono state oscurate le stesse trame politiche che i potenti tessono ai danni loro e nostri impedendoci di capirle e combatterle anche in poesia.

13.

Se ci inviti a fuggire dal minimalismo (ammesso che ad esso ci siamo avvicinati) o ad affrontare  con decisione «la problematica di un’esperienza significativa», trovo davvero contraddittorio  che subito dopo   dichiari con candore che in realtà nessuno sa cosa sia una «esperienza significativa»? Davvero?  Nessuno sa oggi che cos’è una esperienza significativa o dominano forze (da nominare con precisione) che impediscono ogni esperienza significativa e ci rendono sempre più ignoranti e confusi? E se davvero fossimo al punto  da non distinguere più  esperienza significativa da esperienza non significativa,  perché non fermarci e risolvere il dilemma, invece di continuare a scrivere o a ripescare dal cassetto poesie  sulla luna o mandare segnali di fumo su Marte? Non dobbiamo ridurci, come tu dici, a « comunicare il comunicabile», ma dobbiamo assolutamente capire del supposto “indicibile” cosa può essere detto in poesia e cosa di esso va comunicato e a chi e perché.

In conclusione. Insisto sulla mia tesi: dobbiamo pensare l’orrore storico d’oggi anche in poesia, non vederlo dalla luna. Si può vederlo anche dalla luna, dall’io lirico? Forse sì. Non precludo del tutto questa via, ma mi pare che l’io sia davvero azzoppato quando deve muoversi sul terreno storico-politico-sociale che non gli è affatto congeniale e tende a respingere, andandosene appunto sulla luna.

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82 commenti

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82 risposte a “DISCUSSIONE
Linguaglossa/Abate: parlare con la luna?

  1. emilia banfi

    Figli dell’epoca

    Siamo figli dell’epoca,
    l’epoca è politica.

    Tutte le tue, nostre, vostre
    faccende diurne, notturne
    sono faccende politiche.

    Che ti piaccia o no,
    i tuoi geni hanno un passato politico,
    la tua pelle una sfumatura politica,
    i tuoi occhi un aspetto politico.

    Ciò di cui parli ha una risonanza,
    ciò di cui taci ha una valenza
    in un modo o nell’altro politica.

    Perfino per campi, per boschi
    fai passi politici
    su uno sfondo politico.

    Anche le poesie apolitiche sono politiche,
    e in alto brilla la luna,
    cosa non più lunare.
    Essere o non essere, questo è il problema.
    Quale problema, rispondi sul tema.
    Problema politico.

    Non devi neppure essere una creatura umana
    per acquistare un significato politico.
    Basta che tu sia petrolio,
    mangime arricchito o materiale riciclabile.
    O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma
    si è disputato per mesi:
    se negoziare sulla vita e la morte
    intorno a uno rotondo o quadrato.

    Intanto la gente moriva,
    gli animali crepavano,
    le case bruciavano e i campi inselvatichivano
    come nelle epoche remote
    e meno politiche.

    — Wislawa Szymborska

  2. ro

    Forse la mia scarsa propensione ad ogni tipo di idelogismo , religioso o psuedopolitico che sia, unito alla mia ignoranza, spiega l’appoggio in un certo qual modo ponderatamente entusiasta al piatto della bilancia lunare offerto da Linguaglossa, fin dalla prima sede spontanea in cui è avvenuto (fosse solo per amore nei confronti del testo di Banfi), sia in questa di confezione più marcatamente intellettuale dei due dialoganti.
    Ciò non significa non tenere conto, almeno per una media ignorante quale la sottoscritta, nonché allergica a tutti gli “ismi” ( e quindi anche i criticismi), dei passaggi critici, reali, scivolosissimi denunciati da Abate, pesati e contenuti nell’altro piatto della bilancia che condivido.
    La verità , o meglio il punto esatto della corda per il passaggio vitale del piede, in questo caso poetico o del relativo funambolismo poetico, sta a media distanza fra i due critici che rappresentano anche i due pianeti o l’uno e il suo satellite, alter ego o meno che sia della “notte” e/o del “giorno” della crisi, della realtà , della storia.

    I poeti, minimalisti, epigoni o meno, completi o meno, sono sicuramente al pari di tutti gli artisti per primo uomini, dunque comunque incompleti, contraddittori, insensibili e, possibilissimo, anche ignoranti della storia non ufficiale , ovvero comoda alle recite dei potenti propinata agli uomini di qualsiasi tempo . Molto più in questo contemporaneo, condito di propagande di fronte alle quali anche Gobbels diventa un dillettante allo sbaraglio. Tuttavia a me è sembrato che la proposta di Linguaglossa, salve tutte le criticità denunciate da Abate, contenga una rivoluzione poetica per ogni suo satellite (attivo o passivo, autore o lettore etc) come quella contenuta nel l’antologia di Lee Masters. I due pianeti (che esprimono peraltro tanti paralleli e allegorie una dentro l’altra come matrioske) hanno avuto la stessa storia e possono essere vasi comunicanti o parlanti della stessa fine nonostante” l’una” sia stata causata dai suoi abitanti e l’altra esagero per rendere) dal paradosso opposto: dai suoi deserti disabitati e impossibili per la vita degli uomini. Calpestati solamente dal solito tour operator dei noti ” sbarchi “ in ogni e dove sotto la bandiera ( truffa ) della liberazione, dunque anche della democrazia lunare, simbolo di quella mediatica universale , preesistente e successiva anche in pseudo-poesia in tante sue sbrodolate stile diario di un adolescente ( anzi di più visto che così offenderei milioni di ragazzine/i che dall’inzio della storia ad oggi sono stati ben più creativi di certe/i psuedopoeti).

    Un pianeta morto senza morti e un pianeta morto pieno zeppo di sopravvissuti hanno per me molto da dirsi, quindi da metter(si) in relazione, spedendosi cartoline dai morti per raccontare la loro storia, quindi la loro fine, diversa, ma comunque fine. Ciò servirebbe ai poeti per scavare il proprio passo, oltre “la gravità” , compresa quella del proprio io, perché garantisce il sufficiente “distacco” vedendo le cose da un punto più alto, o perlomeno cercandone uno sguardo a distanza sufficiente, sia dal proprio io che dalla massa blob del pensiero unico (frammentato a sua volta in varie sezioni per tutti i gusti di mercato compreso quello ideologico e religioso). Tale distacco tipico dei fantasmi, quali siamo, tutti nessuno escluso (unico punto per me autenticamente “universale”) può essere rappresentato dalla luna come da altre “forme” o “oggetti” o “simboli” di un mondo perduto come è la vita perduta da millenni in questa nostra grottesca storia del pianeta degli uomini, rispetto alla storia dei fiori o dei “gatti bianchi”.

    Ps
    Sarebbe bello che qualche musicologo, se c’è fra i lettori, scavasse paralleli artistici, lontani dal solito romanticismo che è solo una delle cause di tante sonate al chiaro-scuro e non solo ( vedi anche pop etc etc)

    pps
    se verrà accolta quella proposta lanciata al vento o alla luna della r-accolta (vedi pagina precedente), mi piace fin d’ora pensare che possa chiamarsi come il titolo di questo post, quindi in formula interrogativa. Inoltre quest’antologia “parlare con la luna?” sarebbe molto interessante accogliesse un “blob” di poesie (anche le piu melense e brutte) proprio perché come blob di Ghezzi aiuterebbe oltre che a deideologizzare la luna stessa ( e i poeti), a distinguere contributo da contributo con una sorte di maieutica critica a postfazione, pensata per i poeti al pari dei lettori, sulla falsariga di questa del dialogo Abate/Linguaglossa, ma di stile più semplice, in modo da tendere a planetario (immagino qualcosa senza arroganza, saccenza, sarcasmo, etc etc ma con semplice evidente gioco dei contrasti poetici apoetici /ironia sul grottesco della storia, tipica arte sul blob di blob di ghezzi come credo possa avvenire per i critici poetici)

  3. Io credo che un artista non debba precludersi nessun campo. Certo che si parla con la luna, con il bosco, con la montagna, con la città, con la propria collera. L’importante è non dire scemenze, e qui mi richiamo allo “spessore” del dire e non è detto che la dimensione storica sia più consistente della dimensione lirica e non è detto neppure che una poesia della storia non possa essere anche lirica (anzi!). Ho appena scritto una raccolta (Ennio la conosce bene) nella quale parlo con il bosco, gli alberi, i fiori, ma nello s tesso tempo parlando di noi, della nostra storia, di come siamo o vorremmo essere o non possiamo essere. L’annoiarsi nel leggere poesie “vere”, quelle scritte non per farsi leggere ma per leggere il mondo, m i sembra a questo punto un segno di saturazione: un leggere troppo senza empatia. Anche il lettore soffre della medesima tentazione egocentrica del poeta: aspetta la poesia scritta per lui, ma è appunto la poesia “scritta per lui” la peggiore, quella che viene incontro alle mode, agli schemi già collaudati.
    E dunque, se la poesia che parla alla luna lo fa come ha fatto Leopardi, sarà anche di spessore ma scontata e, alla lunga, banalizzante. Mentre la poesia che lo fa cercando altre soluzioni da quelle conosciute o in qualche modo operanti nel nostro sistema delle attese, deve essere a mio avviso valorizzata, perché almeno tenta qualcos’altro (magari ne vien fuori uno sgorbio, per mille ragioni, ma non si può dire che sia banale o noiosa). Ma dico la Luna per dire a qualsiasi entità fisica o immaginaria e anche la storia (passata) è un’entità che ben si presta a nuovi “dialoghi” di noi erranti nell’Asia o nell’Europa.
    Voglio dire insomma che la dimensione lirica è connaturata alla poesia, non è un “genere” della poesia, ma una sua dimensione essenziale, ontologica, che c’è da sempre, nella poesia epica dal Gilgamesh in poi, persino in quella satirica anche se, per talune opere, risaltano di più altre componenti connaturate al carattere del poeta, alle sue personali urgenze che lo spingono a scrivere, ad altri aspetti.
    E così come i lirici banali, ci sono i poeti civili banali (scassamaroni), i tromboni, i satirici delle torte in faccia e della battuta crassa, i surrealisti che imitano gli schizofrenici (che è cosa facilissima, specie oggidì), gli estetisti che leccano le forme ma non trovano contenuti, o, viceversa, coloro che banalizzano le parole strapazzando i contenuti, ecc. ecc.
    IV
    Ora l’estate è un coro di grilli
    dal mio balcone
    un popolo di piccoli esseri che impazzano
    di musica né d’altro si curano
    che di una semplice nota che tutta raccoglie
    l’odio l’amore il senso di tempo e spazio
    come la sapienza che grida nella notte
    la sua monodia instancabile

    e vanno sazi di trilli per cunicoli
    d’erba e pochi giorni da vivere
    tutto il resto ignorano e forse
    sono felici.

    • ro

      Anch’io ho Lucini caro ho avuto la vera “grazia” di conoscere l’assaggio boschivo dei tuoi frutti…è un mondo perduto e al contempo vivo come altri “oggetti” compresa la luna…tu hai detto le stesse cose che volevo esprimere nel precedente intervento ma in una formula come tuo solito chiara come un laghetto di montagna rispetto alla mia pozzanghera metropolitana. Però la sostanza rimane: la luna come il bosco, Mar(t)e come altre vie lattee.

      Ti ho chiamato come si chiama lo sbocciare di un fiore ed ora il tuo comparire sembra proprio così, con la sua stessa musicalissima (in)coscienza. Grazie. ciao.

  4. emilia banfi

    Lucini, un vero Grillo parlante. Sempre da ascoltare sempre da ringraziare,

  5. La luna è a due passi.
    Meno distante di quanto non lo sia il vicino di casa, marziano in astratto (in simbolo) rinchiuso dietro tapparelle in pvc, intento a consumare pornografia via web in un appartamentino nell’anonima periferia. I familiari a letto, nelle camere claustrofobiche giusto sopra i garages sotterranei.
    Quel vicino è un orizzonte iconico-simbolico, non-lunare.
    Quel vicino non è appercezione soggettiva.
    Quel vicino forse è tautologico, ma nel senso della replicabilità industriale, della moltiplicabilità normalizzante.
    Quel vicino, disciolto il velo simbolico, è portatore di indicibilità, di ciò che non si deve dire perché i marziani siamo noi, tutti.
    Quel vicino, dunque, incarna la e si incarna anche nella dimensione storico politica, viene a trovarci di notte per incontri ravvicinati del terzo tipo.
    Quel vicino, così come la luna, ha un lato sempre al buio dove si nascondono i misteri, anche quelli più cupi e inenarrabili, che sono la chiave per sbloccare la comprensione della contemporaneità. In questo senso il quotidiano, il privato, il domestico, sono terreni di caccia generosissimi, imprescindibili.
    Queste poche righe sono, ovviamente, del tutto simboliche.

  6. emilia banfi

    Grazie a Matteo Bonsante e ad Ennio Abate per queste meravigliose poesie che ci trasportano là dove le tristezze del mondo -dovrebbero- finire con “i fili di plastica fra i capelli”.

  7. Lidia Are Caverni

    Lidia Are Caverni
    Dopo aver letto il bellissimo libro di Lucini “Nel bosco” penso che qualsiasi poeta possa scrivere qualcosa sulla luna. Sempre come dice Lucini ogni essere umano, poeta o no, ha il suo bosco, il suo fiore, la sua collera che aiuti a fare da catarsi agli infiniti dolori del quotidiano. Che dire dei grilli della sua poesia. Può essere una cicala che canta sull’albero spelacchiato fuori casa o un fiore di negritella che conservo nel libro di Lucini raccolto questa estate nelle mie vacanze, brevi, in montagna che ancora diffonde profumo di cioccolata.
    Penso che gli esseri umani chiedano questo alla poesia sia che siano autori o lettori. I cosidetti poeti impegnati non parlano a tutti, basta pensare ai poeti francesi, ma anche a Brecht o a Brugnaro e anche loro hanno dovuto avvicinarsi ai piccoli elementi della natura o dell’amore per poter trovare un linguaggio universale.

    • ro

      Concordo in todo Lidia. Inoltre per il particolare essere/ cogliere / esprimersi di Lucini, siamo di fronte al miracolo completo, quiete tempesta della natura. Ogni umano è stato strappato a questa condizione del regno, ma gli umani hanno qualche vago ricordo di quella condizione, così i poeti possono andare alle radici dei grilli che sentono ancora o che non sentono più. Ma la condizione umana più in generale, oltre l’essre poeti o lettori, è che alcuni, di per sé senza cercarlo senza fiatone con una disciplina innata ( ma anche sudata in millenni di stagioni) richiamano altri a saper fare quasi come il fiore (lunare, siderale o qui e ora ancora terrestre). E’ come il fiore che sa fare il suo colore, che sa diventare rosso come è il suo sangue e poi per giunta pure arros(t)irsi di se stesso evaporando in altri colori e suoni…

  8. marcello bellavia

    canto di un pastore protestante al lA nula

    Quindi ancora credere allo sbarco e che il solco fosse unico sul fondale della sabbia
    dove il grillo e il cavalluccio marino ,ancora discettano tra le coste dell’arca.
    Ma non corre alcun legame, neanche nelle giunture e le costole nella pelle
    che conosce tutti i punti e i passaggi e le nervature,perchè :
    l’uno ha solo muscoli nelle gambe e gran tonfi di salti a vuoto per dirsi
    fenditore d’aria nei passi ,che sono cadute e obbrobriose
    nonostante zolle e branchi di pusillanime creature,
    gli facciano da base in questi “percorsi vuoti” e salti
    in posti che non conosce e mai gli apparterrano;
    l’altro mantiene dall’altezza la posizione lo scrutare
    lo scheletro ha il colore dell’arenaria ma tra le più antiche e basaltiche
    ( :armatura dell’ultimo viaggio ,d’esplorazione preistorica sotto
    i fondali nel contrario dei vuoti ,di atavica luce da decifrare)
    e l’ossea conformazione interna,che fa credere alla luna e alla sua luce
    quando è in superficie di scambiarlo per una carezza di falange
    che accoglie le onde sulle spalle ,nei do(r)ssi dove il mare si rompre
    d’unanime rumore ed credenza di una visione falsissima e d’insieme.
    Ma non è così e non basta chiederlo a Stan lì ,che c’era
    e alla sua altra grande lezione,da Gran Maestro irrequieto dalle rive di Venice bitch,
    dove la notte giocava a perseguitarsi e perseguitare intere nazioni ,di animali marini.
    D’altronde era chiaro che al chiarore “del tempo” non poteva far altro
    che sbagliare e pensare che questa luccicanza fosse suo padre e nel carro
    la portava in alto credendola sole sino all’undicesimo piano dell’olimpo
    dove louis cantava addirittura l’estate o hello dolly ,
    e non capendo che fosse solamente una bolla Satin ata ,
    che elude una porzione di cielo quando punta,qualcuno
    vera solo alla fine da una parte del ritaglio originale
    del collage che stava sotto e che ha voluto oscurare,
    ma che ha eclissato solo per un tempo minimo
    come per natura e in verità si vuole
    e di cui ha cercato di rubare le fattezze e la sostanza
    e a cui continua ancora ad appiccicare forme, simili però adesso
    a quella pietra di luce che stava sotto ,rendendosi per differenza
    cratere spento ma infuocata dentro di odio(? come sempre) o di passione.

    E’ l’unica cosa che riesco (non volendo davvero) a proposito di protavole e sofismi e pappaGorgie

    che equivale a quel nulla che fa da titolo e ben racchiude ,questa “mancanza d’essenza”.
    canto di un pastore protestante al lA nula

  9. marcello bellavia

    Qualcosa del genere s’avvicina più al mio stile e forse alle realtà
    a cui (senza permettermi troppo-dato anche se non in quella dell’amore ” è unica sfera”) io accenno:

    Non dirmi che non è via vera
    quella che hai tra le cosce
    ma un sorriso tra le coste strette
    che non ha umore e postura di labbra:
    impossibile da sfiorare con le dita
    nè segno da indossare nella penultima
    debolezza delle falangi o le nocche
    aurerola ,mezzo cuore di lunula
    che non rimane,per fede
    dopo che ti ho baciata:
    cratere che non disdice gli sbagli
    in bolle di diverso colore
    tutte originali e promesse come
    vie nelle ondulatorie ,ad ogni nascenza
    per dirsi vivi,nei multiversi
    tante volte quanti gli errori
    nella morte universale,che spesso
    risparmia i sosia paralleli
    e lascia solo il paradosso
    come unico creatore e assassino
    delle “nostre vite”.

  10. marcello bellavia

    sempre non recando troppo disturbo,aggiungerei che all’ultima si potrebbe dare un titolo come : sin deisi .Dato il peccato e l’errore ,lo sbaglio commesso da una delle due persone citate a cui comunque c’è sempre rimedio.”persone” egiziane protettrici sin dai tempi e dai bablonesi in particolare ,di quella sfera sinonimo d’amore a cui più post qui ,ho visto sono stati riivolti.Il peccato risiede nella seconda che accusa il primo di essere ambiguo o ambivalente ,quindi per eccesso -date l’ennesime volte che si è ripetuto erronaemente e male- :cornuto ,oltre altro.Ecco che data l’occasione e l’ispirazione del momento, che l’ho scritta.
    Per quanto riguarda la prima invece sono storie e di altre bande da seguire bene dato che comunque risultanza di male sono;sopratutto per quel personaggio vero di una storia falsissima dalle facce cubiche ,ai tempi che alla fine commesse, lo stesso errore che succede poi alla fine, negli ambiti e ambienti che si etichettano verità e non sono altro che massoneria settaria ,alla stregua della peggiore (e la superano perchè inglobano un pò tutti i campi) delinquenza e che ho voluto,nel loro stile e nella cronistoria frammentata e inverosimilmente kafkiana(e quindi solamente un pastone ,per pecore indecenti e immotivatamente micidiali ,visto da un errante più che pastore ,che ci è incappato) denunciare.

