Navio Celese
Trasduzioni irriverenti da Pastonchi

Pastonchi

Nota dell’autore

I testi [in corsivo] sono di Pastonchi (il che è tutto dire), tratti da: Endecasillabi (Mondadori, 1949). La “traduzione” non tiene conto del metro; è a volte letteralmente fedele all’originale, altre volte assolutamente distante. Ho avuto spesso voglia di ripetere l’esperimento con poesie di d’Annunzio: quelle più ostili per i termini eccessivamente aulici o desueti. Chissà. La sfida potrebbe essere quella di far conoscere soltanto questi testi … trasdotti, per vedere le reazioni.  Oppure aprire un dibattito sui…”testo a fronte”. …vale la pena aggiungere che queste traduzioni io preferisco chiamarle “trasduzioni” (i trasduttori elettrici!) perché la buona poesia, quando viene trascritta in altra lingua o forma, conserva comunque una grande parte dell’”energia” del testo originario… Divertissements, certo!

L’OSPITE

Quanto battere a chiuse porte, invano!
Ma quella, ch’era spalancata, parve
subitamente così paurosa
ch’io passai oltre in fuga. Dopo anni
creatura mi disse: “Era gran festa
per te apparecchiata in quella casa.
Aspettavano l’ospite: il signore
serenamente grave, ma le figlie,
bellissime, inquiete dalla loggia,
alla sala. Giungevano le amiche
fulgide, astratte negli abiti freschi:
una ultima e sola… “Quando arrivi?
E’ tardi, è tardi” gridavano le altre.
Ma l’ospite non venne”.
O creatura,
l’ospite andava per le vie del vento
battendo a tante chiuse porte, invano.

L’OSPITE

Quanti inutili colpi sulle porte chiuse!
Quella poi che sembrò spalancata, invece
apparve subito così tenebrosa
che io, l’oltrepassai in fuga. Dopo anni
una donna mi disse: “In quella casa c’era una gran festa,
già pronta per te. Aspettavano l’ospite:
il padrone era serenamente in attesa, ma le figlie,
bellissime, andavano inquiete
dalla loggia alla stanza. Poi giunsero le amiche
fulgide, astratte negli abiti freschi:
e infine una, ultima e sola…”Quando arrivi?
E’ tardi, ormai tardi” gridarono le altre.
Ma l’ospite non venne”.
O cara,
l’ospite se ne andava
per le vie del vento, battendo vanamente
a tante porte chiuse.

CORSA

Ora giochiamo a correre. D’un balzo
tu fuggi innanzi gittandomi l’oro
de’ tuoi capelli negli occhi: ma poi
cedi, e ti sopravanzo…A poco a poco
diventi piccola di lontananza,
svanisci. Allora mi prende l’affanno
di perderti, e ti aspetto. Invano: tu
non giungi mai, non giungerai più.

CORSA

Ora giochiamo a correre. Allo scatto,
tu sei già in fuga davanti a me, e mi getti l’oro
dei capelli negli occhi:
ma poi cedi, e io ti sopravanzo… A poco a poco
diventi piccola in lontanza,
svanisci. Allora mi prende
la paura di perderti. Ti aspetto. Ma invano:
tu non mi raggiungi,
non giungerai più.

ABBIAMO STACCATO I CAVALLI

Abbiamo staccato infine i cavalli
dalle consuete greppie, sproniamo
a disciolte briglie lungo riviere
infuocate, dove non è riposo
se non che per coricarci e morire.
Quanti, e dissimili! Alcuni ancor tinti
d’aurora, erto il capo aspro di ricci:
altri da un notturno incubo prorotti,
che squarciò la nuova improvvisa luce;
ma tutti anelanti di risalire
alle sorgenti che sgorgano intatte
di là dal fuoco. e con gli antichi iddii
incoronarci di silenzio e d’astri.

ABBIAMO STACCATO I CAVALLI

Dunque, abbiamo sciolto i cavalli
dalle stalle tranquille, li sproniamo
a briglie sciolte lungo rive infocate
dove non c’è riposo, se non per abbandonarsi
e morire. Quanti e diversi! Alcuni di noi già colorati
d’aurora, con il viso
coronato di ricci: altri
ancora scossi da un notturno incubo
che dileguò alla nuova
luce improvvisa; ma tutti pronti a risalire
alle sorgenti che sgorgano intatte
oltre il fuoco; per poi incoronarci, insieme agli dei,
di silenzi e d’astri.

UN SORRISO

Un’ira m’avvampò sùbita cieca.
Ti afferrai, ti picchiai; ma ti sentivo
cedere cencio sotto le percosse.
Ti respinsi in dispregio “Va”. Ti vedo
andartene rasente muro, senza
piangere, curvo misero; d’un tratto
ti vedo che ti volti e che mi guardi
e sorridi. Non possi più scordarlo
quel sorriso: mi giudica: un sorriso
dolce che ha pena, che ha pena di me.

UN SORRISO

Mi prese una rabbia improvvisa.
T’afferrai stretto, ti picchiavo; e già ti sentivo
cedere inerte
sotto le mie percosse. Ti respinsi a disprezzo
“Vattene”, dissi.

Io ancora ti vedo andartene,
misero e curvo, rasente al muro,
senza piangere; poi a un tratto
ti vedo mentre ti volti; mi guardi e sorridi.
Non posso dimenticarlo:
quel sorriso mi giudica: un sorriso dolce
che ha pena; ha pena di me.

COMPAGNIA

Uscimmo nella dubbia sera. Lumi
erano strani lì, ospiti giunti
troppo presto alla festa: un’incantata
luce come in azzurre urne sospesa.
Voce chiese “Quella donna chi era?”.
Voce rispose “Una straniera: forse
una slava, chi sa donde venuta”.
E fu muta la compagnia. Ciascuno
fissava dentro sé esule un sogno
di lontani sconosciuti paesi.

COMPAGNIA

Uscimmo nella sera incerta. C’erano lampade
strane in quel luogo, e poi ospiti giunti
troppo presto alla festa: e una luce incantata
come sospesa dentro globi azzurri.
Una voce chiese “Chi era mai quella donna?”.
Una voce rispose “Una straniera, forse una slava
chissà da dove venuta”.
La compagnia restò muta. Ognuno
fissava dentro di sé – straniero ed esule –
un sogno
di lontani, sconosciuti paesi.

* Notizie su Pastonchi: http://www.treccani.it/enciclopedia/pastonchi_(Enciclopedia_Italiana)/

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2 commenti

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2 risposte a “Navio Celese
Trasduzioni irriverenti da Pastonchi

  1. Giorgio Linguaglossa

    caro Navìo Celese,
    è evidente che nella tua trasduzione i testi di Parronchi risultano migliorati. È un esercizio che si può fare con tutti i poeti e tutte le poesie, e penso che tanto più una poesia è modesta quanto più è possibile migliorarla, e senza dubbio le tue versioni sono migliori dell’originale.
    Le pose stilistiche di Parronchi oggi, a una lettura attuale, rivelano tutti i loro limiti, la sua era una poesia stilizzata e di seconda mano, si appoggiava supinamente su una certa tradizione minoritaria della poesia italiana. Il fatto è che quel tipo di poesia che a suo tempo era leggibile e riconoscibile, oggi risulta invece alquanto manierata e letteraria (di una letteratura di seconda mano).
    Quindi ben vengano di altrettali esercizi.

  2. emilia banfi

    Ottima lezione.

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