Spring and all, Una poesia di William Carlos Williams
tradotta da Flavio Villani

spring-and-all

dal blog di Flavio Villani

Spring and All

By the road to the contagious hospital
under the surge of the blue
mottled clouds driven from the
northeast-a cold wind.  Beyond, the
waste of broad, muddy fields
brown with dried weeds, standing and fallen

patches of standing water
the scattering of tall trees

All along the road the reddish
purplish, forked, upstanding, twiggy
stuff of bushes and small trees
with dead, brown leaves under them
leafless vines-

Lifeless in appearance, sluggish
dazed spring approaches-

They enter the new world naked,
cold, uncertain of all
save that they enter.  All about them
the cold, familiar wind-

Now the grass, tomorrow
the stiff curl of wildcarrot leaf
One by one objects are defined-
It quickens:  clarity, outline of leaf

But now the stark dignity of
entrance-Still, the profound change
has come upon them:  rooted, they
grip down and begin to awaken

Primavera e tutto il resto

sulla via degl’infettivi sotto
zaffi di nubi blu screziate
spinte dal freddo vento di nord-est. Oltre
vasti piani desolati, fangosi,
bruni d’erbacce secche, abbattute o dritte,

alti alberi dispersi
tra stagnanti pozze d’acqua

lungo la strada rossicci, violacei,
eretti, biforcuti, i virgulti degli arbusti
e alberelli con le scure foglie morte,
e più sotto tralci di vite senza foglie-

senza vita in apparenza, intontiti, fiacchi,
gli approcci della primavera-

entrano nel nuovo mondo nudi,
freddi, senza certezze eccetto
che d’esser nati. Li circonda solo
il freddo vento e familiare-

Oggi l’erba, domani
della foglia di carota selvaggia
il duro riccio,
Una ad una le cose prendono
forma-
Si animano: chiarezza, il profilo
della foglia

Ma ora la dura dignità
dell’ingresso-Immobili, il profondo
cambiamento sopraggiunge su di loro:
radicati, s’aggrappano
e iniziano a svegliarsi

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13 commenti

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13 risposte a “Spring and all, Una poesia di William Carlos Williams
tradotta da Flavio Villani

  1. emilia banfi

    Par di vederla questa rinascita dopo il dramma. Piano senza rumore lentamente come solo la natura sa fare, senza soste né scoraggiamenti ritorna per se stessa, per tutti. La bellezza della rinascita. Grazie

    • Grazie a te, Emy, per la lettura.

      • ro

        un grazie a te anche da parte mia Flavio caro…quello vegetale, al di là delle cose del mondo mammifero umano, come anche quello animale sebbene più predatorio- “traduce” meglio di chiunque umano ( e sua storia del regno..che non siamo noi) la radice della vera saggezza…

        queste foglie, che ricordano il suono tradotto nei suoi “idioti” movimenti da Dostoevskij, contengono ciò che l’uomo mai potrà apprendere della fr_agilità della vita, paradossalmente perché troppo segnato dalla coscienza e/o falsa incoscienza della morte, peraltro non nella sua fonte perenne di altro divenire, ma in quella attrazione necrofila, più forte dell’altra vitale, alla distruzione e/o all’autodistruzione.

        Non so dirti -perché me ne mancano gli strumenti ben istruiti- se la tua sia un’ ottima traduzione o meno, ma per me lo è, perché mi basta immaginare la motivazione vitale, fr_agile e musicale che ti ha determinato appunto a coglierne i versi per l’unico linguaggio che hanno in qualsiasi parte del mondo e del linguaggio degli umani si ritrovino “a svegliarsi”.

        ciao

  2. Cara Ro, grazie davvero del tuo commento. Ho scelto di tradurre questa poesia (condivisibile o meno), oltre per l’amore che porto verso questo poeta (credo poco conosciuto in Italia nonostante il suo indubbio valore), proprio perché paradigmatica della relazione che molti scrittori (poeti e prosatori) americani hanno avuto con la Natura. Relazione articolata e sfaccettata, ma soprattutto vera, profonda, lontana da qualsiasi concezione ornamentale del paesaggio. Chi conosce minimamente quel paese sa cosa voglia dire misurarsi di fronte al Creato. E questo a me piace, mi emoziona.
    Ciao!
    Flavio

  3. Giuseppina Di Leo

    “…entrano nel nuovo mondo nudi,
    freddi, senza certezze eccetto
    che d’esser nati. Li circonda solo
    il freddo vento e familiare…”

    Trovo spiazzanti questi versi. La vita si esprime nelle sue varie forme e la certezza di essere al mondo appartiene anche al mondo vegetale. Sembra essere questo il senso. Ma, con quell’ “eccetto”, l’immedesimazione del poeta (e la nostra) qui si esprime a patto che venga rispettata una condizione: sapersi avvicinare al mondo con le stesse domande che esso pone in noi, solo così ogni certezza è revocata in dubbio.