    Saluti

  11. Giorgio Mannacio

    SULLA LUNA.

    Cari Abate e Linguaglossa, il vostro dialogo è – absit iniuria verbis – divertente ed irritante. Si presta a parodie di tipo rablesiano e nello stesso tempo ad una critica più seria. Secondo me usate – più o meno entrambi – un linguaggio spesso involuto,criptico,largamente astratto e lontano dall’esperienza del fare poesia.
    La proposta di un tema non è mai neutrale perché presuppone che il destinatario di essa manifesti rispetto all’oggetto una propria opzione. In questo senso la proposta di L. si muove – se non sbaglio – nel senso di una “ provocazione “ per l’abbandono della quotidianità ( intesa questa come “ cronaca sociale “, “ politica “ etc ) a favore di un recupero delle istanze simboliche, ermetiche, della parola innamorata ed omologhe esperienze liriche .Nulla di male in tutto questo. Il problema è un altro. La luna è da tempo immemorabile un “ oggetto poetico” che si presta al poeticismo più vieto. Tutti abbiamo nel cassetto una “ poesia sulla luna, alla luna, con la luna, contro la luna” e via dicendo. Per questo mi sono astenuto dall’inviare qualche mia cosa in argomento ed ho preferito scrivere di getto il brutto trittico Con questi chiari di luna ( Ennio,mi hai rubato il copyright senza citarmi ! ). Prevedevo – e in parte non sono stato smentito – l’invio di testi numerosissimi testi . Il fascino di Selene dura ancora e durerà a lungo. Perché? Ecco una domanda che meriterebbe un’indagine specifica lontanissima dalle astrazioni dei vostri discorsi . Il mio trittico non vuole essere una provocazione ma l’indicazione di uno spostamento possibile dal tradizionale/tradizionale al
    finto innovatore. E nello stesso tempo un auto avvertimento circa l’insufficienza di tale spostamento ( implicante ad esempio una dissacrazione dell’oggetto ) a garantire buona poesia. Che vuol dire anche: l’oggetto poetico in sé ( tale definizione porta ad occuparsi di tradizione e di “ letteratura “ ) non implica ipso facto cattiva poesia . La quale può scaturire anche dall’esperienza della quotidianità. Non siamo mai al riparo dalla cattiva poesia a seguito di scelte a priori “ sul tema “. Bisogna combattere sul campo contro molte resistenze ed ogni indagine va fatta a fine battaglia.
    Cordialmente Giorgio Mannacio.

  12. emilia banfi

    A Giorgio Mannacio
    Perché parlare della luna? Perché poetare alla luna?
    Perché la luna è là dal primo sguardo del primo uomo che a seconda delle fasi lunari, seminava, rigenerava , persino le nascite sembrano legate a questi fenomeni. La luna è anche bella troppo bella per essere trascurata dai poeti, segna le notti che passano con i nostri problemi, le nostre gioie,le nostre tragedie e la sua luce nella notte parla a tutti con una forza incredibile par che dica:-Io sono qua e so tutto di voi- . Come non essere affascinati da tutta quella luce fredda e magica! Sospesa come la nostra terra in un universo che finchè vorrà ci ospiterà e noi continueremo a guardare tutto ciò che è così più grande di noi da confondere anche la persona più potente della terra che spesso troppo spesso non guarda la nostra Luna. Ciao e Grazie a Giorgio

  13. emilia banfi

    Cara Rita la tua Luna è sempre la stessa, la luna non cambia , noi cambiamo e restiamo comunque affascinati dalla sua luce per fortuna…pensare in modi diversi o qualche volta inseguire un aquilone resterà sempre nel sogno di ogni piccolo uomo che per diventare grande deve fermarsi a guardare la sua luna.

    • Io credo che ogni uomo sia intellettuale e abbia domande da porsi. I poeti e gli altri artisti lo dovrebbero fare a modo loro, da artista e non da poloitico o da filosofo, perché i politici e i filosofi non possono ragionare come gli artisti e se gli artisti non ragionano in “quel” modo, nessuno lo fa e tutti ne siamo più poveri. Stiamo nel piatto, intendo dire, ed evitiamo che la politica o la filosofia invadano la poesia e viceversa. A ognuno il suo dove re, il suo “ruolo” (ma l’arte, ne ha uno? gli viene riconosciuto? è perché no, casomai? Queste sono le mie domande, da poeta) e, inoltre, ha un a sua identità pensante, un “pensiero poetico” consapevole di sé? Se non ce l’ha, è meglio che taccia si argomenti politici: direbbe solo cazzate. Da cittadino faccio gli stessi discorsi e le domande che sento di qua e di là, di ogni operaio o impiegato o editore del menga come me, comprese le riflessioni che quelli che leggo in questo blog.
      Dunque io non vorrei scostarmi dal tema: poesia lirica (ossia alla luna come simbolo e medium si un pensare femminile( e dirò quello che penso me ho scritto da poeta: altre discussioni mi stanno strette e ten do a evitarle. Mi scuso se mi dilungo, ma a volte anche i poeti pensano molto.

      Lettera da un Paese di morti

      Voglio concludere di notte
      questo lungo viaggio dentro l’uomo
      perché nero è il suo colore e la madre
      luna sua unica speranza
      sepolta nel cuore di giaguaro.

      Scrivo da un Paese Paradiso
      spaccato in due dal cemento
      segnato dall’incuria e dal tormento
      inflitto a ogni forma di bellezza;

      qui dove l’ora suona
      con la campana e la sirena
      e Dio eterizzato s’addormenta
      dal fetore dei rifiuti a cielo aperto.

      Nella notte si leva dai covili
      un sordido rancore, dilaga
      nel fosco di campagne addormentate
      si mescola al veleno delle mafie
      all’arroganza dei forti e alle
      legalizzate porcherie d’un sistema
      corrotto dai piedi alla cervice,
      duro fino al cuore

      e il mattino trova noi tutti un poco
      più velenosi di ieri, più scontenti
      noi che vogliamo tutto avere
      senza la fatica dell’ingegno,
      maestri dell’insipido senza cultura,

      noi che non sappiamo più la terra
      il murmure dell’acqua, il profumo
      del vento sull’oceano dei prati
      siamo un popolo che grufola indeciso
      nel suo passato e nel futuro
      così che scorre il presente e ci ingolfa
      in una dialettica improbabile
      fra ciò che siamo e che dovremo essere

      e ride il mondo e ci sbeffeggia
      “ecco gli eredi del grande
      Rinascimento, il popolo d’artisti
      che vive allegramente in cicaleccio
      per ogni inutile argomento
      mentre la sua grande storia muore
      in una sabba di merda e di cemento
      svenduto dai corrotti e dai ruffiani;
      popolo di pezzenti e teatranti
      di ricchi avidi e spietati
      popolo indaffarato di scrocconi e lestofanti
      piazzaioli imboniti e imbonitori
      gente che tutto vuole
      senza nulla dare
      pronta a farsi sfruttare per un’esistenza
      fatta di niente e “gratta e vinci”.

      Non vale dimetterti se ci sei dentro
      non vale neppure indignarsi e urlare
      chiedendo in piazza pane e vendetta
      agli dèi della chiacchiera,

      non vale dopo gli anni del silenzio
      al torpore di promesse invereconde
      non vale abbandonare il carro dei perdenti
      per dire “non nel mio nome” dopo
      l’assenso omertoso, il dileggio

      per chi ancora osava un pensiero,
      per chi pagava l’ignavia del vostro
      stolido privato
      con il travaglio d’una vita schedata

      voi che avete accettato ogni stortura
      col mugugno d’osteria, voi che col voto
      avete avvallato ogni ricatto
      ogni mafia e illegale potere,
      tirando a campare, in attesa
      che una briciola cadesse dal desco dei forti
      per potervi accapigliare come cani, sgomitare
      sognando in cuor vostro vacche grasse
      speranze di spreco
      al di là di ogni spreco, ingozzarvi
      di ogni inutile oggetto e strasazi
      volere ancora e ancora volere

      e poi vomitare sul paesaggio
      i vostri immani rifiuti, i veleni;

      voi che alimentate l’inflazione e la rapina
      della finanza col vostro stesso danaro
      voi che corrompete con scarpette e magliette
      cibi, bevande, giochi insanguinati
      i vostri pupilli – un mondo
      d’oggetti che grondano sangue
      di Paesi lontani, di donne e bambini
      falcidiati dalla vostra rapina –, voi

      che amate la durezza del cemento
      e spregiate la tenerezza dei marmi antichi,
      avete costruito un Paese insopportabile
      dal quale si può soltanto evadere.

      Per questo invocate morte da ogni cellula
      del vostro corpo, da ogni pensiero. Per questo
      vi appare nemico ogni essere
      un pericolo il possibile,
      un azzardo il cambiamento: voi

      vi concedete come puttane antiche
      e disperate, ad ogni lestofante,
      popolo bastardo e inemendabile,
      che apri l’ali ad ogni vento fascista
      ad ogni duce che ti inchiodi, ad ogni
      smania presidenzialista – perché non sai
      parlare col nemico, vedere
      dentro l’uomo che ti sta dinnanzi –.

      É per questo che la notte ci tormenta
      da madre diviene matrigna e la luna
      da vergine si fa puttana,

      è per questo che il mio
      cuore gronda sangue e rimorso
      per non aver imbracciato il mitra
      arrugginito di mio padre partigiano,
      di non esser calato in piazza
      puntarvelo contro e dire

      “altolà folla di assassini
      molecole impazzite del sistema
      questo mitra è ferraglia ma prometto
      che esploderà terribili parole
      per farvi morire tutti di vergogna,

      voi che bramate soltanto di tornare
      al mondo di ieri
      dove si viveva senza pensare
      dove col furore integralista
      dileggiaste l’arte
      perché l’arte vuole un mondo vero. Io

      mai più sarò nuvola in calzoni )
      e dunque sbranatemi poiché
      al poeta non rimane che l’insulto
      come estrema parola d’amore”.

  14. Rita Simonitto

    Alla luna (mercificata) gli scontrini fiscali!

    Scontrino 1)
    Eletti quattro senatori a vita (per tenere in piedi il governo Letta ?). Esperienza di Mario Monti docet?
    Un modo disinvolto (per non dire di peggio) escogitato da Re Giorgio (con suggerimenti e protezioni in alt(r)o loco) per bypassare la Costituzione in merito al potere elettorale del popolo. E con un aggravio di spesa pubblica che dovrebbe essere insostenibile in un paese sull’orlo della bancarotta. Formalmente, però, è tutto a posto: Re Giorgio esercita un suo diritto. Ma, dietro le quinte, non si potrebbe ipotizzare uno scambio illecito di nomine-contro-voti per avere un certo numero di senatori dalla propria parte, abusando quindi del proprio potere? Rex (o dux) dixit.
    Quando questi nominati dovranno giurare fedeltà alla Costituzione, con quale faccia tosta lo faranno sapendo in quale gioco anticostituzionale sono stati compromessi?
    Ma si trattava di salvare la patria e Re Giorgio è un uomo d’onore!
    Quanto al popolo, silenzio completo, anzi. Si sentirà onorato di avere simili personaggi di cultura a rappresentanza del paese mentre il paese, piagato e piegato, langue.

    Scontrino 2)
    Andrea Stocco, ricercatore italiano a Seattle, nel suo laboratorio, è riuscito a muovere l’indice della mano destra sotto l’impulso del pensiero del suo collega, Rajesh Rao, seduto in un’altra stanza che osserva al computer un videogioco, il classico ‘sparatutto’. Un computer collegato a un apparecchio per l’elettroencefalogramma intanto decodifica le sue onde cerebrali.
    Andrea indossa un caschetto che lo connette a una macchina per la stimolazione magnetica transcranica collegata a un secondo pc pronto a ricevere i dati dal primo.
    “Ho sentito la mia mano muoversi senza che io lo volessi – spiega Stocco – e « la sensazione della mano che si muove da sola non è diversa da quella che si prova quando si ha un tic nervoso alle sopracciglia”.
    Evviva, evviva! Ma quali sono le finalità di queste ricerche? Umanitarie, si dice a più voci. Ma chi ne ha il controllo? Ma perché mai il dito non si muove verso un fiorellino e, invece, spara?

    C’è un bel film dal titolo “Va e uccidi”: sembrava fantapolitica ed invece….ovvero quando l’immaginazione anticipa la realtà.

    Qualcuno dirà: ci sono i giornali o le riviste specializzate per segnalare questi ‘fatti quotidiani’ e illuminare i più su questi inquietanti indizi (ad esempio, questo lapsus associativo con il tic nervoso – fino ad oggi segnale di una aggressività inconsapevole mai chiarita a fondo -; la funzione particolare di questo video-gioco ‘sparatutto’; e con quali emozioni ha a che fare l’area investita dalla stimolazione transcranica).
    Perché parlarne in un Blog di poesia ?
    Perché questi fatti hanno a che vedere con la capacità e possibilità di pensare e la poesia è un tramite di pensiero.

    E anche perchè il poeta, che è un cittadino, dovrebbe porsi delle domande circa queste ‘meraviglie’ democratiche o scientifiche ma, a differenza del cittadino, come il fiore ‘sa fare’ ciò che compete al suo ‘essere fiore’ (Rò), così il poeta dovrebbe ‘sapere fare il poeta’ perché è il suo mestiere di intellettuale, perché è dotato di quella capacità di vedere dietro ciò che appare, dietro la bella luminosità della luna, e di rendere in parola significativa di pathos poetico quello che di oscuro ha intravisto in modo da renderne partecipi anche gli altri.
    E non solo “capacità di vedere”, ma “capacità di patire” questo continuo scempio che viene perpetrato alla faccia della nostra sensibilità e intelligenza (e alla facciaccia della luna!). Ma, il poeta, ‘patisce’?
    Quale ‘struggente relazione’ ha con una realtà che continuamente gli sfugge, e di cui la luna è emblema, ma che il quotidiano 2.0 rende particolarmente inquietante?

    *Tutte le tue, nostre, vostre/faccende diurne, notturne/sono faccende politiche* recita Wislawa Szymborska (come cita il commento poetico di Emy). Sì, è vero. Ma si corre il rischio di banalizzare la politica in una generalizzazione che mette tutto sullo stesso piano, senza alcuno specifico storico, così come si può intuire dagli ultimi versi della stessa: *Intanto la gente moriva,/gli animali crepavano,/le case bruciavano e i campi inselvatichivano/come nelle epoche remote/e meno politiche.*
    Come dire che si sa, l’”Uomo” è cattivo, ci sono gli sfruttatori e gli sfruttati, a che serve la politica, così gira il mondo, Bellezza!
    E invece non è così, oggi la trasformazione alienante ha fatto dei passi che un tempo venivano considerati fantascientifici: oggi ci viene tolta, con modi subdoli e diversificati, la mente per pensare e ci viene fatto credere che è cosa buona e giusta.
    E che c’è qualcuno (o qualche cosa, tipo la ‘argentea luna’) che, diventando oggetto di attenzione, può dirottare i nostri pensieri, la nostra capacità emotiva, verso lidi più innocui inseguendo romanticamente i nostri splendidi aquiloni che vibrano nell’aria.

    p.s. Scusate se vi ho rotto…le lune!

    R.S.

  15. Rita Simonitto

    @ a Ennio e @ tutti
    Scusate ma è venuto fuori un doppione (forse perchè, inconsciamente, ho pensato melius abundare…)
    Caro Ennio, puoi cancellare il PRIMO intervento?
    Grazie Rita

  16. Appena postato il mio intervento sulla luna, ecco che ricevo da Linguaglossa l’invito a partecipare anche a quest’altro Blog: PARLARE ALLA LUNA. Di conseguenza posto questo stesso mio intervento anche su quest’altro blog. Spero di non sbagliare.

    Trovo gustosissimo e interessante l’apporto a più voci di poesie centrate sulla luna. E per rendere ancora più vivo questo fitto imperversare di liriche – tutte molto belle devo dire – mi piace aggiungere ancora un paio di mie liriche. La prima risale alla fine degli anni ’50, mentre la seconda è degli inizi degli anni ‘80. Più di un ventennio separa dunque queste due composizioni. Vi si può cogliere credo, tutto il trambusto che in questi vent’anni c’è stato in Italia, come lo sbarco sulla luna (e la conseguente apparente desacralizzazione della luna), l’imperversare della ‘parola’ che da essere veicolo di verità diventa sempre più strumento capzioso e sofisticato finalizzato alla vendita dei prodotti (pubblicità) o di nascondimento della verità (politici , truffatori, impostori…). La paura che si insinua in quegli anni di un possibile, anzi probabile, conflitto termonucleare tra la Russia e l’Occidente etc. Ma c’è anche altro: l’età che inesorabilmente avanza… e Isotta (l’amore ideale e irresistibile)diventa sempre più il dono della gioventù e non ahimè di chi si avvia ineluttabilmente verso l’età calante… etc.

    Un grazie di cuore va rivolto a Ennio Abate che sta ospitando questi interventi.

    ADAGIO CON MOTO

    Dal mare sorge la luna.

    improvvisa:

    nella pienezza della sua
    essenza
    circolare
    tranquilla
    onniveggente

    e si disvela il mondo

    le fragili frange
    delle nuvole basse
    agli orizzonti

    gli stagni taciti
    tra i canneti

    i muschi, le raganelle

    e le maree e i tetti
    in marcia
    nella fresca notte.

    ……………………..

    SULLE TERRAZZE DEL DIO.

    Hai messo il dito nel silenzio delle cose.
    E’ caduto il nome – ricchezza d’arnie e neve.
    Bianche sillabe.
    E poi l’alito della tua tristezza.

    (All’intorno paesi d’acqua e regni. Una grande
    distesa di porpora è il volto dell’anno senza nome.
    La genealogia convulsa della Presenza
    in secoli senza lodi. E il Segno
    dell’uomo su binari morti).

    – Avrai una casa anche tu in cui abitare, il vento.
    E il tratto distintivo del tuo Segno, il sangue.
    Purpureo.

    Stirpe di re. In cerca di profumi di morte.

    Hai messo il dito nell’attesa delle cose. Sereno
    germoglio,
    neve e olive candide. Brusio lieve d’alba. Quel
    bianco
    fremere dell’aria che si distende come colomba sui
    telai
    del mattino. Tra freschezza di rondini e ruscelli.

    Ti incammini anche tu nel Segno e nel dolore.

    Hai messo l’ansia nella distesa delle cose.
    L’incresparsi
    di ali e di tempeste che si incontrano e si scontrano
    ogni
    notte ai confini migrabondi delle essenze.
    Sillabazioni
    aperte a tutti i miasmi dello spirito. Alla trappola e
    alla
    giostra degli eventi.

    (Vulcani notturni – con voce lieve – intessono il
    racconto senza fine).

    Te ne stai così sul ciglio della sera con la speranza
    che si sfalda in sillabe distorte. L’arsura è nelle
    parole consumate.

    – Dispiegamento incompleto dell’Essere nelle parole.
    Nelle cose.
    Dismisure. Vertigini. Toppe.
    Segnali di cenere si innalzano ogni notte.

    … e muti occhi attenti.

    *

    Sulle terrazze del dio ti muovi. Solitario.
    Aspetti la nuova stella. La bianca sutura.
    L’incontro.
    La rincorsa alata nelle altezze.

    Solitudine.

    La solitudine avanza su pescherecci d’albe morte.
    Giù nelle darsene di uccelli neri. D’oleandri bruciati
    al canto del catrame.

    La primavera – in un bagliore di esistenza – ha
    risvegliato
    un anno tutto oscuro. E’ la luce che così canta
    l’anno dei
    re, con calze di giovinetta al primo amore. E la
    luna,
    anche la luna – sotto il profilo della incantatrice –
    ha messo fili di plastica tra i capelli.

