Sandra Evangelisti
Appunti su Mario Luzi

luzi-Firenze

I paradossi di un cristianesimo non inquinato contro il marxismo ideologico della mia interpretazione della poesia di Luzi ricalcata su quella di Fortini? Questa la tesi di Sandra Evangelisti,  che controbatte in modi dialoganti  a due miei precedenti interventi sul poeta. Pubblico volentieri i suoi appunti, riservandomi di replicare eventualmente negli spazi-commento. [E.A.]

In realtà questo mio inciso su Mario Luzi dovrebbe rispondere in modo dettagliato e preciso agli appunti di Ennio Abate pubblicati su questo sito, Poesia e Moltinpoesia, in due momenti successivi, il 31 luglio 2013 (qui), e poi il 1 agosto 2013 (qui),e dal titolo” Rileggendo I poeti del Novecento, di Franco Fortini: Luzi (4), e (4.1)”

Inizio da un brano tratto da “Prima semina”, Mario Luzi, Edizioni Mursia, 1999:

“Nello stampare la serie delle mie liriche è stata commessa un’improprietà tipografica di cui è bene che i lettori si rendano conto.

Nella seconda e nella terza poesia della serie sono stati omessi gli intervalli necessari per distinguere quartina da quartina. L’andamento strofico, che ha conformato di sé quello periodico e ha equilibrato in un certo senso la quantità sonora, è facile ad avvertire tuttavia. Proprio per questo, avendo le strofi un’elaborazione intima e un organismo il quale ha richiesto per sé ed attratto ogni qualità compositiva, non doveva subire quell’amputazione che non è soltanto epigrafica, ma sostanziale addirittura.

Una poesia concepita per strofi intende essere più vasta di quanto il numero secco dei versi le permetterebbe. In ogni strofe, specialmente nella quartina quale io immagino, l’emotività ed il suono dovrebbero coincidere in un acme da cui è impossibile discendere al silenzio in un giro di sillabe così breve. Ed allora avviene che la quantità emotiva e sonora eccedano su quella verbale . Dev’essere l’intervallo, lo spazio bianco a permettere una completa distensione musicale; talvolta una moltiplicazione indefinita di vibrazioni. ( A questo giovano alcune parole scelte tra quelle insufficienti a definire un suono o una suggestione, idonei invece a rifletterli e amplificarli, parole alveari, da porsi alla fine della quartina). Ma non ho alcun diritto di rivelare il mio silenzioso mestiere, le mie esperienze stilistiche non possono avere che il volto attribuito loro dagli altri. Dicevo per quello spazio bianco che mi è stato sottratto.

Per continuare negli emendamenti, dopo il primo verso del Cimitero è stato stampato un esclamativo, tanto più pericoloso quanto più verisimile, in luogo di due punti.”

EMENDAMENTI, da “Il Frontespizio”, giugno 1937,n. 6 , p. 471

Perché iniziare proprio da qui, da queste parole giovanili di correzione ai refusi della prima edizione de “La barca”? Per ribadire, e con le sue stesse parole, che Mario Luzi è ed è stato principalmente un poeta, non un teologo, non un filosofo, non un politico, non un semplice intellettuale, ma soprattutto ed essenzialmente un poeta.

Leggendo lo scritto di Franco Fortini su Luzi, riportato da Ennio Abate, noto definizioni quali “cattolico”, “simbolista”, “crepuscolare”. Secondo Fortini Luzi praticherebbe la letteratura come “isolamento ed esercizio spirituale”, e vivrebbe la propria scrittura artistica in una dimensione deliberatamente distaccata dall’attualità ( come cittadino di una Firenze simbolica del Due o Trecento) portando come tema dominante una celebrazione drammatica dell’autobiografia.

Trovo che questa lettura dell’opera di Luzi sia fortemente ideologica e improntata ad una inquadratura categorica dell’autore. Cattolico, simbolista, spirituale: dunque distaccato dall’attualità. Mi sembra una lettura forzata fatta in chiave ideologica e fortemente materialista che non entra nello spirito dell’opera luziana, ma la inquadra dal di fuori senza penetrarla.

Se mai il momento della risalita e quindi del passaggio dalla poesia drammaticamente storica del ventennio che va da “Dal fondo delle campagne”, 1965 a “Al fuoco della controversia”, 1978, ad una poesia di dimensione più religiosa è quello che ha inizio con “Per il battesimo dei nostri frammenti”, 1985. Anche per questo non riesco a comprendere il giudizio di Fortini, mi sembra formulato ed esplicitato in un momento in cui con “Nel magma”,1963, Mario Luzi ha pronunciato un chiaro noi collettivo e in una dimensione fortemente storica e attuale.

Passo alla lettura della seconda parte degli appunti di Ennio Abate, pubblicati sul blog il 1 agosto 2013. Ennio Abate, riprendendo in parte lo scritto di Fortini, e approfondendo poi fino ai giudizi critici successivi al 2005, aderisce e sostiene la tesi della poesia di Mario Luzi come spiritualista e distaccata dalla storia attuale, anche nelle prove come “Al fuoco della controversia”, in cui l’autore si immerge nel cuore della storia dell’Italia colpita e massacrata dal “terrorismo”(si veda “Muore ignominiosamente la repubblica”).

Anche qui Luzi parlerebbe in modo distaccato da una sua torre eburnea, intravedendo i problemi della classe piccolo borghese, ma rimanendo in posizione altera e superiore. La poesia di Luzi, dunque secondo Ennio Abate sarebbe comunque sempre imprigionata nell’ambito di un discorso ermetico e rivolto solo all’ego, in quanto chiusa al resto del mondo dall’ideologia cattolica di cui il poeta era seguace e portatore.