  4. enzo giarmoleo

    Anche in “Spring and All “ ogni parola è pregnante di un sapore che intrattiene.
    Interessanti le compresenze nella poesie di WCW in cui ci si può immergere. Qui le inquietanti piante come bambini “senza certezze eccetto di esser nati . li circonda solo il vento freddo…..” o in altri casi “ l’ala nascosta dell’ospedale dove nulla crescerà dove c’è la cenere e lo spendore dei cocci di una bottiglia”.
    E’ sicuramente un poeta su cui soffermarsi soprattutto per quella voglia di andare oltre Pound/ Eliot che pur aprono spazi alla modernità. Il poeta cerca una strada per superare l’accademismo con nuovi modi di esprimersi. Per questo suo fermento era molto seguito ed amato dai poeti della “New York School, dai “S. Francisco Renaissance” , Dai “Black Mountain” e dai Beat, ma questa è un ‘altra storia.

    • “E’ sicuramente un poeta su cui soffermarsi soprattutto per quella voglia di andare oltre Pound/ Eliot che pur aprono spazi alla modernità.”

      Caro Enzo, sono pienamente d’accordo con te. Peraltro, come giustamente sottolinei tu, la sua influenza sui nuovi poeti fu forte. Ricordo solo che WCW fu mentore, fra gli altri, di Allen Ginsberg.
      Ciao
      Flavio

  5. Grazie, Giuseppina, per la lettura. Io la vedo così: credo che quella strofa sia il punto di snodo della poesia: deduco che si riferisce ai virgulti degli arbusti, ecc., ma non posso non fare un parallelo con il momento della nascita di un essere umano, nudo, privo di una qualsiasi certezza “eccetto” che il proprio corpo esiste. E tale certezza deriva dall’impatto (e le sensazioni che ne derivano) del corpo nudo (protetto dalla madre fino ad un istante prima) con l’aria fredda. WCW, da medico pediatra, aveva ben presente cosa voglia dire venire al mondo; e conosceva altrettanto bene le tappe successive, la meraviglia del risveglio compiuto. La consapevolezza del poeta è trasmessa così, con apparente semplicità, ma anche con non comune forza, al lettore.
    Qui la natura non è ornamento, ma piuttosto parte integrante del vissuto del poeta che la vive in profondità, con i suoi aspetti meravigliosi e le sue durezze. Egli sa che i virgulti devono aggrapparsi tenacemente alla terra per potersi svegliare davvero, per non essere spazzati via prima del necessario cambiamento:
    /Ma ora la dura dignità
    dell’ingresso-Immobili, il profondo
    cambiamento sopraggiunge su di loro:
    radicati, s’aggrappano
    e iniziano a svegliarsi/
    Questa mi sembra la giusta (oltre che bella) chiusura.
    Ciao!
    Flavio

  6. Maria Maddalena Monti

    Poesia con immagini di forza solo apparentemente desolate che ci fanno passare,senza richiami espliciti, dal mondo vegetale a quello umano.Anche per me i versi essenziali sono quelli richiamati da Giuseppina e da Flavio.
    Non conosco questo poeta,ma mi attrae.
    Maria Maddalena Monti

  7. Rita Simonitto

    A proposito di due Poesie:
    “Io abito la luna” e “Primavera e tutto il resto”.

    Ho pensato di accostare questi due componimenti in quanto ambedue trattano di rapporti uomo-natura, uno dei temi privilegiati del dire poetico, non tanto per metterli a confronto quanto per esprimere il mio vissuto diverso rispetto all’uno e all’altro.
    Posso dire che mi sono piaciuti entrambi e non mi addentro nello stile perché non è materia che mi compete.

    Come si esprime Linguaglossa sulla poesia di Emy, *c’è un’aria di smemorata trasandatezza in questi versi alla luna, la veste del sogno, un colloquio con la luna alla quale vengono rivolte parole, come dire, lunari, che sembrano essere scritte senza capo né coda, affidate alla improvvisazione e alla smemoratezza* e in cui il lettore si può perdere e ritrovarsi: Giuseppina di Leo (*trasformando l’attesa in sogno, Banfi ci manda un messaggio indubbiamente positivo: non smettere mai di desiderare, e saper affrontare con coraggio le difficoltà della vita); oppure Rò (*vogando ma anche vagando nella stesse pelle lunare da me provata nella lettura e rilettura di Emy); o, anche M.M. Monti (*Abita la luna come in un sogno e rivendica il diritto di sognare.E’ il chiarore lunare che la trasporta in un’altra dimensione e in cambio le regala sensazioni e immagini che trascinano il lettore come una musica).
    Emy dunque ci porta in quei silenzi ‘pieni’ di sentimenti confusi, o accompagnati da parole spezzettate, situazioni di cui ogni lettore avrà fatto esperienza personale almeno una volta nella sua vita, in una notte al chiar di luna estivo con amici: * che importa se il freddo della sera/indugia nei capelli sulle spalle/o che il vento ancora odori d’estate*.
    E nella lettura ci si ritrova, appunto, in una specie di convivio particolare in cui ci si tollera, e ci si sente tutti sodali. La natura, oggetto del nostro stupore e delle nostre domande, farà da specchio contenitivo: perché quando *di poco tempo sarà la nostra storia/arresi al finire di questo sogno/cerchi chiusi nella notte* rimane, effimero segno, *l’agilità di un gatto bianco/all’ombra della vite…* nella sua *dolce destrezza*.