    Giovani elleni cantano canzoni
    allacciati a tubetti di dentifricio bianco.

    Paesi d’acqua e regni. Ossi nei nomi di linguaggi a
    squame.

    Indegradabilità di sillabe

    … e silenzi.

    Isotta – la dolce Isotta – invaghita del nostromo,
    mai più approderà nei calanchi della sera.

    Comprate il mio specifico
    per poco io ve lo do.

    Hai turbato il sonno delle cose. Con i capelli
    intirizziti,
    al fuoco dei lampioni, rivolgi gli occhi vivi alla
    volta vuota della Promessa.

    L’atomo è nella sofferenza.
    L’attimo è nella sofferenza.

    Il mio dash lava più del tuo.
    I frollini del mulino bianco.
    Dixan, aiax, mastrolindo, moulinex.

    Indegradabilità di sillabe.

    *
    Ed ora, seduto su una rimpicciolita stella, ti
    contempli
    nelle sere oleose del porto. Nel cavo di
    supermercati vuoti.
    Nel conteggio di macchine digitalizzate.
    Computerizzate.
    Altro io rizzate.

    *

    Sul canto del grillo giace la sera. Troppi eventi la
    contengono.

    (Isotta – la dolce Isotta – invaghita del nostromo,
    mai più approderà nella calce della sera).

    Un saluto a tutti,
    Matteo Bonsante

  17. almerighi

    – Ciao Luna, come stai?
    – Bene grazie, e tu?
    – Non c’è male, si ruzzola…
    Non credo che G.L. intendesse questo col tornare a parlare con la Luna, la principale peculiarità della poesia a mio modesto avviso è la visionarietà, il descrivere un mondo intero da un granello di sabbia, per dirla alla Blake, o dobbiamo piangerci addosso in continuazione perché viviamo tempi di merda? Anche nel Trecento erano tempi di merda, giusto per fare un esempio, ma abbiamo avuto poeti inarrivabili o sbaglio? Negli anni dei nostri migliori poeti Tetrarca e Boccaccia imperversò la peste nera che abbattè buona parte della popolazione europea e arrivò in Italia nel 1348, ma non mi sembra che i giganti dell’epoca si siano dimessi da poeti. Signori, senza troppi giri di parole, prendiamola com’è, se non è il poeta ad avere un minimo di visionarietà (parlare con la luna appunto, oppure con un gatto o con chi preferisce) chi può farlo in vece sua? Il poeta è l’unico che sappia indicare nuova strada, senza per questo sentirsi in obbligo di doverla percorrere. Oppure, come al solito e per buttarla in retorica, quando un dito indica la luna, l’ottuso deve continuare ostinato a guardare il dito? Cordiali saluti a tutti Flavio Almerighi

  18. emilia banfi

    Pensate: quanti discorsi ha scaturito la Luna. Fantastico o meglio meraviglioso. Forse irripetibile. Buona notte

  19. Peppenielle

    LUNA DANNUNZIANA

    O falce di luna calante
    che brilli su l’acque deserte,
    o falce d’argento, qual mèsse di sogni
    ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

    Aneliti brevi di foglie,
    sospiri di fiori dal bosco
    esalano al mare: non canto non grido
    non suono pe ’l vasto silenzio va.

    Oppresso d’amor, di piacere,
    il popol de’ vivi s’addorme…
    O falce calante, qual mèsse di sogni
    ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

    *

    LUNA ANTIDANNUNZIANA 2013

    O faccia di luna cascante
    che strilli, che strade deserte,
    o faccia tormento li vedi ‘sti sogni
    che vaneggian al tuo mite chiarore qua giù?

    Aneliti brevi di moglie,
    versicoli da fiori nel bosco
    vogliette d’amare ma amare: leggo e poi rido
    e, sì, piango pe ‘l vasto ciarlare qua qua.

    Oppresso di tasse da pagare,
    il popol de’ muorte s’addorme…
    Tu faccia cascante, ‘sta massa di sogni
    cancella, risveglialo, che non se ne può più!

  20. ro

    ciao Peppenielle, ottimo averti riletto, ma condivido in parte la tua poetica poiché pur intuendo che la tua “voglia” ha motivazioni “alte” ancor piu della luna stessa e pur condividendo le stesse tue, non sono d’accordo con la modalità non altrettanto “alta” di orientamento del tuo puntatore /mirino e dito puntato. Per ottenere la sopresa e il risveglio poetico rischi di allontanare coloro che ti starebbero a cuore o a mente, ma forse meglio a pancia per ridestarne l’istinto….la distinzione dei livelli di responsabilità nella costruzione del blob fantascientifico in cui ci hanno immersi, deve giocoforza anche per gli artisti, i poeti e chi ascolta le loro espressioni risvegliare quali lune storte e senza cicli hanno mosso il pianeta dall’alto schiacciandolo nel basso. Bollare di “ciarle” coloro che dal basso “evadono” (questo stesso discorso vale anche per alcune considerazioni di Simonitto) , ed evadono anche fra i poeti, è atto di forza pari se non più grave di coloro che li hanno costretti a una fuga diversa dalla concezione del tuo esodo. La “crisi” si è prodotta , forse anche in poesia?, per una liquefazione del basso , schiacciato fra almeno due fuochi, di cui a questo punto quello che dall’alto ne ha tirato i fili e i risultati desiderati ( sia sul piano mentale che su quello dell’idealità e del sentimento che tu, e non solo tu, aborri e censuri sparando nel mucchio), sapeva fin dall’inzio del programma orwelliano di massificazione che il basso non si sarebbe mai potuto strutturare né in cellule piccole come questa dei molti, né tantomeno in cellule medio piccole, e figuriamoci se di grandezze maggiori…

    l’arte dello sberleffo è sacra e sicuramente tu sai usarla per denudare la storia e il suo reale andamento rispetto agli incubi spacciati per sogni dai guardiani del mondo, ma loro godranno sempre più (devi immaginare sempre e per forza, se credi alle cose che rivendichi, il loro sguardo su questo squarcio dei molti) e si faranno un mucchio di risate sadiche, molto più delle tue sghignazzate sulle c.d. ciarle. Oltre il fatto minore o maggiore , dipende, delle risate della luna o del bosco, ma anche di quelle di coloro che senza sentirsi minimamente toccati dal tuo sberleffo, continueranno imperterriti le loro romanze lunari (di alta o bassa qualità, poco conta agli effetti degli altri “oggetti” a cui volevi dar voce)

    detto questo, e proprio per amore del bosco che tu metti insieme come espediente o meno a tutto il resto del mucchio, ti saluto con affetto.
    ro

  21. emilia banfi

    Peppenielle mi piace un sacco!

  22. Marcello Bellavia

    No,mi preme specificare che nella prima poesia che ho inviato ,il tutto o meglio il nulla,
    perchè la risultanza finale in quel caso e con quel tipo d’agenza è quella: ruota
    intorno al falso storico.Ovvero partendo dall’uomo che osservatore (Stan lì/che c’era) è l’unico
    che essendo narratore dovrebbe farsi carico dei esplicare gli accaduti.Ora,io ho utilizzato apposta
    Kubrick che fa intendere bene ,come questi da molti (e in parte per alcuni versi ancora,anche da me )
    sia identificato e sinonimo di luce ;che però in quel caso e mi riferisco “al falso del 1969 ,in piena diretta
    mondiale,dello sbarco sulla luna” .Si è intravisto in molti particolari come sia stato quasi del tutto
    sicuro,un settaggio : ennesimo retaggio di quella società che ama definirsi illuminata e poi alla fine,
    cede alle lusinghe americane del diavolo e del nascondimento ,tra i peggiori e così in vista .
    Nel frattempoho fatto “un parallelismo” a questo “sbaglio” ,che è stato quindi (volendo portare un alter ego,
    identificatorio al regista) con Apollo che confonde il giorno -lui che dovrebbe esserne signore- con la notte
    e porta alto un sole che invece eraluna ( in parole povere [data la progenie e il ricorrimento al numero 4 antico
    e ancora non sorpassato date “le dimensioni possibili ,financo multiversiche e i brani degli elementi fisici
    “da sempre sostenuti come simbolo d’assoluto in quanto a compiutezza “di -già- creato”]:porta in alto il fratello,
    Artemide e avvera la notte Latona che gli è madre.Trascurando se stesso come padre che s’impone -Zeus-un valore
    etico e morale di far si che il sole splenda e “la sua figlianza” come creazione della stessa luce
    che dovrebbe splendere,liberamente ,come nuova ovvero con originalità , in più punti).Ora dall’altra
    parte abbiamo e si evidenzia ,il mondo animale sempre in controtendenza :il (o i) grillo e il cavalluccio
    che rendono la stessa idea ,in maniera politica e in campo di conoscenze minori (apposta chiamate in causa
    con personaggi differenti) di come “NON sono andati i fatti” e di come il secondo sia stato leso dalla rifrazione
    del satellite ,citato in questo post,a cui peraltro tutto ruota intorno falsamente -sappiamo bene che il contrario
    avviene per ellitticamente nella realtà. Quindi “tutto lo scritto” è un falso ma la domanda più importante a cui
    si deve rispondere è : Stanley (Stan come abbreviato l’ho utilizzato come nom de plume ,dello pseudo personaggio scrivente,
    che rendeva bene l’intreccio anglistico e sassone in “brevità e compiutezza” e immediatamente,oltre
    a parecchi altri riferimenti all’accaduto di cui si parla) faceva parte o no di questa frode a suo discapito
    (a parte la deficenza da non giocatore e l’idiozia poco dostojeskiana ,che ci vedrei
    comunque , il resto mi risulterebbe in ogni caso stupido e insensato) ?
    A quanto pare per chi ha visto e non ha giudicato nell’immediatezza di convenienza e retorica pro domo proprio ,quindi
    una minoranza ristrettisima forse inesistente,il tutto appare o è apparso nei modi e percorsi detti sopra.
    Ma in realtà non è così che è andata.Stanley non ha mai stretto nulla e figuriamoci
    con i nemici e il tutto non è altro che un’infantile,svenevole e pagliaccia messinscena per ragioni,
    di una falso governo e libertà che come sempre si traveste da democrazia ad ora di poter
    utlizzare le armi in nome di un bene che è male ed altro degenerato dall’originale
    (Sant’Agostino semper docet: “il male è deficenza di bene”).Inoltre lo stesso scrittore utilizza
    un processo induttivo nella poesia dal particolare degli avvenimenti in forma animale sino a l’uomo,
    non all’umano che è compito non tanto per scelta esistenzialistica e sartriana
    (“il soldato che non fa una guerra insensata e ingiusta ma rimane a casa ad aiutare la famiglia”)
    ma per vero dovere ,civile e d’impegno e denuncia al nefasto a cui sempre si assiste
    Tanto più se lo coinvolge -anche se senza alcuna vera motivazione di fondo- nell’accaduto,si aggiungerebbe.
    No! quando le barbarie sono insensate e immotivate e frutto di uno spettacolo
    obbrobrioso che è fine solo allo stesso ,che rifiuta e si fa portatore di un progresso e discetta ad ora
    tra iperrealismo e postmoderno e poi torna al 700 e intende l’arte come
    espressione massima del ludico e della speculazione primo razional-illuministica : “l’arte fine a se stessa”
    che è mera deformazione e distruzione come surrogato a una psicologia di fondo
    che manca e frutto malato di un divertissement,un gioco senza frontiere in cui tutto è permesso ,perchè si sta
    scrivendo.La stessa dialettica dell’illuminismo orkhmeieriana
    pone come primo passaggio alla razionalità scritta (verificabile nella sintassi ,nella semantica) racchiusa
    nella lingua e quindi prima logica e luinguistica : il mito dell’ulisse
    che si incatena all’albero maestro della nave e si fa turare le orecchie e altrettanto per il suo popolo,
    vuole che si faccia (contraddicendo il romanticismo sfrenato e irrazionale
    del superomismo) pur di non sentire circe o le sirene.Ergo siamo già passati a verifiche di questo tipo
    e le scelte vanno prese con cognizione di causa ,quindi non per una scolastica cristiana
    (in cui non mi addentro ma che già 2000 anni fa racchiudeva e non innatamente -quindi non per mezzo di dio- nell’uomo
    exemplum quale era il nazareno alcuni atteggiamenti e logiche che si sono
    scoperte corrette nei secoli a venire.ma non mi dilungo sul ragionamento di precursione ,oppure no ,perchè sarebbe lungo).
    Ed essendo quindi alla fine per comportamenti e per quello che si può data la giovane età che si porta ,una scelta fatta
    ad hoc :ecco che diventa denuncia e arma silente e per chi non rifiuta manganellando e basta,una realtà di fatto
    che ha denudato (e purtroppo come sempre consolidato) le efferate distorsioni e crimini a cui abbiamo assistito.
    E che ad ora ma anche prima “da parte di chi ha letto ” andava presa con coscienza e fagocitata e soccorsa ,invece
    di farla passare per falsità addirittura e farla morire ,sin dall’inizio alla fine puntando il pollice in basso di fronte
    alla verità e commettendo “la stessa colpa e mai mesta”,come scrissi in un’altra poesia a proposito “della storia
    che si ripete nei secoli” della mancanza dell’umanità dell’uomo come “prossimo” aiuto a se stesso e continuo della specie
    a tutti gli effetti.Come unico altro accetto il giusto che ha subito il torto ma ahime non c’è speculazione in questo.

    Prima parte più tardi spero dati anche gli impegni che la vita presenta (e guai se così non fosse)
    scrivero qualche altro appunto sulla seconda scritta.

    un saluto

  23. emilia banfi

    Peppenielle quanto sei simpatico o simpatica? non ci lasciare!!!!

  24. marcello bellavia

    Per farla breve: la seconda si articola al contrario della prima ,dove rifulge di luce
    ( e figuriamoci se non fosse così) solo la scelta esistenziale dell’autore
    in quanto descrivente non io narrante se non in un corsivo,di minor parte
    che ben rappresnta il suo agire come “essere” di fronte “al nulla” ,parossistico
    in cui si trovava. Al contrario, nella seconda i temi trovano riscontro e
    verifica storica oltre che scientifica,appellandosi come unico paradosso a quello
    del nonno ,usato come metafora dimostrativa di quanto un uno dall’inizio come creatore(
    del mondo primigenio da cui parte il pensiero ,quindi quello in cui viviamo e scriviamo
    come punto di vista ,approdi a più mondi e possibilità ,come nella teoria del tutto
    e i multiversi ovvero possibilità esponenziali di universi paralelli che nascono dalla scissione
    di una parte degli stessi -bolle- sino al rilascio ” e in diversi tempi” e alla vera e propria
    esistenza ,poi di questi spazi con tutto ciò che ne comporta,comprese le interazioni
    -quindi niente crunch e in parte bang se non come esplosione d’espansione) e
    possa ad es. “l’essere possibile altrettanto” come assassino di sè stesso
    (per sfortuna o sempre per fato -dio che comunque è principio
    di tutti i mondi? bisogna sempre pensare e annettere ogni possibilità affinchè si arrivi
    a quella dimostrabile e fondamenta sicura nella quale vivere).In ogni caso
    ho fatto vertere il tutto sulla sostanza vera e piena dell’amore e sullo sbaglio che in questa
    poesia è ben accettato al suo posto e da chi l’ha compiutocome spesso accade umanamente
    (solo la follia e la crudeltà gratuita hanno della perseveranza nel ragionamento:
    ma a quel punto non c’è più un fine ,un senso costruttivo ne innovatorio e quindi
    solo malevolo,ingordo ed infingardoe invertito) e perdonato ,con un invito ad essere metà
    dell’altro e non solo ,come ancorain poesia accade: fenomenologia dello spirito o tripartizione
    freudiana o addirittura sinoloaristotelico di forma e materia (perchè a questi livelli passati
    e ormai superati si crea il tanto decantato “altro” -non- da noi).
    Insomma andare avanti e studiare e conoscere e verificare ,più che dissacrare la datità
    di un determinato oggetto o soggetto (l’universo esiste tutto esiste e da prima dell’uomo)
    se osservatore e che si osserva,compreso noi stessi.Sfatato il principio di non contraddizione
    che “al positivo” di chi non lo conosce ,oggi viene tanto decantato:aggiungo che abbiamo da
    mo’ superato l’atomismo e dai tempi ,della relatività galileiana.Recita l’aneddotica che ad einstein fu dato il nobel
    per l’individuazione di più particelle molecolari coesistenti ,non per quelle fotoniche e in moti ondulatori.
    E questo per la chiesa avvienetutt’ora dai tempi in cui si oppose Urbano ottavo aproposito di fides et ratio.
    Ora quello che io ho voluto in due righe,scritte per gioco sperimentale,mettendocicomunque parte di quello
    che poi sarebbe il mio bagaglio oltre che lo stile (che altro non è che arte del grafema “scrivente”)
    e un minimo perlappunto di comunicazione.Se stiamo scrivendo adesso è grazie all’equazione ridotta
    di touring e i passaggi prima di lui di godele le teorie dell’insieme di russell.
    La matematica ha trovato (basti pensare all’antica grecia) nell’immediatezza del segno da subito la possibilità
    di racchiudere la logica DEL REALE ,ovvero del compiuto ,dell’esistente .Credo in qualcosa di concreto più
    “dell’altro” che ripeto è formula novecentesca ;eche la letteratura come un tempo faceva, debba occuparsi
    e debba essere comunicazione e informazione vera del progresso che va scoprendosi
    anno dopo anno .Però la teoria del tutto non è ancora dimostrabile ,quindi ho tralasciato parecchio altro
    e non ho svolto più di tanto il pensiero (cosa che non faccio prima di pubblicare a pieno titolo una poesia
    in una plaquette o silloge cartacea)limitandomi ,apposta “al commento d’amore” :cosa che inter nos
    avrei fatto comunque risaltare come esigenza “vitale ” e in primo e ultimo acchitto come conoscenza massima,
    tra le conoscenze senza la quale poco avrebbe senso-altro credo
    personale.Non ho tralasciato nel discorso però il numero 7 spesso e in maggior sostanza derivato dalle
    talmudiche testamentarie qui utilizzato per non tralasciare dio.Mi spiego meglio come sopra scritto credo
    anche e purtroppo che in tutti i mondi possibili dio esista e sin da origine . E su questo spero un giorno l’umano ricerchi più
    seriamente come prima accadeva in maggior parte e quindi prenda le opportune distanze dall’ontos
    e i dovuti accorgimenti [“dato”, che per me non è buono e giusto]…ma anche qui il discorso
    e più lungo di quanto si pensi e coinvolge in primis 60 milioni di anni di preistoria ,dove l’uomo ,
    secondo me non era ancora neanche lontanamente stato pensato dal divino- quindi anche dio
    “sbaglia” e noi invece di crederci più furbi nel bene e non nella malattia conquista- di lui,
    ed “evitare, che gli stessi sbagli si facciano con altre specie ,
    che in futuro si possono incontrare o che abbiamo in casa e teniamo delle cuccie ecc.. :
    facciamo lo stesso errore di trascurare il genitore e ingordamente pensare al figlio come
    possessione…principio primo di tutte le religioni ,non dei buoni patriarcati che sono prolungamento di conoscenza
    e cultura vista da sempre come tradizione).Quindi sette sono “le possibilità dei sosia” in cui,però attenzione: io ne faccio
    parte e sono studio e soggetto insieme.Eludendo dio e prescindendo da ogni sbaglio che si possa fare ,come ad esempio,l’appena
    scampato pericolo di vedersi unici e migliori degli altri sosia (anche perchè lo stesso penserebbero questi) : ergo,evitando
    che un asassino che poi sarebbe uno delle tante possibilità di come io posso esistere,attraversi un buco nero prima o dopo
    gli altri e avvenga l’intera “mia sterminazione” .Insomma parecchio si ragiona ,prima di scrivere e di sicuro c’è che la laura
    petrarchesca sia esistita e che il 6 aprile del 1327 lui l’abbia vista e da allora ne fu innamorato perdutamente.Non sicuro invece
    è che fosse figlia di Audiberto De Noves o che fosse andata in sposa a Ugo De Sade men che meno che fosse prodotto intelletuale ,comunicato
    nella “lettera ai posteri” del 1352.Non ho mai creduto nell’altro per me è solo un surrogato debole a più malattie e devianze a cui spesso
    e di cui spesso ,l’essere umano si contorna e nelle quali si crogiola e peraltro oggi e utilizzato come stregua di un handicap e arma
    da chiunque altro.E quindi bisognerebbe alla svelta scatenarsi sul serio ed essere liberi ,per poter scoprire quanto d’altro,davvero
    esiste dappertutto e con cui non è detto, non si possa stare insieme.