Le obiezioni, riassumendo sarebbero, comprendendo entrambi gli interventi pubblicati(31 luglio-1 agosto 2013), le seguenti:

1) Ideologia cattolica che permea la poesia di Luzi, e le impedisce di andare oltre la dimensione dell’io, anche quando parla del mondo e della storia;

2) Spiritualismo che lo racchiude in una sorta di campana di vetro che impedirebbe l’adesione ai problemi della gente comune, compresa la classe piccolo borghese da cui proviene, e alla quale sembra fare riferimento nella sua opera;

3) Di conseguenza astoricità di questa poesia che lo condanna alla fissità e alla immobilità della condizione di ideale cittadino di una Firenze o di una Siena del Duecento o Trecento;

4) Infine, credo, ermetismo del linguaggio poetico da cui Luzi sembra distaccarsi nella seconda fase della sua opera (1960-1978),usando un linguaggio più disteso e parlato, senza che però l’operazione riesca, perché comunque è un parlare dall’alto e non amalgamato alla storia e alla gente.

Rispondo ai punti di cui sopra facendo riferimento in particolare a due saggi “Luzi. Leggere e scrivere”, autori Mario Luzi e Mario Specchio, Edizioni Nardi, Firenze, 1993 e successivamente “La porta del cielo”, Mario Luzi, Edizioni Piemme, 1999, a cura di Stefano Verdino.

Dunque ritornando al passo citato all’inizio del mio intervento deve servire ad esplicitare principalmente che Mario Luzi è un poeta, un grande poeta e come tale difficilmente analizzabile partendo da categorie ideologiche ricamategli sopra quali “ermetismo”, “cattolicesimo”, “spiritualismo”. L’unica vera analisi che si può fare di un poeta parte, secondo me, da una lettura attenta dei testi, e , se lo ha fatto, da quello che ci dice della sua poetica e del suo rapporto con la storia. Luzi, per fortuna ci ha lasciato tanti scritti e noi possiamo leggerli.

Parto ora dalla prima obiezione: Luzi è cattolico e la sua opera è permeata dalla ideologia del cattolicesimo.

In realtà Luzi è cristiano non cattolico, e nel suo essere cristiano non c’è nessuna ideologia, ma una ricerca continua della presenza di Cristo, Verbo fattosi carne, nella realtà.

Egli ci dice in entrambi i saggi di cui riporto sopra il titolo che la sua fede nasce dalla frequentazione quotidiana con la figura di sua madre che era donna di fede, e che aveva i suoi momenti di preghiera e della sua fede dava continua testimonianza. Non ci parla di frequentazione di sacerdoti, almeno all’inizio, né di associazioni cattoliche, anzi lamenta come molte di esse siano diventate delle vere e proprie sette, delle associazioni politiche .

Dell’insegnamento della madre riporta come fondamentale il modo di porsi davanti al Sacramento dell’Eucarestia, il Cristo si fa carne e sangue e diventa per noi corpo ad ogni celebrazione. Questa la sua fede, e questo il motivo del cattolicesimo: è l’orientamento cristiano cattolico a porre al centro della celebrazione il mistero della transustanziazione, cosa che gli altri orientamenti non fanno. Luzi , si può dire, è cristico, non cattolico, e per niente ideologico se vede la manifestazione di Dio in una continua rinnovata manifestazione della presenza carnale del Cristo in mezzo a noi. E per questo, credo anche la lettura preferenziale nella patristica di S. Agostino e di S. Paolo. Nella visione di una religione concreta, incarnata, ricercata e riscoperta di giorno in giorno. “Quid est veritas? Vir qui adest.”dice S.Agostino ne “Le confessioni”.

Sì, dunque Mario Luzi ha fede, ma nel Cristo rivelato e fatto uomo, non in una idea.

Alla seconda obiezione e cioè che la spiritualità di Luzi lo racchiuda in una campana di vetro e lo faccia distante dalla classe piccolo borghese da cui proviene e di cui parla nelle sue poesie, io risponderei che non c’è una sola parola attinente all’argomento in una affermazione di questo genere, o forse io ho interpretato male.

Innanzi tutto classe piccolo-borghese è una definizione inesistente nell’opera luziana.

Luzi parla della gente, delle persone che lo circondano, scrive ispirandosi alla realtà e trascrivendola in versi che hanno la giusta pretesa di essere diretti a tutti e quindi universali, non si chiude in nessuna campana, la sua preoccupazione è proprio quella di parlare alla gente e alle generazioni. Inquadrare lui ed il mondo che lo circonda, gli incontri, le persone e i fatti della sua vita, in una definizione di classe piccolo-borghese è ideologico, queste definizioni sono filosofiche e sono evidentemente tratte da Marx, che io stimo e rispetto in quanto filosofo, ma le cui categorie non hanno nulla a che vedere con la poesia e nemmeno con quella di Luzi.

Luzi, dicevo, descrive la realtà, in un primo periodo (Il giusto della vita, 1935-1960), partendo da un movimento personale del proprio io sempre in rapporto con la realtà storica e con la natura, ma in una dimensione esistenziale, poi a poco a poco a partire da Dal fondo delle campagne, 1965 il rapporto con la realtà e con la storia diventa sempre più di immedesimazione e drammatico:

“In Il giusto della vita( che raccoglie i tuoi primi vent’anni di poesia) il movimento appare subito come desiderio e come anelito: più spesso c’è una situazione bloccata storicamente (con la guerra e con il fascismo) ma anche esistenzialmente (con le inquietudini della coscienza); il tuo rapportarti alla vita non è immediato né fiducioso, è cauto alla ricerca di una “giustezza” da ritrovare e ricostituire tra le “immagini infrante” di tante esperienze tue e generazionali. Non a caso la “vicissitudine sospesa” è una tua espressione che è stata spesso utilizzata come tua sigla.

– Poi vi è un tempo mediano di metamorfosi, in altri vent’anni di poesia (da Dal fondo delle campagne a Al fuoco della controversia). E’ mutato il modo di guardare alla vita e al mondo: non vige la prospettiva esistenziale e lirica dell’io ma prende corpo un vario interagire: il mondo è osservato nella sua realtà di organismo vivente e metamorfico e l’io ne è parte. Il poeta coglie allora un vero e proprio principio di metamorfosi che abbraccia la dinamica della natura, ma anche quella delle emozioni e delle idee, magari anche in modo drammatico. E non a caso qui si apre la tua stagione drammatica.”