    Nell’altra poesia di William Carlos Williams, già dall’incipit, ci troviamo in tutt’altra condizione, molto spiazzante: siamo *sulla via degli infettivi*, l’‘ospedale dei contagiosi’ (notare l’attrito tra il concetto di Hospes e di contagio).
    Ma chi sono questi “infettivi”? Forse sono coloro che sono “infetti” da quella malattia chiamata uomo (parafrasando il titolo di un libro di F. Camon): l’uomo ‘malato’ per il fatto di possedere una mente, sua risorsa e sua perdizione. La mente che gli permette di dare un senso alle cose ma, come scrive E. L. Masters, “George Gray”, in Antologia di Spoon River : *Dare un senso alla vita può condurre a follia/ma una vita senza senso è la tortura/dell’inquietudine e del vano desiderio/è una barca che anela al mare eppure lo teme”.
    Nella poesia di W.C.W l’umano non viene mai citato esplicitamente, tranne che nel primo verso, e poi intuibile, nella strofa centrale (*entrano nel nuovo mondo nudi,/freddi, senza certezze eccetto/che d’esser nati. Li circonda solo/il freddo vento e familiare-*) e nell’ultima (*Ma ora la dura dignità/dell’ingresso-Immobili, il profondo/cambiamento sopraggiunge su di loro:/radicati, s’aggrappano/e iniziano a svegliarsi*) ma è continuamente adombrato nelle analogie e nelle differenze con le stagioni della natura e gli andamenti tormentati, epperò carichi di speranza, della medesima.
    Ed è una natura che attira e respinge, che ci avviluppa con le sue forme, ci seduce con le sue possibilità metaforizzanti. E alla quale diamo in prestito il nostro patire. E’ anche il luogo dove il nostro godimento ‘estetico’ trova subito il riccio (*della carota selvaggia*), il freddo vento e *familiare*.
    E’ anche una terra desolata *senza vita in apparenza, intontiti, fiacchi,/ gli approcci della primavera*, che ci rinvia a T.S. Eliot (*Aprile è il più crudele dei mesi*). E dove si rimarca la solitudine dell’umano che è comunque ‘altro’ rispetto alla natura stessa.

    F. Villani commenta:* WCW, da medico pediatra, aveva ben presente cosa voglia dire venire al mondo; e conosceva altrettanto bene le tappe successive, la meraviglia del risveglio compiuto*.
    E poi, più avanti: *Egli sa che i virgulti devono aggrapparsi tenacemente alla terra per potersi svegliare davvero, per non essere spazzati via prima del necessario cambiamento*.
    Ed effettivamente, l’esperienza di W.C.W come pediatra, e quindi in contatto con una vita in potenza eppure esposta a molte vicissitudini, non può non essere trasferita nella sua esperienza poetica.

    E, dalla sua esperienza, ci dice che lo stimolo alla maieutica deve continuare, anche se si è circondati dal freddo vento e ‘familiare’.

    R.S.

    • Cara Rita, grazie davvero per questo tuo commento. In particolare trovo molto stimolante la questione dell’incipit, il riferimento cioè all’ospedale e alla presenza, solo evocata (non vediamo nulla, siamo sulla via, ma sappiamo che gli infettivi sono là, in fondo a tale cammino), dei malati contagiosi. Tutti ciò deve avere rilievo nella visione di WCW: è infatti “sulla via degli infettivi” che tutto avviene, che la vita prende forma a partire da una natura all’apparenza esaurita, povera.
      Quando ho tradotto la poesia ho pensato molto a come rendere quel verso e quale fosse il suo senso ultimo. Alla fine ho deciso di omettere, forse sbagliando, la parola ospedale. Le alternative non mi convincevano, e l’ho sottintesa. L’immagine mi pare comunque molto evocativa e fonte di riflessione: “Ma chi sono questi “infettivi”?” E perché sono in fondo al cammino?
      Ciao!
      Flavio

  8. emilia banfi

    Rita quando scava trova! Grazie .emy

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