    Ho visto ora e come sempre s’ è svolto l’andazzo e in ogni caso posto quest’ultimo intervento che ho scritto.

  25. emilia banfi

    Sterminata.ringrazio. Emy

  26. Peppenielle

    Ma chest’, signuri e signore, è n’eruzione e nu Vesuvio teologiche-filosofiche!
    Rest’a vocche aperte!

  27. ro

    Marcello Bella Via, ha un bel nome e un bel cognome, non se la prenda, sono assolutamente incapace di supportare e relazionare i suoi indubbi valori, tuttavia leggerla e impegnarmi, giuro, pure a rileggerla, mi fa tanto ridere perché mi fa venire in mente la fantascienza, in cui già siamo, quindi un prossimo reality, ovvero quando prima o poi qualche pseudo-creativo autore televisivo evolverà tutte i vari masterchef fino ad altr cibi fornelli e nutrimenti, finanche in masterpoetry.

    Potremmo a questo punto proporre al cattivone di turno (Ennio Abate senz’altro potrebbe calarsi nella parte egregiamente 🙂 ) l’interpretazione di una parodia stile i vecchi e cari Monty Python (però non so se nella scrittura dinamica in cui ci troviamo, possa esserci la resa d’indentico risultato come se ci trovassimo a teatro. Stessa cosa forse vale per il suo modo di scrivere, che suscita già così una certa bonaria ironia. Non se ne vada la prego!)

  28. Peppenielle

    Lunatici contro antilunatici: 1-0

    Poesia di Gianni Rodari

    Sulla luna

    Sulla luna, per piacere,
    non mandate un generale:
    ne farebbe una caserma
    con la tromba e il caporale.
    Non mandateci un banchiere
    sul satellite d’argento,
    o lo mette in cassaforte
    per mostrarlo a pagamento.
    Non mandateci un ministro
    col suo seguito di uscieri:
    empirebbe di scartoffie
    i lunatici crateri.
    Ha da essere un poeta
    sulla Luna ad allunare:
    con la testa nella luna
    lui da un pezzo ci sa stare…
    A sognar i più bei sogni
    è da un pezzo abituato:
    sa sperare l’impossibile
    anche quando è disperato.
    Or che i sogni e le speranze
    si fan veri come fiori,
    sulla luna e sulla terra
    fate largo ai sognatori!

    Questa poesia proviene da: Poesia di Gianni Rodari – Sulla luna | Poesie di Gianni Rodari | Poeti Moderni – Poesie Report On Line http://www.poesie.reportonline.it/poesie-di-gianni-rodari/poesia-di-gianni-rodari-sulla-luna.html#ixzz2dgFuR8qI

  29. emilia banfi

    Gianni Rodari e Peppenielle la parte mgliore…

    • ro

      ma comemy? ..così ti fai farfalluna e già bruci altre lune e altri boschi? Lucini dove lo fai sparire? in un bosco di Plutone? e gli altri dietro il tuo gatto bianco?

      🙂

      ps
      non sono d’accordo nel ripetere anche qui la logica per spalti, riducendoci in un altro sta-dio satellitare, anche se la scelta conseguente alla partita “lunatici e controlunatici” mi è piaciuta assai
      🙂

  30. Ennio Abate

    COMMENTO AI COMMENTI N.1

    @ ro 31 agosto 2013 alle 08:09

    « quest’antologia “parlare con la luna?” sarebbe molto interessante accogliesse un “blob” di poesie (anche le più melense e brutte) proprio perché come blob di Ghezzi aiuterebbe oltre che a deideologizzare la luna stessa ( e i poeti), a distinguere contributo da contributo con una sorte di maieutica critica a postfazione, pensata per i poeti al pari dei lettori, sulla falsariga di questa del dialogo Abate/Linguaglossa, ma di stile più semplice, in modo da tendere a planetario (immagino qualcosa senza arroganza, saccenza, sarcasmo, etc etc ma con semplice evidente gioco dei contrasti poetici apoetici /ironia sul grottesco della storia, tipica arte sul blob di blob di ghezzi come credo possa avvenire per i critici poetici)»
    Mi pare che, avendo accolto già su questo blog tutte le poesie inviate, il blob alla Ghezzi c’è già e almeno i frequentatori del Web possono leggere. Tradurlo in cartaceo? Presupporrebbe che sia raggiungibile un altro pubblico oltre a quello “internettaro” per questo tipo di poesia-blob. Ma, come sappiamo, il pubblico della poesia oggi è ancora fatto da poeti e amici di poeti. Ristretto dunque e già bombardato da centinaia di proposte di piccoli editori in competizione tra loro. E quindi, per prudenza e voglia di non perdere tempo, lascerei perdere. Quanto al lavoro di «maieutica critica» lo si può fare. Chi lo impedisce? Basta rileggere tutti i testi pubblicati o quelli che interessano e commentarli. Ho, tra l’altro, già invitato a farlo. E, se ci riesco, qualcosa farò io pure.

    @ Gianmario 31 agosto 2013 alle 08:52 e 31 agosto 2013 alle 19:12

    Troppo ecumenico, Gianmario! In astratto è vero che un artista (ma un qualsiasi individuo) ha mille strade da imboccare. Ma, se guardiamo al contesto concreto in cui operiamo, ci accorgiamo che non è così, che a volte è utile o doveroso dosare le proprie energie o precludersi certe strade e sceglierne una o alcune. Non solo per non dire scemenze ma per delineare una *tendenza*, per calamitare altre energie su certe questioni o temi ritenuti rilevanti. Senza enfatizzare il contrasto tra “lunatici” e “antilunatici”, tra dimensione storica e dimensione lirica, tra dantismo e petrarchismo, e pur tenendo conto delle contaminazioni e degli intrecci («parlo con il bosco, gli alberi, i fiori, ma nello stesso tempo parlando di noi, della nostra storia, di come siamo o vorremmo essere o non possiamo essere»), farei notare che tentare di *stare addosso alla realtà, all’orrore storico* richiede un’uscita dall’io/io, una fatica notevole sia nel selezionare (come? politicamente? esteticamente? capricciosamente alla blob?) i dati ritenuti significativi di questa realtà in movimento (Cfr. ad es. quelli selezionati da Simonitto) e sia nel trovare una forma poetica, che non sia la copia della copia, cioè un ricalco della forma precedente a cui uno attinge (la cronaca giornalistica, il saggio, ecc.). Oggi essendo tutti atomizzati, mancando una comunità di poeti orientati da una Narrazione forte o da un Pensiero forte (come furono il marxismo, la psicoanalisi, lo strutturalismo) per i nostri antenati, non è affatto garantito che, parlando con la luna o con gli alberi, «nello stesso tempo» si parli di noi, della nostra storia, ecc. Proprio perché, secondo me, questo ‘noi’ non esiste più, è da costruire; e la storia «nostra» è stata dimenticata, rimossa, deturpata; ed è anch’essa tutta da ripensare. Temo che questa ricostruzione non sia facile e non vedo neppure gruppi di intellettuali o poeti o storici abbastanza coesi da lavorare ad un tale progetto. Perciò insisto a puntare su storia e realtà. Una preoccupazione del genere non viene neppure più in mente al poeta io/io (il lirico puro, per intenderci). Che certe cose non le vede o le nega con sufficienza. Vedi ad es. questo commento di Flavio Almerighi 31 agosto 2013 alle 22:28:« dobbiamo piangerci addosso in continuazione perché viviamo tempi di merda?». Quando l’ho letto, mi sono detto: ma come si può equiparare l’attenzione alla storia a un «piangerci addosso»? E come si fa a liquidare un’epoca di crisi come questa, che può sfociare in una nuova guerra mondiale o in un salto di civiltà etichettandola con un qualunquistico «tempi di merda»? Avrà scritto di getto, ma è sintomatico di un modo di pensare. Insomma, spalancare l’occhio lirico verso la «visionarietà», come lui pretende, e senza dire “scemenze visionarie” (poiché non tutti i visionari hanno qualcosa di vero o di forte da dire) a volte significa accecare completamente o quasi l’occhio storico. Che per me resta fondamentale. Perché incoraggiare, allora, queste tendenze alla svalutazione di storia e realtà, quando si hanno le prove che danno frutti marci? Obietterai che anche le tendenze a tener presente la storia e la realtà possono dare frutti altrettanto marci, di piatta retorica e propaganda spicciola. Sì, « come i lirici banali, ci sono i poeti civili banali». Concordo. Di per sé le poetiche “lunatiche” o “realistiche” dicono solo le intenzioni. Sono i risultati a contare. E tuttavia, se non ci teniamo sull’astratto, se badiamo al contesto d’oggi di crisi, io darei la preferenza allo sforzo per «pensare l’orrore storico» e ricostruire un pensiero forte capace di farcelo vedere quest’orrore meglio e fronteggiarlo con più decisione. Non mi aspetto che ciò si ottenga parlando con la luna. Ma sono pronto a ricredermi.

    Il tuo secondo commento: « Io credo che ogni uomo sia intellettuale e abbia domande da porsi. I poeti e gli altri artisti lo dovrebbero fare a modo loro, da artista e non da politico o da filosofo, perché i politici e i filosofi non possono ragionare come gli artisti e se gli artisti non ragionano in “quel” modo, nessuno lo fa e tutti ne siamo più poveri.», secondo me, rischia di accentuare una falsa contrapposizione tra poesia e politica o filosofia (e perché no: scienze) e incoraggiare l’ antintellettualismo oggi di moda, approvando una rigida divisione di “ruoli”, appunto, per cui ognuno dovrebbe brucare l’erba solo nel proprio recinto (specialistico). Quindi poeti coi poeti, politici coi politici, filosofi coi filosofi, etc. Senza pestarsi i calli. Ma è questo che mi pare inaccettabile ed è, invece, diventato norma, conformismo. Dov’è, allora, questa invasione della poesia da parte di politici e filosofi o viceversa? E sei poi davvero sicuro che « a volte anche i poeti pensano molto»? Lo facessero. Sarebbe tutto di guadagnato per la poesia, la filosofia e i “cittadini” …

  31. emilia banfi

    A Ro

    cara Ro volevo dire la parte migliore di Peppenielle e di Rodari , Peppenielle non so cosa me lo faccia pensare, ma mi sembra di conoscerlo…mah…

  32. emilia banfi

    Lucini intoccabile

  33. emilia banfi

    – A volte i poeti pensano molto- A volte…

  34. ro

    Per E.A.
    ovviamente ti ringrazio nuovamente, è assolutamente vero quanto dici ,cioè che questa sia già la sede o il solco del seme, dei frutti e anche delle bombe della raccolta ” domande sulla luna?”… ma non sottovalutare (non solo tu) che poesia sia solo per poeti e amici di poeti. Non hai idea di quante lettere ricevo nel mio piccolo non solo di apprezzamento di lettori come me per gli angolini poetici che propongo nel mio diario, ma anche di ringraziamento per aver proposto testi, autori , temi ..”oggetti”… che mai avrebbero conosciuto( e acquistato) entrando in una normale libreria ormai ridotta a megastore , come un super o una farmacia, dove al massimo se ti va bene sullo scaffale ti propongono i soliti poeti “storici”, e se ti va meno bene gli equivalenti in poesia dei vari Moccia.
    un caro saluto
    ro

  35. Ho molto apprezzato i segni, o graffi, di Giorgio Mannacio (che metto al primo posto), le poesie di Giuseppina Di Leo che risvegliano nudità e rimettono sangue nelle vene, le opere di Linguaglossa in cornice metafisica, le lamentazioni di Rita Simonitto, la scrittura linda di Maria Maddalena Monti… senza nulla togliere a tutti i poeti che hanno partecipato all’abbraccio. Con questo voglio dire, da lettore, che il mio primo criterio di valutazione è estetico, perché senza questo piacere non riesco quasi a leggere poesia. Rifuggo i moralismi, anche quelli sacrosanti, e non amo quei “vorrei” o “si dovrebbe” perché credo si faccia prima e meglio mettendosi in gioco. La storia è più vera quand’è visibile, quando puoi toccare un monumento, guardare un affresco o andare in visita ( sì, in visita. E’ meglio) ad Auschwitz. Altrimenti anche la storia non sarebbe altro che un’immensa metafora. E la luna non è un tema, la Luna esiste per davvero. Quel poco di reale, per come appare, per come ci sembra, per ciò che ne sappiamo, è sufficiente. Senza un appiglio si va nel nulla, e non credo sia questo l’indicibile. Pur senza porre limiti all’astrazione, penso che anche alla forma d’arte più concettuale serva almeno un progetto, e questo vale anche per la politica quando non azzardiamo vie d’uscita.

  36. Marcello Bellavia

    Cosa crede che abbia fatto in 3 mesi di silenzio ?
    farmi pestare ipoteticamente da dei bambini pericolosissimi,
    che nella società non internettara, (e se con fortuna vuole) le leggi
    vigenti metterebbero da subito ,dietro le sbarre o in case di rieducazione,
    dati i limiti superati troppe volte.Più vicini alla delinquenza criminale,
    che presto sfocia nell’omicidio e quant’altro ,appena la pappa o qualsiasi
    buffonata che le loro menti eccelse pensano,non gli viene garantita; ed essendo
    ormai ,(ora ci vuole si,per come si sono rovinati e invece nella loro
    corsa forsennata,hanno creduto di ledere) recidivi. Crede che non lo faranno comunque
    nuovamente,”sopratutto se non trovano appoggio nei loro Compagni”?
    Questo teatrino lo conosco da anni ma non avevo visto ,vivendo e perlappunto nel mio
    cantuccio di quotidiana aria pura (o disgraziata come per tutti,
    comunque e di certo non “autoappestatasi”
    con la credenza d’appestare) e nel mondo fuori ,fino a che punto avessero toccato la bassezza
    e l’anarchia con i social network ecc…Addirittura si è arrivato a questo,ho pensato 3 mesi
    e passa fa (lo ammetto ero ,davvero reo di non aver visto fino a che punto si stipassero
    in celle e chi e quanti avessero inglobato nella loro libertà ariana,dove il mondo
    che non cede ai loro nepotismi sia tutto ebreo,tutto il restante perlomeno).Ho avuto
    la disgrazia di avere a che fare con queste menti -lo ridico ,perchè è così che la penso – davvero
    malate e che reputo irrimediabili nel loro futuro cammino a causa di una “casa” ,si ma editrice
    bastarda a cui persone bastarde e vigliacche ,hanno pensato bene di trascinarmi giocoforza nell’occhio
    di questo ciclone.Ora io che non ho mai ( E PER QUESTO MOTIVO) chiesto recensioni ,anzi proprio
    alla poco di buono , ho evitato 1 anno e mezzo fa al via libera di pubblicazione, di farmela fare;
    ho pensato male di dare i miei scritti a qualcuno che negli anni passati,ricordo si era distinto
    un minimo ,proprio in un sito (perchè gli altri anche ai tempi a dire il vero : blaahh erano
    assurdi ma comunque ancora proponevano dal vero) universale ma anche in questo caso persona sbagliata.
    Tutto Abbate è ormai o la maggior parte ,sbagliato ,proprio per quei stessi motivi e persone che a lei scrivono
    e che non risultano e vengono sin da prima di essere conosciute o solamente di dire,ghettizzate
    e trucidate nei modi più pagliacci e buffoni possibili.Ripeto spesso questo sostantivo figurante ,perchè
    credo sia l’unico che renda un’assurdità cosi inverosimile(d’altronde di falsità ,stiamo parlando);
    eppoi rende perfettamente e televisivamente lo sgarro oggettivo che riescono alla fine a compiere e a chi- e come
    già detto sin dall’inizio : a se stessi.Non di certo per la figura romantica del clown che guarda
    l’orologio a fine spettacolo e può finalmente darsi alla tristezza infinita e melanconico-
    schizofrenica, che lavori di questo tipo,che loro fanno, possono provocare.Vedrei volendo essere bonario nonostante tutto
    come lo sto essendo a scrivere il commento minimo che sto scrivendo
    apposta, sia terminologicamente ,che gnoseologicamente: parlare di sbavature in cui
    gli estremi dei rossi ,schiacciano per assurdo ,la forza dei neri che non
    eludendo il mare di bianchi,rimangono anch’essi pallidi a loro volta in una flebilissima,fioca
    e stantia luce che rende i visi, quasi davvero come maschere veneziane:
    e nella specifica quoto ,quindi a pieno titolo un Mussolini e le sue bambole vive
    o i pupi senza filanti che poi sono i pagliacci(spiacente ma questo sarebbe il pittore
    che renderebbe di più nella descrizione e che si chiami Romano poco importa
    -per quanto riguarda il cognome,invece..).A proposito del blob :non c’è nessun blob
    ma un discorso che ha attestato lei e che segue le stesse righe
    e se vede bene i riferimenti sono tutti veri e alla storia e altre dottrine ecc… con un stile
    pagliaccio che è melange e miscellanea del loro contemporaneo.Io ho scritto e pubblicato
    da poco una silloge e non vedo alcun fluido che uccide.Se poi volessimo addentrarci vedremmo
    che molti riferimenti hanno dietro parte dei miei studi e in più lo stile che ho creduto
    consono (per ovvie ragioni,che reputo poco minimale-ma questo non è il post ,nè mai ho avuto
    davvero la possibilità di esegetizzare ,cosa io ho scritto -o come preferisco dire,più correttamente- :
    cosa ho tentato di comunicare)e assolutamente per nulla comunque,streamofcosciousnessiano o altro.
    In fine semmai chiuderei un qesito che dovrebbe porsi: perchè se tanto ce l’avevi con loro (oltre,aggiungo io
    da narrante: avere già fatto contro di loro 3 denunce alla polizia postale e una civile per altro
    se ci riesco-date le facce che non hanno e nascondono negli scritti,questi vigliacchi- e ad utilizzare le mani
    visto che questo meritano ,prima che diventino anche più pericolosi ,oltre alla coazione da parte delle forze dell’ordine,
    sempre che ci riesca,come dicevo), perchè ti sei avvicinato,dopo a questa persona e solo a lei in particolare?
    Perchè nella vita mi è capitato di tutto ma avere a che fare così insistentemente con una donna per tre mesi
    senza essere lasciato in pace ,pensavo precludesse comunque altro .Mi sono rifiutato di credere che fosse solo
    una questione vendicativa (per una sua cerchia,una supposta sua gloria,che dovesse poi venirgli :dalla ladroneria ,l’assassinio
    e l’estremo turpiloquio ignorante mostrato? sic !come vede la follia letteraria o come vero la delinquenza spicciola
    ha raggiunto un acme da cui difficilmente se non con opportune misure si scende).E poi perchè ho sempre amato le donne
    e per es. due accadimenti fisici della silloge a cui alludevo sono dedicati a due donne che ho amato profondamente che poco c’entrano
    con l’internettese.Ma il contemporaneo ha svelato che si può avere ossessioni e ossessionare
    sino a così tanto tempo e quindi ho adottato misure distese,più distaccate apposta per cercare di far capire che prima o poi
    bisogna finirla con questi comportamenti lagnosi ,vuoti e incostruttivi.

    nonostante tutto ,

    un saluto

    marcello

  37. Marcello Bellavia

    oh,comunque lo si incolonni vien fuori sempre male.

    di nuovo,

    un saluto

  38. Ennio Abate

    Gentile Marcello Bellavia,
    lei su questo blog, come le è stato già detto, è benvenuto. Ma deve pur riconoscere che – o per impotenza nostra di lettori o perché i suoi discorsi sembrano rivolti ad altri (persecutori o persecutrici internettari?)che le hanno fatto dei torti e si riferiscono ad avvenimenti per noi sconosciuti – spezzano, diciamo così, la “routine dialogante” sui temi di poesia e di critica di questo blog, alla quale ci siamo un po’ abituati e che in fin dei conto non ci dispiace e ci fa sentire vivi.
    Che dirle?
    Speriamo di trovare mano a mano dei punti d’intesa.
    Ma lei ci aiuti.