– Stefano Verdino da “La porta del cielo”, 1999

Vengo ora ai testi di Luzi, i primi.

La barca non è un luogo racchiuso di protezione spirituale dai venti della storia, ma rappresenta la vita stessa e il suo viaggio, il suo divenire. La dimensione del viaggio è sempre presente in Luzi ed è inteso come percorso di conoscenza, anche attraverso il mistero della fede ( si veda Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini 1994, suo capolavoro, secondo me).

Alla vita

Amici ci aspetta una barca e dondola

nella luce ove il cielo s’ inarca

e tocca il mare,

volano creature pazze ad amare

il viso d’Iddio caldo di speranza

in alto in basso cercando

affetto in ogni occulta distanza

e piangono: noi siamo in terra

ma ci potremo un giorno librare

esilmente piegare sul seno divino

come rose dai muri nelle strade odorose

sul bimbo che le chiede senza voce.

Amici dalla barca si vede il mondo

e in lui la verità che procede

intrepida, un sospiro profondo

dalle foci alle sorgenti;

la Madonna dagli occhi trasparenti

scende adagio incontro ai morenti

raccoglie il cumulo della vita, i dolori

le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita.

Le ragazze alla finestra annerita

con lo sguardo verso i monti

non sanno finire di aspettare l’avvenire.

Nelle stanze la voce materna

senza origine, senza profondità s’alterna

col silenzio della terra, è bella

e tutto par nato da quella.

(Mario Luzi da “La barca”, 1935)

C’è già tutto in questa poesia. La vita che è viaggio in mezzo alla corrente della storia, la natura, gli amici, le creature, la donna, la terra e la madre. E la Madonna, segno della fede del poeta. La parola è profondamente incisiva, ma sempre in movimento, non fissa e immobile. E l’immedesimazione di Luzi con il mondo creaturale è perfetta. È il “pagus”, il villaggio in cui vivono e risuonano armoniosamente solidarietà e carità e pietas perdute e cristiane che nulla hanno a che vedere con nessuna classe piccolo borghese. “E non sia nostalgia, ma desiderio.”

Più avanti:

Già colgono i neri fiori dell’Ade

Già colgono i neri fiori dell’Ade

i fiori ghiacciati viscidi di brina

le tue mani lente che l’ombra persuade

e il silenzio trascina.

Decade sui fiochi prati d’eliso

sui prati appannati torpidi di bruma

il colchico struggente più che il tuo sorriso

che la febbre consuma.

Nel vento il tuo corpo raggia infingardo

tra vetri squillanti stella solitaria

e il tuo passo roco non è più che il ritardo

delle rose nell’aria.

(Mario Luzi da Avvento notturno, 1939)

Ecco qui sento tutto il dolore e sento il fiato della morte nell’aria della guerra.

Ho accostato questi versi a un dipinto di Benito Partisani, in arte Mastro Lupo, dello stesso periodo :

partisani

Il risultato per me è impressionante, l’accostamento significativo e appropriato.

Veniamo dunque alla “astoricità” dell’opera luziana, e alla dimensione distaccata e classica del linguaggio.

Luzi ha percorso con la sua vita tutto l’arco della storia del Novecento e si è affacciato sul secondo Millennio(1914-2005). La sua persona e la sua opera hanno dato testimonianza completa e preziosa di un’epoca storica difficile, contraddittoria e soprattutto caratterizzata dal male e dalla guerra. Due grandi guerre hanno attraversato questo secolo a noi vicinissimo e ancora il bagno di sangue continua in paesi a noi vicini.

Luzi ha attraversato con la sua persona e la sua creatività di artista questa epoca e l’ha rappresentata in modo sublime e universale. Mario Luzi è un testimone, vive, vede, trascrive e lascia il segno indelebile della sua arte.

Non c’è nostalgia nel suo canto, ma desiderio di una nuova prospettiva umana in cui la pace e la solidarietà fra gli uomini vincano il male. Non c’è fissità spirituale, ma invece un linguaggio in movimento con l’io del poeta e con il sussulto terribile della storia che avanza. C’è profonda immedesimazione, e sì c’è la fede. Ma la fede non è un vento contrario alla storia se vissuta senza integralismi di sorta, e mediante un rapporto diretto e costante con le persone . Da ultimo la preziosa amicizia con Don Fernando Flori, che Luzi frequentò assiduamente dal 1978, fino alla morte avvenuta nel 1995.

L’integralismo assunto a giudizio e a metro della vita e degli eventi è sempre brutto, anche quello laico. E il giudizio sull’opera di Luzi formulato da Ennio Abate che si rapporta agli scritti di Fortini, mi sembra frutto di un integralismo di pensiero, laico, ma sempre integralismo. Categorie assunte a metro di giudizio e calate dall’alto, dalle quali automaticamente si fanno discendere conseguenze in realtà frutto di una logica delle idee e non dei fatti. Gli eventi, i fatti, gli incontri e le esperienze, la natura, e le persone vive e palpitanti abitano i versi di Luzi e non le idee. Così come la sua poesia è un fare, un produrre, non ragionamento sulla poesia, non poetica.

Dell’ultima poesia dal 1978 ad oggi ci sarebbe moltissimo da dire, ma questo richiederebbe un approfondimento ed una maggiore preparazione di lettura e di studio in proposito che non ho. Posso solo dire che il movimento del linguaggio e del pensiero vanno in levare, questa volta sì verso la spiritualità, ma concreta, non personale ed isolata. E la natura diventa luce cristallina, sempre più luce. Si arriva gradualmente ad un rovesciamento dei criteri di giudizio razionali e tradizionali, per raggiungere il linguaggio paradossale della fede, l’avvicinamento alla Parola, e a Dio. E qui l’insegnamento e la lettura dell’opera di San Paolo e della patristica sono fondamentali. La modernità, o meglio lo spunto verso il futuro che trovo personalmente nell’opera di Luzi è proprio questo sguardo verso la luce. Il viaggio di Simone Martini, non come segno di isolamento spirituale, ma come opera di conoscenza intuitiva attraverso il paradosso della fede e del mistero. Luzi si alza drammaticamente al di sopra del mondo creaturale per una sete di conoscenza.

Sappiamo che è un estremo principiante (Dottrina dell’estremo principiante, 2004). E anche qui un ossimoro nel titolo.

“E’, l’essere. E’

Intero,

inconsumato,

pari a sé .

Come è

diviene.

Senza fine,

infintamente è

e diviene

se stesso

altro da sé .

Come è

appare.

Niente

di ciò che è nascosto

lo nasconde.

Nessuna

cattività di simbolo

lo tiene

o altra guaina lo presidia.

O vampa!

Tutto senza ombra flagra.

E’ essenza, avvento, apparenza,

tutto trasparentissima sostanza.

E’ forse il paradiso

questo?oppure, luminosa insidia,

un nostro oscuro

ab origine, mai vinto sorriso?”

(Mario Luzi da “Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini”, 1994)

Cito per ultima la poesia della luce, ma anche il Viaggio. Simile a quello di Dante nel Paradiso. E’preghiera? E’ teologia? No, è poesia, intesa come forma di conoscenza, conoscenza per paradosso, o per mistero e non per idee e per formule. Non opus oratorio, ma ricerca di significato. Se possibile ultimo. Che si attua attraverso il capovolgimento della visuale e degli statuti umani. La parola ha il suo compito primario che è quello di dire e di proferire, dire per affermare e non per intrattenere o discorrere. La parola viene usata con economia e precisione, senza sprechi che ingenerano confusione anziché conoscenza. Ecco la novità estrema del “principiante” Luzi e la sua apertura verso il futuro. E l’economia di parola non è sicuramente ermetismo, ma il suo contrario.

Mi riservo di continuare, se possibile, i miei appunti, con un secondo capitolo, alla luce della lettura di un testo che non ho a mia disposizione in questo momento, “Conversazioni a Firenze”, Mario Luzi, Franco Fortini, Ferruccio Masini, Giorgio Spini, Mauro Pagliai Editore, Firenze 2008.

Forlì, 18 agosto 2013

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9 commenti

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9 risposte a “Sandra Evangelisti
Appunti su Mario Luzi

  1. Sandra Evangelisti, la cui poesia ho avuto il piacere di ospitare sul mio blog, Alla volta di Léucade (poesia di grande intensità umana che allarga le braccia al mondo tutto, partendo dalle sue minuzie e uscendone con quella personale acribia intellettivo-emotiva antecedente all’atto razionale e di questo involontariamente inzuppata fino a tradurlo in categoria dello spirito: VALLE Nella consueta/ valle del tempo/ trovo risposta/ Dove pensavo/ ci fossero angeli,/ ora vivo ), tocca un tasto del mondo luziano attualissimo. Io credo, come lei crede, che il Poeta non sia mai stato fuori dalla storia e dalle vicissitudini di un secolo in cui ha vissuto pienamente, anima e corpo. Tanto meno ne è stata la sua poesia. Anche quando Luzi sembra straniarsi dalle vicende storiche per un esistenzialismo strettamente personale, tale stato, battezzato dallo spiritualismo del credente, non lo isola, dacché è frutto di questa o quell’altra tragedia di cui è disseminato il suo tempo. E’ lì il focus della sua poetica. E’ quello di saper universalizzare la tristezza umana, con un animo che sa andare oltre la tragedia stessa. Sono le “cose” alla base del suo dire poetico. Da quelle prende spunto ed in quelle è intrufolato, di quelle è impastato. Non si può assolutamente parlare di un Luzi estraneo ed isolato. Di un Luzi solo ermetico, ed occupato in un pensiero di forma. Il poeta è nei contenuti. Contenuti che nascono dalle sue odissaiche esperienze che trovano, però, a loro volta, la sorgente nelle fratte del vivere e del vissuto umano. Quella del Luzi isolato è una teoria destinata a crollare in partenza. E la poesia riportata a conferma lo dimostra già in buona parte, anche se altri versi potrebbero essere più incisivi. Ho avuto il piacere di incontrarlo più volte e di parlare con lui a casa sua via Bellariva, 20 assieme a Giorgio Luti e Vittorio Vettori autori (questi due ultimi autori di mie prefazioni e recensioni). Molti gli argomenti toccati. E grande la sua gentilezza e la sua disponibilità Lo ricordo come un grande signore per stile e coerenza. Ed una sua frase mi è rimasta fissa nella mente: “Il poeta può volare, può azzardare spazi onirici che lo ripuliscano dalle aporie del vissuto; ma anche per questi voli occorre un carburante: un mélange di vita, e di storia; un miscuglio di dolore, e di fede”.

    Nazario Pardini

  2. @ Evangelisti

    Le rispondo in maniera un po’ frammentaria e incompleta, ma credo utile per approfondire il nostro dissenso.