  39. Marcello Bellavia

    Sig .Abbate,

    come detto : la prima delle poesie postata con annesso commento di riferimento ,era una critica bella e buona al poetese (ben interpretato e definito da lei con tanto di doppie foniche d’individuazione,che tanto piacciono ai campi a cui sono rivolti : come “internettario/e/i”).La seconda invece teneva delle considerazioni e dei pensieri che ,credo abbiano un minimo
    di sostanza e di sicuro, si presta bene a svoglimenti postumi e considerazioni di vario genere.

    La ringrazio dell’ospitalità e dell’ausilio,con il suo commento primo
    che ben centrava e traspariva di parole giuste e vere.
    E per adesso auguro un buon proseguo di giornata e di dialoghi movimentati e disparati , al sito e ai partecipanti.

    Marcello

  40. Giorgio Mannacio

    Ringrazio Luca Mayor Tosi per l’apprezzamento.Mi sono già autosvalutato per Con questi chiari di luna e non per falsa modestia.Avrei potuto fare di meglio,molto di meglio.Ma mi interessa sempre un ordine nelle discussioni e ribadire -mi sembra una verità – che il tema non conta. Conta il
    ” modo” e il raggiungimento di un fine estetico ( condivido la tua affermazione ).Ogni occasione è buona per farci ricordare la sfida dell’esito estetico.O sbaglio? E dunque partendo col piede che a me pare quello giusto: in base a quali criteri giudichiamo bella o brutta una poesia ?E se tali criteri non esistessero? Oppure se il fine della poesia non fosse quello che credo ? Domanda che sottintende,se la risposta è negativa che bisogna cercarle ( alla Poesia ) u altro carattere di specificazione tra i linguaggi.La luna ( LA LUNA ) aspetta forse questa risposta.Giorgio Mannacio.

    • Sì sì, ma lei avrà capito che il mio era un apprezzamento pittorico. Quel verso che non ti aspetti, quel contrario alla sviolinata… è asciutto e diretto come una sapiente pennellata. Per questo ho apprezzato. Come vede non entro nel merito delle cose dette, per ora. Poi ci ragionerò, ma dico subito che bello e brutto per me sono distanti e indipendenti tra di loro. Uscendo dal dualismo possiamo entrare meglio nel brutto come nel bello, senza inutili moralismi.

  41. Ennio Abate

    COMMENTO AI COMMENTI N. 2

    @ Caverni

    “I cosiddetti poeti impegnati non parlano a tutti, basta pensare ai poeti francesi, ma anche a Brecht o a Brugnaro e anche loro hanno dovuto avvicinarsi ai piccoli elementi della natura o dell’amore per poter trovare un linguaggio universale.” (Lidia Are Caverni)

    Parlare a tutti? Ma è possibile?
    Non sono soltanto i poeti impegnati (perché poi ‘cosiddetti’?) a non parlare a tutti.
    La pubblicità parla ai consumatori (non sono tutti). Il papa parla ai cattolici (non sono tutti).
    I partiti parlano agli elettori (non sono tutti). E i poeti, che parlano di natura e di amore invece che di salari, tasse, guerre, forse parlano a tutti?
    Si parla (anche in poesia) per uno scopo che si vuol raggiungere e i destinatari sono quelli che possono o potrebbero condividerlo. Brecht parlava ai lavoratori e contro i capitalisti, perché il suo scopo era quello di sovvertire il capitalismo. È così che si fa. Fortini onestamente lo dichiarava: «Non parlo a tutti».
    Perché illudersi di un universalismo inesistente anche se desiderabile (ma non da tutti)?

    @ Mannacio

    Beh, Giorgio [Mannacio] sei tu a sentire «divertente ed irritante» il dialogo tra me e Linguaglossa.
    Per il linguaggio «involuto,criptico,largamente astratto e lontano dall’esperienza del fare poesia»?
    Messa così, ci vorrebbe una bella dimostrazione, che nel tuo commento manca.
    E poi tanto criptici non siamo stati, se hai afferrato la tesi dello scritto di Linguaglossa e concordi, mi pare, con la mia critica; e se ritieni, tu pure, che sull’ ”oggetto poetico” luna il “poetese” è facile; e tutti abbiamo poesie nel cassetto lunari, lunatiche, etc. che possono essere valutate in vari modi. Aggiungo – altro punto di concordanza – che io pure ho detto che il tema in sé non fa poesia o, di per sé, cattiva poesia e contano i risultati. ( E credo che pure Linguaglossa concordi…)
    E, allora, perché tanta irritazione?
    Dovrei pure io dire: il problema è un altro. Infatti qui si vorrebbe discutere se alla poesia fa bene puntare tutto su liricità e visionarietà (Almerighi) o puntare alla storicità e alla realtà. Non mi pare un problema divertente. Sicuramente non così trascurabile.

    @ Simonitto

    I tuoi «scontrini» dalla luna non si vedono o appaiono cosine trascurabili indegne di meningi poetiche “lunari”. La questione è che davvero esistono tra i poeti due partiti: per approssimazione dei “lunatici” e degli “antilunatici”, come ha scritto Peppenielle.
    Non è un conflitto da poco. Ha i suoi illustri precedenti in quello tra dantismo e petrarchismo, tra romantici e classicisti, tra neoavanguardisti e poeti della parola innamorata o orfici.
    Tutte distinzioni fastidiose e “intellettualistiche” per chi le ritiene marginali o secondarie. Io le considero utili. E ritengo che ci sia da ragionare e anche da polemizzare. Ma al solo scopo di chiarire le rispettive, contrastanti posizioni. Non per persuadere o convincere qualcuno/a a cambiar partito, cosa del tutto improbabile nell’impaludamento odierno. Ognuno, quindi, per la sua strada e poi si vedrà. Perché anch’io sono convinto che siano i risultati che contano. E anche questi fino ad un certo punto. Perché stabilire quali siano i migliori è questione che resterà sempre irrisolta. Anche perché è innegabile che abbiamo avuto grande poesia dall’uno e dall’altro partito, dai romantici e dai classicisti, ecc. E ci sarà sempre chi come Mayoor è convinto che il primo ( e per lui, mi pare d’intendere, il principale) criterio di giudizio sarà quello estetico e chi come me e (pochi?) altri gli ricorderà che non basta, che la poesia non è riducibile, se non a patto di cancellare ogni contesto storico pr me essenziale, a puro e semplice “oggetto estetico”.
    Di conseguenza direi: chi vuole prenda questi tuoi «scontrini» e ci lavori su *poeticamente* e poi si vedrà se viene fuori qualcosa di buono o mediocre o pessimo.

    P.s.
    Ro si lamentava che «bollare di “ciarle” coloro che dal basso “evadono” (questo stesso discorso vale anche per alcune considerazioni di Simonitto) , ed evadono anche fra i poeti, è atto di forza». Ma è che a me, da un punto di vista “antilunatico”, certe poesie appaiono veramente ciarle e sbaglierei a non dirlo. E ad altri appaiono ciarle certe poesie su temi storici o reali e sbaglierebbero a non dirlo. Ci sono conflitti veri anche nel campo della poesia. E se è «atto di forza» (spero non immotivato e cieco) il mio, lo rivendico. E spero che anche gli inevitabili (o più addolciti) atti di forza altrui non siano immotivati e ciechi.

    • Non ho detto che il giudizio estetico, tanto legato al piacere soggettivo del lettore, sia l’unico criterio che conti, solo non dimentico che basilarmente la poesia è arte, e che i poeti non sono missionari.
      Ps:
      “Obama dimostra come un americano nero sia perfettamente in grado di fare le stesse merdate di un americano bianco.” (P.Agrati, poeta. Da un suo commento su Facebook).

      • Ennio Abate

        Possono essere utili per approfondire i limiti dello sguardo estetico queste considerazioni che ho appena letto su LE PAROLE E LE COSE di Rino Genovese. Per il resto l’articolo sviluppa la tesi del rapporto tra estetizzazione e fenomeni politici come il populismo, che terrei più sullo sfondo, condivido di meno e non sono riferibili al discorso di Lucio. (Comunque chi volesse leggere tutto segua questo link:http://www.leparoleelecose.it/?p=11863#more-11863):

        “Soltanto ai seguaci delle estetiche idealistiche il sentimento del piacevole (o rispettivamente dello spiacevole) appare come un momento del tutto trascurabile antecedente al bello e al sublime; per una teoria di tipo humeano, al contrario, lo standard of taste, cioè un senso comune riguardo ai giudizi di gusto, si forma prioritariamente attraverso una comunicazione orientata al mi piace / non mi piace. All’uscita da un teatro o dalla proiezione di un film non mi viene chiesto di solito un giudizio articolato: piuttosto mi si domanda: “Ti è piaciuto?”. La risposta che ne seguirà – indipendentemente dalla sua capacità generalizzante, ovvero dal rapporto che intrattiene con la critica teatrale e cinematografica, con la storia delle arti e così via – avrà il suo centro nevralgico, anche se puramente soggettivo o idiosincratico, in un’opzione sintetizzabile nella semplice secca alternativa mi piace / non mi piace. Un’opera, un testo abborracciato confezionato per il consumo, sortiranno un effetto spiacevole sulla ricezione di un fruitore formato su Adorno, ma ne avranno uno formidabile su colui che avesse di mira il puro divertimento e coltivasse una visione “gastronomica” dell’arte. Questa prima soglia di valore è insopprimibile dalla comunicazione in ambito artistico e dalla disputa cui dà luogo (in contrasto, quindi, con il famoso de gustibus…). Solo successivamente potrà organizzarsi intorno a giudizi più raffinati, fondati sulla distinzione bello/brutto, che implica un rapporto critico con la tradizione culturale.
        Le coppie mi piace / non mi piace-bello/brutto hanno la peculiarità di essere facilmente applicabili a qualsiasi cosa: un tramonto può essere detto bello quanto un romanzo o un grattacielo e perfino un teorema matematico. Tra i codici comunicativi possibili, si tratta di quelli a più ampio raggio. Il buono e il cattivo, o il giusto e l’ingiusto, con i loro aspetti morali e giuridici non hanno un campo di applicazione altrettanto vasto. Anche nel contesto di movimenti di rivolta altamente drammatici, e sotto condizioni culturali diverse da quelle occidentali, determinati particolari – come di recente l’apparizione del reggiseno blu di una manifestante egiziana, fotografata mentre viene trascinata a terra dalla polizia – rientrano immediatamente, quasi senza residui, nell’ambito di una comunicazione estetica. Ci vuole pochissimo per far slittare la comunicazione politica in una in cui il mi piace / non mi piace, più ancora del bello/brutto, la faccia da padrone.”

  42. emilia banfi

    @ Abate

    Va detto che una poesia è brutta nel momento in cui si chiede il parere su di essa, altrimenti , se non siamo a scuola, perché giudicare? Anch’io spesso mi lascio scappare un- non mi piace–che brutta- poi penso allo sforzo o al desiderio che ha spinto quel poeta a scrivere e mi pento quasi subito. A me personalmente interessa molto il parere dei critici e dei non critici, accetto qualsiasi risposta e questo mi ha aiutata a capire meglio la poesia e le sue difficoltà, ma non per tutti è così. Ogni poesia ha la sua vita , il suo reale,la sua finzione, far diventare una poesia”bella” non è difficile , scrivere una poesia che esprima anche una realtà a volte dura o molto semplice è difficilissimo. Per quanto riguarda la politica in poesia è ancora più difficile da fare e da accettare. Le mie chiare parole , come avrete ben capito, non sono “atto di forza” e non lo saranno mai, in quanto i poeti devono essere liberi in ogni circostanza ,di poter sempre esprimere le proprie idee come preferiscono , lontani da ogni condizionamento od imposizione.

  43. ro

    ciao Ennio caro, spero che le/i convenuti ti leggano davvero molto molto attentamente , così pure rileggano sia te che gli interventi di Linguaglossa. Non voglio ripetere quanto ho gia scritto, credo che Simonitto ma forse anche altri fra cui Lucini, hanno immediatamente intuito quanto volevo esprimere posto a metà distanza fra te e Linguaglossa ma soprattutto a metà fra lunatici e controlunatici. Non amo le etichettature, ma ho dato le motivazioni della mia posizione. E questa mia non toglie affatto “la libertà” di ricerca, espressiva , estetica rivendicata dalle parole di Emy, né per la visionarietà di Almerighi o l’estetica di Lucio.

    Ciò che mi stava a cuore, può essere espresso magnificamente tramite un pianeta morto come la Luna alla terra e i suoi uomini, tanto come lo sarebbe tramite un pianeta morto quale quello del bosco ( ed altri “oggetti” così andando). Tale sguardo, se c’è , rende possibile il superamento che sento anche in queste conversazioni, del perenne conflitto insito nella natura umana fra chi vuole scavare la realtà ( e dunque la storia ) e chi evade tali scavi. Tanto piu ora visto che è aumentata sia la qualità (si fa per dire) che soprattutto la quantità (sovraffolamento) ad essere per lo più fantasmi (degli abissi marini, lunari, marziani, o italiani poco conta).

    Non c’è via d’uscita al conflitto che dici se all’interno della vita del pensiero, per primo di un uomo, quindi poi per di una/un poeta, non vi è questa consapevolezza profondissima e dolorosissima del mondo perduto, senza alcun alibi, ergo perduto in relazione a ogni epoca storica e sua specifica, in cui la nostra è gioco forza la somma di tutti i mondi perduti precedenti, più quelli persi con un’accelerazione senza pari nella Storia, causa il maledetto secolo scorso e l’inzio dell’attuale.

    • Annamaria Locatelli

      Secondo me é necessario continuare a dialogare con la luna( come con il bosco, il mare, gli animali, i fanciulli, i colori…) perchè incarna le nostre idee di armonia, di bellezza, di giustizia, di mistero, di immensità…solo così, penso, é possibile poi affrontare gli orrori della Storia, parlarne denunciarli con coraggio, ben sapendo del nostro bene rifugio. Anche il poeta ha bisogno di nutrimento e non può nutrirsi di orrori, deve avere una natura forte per sostenere un ruolo sociale, ma umanamente ha bisogno di conforto, di solidarietà, di momenti di gioia. Così penso che si possa parlare di poesia esodante dagli orrori come di poesia esodante negli orrori…

  44. Giuseppina Di Leo

    Ringrazio Lucio e Emilia per i loro commenti alle mie poesie, che si direbbero le uniche (strano, ma vero) da me scritte finora sulla luna.

    Gli “scontrini fiscali” di Rita Simonitto a me sembrano davvero un bell’esempio di come, dalla luna, si possa ricercare il senso della realtà andato ormai perduto. Un po’ alla maniera di Astolfo, che, mandato sulla luna a recuperare il senno di Orlando, sperimenta il fenomeno del “rovesciamento della realtà conosciuta” e dove ritrova tutto ciò che sulla Terra va perduto. E non c’è dubbio che tra le cose dimenticate o perse anche da noi ci sarebbe tanto da trovare, a partire dal senso etico in politica, e non solo.
    “Tornare a parlare della luna” (Linguaglossa ) la vedo come una provocazione valida, l’importante è non cadere nella banalità (Lucini); come una via possibile per dire anche in poesia *l’orrore storico d’oggi* (Ennio Abate).
    Semmai, come dice Lucio – “scrivere una poesia che esprima anche una realtà a volte dura o molto semplice è difficilissimo”.

    Riporto in poesia la testimonianza di un viaggio in Siria effettuato qualche anno fa da una giovane giornalista (Maria Sportelli) che ho conosciuto qualche sera fa ad un reading. Nel racconto emergevano tanti aspetti di cui noi abbiamo una vaga percezione solo attraverso i reportage.
    La mia tras-duzione in poesia (prendendo in prestito il vocabolo di Celese) nasce dagli appunti presi alla rinfusa in assenza di luce (si era all’aperto, e mancava la luna!).
    Il tema della serata era “La poesia è donna”, con un riferimento al poeta siriano Nizar Qabbani, del quale riporto qui una poesia che ha attinenza con il tema del post (la poesia è presa da internet).

    Ho gia’ prenotato per noi due

    Ho già prenotato per noi due una stanza
    nella casa della luna
    dove passare il fine settimana, amore mio,
    gli alberghi del mondo non mi soddisfano,
    l’albergo dove mi piace alloggiare è la luna
    ma lì, amore mio, non accettano un ospite
    che viene senza una donna:
    ci vieni con me…
    o mia Luna, sulla luna?
    Nizar Qabbani

    Ora la mia interpretazione in poesia della testimonianza:
    * * *
    La poesia ha le sue notti fredde senza luna.
    Siamo nel buio senza conoscerci; per parlarci
    parleremo della guerra al genere femminile
    mentre ci aggiriamo ignari gli uni degli altri.

    *
    Intanto Nizar Qabbani ha prenotato già
    «per noi due una stanza nella casa della luna»
    e un posto ancora per altri due di noi:
    Gino e Amira si sono sposati in Siria
    in uno dei tanti campi profughi
    case diroccate appaiono fuori, quando
    all’interno trovi amore e accoglienza.

    *
    Del suo viaggio in Siria Maria racconta.
    I particolari avanzano man mano, prendono forma
    traducono gli odori in colori e le sofferenze in parole:

    Ti offrono casa e letto.
    Diventi figlia dei loro padri
    e nipote dei loro nonni;

    la nostra tecnologia nulla vale
    in confronto al loro rapporto con gli altri.

    *
    Attraversai il Peloponneso
    (è Maria* che parla)
    via via dalla Turchia a Damasco.
    I militari ti fermano, vogliono
    soldi e sigarette e telefonini
    e l’acqua per proseguire.
    Più in là trovi l’uomo che ti ferma
    per offrirti il suo tè. Al saluto
    salam aleikum – la pace sia su di voi,
    perché anche gli angeli ricevano il saluto –
    rispondi wa aleikum as salam
    e ringrazia ahlan fik.

    *
    Sciogli pian piano le parole
    così a Damasco scopri i vicoli
    e i bambini. Chi nasce palestinese
    non ha cittadinanza, ma nemmeno
    il passaporto per uscire.
    Ti addentri e scopri i vicoli e i bambini
    nei bazar trovi uomini, li vedi seduti
    per terra o accovacciati sui gradini delle case:
    sono loro a gestire i legami sociali
    a decidere se stringerti la mano
    oppure no, se sei pura o forse no.
    Il contrasto è con le donne ricoperte
    interamente di nero, dalla testa ai piedi
    è contrasto di culture e religioni.

    *
    Amman dopo Damasco
    e poi Bagdad.

    * * *
    Profumi della terra, la campagna
    accoglie silenziosamente ogni passo.
    Anche tu Zenobia trascinasti in occidente
    i tuoi passi calzati sotto catene d’oro.