    Lei scrive:« Mario Luzi è ed è stato principalmente un poeta, non un teologo, non un filosofo, non un politico, non un semplice intellettuale, ma soprattutto ed essenzialmente un poeta». Riaffermare oggi che Luzi è stato/è «soprattutto ed essenzialmente un poeta» (cosa per mefuori discussione) non impedisce di porsi e porre il problema di quanta ( e di che tipo) teologia, filosofia, politica, acribia intellettuale, sia presente nella sua poesia. Ovviamente dipende dagli “occhiali critici” che inforchiamo come lettori. C’è chi vede soprattutto ed esclusivamente poesia e c’è chi *in quella poesia* (meglio ancora in *quei testi poetici*) rintraccia anche le singole componenti che hanno contribuito al risultato poetico. E se, per intenderle, le chiama – desumendole, certo, da «una lettura attenta dei testi» e non dai tratti fisiognomici dell’autore- col nome “comune” o approssimativo adottato dagli studiosi: ermetismo, cattolicesimo, spiritualismo, ci saranno pure delle buone ragioni. In entrambi i casi si vedono certe cose e non altre o si dà più importanza ad alcuni aspetti piuttosto che ad altri. Si può, dunque, giudicare la lettura fortiniana dell’opera di Luzi «fortemente materialistica» e persino «forzata in chiave ideologica», la si può respingere, ma si dovrà pur riconoscere che nella cultura italiana del Novecento essa ha una sua legittimità, una sua ragione storica e non può essere cancellata o sminuita. Sostenere, ad es., che la lettura fortiniana « non entra nello spirito dell’opera luziana, ma la inquadra dal di fuori senza penetrarla» è secondo me errato. Questa sì che è una forzatura negativa. È, infatti, facile obiettare che da un punto di vista materialista (accetto ora per comodità l’etichetta, perché ci sono tanti tipi di materialismo e in questa sede non è il caso di parlarne..) non è affatto *obbligatorio* entrare «nello spirito» di un’opera o «penetrarla» (metafora davvero vaga e oscura…). Il merito di una lettura “materialistica” della poesia di Luzi (alla Fortini insomma) sta semmai nella sua capacità di cogliere di in quell’opera elementi trascurati da altre interpretazioni ( o “occhiali”); e se essi sono tali da mostrarci quell’opera in modi insoliti o di farci capire di più o meglio come sia costituita quella poesia, tant odi guadagnato per tutti, luziani o fortiniani.
    Lo stesso ragionamento vale, a mio avviso, per la presenza o meno nella poesia di Luzi di un «chiaro noi collettivo» o di «una dimensione fortemente storica e attuale». Se nei miei appunti ho fatto mia la «tesi [fortiniana] della poesia di Mario Luzi come spiritualista e distaccata dalla storia», ciò non significa – sarebbe banale e ingiusto – che io pensi a Luzi come ad un individualista assoluto (diciamo alla Stirner per avere un termine di paragone…) o a un poeta che della storia – e della storia che ha vissuto nell’arco della sua vita – abbia ignorato tutto. Penso piuttosto che la visione che Luzi ha avuto del «noi collettivo»(della società) o della storia sia stata *diversa* da quella per Fortini (e per me) più valida o semplicemente da quella visione (di matrice marxiana senza dubbio) che nella società e nella storia non vede agire forze sovrumane e non vede destini o disegni prefissati da Entità superiori. (È questo conta parecchio quando si passa ai dettagli. È sintomatico, ad es., che lei, parlando della storia recente o “attuale” dell’Italia ne veda il «cuore» nel “terrorismo”. Troverei del tutto riduttivo il bel verso di Luzi “Muore ignominiosamente la repubblica” se servisse a convalidare questa- miope per me – interpretazione …).
    I limiti della esperienza ermetica di Luzi ci sono (specie nella prima fase della sua produzione). Quel suo «parlare dall’alto» non è un’invenzione di Fortini. E credo che lo stesso Luzi l’abbia di fatto riconosciuto tentando di uscirne, correggendolo come poteva; e cioè senza abbandonare la sua visione religiosa cristiano-cattolica e spiritualista che nella «gente» vede sempre e soprattutto le “creature” e nella storia una deviazione dalla “retta via”. E del resto lo riconosce anche lei, se scrive: «Luzi, dicevo, descrive la realtà, in un primo periodo (Il giusto della vita, 1935-1960), partendo da un movimento personale del proprio io sempre in rapporto con la realtà storica e con la natura, ma in una dimensione esistenziale, poi a poco a poco a partire da Dal fondo delle campagne, 1965 il rapporto con la realtà e con la storia diventa sempre più di immedesimazione e drammatico». Ma non tanto da farlo uscire, come ho scritto, dalla sua «campana di vetro» o ideologia. Che è diversa da altre «campane di vetro o ideologie. Tutti ne abbiamo qualcuna e non possiamo prescinderne. Al massimo possiamo usarle nella maniera più critica. «La giusta pretesa di essere diretti a tutti e quindi universali» che aveva Luzi è perciò ideologia, quanto lo era quella diversa di Fortini, diciamo classista e marxista, che pretendeva anche su questo punto (gli interlocutori a cui parlare) qualcosa di diverso da Luzi, quando affermava «non parlo a tutti» proprio per distinguere la sua posizione da un universalismo per lui astratto e astorico. Insomma, ognuno scommette e pensa (se no sarebbe in malafede) che la sua scommessa ( o fede o visione del mondo) abbia qualche fondamento in più. E questo fondamento per il Luzi cristiano-spiritualista era indubbiamente diverso da quello cristiano-marxista di Fortini. Per altri è ancora diverso: solo materialistico o solo scientifico ( al di là poi delle numerose declinazioni che di ciascuna etichetta si possono dare).
    Sì, la «fede» di Luzi ad un certo punto non fu più «un vento contrario alla storia», come quello che soffiò in ambienti cattolici che combatterono con ferocia le correnti moderniste di Buonaiuti, così ben studiate e valorizzate da Michele Ranchetti. Quindi Luzi non fu un cattolico integralista alla Comunione e liberazione, ma non esce – ripeto – da un’area di pensiero cristiano-cattolico. Né è corretto definire integralista la mia posizione o quella di Fortini. Non c’è nessuna categoria “calata dall’alto”. Semplicemente ci sono altre categorie, che tengono conto dei fatti, della storia in modi diversi da come faceva Luzi.
    Non si capisce – poi o perciò – l’obiezione: « Luzi è cristiano non cattolico, e nel suo essere cristiano non c’è nessuna ideologia, ma una ricerca continua della presenza di Cristo, Verbo fattosi carne, nella realtà ». Non è forse la Chiesa cattolica che predica un « Cristo, Verbo fattosi carne, nella realtà »? Se « la sua fede nasce dalla frequentazione quotidiana con la figura di sua madre che era donna di fede», sua madre non faceva forse riferimento alla Chiesa cattolica? Non è da secoli che l’ideologia cattolica è “vissuta” anche dalla “gente comune”? E non sono forse i cattolici a credere, come Luzi o la madre di Luzi, che nel sacramento dell’Eucaristia « il Cristo si fa carne e sangue e diventa per noi corpo ad ogni celebrazione»? Cosa significa che di Luzi si può dire che è stato «cristico, non cattolico», se su questo punto visione “cristica” e visione cattolica coincidono? E se egli preferiva la patristica di S. Agostino e di S. Paolo, non per questo mi pare si ponesse fuori dal cattolicesimo. Non mi pare che sia passato al protestantesimo.

    @ pardini
    A mio parere lei dà una interpretazione un po’ troppo eclettica di Luzi. Non può negarne l’«esistenzialismo strettamente personale» né «lo spiritualismo del credente», ma tende a enfatizzare l’apertura alla storia (e qui mi rifaccio a quanto detto sopra a Sandra Evangelisti) di Luzi quasi che esistenzialismo e spiritualismo fossero « frutto di questa o quell’altra tragedia di cui è disseminato il suo tempo». Cosa vuol dire « saper universalizzare la tristezza umana»? Luzi avrà universalizzato la “sua” tristezza. Ma chi può affermare che il dato prevalente dell’umanità sia la tristezza? E sostenere che « sono le “cose” alla base del suo dire poetico» è davvero affermazione vaga. Quali sono queste «”cose”»?
    E infine chi ha parlato di un Luzi «estraneo ed isolato» o ha accennato addirittura a una «teoria» di un Luzi isolato? Estraneo a chi? Isolato da chi? E chi sostiene che essere ermetico significhi essere «occupato in un pensiero di forma»? E che senso ha in questa discussione ricordare che Luzi era « un grande signore per stile e coerenza», se nessuno ha messo in discussione questo aspetto?

  3. Rispondo solo con la frase di Luzi che ancora mi ruzzola dentro. E’ a questa frase a cui voleva giungere il mio citato incontra con il Poeta. E credo che sia ben contestualizzata e ad adatta a confutare tante vaghe teorie. Per tristezza intendo una parte dell’animo umano, quella da cui il poeta intendeva fuggire, abbracciando l’umanità per trasferirla oltre i disastri del suo tempo. Non certo dalla felicità poteva o voleva trasferirla oltre. Per cose intendo, ed è tanto evidente, la realtà che ognuno di noi vive e che il poeta viveva e di cui cibava il suo “poema”. Quanto a Luzi signore era un discorso introduttivo, di scivolo, come si suol dire, per introdurre quella frase che mi è rimasta fissa nel cuore e nella mente: “Il poeta può volare, può azzardare spazi onirici che lo ripuliscano dalle aporie del vissuto; ma anche per questi voli occorre un carburante: un mélange di vita, e di storia; un miscuglio di dolore, e di fede”. E credo che tale frase contribuisca ad approfondire il pensiero di Luzi, più di tanti discorsi. Su forma, ermetismo, uso e abuso che ne è stato fatto troppo ci sarebbe da dire. Ma è tardi e vado a coricarmi.
    Buona notte.
    Nazario Pardini

  4. Giorgio Linguaglossa

    Cara Sandra,
    rispetto profondamente il tuo sentire e la tua consonanza con la poesia di Luzi che certo ha momenti di grande efficacia, non solo estetica ma anche retorica e ideologica e politica con le raccolte “Nel magma” (1963) e in “Al fuoco della controversia”, (1978)… ho sempre avuto la sensazione che l’impegno civile e sociale nel miglior periodo di Luzi che va dal 1963 al 1978, fosse, come dire, strumentale alla politica culturale e alla immagine che Luzi voleva dare di sé in un momento della storia d’Italia segnato da profondissime lotte di classe e da stragi di Stato, dalla strategia della tensione e dal golpe Borghese con la complicità della Casa Bianca, della Cia, della D.C. e dei nostri servizi segreti deviati. Luzi capì che doveva impegnarsi e lo fece con indubbio miglioramento della sua poesia. Negli anni seguenti la sua produzione, mi dispiace dirlo, ha avuto un netto ripiegamento verso il misticismo e un netto indebolimento che si è riversato anche sul piano più propriamente estetico. Mi dispiace ma non condivido la tua rispettabile opinione secondo cui “Il viaggio terrestre e celeste di Simone Martini” (1994) sia la sua opera migliore, io ritengo che si tratti di un’opera debole proprio per la liquidità delle immagini e del lessico che impiega. Liquidità e astrattezza che era un modo (forse inconscio e ideologico) di evitare di misurare con i problemi urgenti che si profilavano all’epoca. Se leggiamo l’inizio della poesia da te riportata:

    “E’, l’essere. E’

    Intero,

    inconsumato,

    pari a sé .

    Come è

    diviene.

    Senza fine,

    infintamente è

    e diviene

    se stesso

    altro da sé .

    non possiamo non rilevare che questo usato da Luzi è un linguaggio mistico-teologico riversato in poesia, è un linguaggio che va per attanti astratti, che coniuga l’astratto più astratto: si può essere d’accordo o in disaccordo con questi enunciati per le loro implicazioni filosofiche ma non si tratta di linguaggio poetico; Luzi qui scivola in un linguaggio che non è quello poetico, e ci scivola perché non è più sorretto da una chiara e netta distinzione dei ruoli dei due linguaggi. Io non contesto il diritto di chicchessia di essere cattolico, islamico, buddista o protestante, di tutto ciò non me ne importa un fico secco, quello che io guardo, come lettore semplice e come critico, è la sua validità estetica: le metafore, i tropi, le immagini etc. e qui di tutto ciò non c’è proprio nulla, dico non c’è nulla di quello che solitamente si intende come linguaggio poetico. Io non metto in dubbio che i rilievi di Fortini sulla poesia di Luzi fossero ideologici e legati a una lotta ideologica e politica del suo tempo, ma resta pur vero che Fortini un problema, un nodo della poesia di Luzi lo coglieva realmente, certo tradotto nel suo linguaggio e nelle sue categorie. Però il problema c’era e rimane. Il linguaggio del “Viaggio terrestre e celeste” rivela tutte le incongruenze stilistiche della sua posizione di uomo nei confronti delle ideologie; la scelta di una ideologia, per quanto essa sia eccellente e profumata, non fa mai bene a un artista, lo lega, lo limita, lo frena. Così è sempre stato.