    Giuseppina Di Leo

    • ro

      Mirabile il tuo “passosguardo” nel profondo della “luna”, cara Giuseppina. Rendi esplicito peraltro un “dialogo” che volutamente avevo lasciato silenzioso nei miei interventi sui mondi perduti, altrimenti come al solito sarebbero immediatamente arrivate letture parziali del mio agire pensare sull’energia femminile, pianeta disperso da entrambi i sessi. Il tuo poeta siriano peraltro mi associa discorsi del “padre”, quando ancora complementare alla “madre”. Come le tue poesie all’aperto, c’è un film autenticamente da cinema all’aperto, che è profeta anche delle truffe perpretate dai servizi segreti (per creare atmosfere pseudo-rivoluzionarie) . La storia sta in un libro di de cataldo, ed è già significativo il suo titolo “il padre e lo straniero”. Fa parte di quel cinema italiano troppo spesso bistrattato, e in questo caso sicuramente non proiettato dai media di massa che devono far credere a tuttaltro archetipo maschile di cultura “araba”. Le lune se ci sono, come non c’era nella tua notte poetica, sono date da due pianeti “morti” di due figli “menomati” alla nascita di vita brevissima. Il rapporto con la terra, per primo quella che ha davanti il nostro mare, che è il mare davanti alla siria, segnerà la relazione apparentemente “straniera”…non continuo ma ti ringrazio di tutte le associazioni antropologiche (emotive, senti-mentali, poetiche) che il tuo racconto e poesie, fanno (ri)nascere…

      • Giuseppina Di Leo

        Cara Rò, non conoscevo il libro di De Cataldo né (ancora) visto il film, ma già il titolo la dice lunga. Stiamo parlando di società marcatamente a regime maschilista, in cui la diffidenza a me pare non sia verso la tecnologia in sé ma verso gli esiti che una tale diffusione produrrebbe.
        Ancor più preoccupante – se possibile – trovo però le notizie sulla volontà di Obama – nobel per la pace (!?) – di attaccare la Siria.
        Il mediterraneo sta diventando una enorme polveriera.
        Il fatto che gli ritirino il riconoscimento – che lo facciano comunque – non varrà come risarcimento…

  45. Giorgio Mannacio

    Caro Ennio, riconosco volentieri di aver ecceduto e mi scuso Ma veramente vorrei sapere concretamente la distinzione tra controconformista ed antiriformista; perchè si usi il termine genericissimo di problematizzazione;che cosa significhi nel concreto che l’atto della nominazione si rileva essere il lontanissimo parente dell’atto arcaico del dominio ( che sarebbe un dato di fatto difficilmente confutabile );cosa si vuol dire sempre storicamente e concretamente con il termine logos sproblematizzato della soggettività et similia.Ti do’ atto che tali espressioni
    ( molto molto hegeliane ) appartengono all’amico ( spero ) lLnguaglossa ma io ti rimprovero di non averlo trascinato su un terreno più concreto e più accessibile ad un discorso di contenuti storicamente verificabili.L’aggettivo divertente non alludeva al riso ma al carattere diversivo degli argomenti e soprattutto delle parole usate. Resta per me il punto centrale: cosa deve fare la poesia per essere – ferma la disparità dei contenuti – un ” linguaggio altro”. O dobbiamo dire che non esiste differenza tra gli altri linguaggi. Giorgio

  46. Provo a scoprire le mie carte su bello e brutto, pienamente consapevole delle tante ingenuità che sto per dire. Ho inseguito per anni l’ideale della pura pittura e credo di averlo trovato nella dimensione minima, in pochi centimetri, nel particolare di un drappeggio di Caravaggio (forse era la Cena di Emmaus, non ricordo). Vi ho trovato un segno sicuro, un impasto coloristico sapiente, suo. Fossi stato (ahimè) suo allievo avrei pianto d’ammirazione. Questo era anche il criterio di lettura usato da Giorgio De Chirico, ma in assoluto non è quello usato dalla critica ( da qui buona parte delle note polemiche di DeChirico contro la critica). Ora, fingendo per un attimo che purezza e bellezza siano sinonimi, mi chiedo se si possa parlare anche di pura poesia. Le mie carte sono due: una è la lingua (l’italiano), l’altra è “l’errore” voluto, cercato. Per quel che ne so io nella prima carta ci stanno meno poeti che nella seconda. Tra i poeti del nostro tempo faccio l’esempio di Montale, ma oggi potrei dire anche di Luigi Manzi. Sono poeti di bella scrittura, il loro modo di scrivere è privo di inflessioni e personalismi, lessico perfetto ma non ricercato. E’ scrittura sapiente ma che sa scorrere senza rigidità e non sembra aver bisogno di tante stranezze, quasi che la stranezza, l’insolito accostamento, possa creare danno o imbarazzo. Eppure quanta maestria c’è in questa, chiamiamola così, semplicità? Nell’altra carta, quella dell’errore voluto, ci sono metafore, che sono infinite ma che possono essere date anche dall’accostamento di due parole soltanto. Ma spesso è una sola parola quella che conta ( come nel particolare di Caravaggio), ad esempio, dal momento che si sta parlando di Leopardi, nel celeberrimo verso “e il naufragar m’è dolce in questo mare”, la parola (inattesa) è “naufragar” che è mantenuta in sospensione dalle restanti parole. E viene da dire che tanto più la forza o la potenza di un verso si allunga o si fa più frequente, tanto più il poeta secondo me è di grande valore. “Il geroglifico del verso di un cane / è dipinto nell’aria sopra il giardino” è un verso di Tranströmer che non mi stanco di nominare. Ma versi come questo sono quasi assenti, sia nelle poesie di Eugenio Montale che in quelle di Luigi Manzi. Se ne trovano però in molti altri poeti, qui e là diciamo. Ma è questo che vado cercando da lettore, anche se forse è solo una mania, mia personale. Un verso così inteso mi può bastare perché, come spesso accade al poeta che lì solitamente si ferma, lo stesso accade a me leggendo. In alternativa devo leggere l’intero libro per arrendermi. Tutto questo non ha a che vedere con i continui mutamenti del linguaggio, ma ne tengo conto. Un criterio diverso di poesia secondo me è sul farsi, ma non è ancora dato.

  47. Giorgio Linguaglossa

    Partiamo dal quesito posto da Giorgio Mannacio il quale scrive: «in base a quali criteri giudichiamo bella o brutta una poesia ?».
    Bene, questa era la posizione della critica estetica idealistica da Kant in poi, che è stata ereditata da tutte le altre estetiche idealistiche (e anche da alcuni pensatori marxisti) come fatto indiscutibile. Kant spostava il «problema» dall’oggetto al soggetto, dalle qualità dell’oggetto all’atto di delibazione che fa un soggetto dinanzi a un «oggetto», a un’opera d’arte. In tal modo ipostatizzava e ingessava due posizioni: il soggetto e l’atto di delibazione del soggetto. Ciò era in linea con quella tendenza alla sproblematizzazione dell’opera d’arte quale “oggetto” che per il pensiero rinascimentale era di per sé autoevidente e non bisognoso di filosofia.

    Kant va avanti per sproblematizzazioni come se la cosa più importante per lui fosse non discutere dell’«oggetto» ma dell’atto di verificazione dell’oggetto» compiuto da un «soggetto», salvo poi dire che il giudizio estetico era soggettivo e quindi puramente individuale, etc. etc.
    Il pensiero di Kant spostando tutto l’asse della filosofia dall’oggetto al soggetto, fa quello che già l’economia aveva deciso di fare e aveva fatto nel mercato: screditare l’«oggetto» e accreditare l’atto di giudizio del «soggetto», proprio come fa il compratore di una merce nel mercato il quale si affida al suo fiuto, al suo atto di delibazione: «mi piace e quindi lo compro». Il che è un pensiero filisteo quanto a grettezza ma in linea con quel che la borghesia ascendente pensava e effettuava.

    Bene, per farla breve, una cultura problematizza certe questioni e tende ad occultare (o meglio sproblematizzare) certe altre questioni. Questo per spiegare che cosa intendo quando parlo di “problematizzazione” di un problema. Poi ci sono le dittature le quali fano ameno anche delle sproblematizzazioni imponendo con la forza delle carceri e del terrore chiunque non si adegua a ciò che lei vuole che gli uomini siano.

    Dunque, per riepilogare, quello che io vado cercando in un “oggetto” (mettiamo in una poesia) non è se è bella o brutta, perché a me non me ne frega niente se essa mi appare bella in quanto assumo acriticamente i preconcetti che una cultura del conformismo mi ha propinato dalla scuola all’università e oltre. Quello che come lettore e come critico io cerco non è una poesia che collimi con i miei concetti di bello e di brutto (che sono poi quelli che una certa cultura vuole che essi siano) ma che sorprenda la mia capacità, diciamo, di ricezione, di valutazione e di ragionamento (dialettico). Esattamente al contrario di quanto predicato dall’estetica kantiana e post-kantiana. Mi sorprenda perché io non la avevo prevista né immaginata. Mi sorprenda in quanto mi obbliga a rimettere in discussione tutti i miei criteri di bello e di brutto; mi sorprenda perché mi obbliga a riproblematizzare quello che io ingenuamente avevo ritenuto come ovvio, dato certo, inconcusso.

    Le poesie di Leopardi sorprendono ancora oggi il lettore intelligente perché ci fanno capire come e quanto la poesia che andava in vigore ai suoi tempi fosse deprecabile ancor prima che brutta. E ci sorprende ancor oggi che tutti tentano di mettere dentro alle proprie poesie quanti più particolari del proprio quotidiano e del proprio vissuto possibile, convinti che così si deve fare quando si scrive una poesia.
    La poesia di Leopardi non chiede al lettore in modo filisteo come fanno altre poesie di altri poeti: «guarda come sono bella!, comprami!», la poesia di Leopardi vuole essere letta da una persona che non ragiona in termini di bello o brutto, cioè in termini oppositivi escludentisi a vicenda, ma richiede un’altra cultura, di là da venire… si rivolge ad uomini liberi, o meglio, che hanno imparato a capire che cos’è la libertà e la dignità di fare delle azioni apparentemente insensate e irragionevoli (dal punto di vista borghese) come quella di parlare alla luna.

  48. Altri esempi:

    “ho avuto torto se pensavo di averti dimenticata
    oggi sei ben viva e visibile, non sembri
    neanche corporea tanto reale mi appari…”

    ” nel mio sangue ho posto altri germogli,
    avranno breve eternità”

    “il nostro lessico familiare
    è un libro intonso che non abbiamo letto”

    La Bellezza simbolo dell’idea
    era la nostra irredenta consunzione”

    “… il nostro inferno è un cupo eterno
    dissolvimento di tutte le cose”

    “dalla finestra entravano i rami degli alberi,
    gli uccelli, le stelle camminavano
    sulla tua camicia”

    “la Bellezza forse è il vizio cardinale
    maschera da teatro, ciarpame dozzinale”

    Sono versi di Giorgio Linguaglossa ( da Blumenbilder).
    E’ per ruffianeria, lo ammetto, e la mossa è sleale, ma questi sono versi di poesia anche per me. Forse non avrei dovuto parlare di bello e brutto, forse bastava dire di quella cosa che appartiene alla poesia e alla poesia soltanto.

  49. Giorgio Linguaglossa

    L’interrogativo di Giorgio Mannacio il quale mi chiede che cosa «cosa deve fare la poesia per essere – ferma la disparità dei contenuti – un ” linguaggio altro”?», è legittimo, ed io rispondo molto semplicemente che un «linguaggio altro» è quello che quando lo abbiamo davanti noi non lo riconosciamo. Questo è il sintomo (si dice così in medicina) di una realtà più profonda che si manifesta appunto col sintomo. Il primo indizio che ci troviamo davanti a una vera poesia è quando ci accorgiamo che quello è «un linguaggio altro». Certo, ciò richiede uno sforzo intellettuale da parte del lettore, ed è per questo che molto spesso, anzi quasi sempre, quando ci si presenta noi non riusciamo a riconoscere la poesia come poesia, ci sembra di avere davanti un corpo estraneo, una «cosa» che non capiamo perché non abbiamo gli strumenti ermeneutici per comprenderla. Certo, dietro quel «linguaggio altro» c’è sempre un’altra realtà, un’altra iconologia, un altro sistema semiotico, un altro sistema simbolico. Allora, dobbiamo mettere in discussione la cultura dalla quale proveniamo, dobbiamo reimparare a rileggere non solo l’oggetto poesia ma anche il mondo che ci circonda, le sue ideologie… Leggere una opera di poesia non è cosa così semplice come qualcuno pensa, ci obbliga e ridiscutere tutto, ci spinge a una diversa problematizzazione delle cose, e ci spinge a una diversa spiegazione delle cose del mondo. In fin dei conti ci spinge a cambiare anche l’orientamento nel mondo, nella polis, a cercare altre coordinate, altre strade. Leggere una poesia di Luigi Manzi o di Maria Rosaria Madonna ci spinge a rivedere tutte le coordinate culturali mediante le quali eravamo abituati a leggere la poesia contemporanea, a ribaltare tutte le gerarchie dei valori estetici (e non)consolidati.

  50. Da tutta questa discussione mi sembra che emerga una cosa: Giorgio Linguaglossa vorrebbe che la Luna illuminasse ancora il cielo di Recanati, o forse sente che c’è questa luna sta nascendo. Ovvero: la Luna non è né oggetto né soggetto, ma simbolo, icona. E’ un’immagine che rimanda ad un significato, oggettivo, però , non soggettivo. La luna è simbolo della cadenza costante e immutata dell’alternarsi fra giorno e notte. Per Leopardi è simile alla vita del pastore che inizia a pascolare le greggi all’alba, e riposa la sera, senza che mai cessi il suo lavoro, e senza porre speranza in altro. La Luna è il ritmo della natura. Ed è anche forza della natura. E’ una divinità nella cultura classica o antica. E’ un fenomeno naturale oggettivo che rimanda ad un significato altro, che stupisce, trascina. Non si può interpretarla soggettivamente, ed egoisticamente. Qualcosa di diverso da tutto quello che è il contenuto innaturale e artificiale della vita odierna, che spesso esclude ed impedisce anche il dialogo fra le persone, diventato raro, quasi fuori moda. Ci si affida alla realtà virtuale, si passa la giornata attaccati allo smart-phone o i- phone per abitudine. La Luna non è virtuale. C’è e rappresenta l’incessante correre della natura e del tempo. Trovo bella questa ricerca della relazione fra immagine e significato che non sia soggettiva. La ricerca iconico-simbolica di cui parla Linguaglossa non è un parlare a se stessi, ma è la ricerca della rappresentazione per immagine che rimanda oggettivamente a qualcosa di altro. Non perché lo dico io, ma perché è così. C’è un riferimento concreto alla storia, alla natura, alla cultura e all’arte nel tempo dai secoli più remoti ad oggi. Senza conoscere il passato non possiamo costruire nessun futuro e senza chiavi di interpretazione della realtà che non siano semplicemente soggettive non se ne può dare una lettura razionale. Sì, decisamente ripartire dalla Luna nel cielo mi piace. E alla luna non possiamo dire quello che ci pare. Perché non sarebbe più la Luna, ma un patetico alter ego. E non si tratterebbe più di poesia.

  51. Giorgio Mannacio

    Caro Linguaglossa,grazie delle precisazioni/spiegazioni che mi consentono di proseguire nelle mie osservazioni senza polemiche.Non sono un filosofo ma mi diletto di filosofia nel senso che mi piace leggere qualche testo di tale disciplina.Data la mia posizione di dilettante non so a quale corrente filosofica autoassegnarmi,ammesso che la cosa mi interessi.Credo proprio, però, di non appartenere all’idealismo kantiano.Il mio avvicinamento ai problemi del pensiero cerca sempre di avvenire attraverso una esperienza esistenziale o,se preferisci, antropologica.Tu dici che l’idealismo si caratterizza per un privilegio accordato al soggetto a scapito dell’oggetto. Non voglio contrapporre a tale affermazione alcuna affermazione contraria ma solo dire che l’idea di un mondo fatto di oggetti ma disabitato mi è estranea quanto quella di un Adamo nel vuoto siderale. Quello che esperimento è la duplicità di soggetto ed oggetto e in tale dualità faccio la mia quotidiana ed ineludibile esperienza umana.Anche nella poesia che scrivo.
    Noi ci accostiamo ad essa – e all’arte in generale – in quanto soggetti dotati di sensi atti a percepire l’oggetto. Ma l’esperienza estetica ( nel senso originario di pensiero sulla
    percezione ) non si esaurisce nell’osservare o leggere qualcosa che mi piace ( Tomaso d’Aquino ) ma anche nel fare “ qualcosa di diverso “ ( in ciò,credo, siamo d’accordo ).E allora mi chiedo – concretamente – “ perché” Wrigth pensò di costruire la Casa sulla cascata, abitazione alquanto scomoda e foriere di reumatismi? E perché aggiungiamo fregi piacevoli anche ai carrelli del Supermercato? Vi sono parallelismi tra il piacere passivo di leggere e il piacere attivo di scrivere o dipingere.Non ho mai capito – ed anzi ho letto criticamente – la
    “ supponenza di Croce “ ( vedi quanto sono idealista ! ) verso “ i poeti di pensiero “ ( anche Dante, nel mazzo, e il povero Leopardi e più tardi Mallarmè ). Mi accosto a costoro ed altri perché “ qualcosa “ ( il piacere di leggerli ) mi attira,anche se in questo piacere- estranei e insieme coessenziali – rientrano una serie di elementi che solo una analisi complessa riesce ad individuare( la tradizione, il tempo attuale, il pensiero che muta col tempo ovvero il pensiero che cambia il tempo etc )
    Anche tu, in fondo, proponi un criterio di selezione allorquando invochi “ un’altra
    cultura “, quale condizione indispensabile per accogliere senza pregiudizi “ l’oggetto”. Invochi “ uomini liberi “ quasi che la libertà non dovesse fare i conti,per essere tale, con i condizionamenti e le schiavitù naturali e storiche che ci circondano. Libertà da chi,da che cosa e sopratutto in che modo recuperabile ? In che modo tale stato soggettivo consente la contemplazione e la produzione di un oggetto “ splendente di luce propria “ ? Parli di irragionevolezza ( antidoto, pare, alla mercificazione ); altri parlano di inutilità. Dunque, qualcosa da cui partire per definire l’oggetto degno deve pur esistere.Non si tratta di “ oggetti fuori dal mondo “,ma del mondo, del nostro mondo e noi siamo soggetti di sensazioni,valutazioni di tali sensazioni ….In fondo,nel momento in cui attribuisci ad una nuova cultura e a una nuova libertà il potere di “ sproblematizzare “ il rapporto tra soggetto ed oggetto ( ho capito bene ? ) non fai altro che rinviare alla “ responsabilità “ del soggetto il fatto di…non avere una diversa cultura, una diversa libertà. Dalla dualità non si esce, mi pare.
    Quello che chiamiamo enfaticamente ma correttamente il destino della poesia nel mondo attuale ( discorso che riguarda anche la pittura e simili manifestazioni estetiche ) è pensiero molto lungo e drammaticamente complesso e gli esiti non sono consolatori.Si va dalla prognosi della morte della poesia e quello di un “ ritorno alle origini “. Rifiutiamo la prima come rifiutiamo la nostra morte e riteniamo intellettualmente impraticabile la seconda perché “ todo cambia “. E come si fa a ritornare alle origini se neppure sappiamo quali siano le nostre?
    Cordialmente. Giorgio Mannacio.