  5. Sandra Evangelisti

    @Ennio Abate

    Parto dalle sue ultime affermazioni, che riguardano il cattolicesimo di Mario Luzi. Dico che Luzi è “cristico” e non “cattolico”, ed ora metto opportunamente fra virgolette, non perché egli non abbia aderito alla Chiesa cattolica, ma perché questa sua adesione fu una ricerca continua non un’ adesione ideologica e scontata. Egli cercò la figura del Cristo incarnato nella storia e la vide prima nei familiari, e poi in alcuni amici. Il suo essere “cattolico” perciò non fu atteggiamento o presa di posizione astratta o politica, ma fede profondamente vissuta. E questo anche per Giorgio Linguaglossa: il cristianesimo di Luzi non è un’ideologia, ma un modo di vivere( e la differenza è grande). Quando dico che non è possibile dare interpretazione dell’opera di Luzi basandosi su un’ideologia preconcetta, voglio dire che se per dare un giudizio critico su un’opera partiamo da un’idea politica già fissata nella nostra mente, finiamo per incasellare un fatto, e cioè quell’opera, come tutti gli eventi che ci accadranno, partendo da un’idea che c’è già in noi a priori e quindi indipendentemente da ciò che abbiamo davanti. Voglio dire che in questo modo la critica potrebbe essere viziata da categorie preconcette che usiamo e con le quali diamo interpretazione agli eventi e anche all’arte. Se io sono cattolica e ideologica davanti ad un’ opera di poesia che nega un aspetto religioso o divino nella realtà potrei metterla a priori nella categoria dei libri da non leggersi ( come anche recentemente certo cattolicesimo ha fatto, mi pare nella Regione Veneto) . Questo non è certo il caso della lettura di Mario Luzi fatta da Fortini, ma mi ha colpito che in un punto degli appunti riportati da Abate, Fortini dicesse che: “Qualche anno fa dopo avere tentato una lettura di una delle più belle poesie di questi anni (Notizie a Giuseppina), scrivevo: “La sua volontà maggiore quella di dignità ed integrità spirituale, è diventata il limite medesimo della poesia di Luzi.” Ecco questo termine “tentato” esprime una forte distanza fra le due posizioni. E ancora: “Lo stato di privilegio è riaffermato proprio dalla distanza fra sé e le categorie umane che evoca: i suoi “poveri” preborghesi o almeno “premoderni” non hanno nulla da chiedergli se non preghiera.” Chi sono questi poveri “preborghesi”? Quali queste “categorie umane” che Luzi evocherebbe? Non potrebbe invece essere Franco Fortini a giudicare dall’alto di categorie e idee ben radicate in lui? Giudizio legittimo nell’angolazione di Fortini, certamente. Ma è pur sempre il giudizio di un contemporaneo. Forse è necessaria una maggiore distanza dalle persone e dai fatti per potere giudicare con serenità.
    Quando uso il termine penetrare, voglio semplicemente dire entrare dentro, nella profondità di quanto è scritto, immedesimarsi. Per potere immedesimarsi in quello che un autore scrive non si possono avere preconcetti né categorie di inquadramento. Si fa tabula rasa di se stessi e ci si concentra sulle parole dell’altro. Poi, sì, la critica letteraria comporta un giudizio che è ciò che sta in mezzo fra ciò che io penso e ciò l’autore che leggo esprime. (E qui ho rubato, credo, un concetto espresso da Giorgio Linguaglossa). Ma per interpretare in modo limpido l’altro non posso usare le mie idee come preconcetti, almeno credo. Dopo di che tutte le opinioni sono interessanti e più che legittime, se viste dalla loro angolazione.

    @ Giorgio Linguaglossa

    Detto quanto sopra a proposito del Luzi “ideologico”( e secondo me non lo è), ti chiedo io una cosa. Secondo te questi versi sono poesia, o no?:
    “Vergine madre, figlia del tuo figlio,
    umile e alta più che creatura,
    termine fisso d’eterno consiglio,
    tu sé colei che l’umana natura
    nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
    non disdegnò di farsi sua fattura.”
    Dante, Paradiso, XXXIII, 1-6
    “Quest’è il principio, quest’è la favilla
    che si dilata in fiamma poi vivace,
    e come in stella in cielo in me scintilla”.
    Dante, Paradiso, XXIV, 145-147

    Sandra Evangelisti

  6. Ennio Abate

    @ Evangelisti

    Lei ce l’ha con le «categorie preconcette» (io le chiamo ideologie). E salta completamente l’obiezione che ho fatto: non ci possiamo spogliare completamente dalle ideologie ( o dai nostri “immaginari di partenza” spesso inconsapevoli). Possiamo solo, se onesti, tenerle/li a bada. Anche perché, oltre alle ideologie, ci sono anche le idee che tanto fatichiamo a costruirci e che non sono tutte riconducibili a preconcetti o ideologie. Fortini ad es. usa le idee marxiste per analizzare i testi di Luzi e non una generica ideologia marxista. Quando scrive che i poveri di Luzi sono preborghesi o premoderni, intende dire che Luzi non teneva conto che essere poveri nel mondo antico è cosa diversa che esserlo nel mondo moderno e capitalistico. Anche se a lei non pare, come le ho detto, Fortini aveva una visione della società diversa da quella di Luzi. Questo non significa che Fortini “giudica dall’alto”. Giudica diversamente. Come chi ha conosciuto le teorie di Galilei vede diversamente le cose da uno che fosse rimasto o Tolomeo. Può anche sminuire i giudizi di Fortini su Luzi, dicendo che, dopotutto, il suo è un «giudizio di un contemporaneo» (ovviamente più miope di quello dei posteri o di non so chi). Ma si sbaglia lo stesso e non tiene conto che anche i posteri o non so chi avranno le loro ideologie, i loro immaginari ( e le loro idee!) e non è detto che siano migliori di quelle di un Fortini. Non esistono poi i giudizi “sereni”. Ed è impensabile e impossibile che, quando si legge un autore, si faccia « tabula rasa di se stessi» anche quando «ci si concentra sulle parole dell’altro». Perché dovremmo annullarci poi? Esiste un conflitto tra interpretazioni diverse ( le sue, le mie, di altri) e ci si deve districare tra esse. Ciascuno tirerà le somme e vedrà quali reggono di più. Esistono solo giudizi critici che, facendosi largo tra passioni contrastanti e scegliendo più o meno diligentemente e con intelligenza critica dei dati reali dai testi o dal contesto, in base a filtri mezzo ideologici e mezzo scientifici ( la critica non è una scienza pura…), svelano certe verità del testo; e altri che invece le nascondono e si limitano a fare l’apologia di questo o quell’autore.