  52. Daniele Santoro

    Cari interlocutori del blog,
    ho letto con interesse i vostri – beninteso – tutti pertinenti commenti. E concordo in parte con molti di voi, con Linguaglossa e con Ennio (che ringrazio dell’impegno profuso, da tempo, nella cura del suo blog di discussione) e con Lucini. Semplicemente dico, riallacciandomi a quest’ultimo, che in poesia non ci si deve precludere alcunché.
    Accidenti!, ben venga una poesia, un poemetto, un poema, un madrigale, un sonetto o – perché no? – uno strambotto a coda caudata (ancora oggi, sì, ancora oggi, alla faccia dei “contemporaneisti” a tutto spiano, e ciò non perché la tradizione sia necessariamente migliore della nostra!), dicevo pertanto, ben vengano poesie sulla luna, sul geranio, sulla scarpa del bisavolo che ha marciato al fronte, su Marte (pianeta o deità) e Afrodite callipigia o sull’ultimo caduto in Medio Oriente! Purché lo si faccia con serietà, con assoluto rispetto per la Poesia, e soprattutto senza alcuna SCIATTERIA (che è sempre più presente, anzi direi dilagante). Già, perché la poesia è (così da sempre la intendo) un riuscito connubio di significato e FORMA! Credo che questo sia ciò che più importa! Bisogna infatti che sia riconosciuta al piano dell’espressione una sua dignità! Quella, purtroppo, che oggi spesso manca così tanto. Accidenti! permettemi lo sfogo “bonario” e la provocazione alquanto: ci sarà pur stato un motivo – per esempio (e vi prego di non storcere il naso circa cosa vado a ripescare) – perché ancora oggi alcune opere bizantine si siano trasmesse a noi, seppur frammentarie, che trattano dell’elogio della chioma, della zanzara e della rosa (lecito il riferimento a posteriori anche a quel gigante del Marino) e di quant’altro, con ciò superando le barriere di un Alto e Basso Medioevo tanto religiosizzato, moralizzatore e pedagogizzante che senz’altro avrebbe fatto tabula rasa di tanto insulsa e/o futile materia!
    Pertanto, che – come scrive Mannacio – “il fascino di Selene dura ancora e durerà a lungo”, è così, non si può non riconoscerlo e magari ben venga! Piuttosto, la questione da affrontare è semmai un’altra: con quale linguaggio e stile, con quali risorse che il mezzo espressivo oggi ci offre (questione assai cara a Linguaglossa), bisognerà affrontare tali tematiche, impegnate che siano o meno, non mancando però l’obbiettivo di continuare come sempre a tener desta l’attenzione di un lettore (che talora non è affatto sprovveduto), a indurlo a riflettere o semplicemente ad emozionarlo ancora (magari intorno al topos della luna)? Insomma, come riuscire in tutto questo senza incappare – per riprendere le parole del suddetto – “in quella adesione al genere romanzesco della narratività” dietro cui – sempre più spesso – anche il ben poco “esperto” (ovvero l’“incapace” di cose poetiche – e non parlo dei dilettanti che se ne infischiano delle più o meno suggestive poetiche ex professo o delle scuole asservite all’auctoritas dei poeti laureati) trova facile il nascondimento e dal cui nascondimento finanche levasi a sentenziare, a lanciare i suoi strali di dissenso.
    D.S

    • Ah certo, non è la forma che qualifica la poesia, ma il “pensiero poetico”. Non ho preclusioni per la forma tradizionale (e peraltro ogni tanto la uso e, anzi, il mio verso “libero” è molto spesso un troncamento o un allungamento dell’endecasillabo, ma perché mi viene spontaneo, non perché me lo impongo – e peraltro, anche se me lo imponessi, sarebbe comunque una mia scelta, un atto di libertà: è ovvio).
      Lo stile… è una cosa complessa, è l’autore stesso. Non si può confondere una sonata di Mozart con una di Chopin, ma se uno ha l’orecchio allenato, neppure con una di Cimarosa o di Haydn, che sono anch’essi autori del ‘700. Ma perché allora un poeta dovrebbe scrivere con una lingua del ‘700, continuare a usare (esclusivamente) il sonetto o la ballata, magari arcaicismi linguistici ecc., ecc.? Certo che non trovo nulla di “sbagliato” in questo e, ti confesso, io stesso scrivo a volte in endecasillabi rimati, anche se non nel linguaggio di Crlo Cudega. Non è una questione di errori o convenienze o altro, solo che quando incontro un poeta che scrive sistematicamente in questo modo, non resisto, non riesco a leggerlo, mi sembra di vedere un pittore che ricopia il Tintoretto o il Guardi. Poi magari dice delle cose interessanti, ma io sono con vinto che l’imbrigliamento della forma deve essere un affinamento dei propri mezzi linguistici per ripartyire meglio (la forma ti obbliga a misurarti con la lingua, ma anche con alcune altr5e questioni: ad esempio la concisione, pa precisione linguistica, ecc. ecc. che la poesia “sciatta” non vuole neppure prendere in co nsiderazione.
      Insomkma, è un discorso complesso e lungo anche questo, ma non sono “contro” la forma, assolutamente. Il problem a è che noi, a quan to c apisco dalle tesi di Linguaglossa, parliamo in maniera molto diversa da Leopardi o Carducci e, a differenza di loro, non abbiamo ancora trovato un linguaggio che ci corrisponda, per esprimere la poesia. Io sarei però molto prudente su questa affermazione: a mio avviso ci sono molti bravi poeti che usano molto bene, modernamente e con grande competenza la lingua. Il problema è che noi vediamo troppo coloro che la banalizzano e perdiamo troppo tempo a biasimarli, mentre dovremmo perdere più tempo a divulgare la poesia delle buone penne.
      E ti lascio con una poesia in rima ☺per dire che proprio non ce l’ho con la forma classica: la uso quando mi conviene (qui, trilussianamente).

      La morale de la Sora Lalla

      La sora Lalla è una proprio una gran dama
      la si scolora quando vede il sangue
      d’una bistecca e gira il capo quando
      le accade di incontrare una puttana

      (persone delle quali ho un gran rispetto
      ma un po’ di meno per quegli scimmiotti
      che le vanno a cercare, quei bigotti
      casa-chiesa e famiglia a stecchetto).

      e anche se leggesse le parole
      che scrivo le verrebbe un coccolone
      a sora Lalla, ma in televisione
      tutto è diverso e anche le bestiole

      che tutte nude danzano e sculettano
      fanno parte di un gioco che redime
      la vita dalla noia che ci opprime:
      non sono certo puttane, ma aspettano

      dopo anni di studio e di fatica
      un colpo di fortuna che le innalzi
      al ruolo di velina a piedi scalzi
      sul tavolo di Striscia la Notizia.

      Sora Lalla ci crede e benedice
      il fetido padrone del biscione
      fregato alla casata degli Ottone
      Visconti e degli Sforza, si stupisce

      che qualche sgronzo abbia da ridire
      invocando il rispetto per la donna:
      la sua figlia, ch’é proprio una Madonna
      perfetta, intelligente – e non per dire

      ma una fra le meglio “riuscite
      negli studi” – anche lei si fa svestire
      ma per giocare non per elargire
      la farfallina a un vecchio magnate

      del petrolio; ma se poi questo accade
      nulla di male, purché la facciata
      sia salva e se qualcosa è stato dato
      si dia qualcosa per giusta mercede.

  53. ro

    Non voglio strumentalizzare, né tantomeno manipolare a vantaggio delle mie riflessioni, l’intervento di Lucini, ma credo ci sia molta “verità” nelle sue parole nel momento in cui mi fermo a riflettere più in generale su una certa egemonia “culturale” che riguarda senz’altro ogni versante, quindi anche quello poetico. Fa bene Linguaglossa a insistere sulla “crisi”, così pure fà benissimo Abate a dare spazio al suo intervento e a ogni voce diversa, ma per superare la ripetitività di certi discorsi, credo anche di critica poetica, come di tutte le altre (artistiche o sociali etc etc) , occorre a mio avviso essere piu consapevoli politicamente, senza particolari ideologismi a supporto, che la manipolazione delle masse è sicuramente avvenuta su tutti fronti , quindi i mezzi mediatici e distributivi degli stili e delle sostanze, hanno riguardato non solo una piccola fettina (comunque commerciale) dell’intera torta artistica -culturale.

    Mi permetto quindi di suggerire un approccio un po’ più concreto rispetto al versante che vi sta a cuore dell’intera sopradetta torta. Cioè se qualche piccolo squarcio rispetto al blob culturale ( formativo o informativo, artistico o letterario o poetico etc etc) è percorribile, anche per superare la crisi, lo è laddove l’operatore culturale, d’inchiesta o di poesia, di cinema o altro, procede a stagliarsi completamente fuori dalla sbobba conforme ai gusti preformatttati per controllare meglio le pecore (autori o spettatori che siano)

    Concentrarsi dunque solo nel puntare, sostenere, distribuire, quegli operatori culturali (poeti compresi dunque) che raccontano un’altra verità sulle cose della vita, dell amorte e del mondo, contiene il rischio di dispersione ma soprattutto farebbe un gioco veramente politico, ergo disturberebbe veramente il/i manovratore . Al contrario egli, ergo la rete di realzioni dei piu forti, può continuare a ridersela per altre migliaia di secoli.

    • + o – è così, d’accordissimo. C’è poco tempo per pensare ai bravi, figurati se vale la pena di pensare a chi sbrodola… Ecologia, igiene mentale… altrimenti si impara solo a scrivere male, non a scrivere bene ☺

  54. Luciano Nota

    Sono nota.
    Riesco a scrivere sull’acqua
    sui fili elettrici.
    Le alghe e gli elettroni
    sono il mio rigo.

    • ro

      Acciderboli, sei come scoperta, di un’ottava nota perduta e ritrovata…bello passare da Lucini a Luciano, una cabina senza pericolo di morte, anzi cartello attenti si vive, tocca la scossa marina.

  55. Sandra Evangelisti

    Con ali di gabbiano
    incido il tempo,
    per gocce di nuvola e acini di terra infranta.
    Calzari di antiche stelle
    portano nel vento.
    Sento la luna ad ogni passo…….

    p. s.
    un saluto a Luciano Nota!

  56. Ennio Abate

    Avessimo oggi molte «buone penne», fossero pubblicate non dai piccoli ma dai grandi editori, scrivessimo tutti *in libertà*, la crisi vera della poesia, che per me ha radici sociali, politiche ed antropologiche, non sarebbe né risolta né affrontata. Perché le «buone penne» oggi scriventi in questo Paese di nuovo allo sbando (è la ricorrenza dell’8 settembre!), e non solo quelle dei minimalisti o dei quotidianisti, esitano ad indagare *poeticamente* tali radici.
    No, non credo che lo facciano le «poesie sulla luna, sul geranio, sulla scarpa del bisavolo che ha marciato al fronte, su Marte (pianeta o deità) e Afrodite callipigia o sull’ultimo caduto in Medio Oriente». Esse dimostrano semmai che la moda del postmodernismo, la quale si basa sull’appiattimento delle differenze storiche, accresce la confusione (un po’ pacioccone, all’italiana) delle idee.
    Resto convinto che il problema eluso sia quello del rapporto con la realtà in trasformazione di *questo* mondo, che non ha nulla a che fare con quello di Carducci e Leopardi. E che accanto alla cecità dei «dilettanti», la più facile da denunciare, ci sia una cecità delle «buone penne». Alla « SCIATTERIA» dei primi fa da contrappunto, nei “seri” e “preparati”, la nostalgia che mitizza il passato e anche «il fascino di Selene [che] dura ancora e durerà a lungo”».
    No, la discriminante non è tra «SCIATTERIA» e «FORMA», tra cultura di massa e cultura da ceto medio che si sente “universale”. E neppure tra chi torna alla lingua del ‘700 o al sonetto e chi usa il verso libero novecentesco. Queste scelte misurano, semmai, delle differenze sui patrimoni scolastici di ciascuno; e tra chi è più sensibile ai feticci letterari di un passato più antico o più recente. Sta invece, secondo me, nel tipo di idea che ci costruiamo del mondo in cui ci ritroviamo.
    E allora, se, come dice Linguaglossa, « l’apertura al mondo è il primo assioma» e il secondo è «il rispetto per la molteplicità del mondo», come si fa a proporre come obiettivo la costruzione di « una Lingua che sarà comprensibile a tutti i membri di una nazione»? (Cfr. obiezioni del mio precedente commento…). Né capisco quale segno di apertura sia invitare a lasciar perdere le « discussioni intellettuali su post-modernismo o che altro» e a ragionare « su che cosa significa UN ATTO DI FONDAZIONE DELLA LINGUA». Perché quest’ultimo sarebbe un «problema eminentemente filosofico» e di per sé più urgente o indispensabile delle questioni di cui discutono altri, accademici o meno che siano? Non ci sono risvolti filosofici e antropologici anche nelle discussioni sul post-modernismo?
    P.s.
    Proprio in questi giorni scrivevo ad un amico:

    «Non riesco ad accettare la divisione del mondo dei poeti tra alcuni che “sentono” l’urgenza della politica e altri, che non la “sentono”, che magari – come tu dici – tradiscono il loro sentire civile ma che poi, su altre cose, possono avere un’«ottima ispirazione» e fare lo stesso «ottima poesia» .
    Significherebbe rassegnarsi a una sorta di “culto privato” di certi valori da condividere con pochi altri più o meno simili e – per quieto vivere o rinuncia? – essere tolleranti verso gli altri, quelli che non “sentono”, ma che in fin dei conti fanno o possono fare comunque «ottima poesia».
    Ora in effetti, ottima poesia o arte indubbiamente è venuta fuori anche dai poeti “incivili” o reazionari (Balzac, Céline, ecc.), ma, come ricordava Benjamin, essa accetta o addirittura a volte esibisce le tracce della barbarie ed un po’ se ne fa complice.(1)
    Rassegnarsi ad accettare questa «ottima poesia» o arte significa, dunque, rassegnarsi a quell’orrore storico, tacere sul fatto che i poeti e gli artisti ne sono un po’ complici, rassegnarsi a una funzione puramente consolatrice o compensatrice dell’arte.
    Può darsi che davvero non si possa fare di più. Ed è indubbio che tutti i movimenti che hanno cercato di ottenere questo qualcosa in più sono stati sconfitti. Ma la cosa resta indigeribile. A queste condizioni mi sento di mandare al diavolo la poesia, di vestire la mia a lutto, di scostarmi e disprezzare proprio quanti, appunto, fanno «ottima poesia», fottendosene di questo vuoto politico o dell’imbarbarimento sociale. O accettano – gli sgomitanti – di trarne per loro piccoli vantaggi.»

    (1)
    Benjamin, citato recentemente da Roberto Bugliani in un post su Poesia e Moltinpoesia: « Nella settima delle Tesi di filosofia della storia Walter Benjamin, dopo aver definito il “procedimento d’immedesimazione” al quale ricorre lo “storico dello storicismo” come ciò “con cui il materialismo storico ha rotto i ponti”, prescrive allo studioso di parte marxista uno sguardo distaccato nell’abbracciare il cosiddetto patrimonio culturale di un’epoca, perché quest’ultimo “ha immancabilmente un’origine a cui non si può pensare senza orrore [corsivo mio]. Esso deve la propria esistenza non solo alla fatica dei grandi geni che lo hanno creato, ma anche alla schiavitù senza nome dei loro contemporanei. Non è mai documento di cultura senza essere, nello stesso tempo, documento di barbarie” (W. Benjamin, Tesi… cit., in Angelus Novus, Torino 1962, pp. 75-6).»

    • ro

      Ennio caro, perfetto il tuo controbbattere, ma sei altrettanto “certo” di aver registrato, come sai fare con tutti i grandi che citi, gli sconosciuti qui presenti che ti hanno parlato? Peraltro non credo che fossero assenti dalle loro conversazioni fra profughi tanto come lo sei tu, sfondi politici antropologici del loro sentire. Del resto neanche se fossi dio, potresti dire che il tuo sentire poesia possa valere piu del loro.

      Altro paio di maniche è invece l’accogliere il tuo grido di dolore tale per cui , mai come in questo momento, tu possa abitare il “tuo” lutto senza parole, senza forme tecnicamente culturali poetiche. Ma questo non può mai diventare, se tale è l’estrema protesta politica che ne sta alla base, un modo per forzare gli altri come esibendo una purezza di razza intellettuale , critica o poetica.

      buon avvio settimana a te e a tutti

    • In tanti anni che ti conosco (non molti in verità), caro Ennio, non sono mai davvero riuscito a capire quale sia il tuo sassolone nella scarpa. Nella seconda frase di sopra, neghi che la poesia possa occuparsi di quello che vuole, anche delle scarpe del cane. Piacerà, non piacerà, è buona o cattiva poesia questa? Lo dirà il critico se è buona (o lo tacerà se è fuffa, a mio parere) e il fortunato o sfortunato lettore: una capa per giudicare ce l’abbiamo tutti. Che facciamo? Proibiamo ex ante di scrivere fuffa? Capisci che non ha – non può avere – esito, questa posizione? É come tornare a Zdanov o al Savanarola.
      E come si nfa a chiamarla discussione intellettuale sul post-modernismo! Posmodernisti siamo noi tutti, volenti o nolenti, siamo un sistema pos-moderno e il paradigma di Goedel dice che un sistema non ha la possibilità di auto-comprendersi. Ed è quantomeno sterile una discussione su “che cosa sia” il post modernismo ma piuttosto vedrei più positivamente un a discussione su “che cosa fa”, che cosa produce, ossia non sulla “poesia” in generale, ma su ogni singola opera, perché NON ESISTE “la poesia italiana”, è un’astrazione di comodo per discutere di aspetti generali, così come si parla di schizofrenia o di mal di pancia. Ma è vero invece che esistono i poeti italiani e ognuno di loro non può essere inquadrato in una categoria (se non per comodità di riferimenti) così come non curi gli schizofrenici in un solo modo e non guarisci il mal di pancia allo stesso modo per tutti i malati. Ognuno è caso a sé, e solo su ogni singolo caso vale la pena di discutere. La “poesia italiana” in senso critico e come categoria, emergerà facendo il punto su queste molte discussioni (che non si fanno).
      Bene, poi passi a dirmi che la forma non conta un tubo ma qua e là ci si lamenta che la lingua della poesia decade. Certe poesie sono prosa autentica, con cesure a volte messe con lo spago. “la di San Bartolo / chiesa meo”, scriveva un mio amico per prendere per il culo questi poeti (anziché la chiesa di San Bartolomeo). La FORMA è uno dei cardini della lingua artistica (prosa e poesia), senza quella puoi scrivere i più profondi versi civili, così profondi che escono dall’altra parte, ma è come mischiare la cacca col risotto: non riesci a servirtene. La forma sono le regole formali (appunto) che uno si dà e sono il tramite con la più ampia forma del linguaggio parlato: se cade questo punto, va in vacca tutto, perché NON c’è tramite e non può esserci dialogo col lettore. In questo senso (ma solo in questo) la forma partecipa, in QUALCHE MODO, alla convenzione linguistica, che è necessaria o quantomeno allusiva. Se la forma non regola questo passaggio, la poesia diventa solipsistica. E non dipende dal patrimonio scolastico soltanto, e anzi dipende da quello nella misura in cui uno non legge nulla e presuntuosamente si mette a scrivere e pretende anche di farsi leggere. Nella forma e nello stile di una poesia, ci trovi tutto il percorso culturale di un autore, non quello scolastico e, se lì si ferma, allora uno chiude il libro perché il diploma di liceo o di università già ce l’ha e non serve leggere altre cazzate. Nella forma e nello stile c’è la sapienza della lingua e insieme l’autore stesso, la sua stessa evoluzione linguistic a, il suo percorso anche filosofico (nel linguaggio di un a persona c’è TUTTO il quello che è e quello che sa).
      E qui arriviamo a questa benedetta “fondazione della lingua”, che personalmente trovo sia un problema di acqua asciutta, perché la lingua non è una casa che butti giù e rifondi, ma qualcosa di vivo, che passa attraverso le persone e non la puoi fondare o rifondare. La rifondazion e della lingua è un processo, di cui criticamente ci rendiamo conto “ex post”, non “ex ante”, in sede teorica. La fondazione della lingua la fa chi scrive, non il critico. E i “grandi geni” di cui parla Benjamin, a mio avviso non ci potrebbero essere se non c’è tutto un sostrato, un lavoro collettivo e insieme individuale, che porta alla felice occasione del “gr ande genio” (concetto romantico che a me personalmente piace come il sale nel caffé). Così come i grandi criminali e i grandi delinquenti, per altri versi. Solo uno, in Italia, “s’è fatto da solo”, come tutti sappiamo, ed è per questo che nel milanese gira tanta coca; e peraltro sta facendo la fine che si merita da trent’anni (spero, almeno).
      Infine, le “buone penne” (non dico “i geni”!): certo che esistono. Gente che ha una forma ammirevole e un pensiero poetico di tutto rispetto. Vogliamo fare nomi? Beh, io mi voglio sbilanciare con nomi di mie conoscenze, e alcuni amici, senza scomodare chi non conosco personalmente, ossia Bertoldo, De Palchi, Anna Maria Farabbi, Lucio Zinna… ma a questo punto dovrei scrivere: mi scusino quelli che non cito, perché sono davvero tanti. E anche fra i poeti non civili trovo ottime penne, come Éderle, de Vos, e cento altri, e anche fra gli asceti o i “metafisici” cosiddetti, come Bonsante e altri (ne conosco pochi, invero, in questo campo).
      Bene, su ognuno di loro si potrebbe dunque tentare un esame della scrittura e del pensiero poetico e vedere se d avvero non esistono buone penne che hanno qualcosa di vero da dire, in ogni ambito, civile, lirico, satirico, elegiaco, erotico… Un libro come “Pergamena dei ribelli” è, a mio avviso, uno fra i migliori libri di poesia civile di questi ultimi 20 anni e, anche e soprattutto nella forma, geniale. Una poetica erotica come quella di de Vos è inedita in Italia, e nessuno ne parla. Io dico semplicemente: spingiamo questi e ignoriamo gli altri: star lì a discutere porta solo perdita di energie. Non si tratta di mancare a un dovere intellettuale, ma di orientarlo verso forme più costruttive e meno sterili. E perché mai dovrei servire la causa di chi non apprezzo?

      • E poi, echhecc: con la poesia ci si può anche divertire senza la pretesa di fare letteratura: troppo discurete, a mio avviso, fa rincoglionire.

        Prologo (da Verlaine)

        Andate innanzi parole suicide
        nel vento dell’ignavia. Io vi seguo
        di lontano spaesandomi nel tedio
        d’una bellezza di sussurri e grida

        a caso mescolate nell’odierno
        calderone del non senso italiano.
        A voi consegno il senso antelucano
        del mio paradiso e del mio inferno

        quaggiù, dove si sgomita per dare
        un volto all’horror vacui che ci impone
        un folle dire scisso dal pensare.

        Batterò in lieve ritmo di scarponi
        fuoritempo. Mi lascerò chiamare
        non poeta ma nuvola in calzoni )

        (spero soltanto, senza far cagnara,
        d’esser vero e di rompere i coglioni).

        *

        Vuole costringermi a scrivere rime
        io che la rima aborro e le parole
        tronche, la forma chiusa e le sue trine
        quel ricercar forbito e mariolo

        che ti incanta col niente e poi svapora
        in una gloria di ritmi perfetti
        e – presto detto – il resto alla malora:
        senso, pensiero, anima e concetto.

        Rimane sulla carta quel lallare
        virtuoso che stupisce solo il gonzo
        che si esalta per gli effetti speciali:

        la mitraglia del ritmo a tutto tondo,
        la parola forbita ma glaciale
        del diamante e il lucore tremebondo

        di qualche degna frase edificante
        che dice tutto e che non dice niente.

        Mi dice: «il tuo sonetto non è esatto
        è mal chiuso: il distico finale
        chiude a sedici un sonetto normale
        che si chiude a quattordici, o a diciotto

        se caudato con distici baciati».
        Io lo ascolto e poi chiedo a bruciapelo
        «che messaggio in quel sonetto trapela,
        che ansia, cruccio, che significato?»

        Mi vedo alieno nel suo occhio vuoto
        che s’imbambola fra il chiaro e lo scuro.
        Incalzo: «cosa c’è di così duro

        all’orecchio se non chiudo a diciotto?»
        Ma è un troppo chiedere, al sentire vago
        di chi misura i versi con lo spago).

  57. Ennio Abate

    Anche se temi della discussione grosso modo iniziata sulla “questione luna in poesia” si sta riversando sui post pubblicati successivamente, pubblico qui questo mio commento, perché risponde in particolare a quanto sopra detto da Gianmario Lucini.

    @ Gianmario
    Non ho sassoloni nella scarpa né nostalgia per Savonarola o Zdanov. E non solo non sono nelle condizioni di proibire niente a nessuno, ma neppure lo faccio in piccolo, pur potendolo in teoria. ( E infatti su questo blog non censuro le poesie sulla luna, i cani, gli uccellini e il 740). Ma conservo e manifesto apertamente il mio dissenso da questo tipo di poesia (e dalle poetiche implicite su cui si fondano). Perché? Per dimostrare che ci sono almeno due usi diversi della libertà – quella dell’io e quella che chiamo dell’io/noi – in (relativo) contrasto tra loro. Il conflitto – sia chiaro – non può non essere anche tra noi, che pur ci rispettiamo e non ci scanniamo come succede su altri blog. E, perciò, non è affatto vero che “post-modernisti siamo noi tutti, volenti o nolenti”. Pur essendo tutti sulla stessa barca (la società in cui viviamo non l’abbiamo scelta, ce la ritroviamo) abbiamo interessi contrastanti. Certo si è imposta una “condizione postmoderna”. Nei fatti. Ed essa è reale, realissima, pesante. Tanto che è diventata egemone, tra gli intellettuali “cetomedisti” l’IDEOLOGIA POST-MODERNISTA, cioè quella nebbia di frottole, di discorsi ben congegnati e con buone ed evidenti ragioni (a prima vista), di complessi sistemi filosofici (Vattimo docebat!), di opere anche “ottime”. Sarebbe da ottusi non vedere quanto CI condizionano e ci paralizzano. Eppure ci sono quelli – minoritari o marginali ( e tu stesso di costoro fai parte) – che non sopportano e cercano di diradarla questa nebbiaccia.
    Tu lo fai in modi che chiamerei empirici, io tendo a farlo in modi che vorrebbero essere teorici. Pertanto, discutere di tutto ciò, distinguere “condizione postmoderna” da “ideologia postmodernista” (come fa Donnarumma nei due post di LE PAROLE E LE COSE che ho linkato) non è affatto sterile, come tu supponi. Permette, invece, di *categorizzare* degli insiemi, delle tendenze. Che, se usati con intelligenza e non come un’accetta, permettono di capire, ad es. che contemporaneamente siamo di fronte ad un bosco e a delle singole e isolate piante. Ogni pianta (ogni malato nel tuo esempio) è una singolarità, ma queste singolarità non sono assolute. Hanno tra loro relazioni. E queste sono conflittuali, ora di subordinazione ora di dominazione. Trascurarlo o semplificare (vedere solo il singolo, vedere solo l’insieme) sarebbe un errore.
    E’ vero che esistono i poeti italiani e ognuno di loro è singolo, diverso dagli altri. Ma, analizzati a fondo, gruppi di loro hanno elementi in comune, possono perciò con cautela e ragionamenti seri essere inquadrati in una categoria. Certo, un buon psichiatra non cura gli schizofrenici in un solo modo e tiene conto della singolarità del caso, ma inquadra i singoli casi nelle cornici (categorie) fornitegli dal suo sapere. Altrimenti sarebbe un improvvisatore. Lo stesso vale anche per i poeti. E quindi è bene sia conoscere a fondo il singolo caso (per i poeti i loro testi, la loro opera) sia discutere sulle poetiche e le questioni generali che si sono accumulate nel tempo attorno alle pratiche poetiche. Sarà noioso, arduo, prende tempo, non si riesce a far tutto. Ma sempre è stato fatto. E le scorciatoie, prima o poi, si sono mostrate fallaci.

    Se rileggi bene il mio precedente commento, t’accorgerai che non ho affatto sostenuto che “la forma non conta un tubo”. o, come tu dici troppo coloritamente, che si debba “mischiare la cacca col risotto”. Proprio fessacchiotto non sono alla mia età. Semplicemente, non credo sia giusto limitarsi, come ho scritto, a distinguere sciatteria e forma (cultura di massa o “poesia gastronomica” come la chiama Linguaglossa, da cultura da ceto medio che si pretende universale o dalla Cultura degli Spiriti Magni di una volta: Carducci, Leopardi, ecc.). E credo che l’aspirazione alla forma nei poeti “bravi” diventi spesso un feticcio, dietro cui si coprono parecchie ambivalenze, meschinità, viltà, rifiuti di capire il “mondo”, riduzione di questo “mondo” al libro o ai libri da essi letti. E che, comunque, anche quando raggiunta, la Forma abbia svelato una complicità col potere, che per me (e non solo a me) è tuttora inaccettabile e resta questione da indagare di più, malgrado la sconfitta e l’uscita di scena degli autori che erano riusciti a trattare tale questione in modi critici (Fortini, Pasolini, ma anche altri).

    Lascio da parte la questione della ” benedetta “fondazione della lingua””. A me premeva soprattutto sottolineare l’insufficienza di un discorso, come quello di Linguaglossa”, che mira, in piena globalizzazione, a una rifondazione di una lingua nazionale con i rischi che ho cercato di indicare.

    Anche sulle “buone penne” travisi il senso della mia polemica. Abbiamo due modi di pensare la poesia forse poco conciliabili. Detto in termini drastici, che magari ridiscuteremo: a te interessa dimostrare che anche oggi ci sono delle “buone penne”; a me, invece, non basta accertare (cosa comunque apprezzabile entro l’ambito specifico del letterario) *empiricamente*, come tendi a fare tu, quali siano i libri migliori ” in ogni ambito, civile, lirico, satirico, elegiaco, erotico… ” degli ultimi 20 o 30 anni. A me interessa continuare o riprendere il lavoro smesso di *critica della poesia e della letteratura*. Non mi basta confrontare i poeti tra di loro. Li voglio confrontare con il mondo in turbolenta trasformazione. Perciò ho insistito a indicare in TUTTI i poeti (COMPRESI QUELLI DA TE CITATI) l’assenza di una idea adeguata del mondo in cui viviamo e ho insistito sulle radici sociali, politiche, antropologiche della crisi della poesia. Naturalmente tu, da buon empirista, troverai questa mia pretesa sterile. E mi fai persino, alla Palazzeschi, lo sberleffo (“E poi, echhecc: con la poesia ci si può anche divertire senza la pretesa di fare letteratura: troppo discutere, a mio avviso, fa rincoglionire”). Ma io sono anni che non faccio che discutere e ancora non mi pare di essere rincoglionito. Un abbraccio.

    @ ro

    Tutti/e – e non solo alcuni/e di noi – siamo all’oscuro in un mondo che ci sta travolgendo. Approfittiamo di chi *pare* sappia di più di noi e accende qualche lampadina in questo buio, ma poi ruminiamo ciascuno/a con la propria testa. Senza complessi d’inferiorità.

    • Suvvia, mo’ non devi dire che ti accuso di zdanovismo: ho solo detto che non si può pretendere di impedire che si scriva come gli tira a chi scrive: il farlo significherebbe tornare a quelle posizioni. Ma vivaddio siamo su un blog e quando scrivo, anche se rispondo direttamente o interpello uno di coloro che sta nella discussione, ragiono in linea teorica non è che parlo solo per lui o pro o contro. Se riesci a leggere i miei interventi non in forma diretta, credo sia meglio, tanto più che non mi piace il ping-pong nelle discussioni, proprio perché i ping-pong escludono tutti meno due. Detto questo, il mio empirismo (chiamiamolo così) è da leggere come rifiuto di quello che definisci un orizzonte teorico rigido. Tutti gli orizzonti sono teorici, se portano argomentazioni che poggino su una teoria, certamente anche il “pensiero debole” cosiddetto, che ha solo il “torto” di dire che, dopo la crisi delle metafisiche, un pensiero “forte” non è più possibile, in termini assoluti, ma soltanto in termini di orizzonte condiviso (che non è il relativismo sofista o il nihilismo scettico, contro cui si scagliano un po’ tutti – e credo giustamente – compreso il vecchio Ratz, gran teologo e filosofo ma anche un gran pasticcione, a volte).
      La mia posizione è che, nella cultura umana, non c’è nulla di vero e nulla di falso, in termini assoluti. C’è del buono nel marxismo, nello hegelismo, nell’ermeneutica, nel pensiero debole, in ogni forma di pensiero che, almeno nelle intenzioni, pre-supponga che l’uomo possa essere libero e che la sua vita sia una ricerca in più possibile autodeterminata, ecc. ecc. Dopodiché, uno pensa come vuole, entro questa grande categoria, capace di comprendere che anche orizzondi diversi possano avere un sostrato o almeno un punto di partenza che tenda a una verità assoluta senza peraltro mai poterla raggiungere. Ma si parla di direzione, di intenzion e, non di risultati, perché i risultati non sono mai c erti (ed è giusto che sia così). E non mi fa schifo, ad esempio, confrontarmi col Croce sulle cose di estetica e riconoscergli dei meriti dove posso riconoscerli e indicare le sue contraddizioni laddove ci sono. E così con Vattimo o altri, come ho fatto nel saggio che ho in pubblicazione in ottobre e si intitolerà “Pensiero poetico integrale e critica dell’arte”, nel quale parlo proprio di queste cose. Io credo invece che le teorie siano tante quanti sono gli esseri umani, perché l’intellettuale vero non è marxista o debolista o altro, ma intellettuale e basta (e peraltro credo che Vattimo rientri in questa categoria). L’intellettuale è colui che sa costruirsi in suo orizzonte di poensiero, mobilissimo, cangiantissimo (proprio perché è abituato a riconoscere torti e ragioni suoi e degli altri) e non perché “relativista”. L’intellettuale (e l’artista) è colui che costruisce un orizzonte isomorfo e coerente, che si avvale di tutto il sapere umano e lo integra in un suo personale modo di vedere le cose, coerente al suo interno. Se questa sua coerenza interna coincide con quella di qualche grande “genio della storia”, benissimo, se invece non coincide con nessuna posizione particolare, si chiede che abbia una sua coerenza interna, dopodiché il pensiero di Pinco Pallino, che è coerente al suo interno, ha per me la stessa importanza di quello di Kant o di Hegel o di Heidegger o di Marx. Sono sistemi diversai coi quali io, da intellettuale, ho il dovere di confrontarmi e che cerco di integrare in un mio personale sistema coerente, per il quale spendo la mia vita, né vedo altre possibilità per un artista, per un intellettuale, ecc. di fare in maniera diversa, ossia di adattarsi a un sistema esistente e considerarlo l’unico puinto di riferimento. Ora, se per teoria tu intendi questo processo di allargamento e confronto delle idee, siamo perfettamente d’accordo e, alla luce di questo, direi che gli artisti monotemnatici, quelli che hanno un pensiero fragile, banale, ecc. ecc. anche se hann o una forma ineccepibile i a volte virtuosistica (il D’Annunzio ad esempio, tanto per fare un nome lontano) non li leggo e non mi interessano e non ne parlo. Non mi dicono nulla per vivere. Così come non mi piacciono quegli autori che magari hanno qualcosa di contenuto, come il Carducci, ma che sono insopportabili per quella propopopea vatica (parlo qui della forma) che a volte mi diverte e a volte mi fa da lassativo. Preferisco la lettura di altri, che invece cercano la qualità della forma e nello stesso tempo la profondità dei contenuti, come il Montale (ma non sempre), ad esempio, o l’Ungaretti de “L’allegria”, sempre per fare nomi lontani, o lo Sbarbaro, il primo Rebora, lo stesso Saba, ma anche molti altri, chi più e chi meno – ma poi, quello che conta, è che cosa ti lasciano davvero, anche quando la forma magari non è delle migliori.
      Ora, la categoria del Post moderno, in questo quadro, proprio non mi dice nulla, anche perché il termine ha 80 anni di vita e fra un po’ diventa antichità pura. Ho letto un saggio, sull’argomento, forse di Lyotard, ma l’ho trovato abbastanza scontato, una descrizione di luoghi abbastanza comuni, come ben sanno fare i sociologi. A me interessa quello che uno scrive, non mi frega nulla se sia post moderno e medioevale. Dopodiché, è vero che esiste la categoria dei poeti e degli artisti, ma non trovo vero che si possa dire che i poeti non sanno più scrivere. Potrò dire che molti non lo sanno fare, magari molti che noi abbiamo gonfiato proprio parlandone male e che magari non si sarebbero sentiti “poeti” se qualcuno non ne avesse parlato male. Dire “i poeti”, non è come dire “gli scizofrenici”: lo schizofrenico lo è suo malgrado, poveraccio, ma il poeta è per riconoscimento sociale, altrimenti ha voglia di chiamarsi poeta, se nessuno lo considera tale (anche i pazzi, infatti, dicono di essere Napoleone). E trovo una inutile perdita di tempo e di energie parlare bdi costoro e addirittura scomodare i grandi sistemi di idee per analizzare i loro tiramenti. Capite che diamo loro un’importanza che non hanno? Che ci creiamo da noi un problema che esiste certo, ma che poi non è che l’ombra cinese della lucertola che ci fa vedere il drago? C apite che quando noi scriviamo disinvoltamente che i poeti italiani sono diecine di migliaia, facciamo noi il male della poesia? I poeti italiani sono un centinaio, forse due o al massimo tre. Questi resteranno e, fra loro, pochissimi a livello di lettura “classica” (una ventina ogni secolo) e gli altri solo per la lettura degli specialisti, dei ricercatori, degli amanti della poesia ma di rango divoratore. Ora, per me “fuffa” vuol dire i nomi fuori da queste poche centinaia. Concedo un migliaio, teh!, ma non l’iradiddio di cui stiamo parlando quando scriviamo “la poesia italiana contemporanea”. Ora, io sono convintissimo che iun queste qualche centinaia noi abbiamo ottimi poeti, dei quali possiamo vantarci in tutto il mondo, perché hanno un vasto “pensiero poetico” e orizzonte di pensiero e, insieme, una forma evoluta e degna di attenzione.

    • ro

      ciao Ennio caro, forse è come dici, cioè forse pongo le mie parole in modo che chi veramente le ascolta , sente cio che dici..ovvero un ‘inferiorita e il suo complesso. Ma davvero, nella mia parte perlomeno razionale, questo modo di pormi ( anche di fronte alla conoscenza e la sua vastità e profondità) significa solo sentirmi un puntino infinitesimale della storia di tutti gli universi. Ovviamente questo non significa che nel qui e ora di questa vita soprattutto di certi temi, ponga con complessi il mio pensare. Credimi non sarei qui se fossi “intimidita” da un linguaggio, tuo o di Linguaglossa, o Lucini o Simonitto o di altri, che ammiro, gusto, e soprattutto da cui apprendo comunque anche in caso di fortissima divergenza mentale e/o senti-mentale ma per il quale non provo frustrazioni… è come solo l’umiltà di riconoscere la belllezza dell’arte, e anche la vostra lo è nell’arte della parola ( dialogica e poetica tutta).

      ciao più di stima e più affettuoso del solito
      ro

  58. carlo freccia

    i commenti sono diventati più importanti dei versi – delle poesie: questo è vero e valido fin che si tratta di poesie/poeti fasulle/i (il 99%): qundi i critici che continuino a scrivere; e non sc rivano più quando si tratta di grande Poesia, come quella. qui, in questi blog e altrove di ANTONIO SAGREDO!!!

  59. emilia banfi

    Forse perché dopo aver letto una poesia di Sagredo ammutolisci…è così grande!

  60. Pingback: Compiti e libertà della poesia o dell’arte | Poliscritture.it

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