    • Sandra Evangelisti

      Bene. Non faccio nessuna apologia. Ho scritto quello che penso e che è in netto contrasto con quello che lei pensa. Sono prospettive diverse, entrambe rispettabili. Sono cristiana e cattolica. Ho espresso le mie idee. Ho conosciuto Luzi personalmente, ed era come l’ho descritto e perfettamente in tono con la sua opera: limpido e cristallino. Le assicuro che non solo è possibile ma anche doveroso non farsi influenzare dalle proprie idee, soprattutto politiche e religiose, quando si giudica un altro autore. Ci deve essere uno spazio nel mezzo neutro, se no, secondo me, non c’è vera critica. Sto leggendo la ristampa anastatica di “Officina” dal n. 1 del 1955 al n.1 della nuova serie del 1959 edita da “Pendragon” nel 2004, e curata da Roberto Roversi. E’ una rivista bella e interessante, indipendentemente dal fatto che giudichi la realtà da un punto di vista diverso dal mio, talvolta opposto. Sono un poeta, non un critico letterario, e non ho neppure studiato letteratura. E dunque non ho la sua competenza, né quella di Fortini. So per certa una cosa: quello che vale resta.
      Mario Luzi non ha bisogno di nessuna apologia, tanto meno della mia.
      In un colloquio che ricordo bene, mi disse: “Tu scrivi come ti viene, gli altri poi daranno un nome a quello che scrivi. Mi hanno chiamato “ermetico”, in realtà l’ermetismo non esiste, noi scrivevamo come ci veniva.” Eravamo a tavola con degli studiosi, e lui mi disse: “Quelli sono critici. Fanno il loro lavoro. Parleranno del petrarchismo e del dantismo in Luzi. Io dirò di sì. E’ meglio non contraddirli” e ancora: “Tu farai come me: ascolta, ringrazia, e poi fai come ti pare. Resta te stessa. Non lasciare che nessuno ti cambi. Resta semplice.”
      Resto semplice.

  7. Riporto una mail inviatami da Paolo Ruffilli riguardo a questi miei appunti su Mario Luzi:

    acutissimi i tuoi approfondimenti critici su Luzi
    mi trovano non solo d’accordo, ma coinvolto in
    una rilettura molto produttiva umanamente e
    letterariamente
    Paolo

  8. Giorgio Linguaglossa

    cara Sandra,
    ho profondo rispetto per la tua visione delle cose sulla poesia del tardo Luzi (e per il parere di Paolo Ruffilli), può anche darsi che il mio giudizio sia eccessivamente liquidatorio, io dico semplicemente una cosa (se guardiamo come da un elicottero, dall’alto, la poesia del tardo Luzi) la sua migliore produzione secondo me è quella che va dal 1963 (Nel magma) al 1978 (Al fuoco della controversia); in seguito, la sua poesia tende ad accentuare una visione dall’alto, come al di sopra del conflitto di classe e della crisi della democrazia dell’Italia del tardo Novecento; non vedo nel tardo Luzi un rinnovamento o un avanzamento del suo linguaggio poetico, noto anzi un ripiegamento verso l’astratto. Detto questo non voglio dimidiare l’importanza della poesia di Luzi che io considero notevole soprattutto per il suo magistero in quegli anni tumultuosi che vanno dal 1963 al 1978. Dopo di allora, però, la poesia di Luzi tende a diventare diafana, liquida, cristallina, si concentra eccessivamente sugli attanti astratti, tende a trascurare il «concreto» (che nel linguaggio poetico si traduce in tropi), tende a rarefare la metafora, le sinonimie e va per parallelismi e similitudini: era una strada obbligata se consideriamo il suo punto di approccio alla cosa chiamata poesia, un punto di approccio ancora che passa sopra le teste degli uomini e della loro storia, e questo andare sopra le teste degli uomini in termini stilistici e di linguaggio poetico tende a tradursi in parallelismi, similitudini di attanti astratti. Di qui quel certo monotonalismo e quella certa pianura del suo stile che rifugge il «concreto», il «reale» mediante il rifugio in un «irreale», deprivato però di «concreto», di uomini in carne ed ossa, di metafore che ci parlano di uomini in carne e ossa.
    A mio avviso anche la poesia del tardo Luzi risente e riflette la CRISI GENERALE DELLA POESIA ITALIANA DEL TARDO NOVECENTO. È una crisi epocale, storica, stilistica, spirituale che investe tutta la poesia italiana (e non solo). Certo, mi rendo conto che così dicendo mi attiro antipatie. Molti poeti mi hanno sempre rimbeccato quando espongo questa tesi liquidatoria della poesia italiana, perché in un certo senso si sentono coinvolti anche loro. Ma io rispondo che non ci può essere una via d’uscita magica dalla crisi della poesia, non c’è una lanterna magica che ci apre le porte della poesia, bisogna prima andare a fondo dei problemi che hanno fatto arenare la poesia italiana… soltanto dopo aver tirato le somme (o fatto le sottrazioni) potremo ricominciare a scrivere poesia che non siano epigoniche di una lunghissima crisi. E non basta certo un governo delle larghe intese a farci vedere le cose in modo più chiaro.
    Occorre, secondo me, essere inflessibili sulle ragioni che hanno condotto la poesia italiana a questo punto di stallo. Poi, chi desidera ricevere solo elogi sulla propria poesia è pregato di non inviarmi i propri libri. Gli elogi vanno soltanto ai santi in paradiso e agli angeli che stanno anche loro in paradiso.

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